Jessica Genesio
(NPG 1999-03-52)
Stefania chiuse il libro; spense la luce. Al buio della sua stanza rischiarata solo dal tremulo splendore della luna, rientrò nel suo pensiero fisso, l’inspiegabile silenzio di Carla, l’amica lontana. Da mesi non riceveva notizie, eppure le aveva scritto innumerevoli lettere, colme di affetto, raccontandole di come era tristemente finito il suo amore eterno, delle sue incertezze sul futuro. Le aveva inviato anche delle poesie, in attesa di un parere, l’unico che in fondo le interessasse, o forse per comunicare con lei nel linguaggio universale delle immagini.
«Le ho aperto il mio cuore, le ho dato le chiavi del mio mondo – rimuginava tra sé – e non un cenno, una risposta».
Per un po’ aveva provato rabbia per quell’amicizia tradita, nata sì all’improvviso, ma subito consolidatasi, sincera, leale, profonda. Col passare dei giorni, però, le era rimasta solo una spiacevole sensazione di vuoto incolmabile che la portava a guardare il telefono sperando che squillasse, a scrutare di continuo la cassetta postale per trovarvi un messaggio, una lettera. Nulla! Avrebbe voluto chiamarla, ma il suo orgoglio ferito glielo impediva. E i giorni si susseguivano ai giorni, alternati tra delusione e rassegnazione filosofica.
Anche quella sera non poteva non pensare a lei, mentre le crescevano dentro castelli di rabbia. «Carla, ti odio» pensò (o gridò, non ne era sicura) all’improvviso, come se mentire a se stessa servisse da medicina per placare la confusione che aveva dentro, con i muri della sua stanza taciti testimoni di uno sfogo che non la placava. Voleva scriverle una lettera fredda di un addio deluso, ma le parole non le venivano, e il bianco della pagina le dava persino nausea.
Il telefono squillò. «Ciao, bella, sono io». Era davvero lei.
Nel silenzio improvviso mille pensieri tumultuavano per uscire dalla bocca tutti insieme, mischiati a freddezza e calore. «Cosa le dico, come mi mostro? Glaciale, per gridarle subito il male che mi ha fatto, l’illusione tradita?». Ma la prima frase che le uscì fu quella che rispecchiava il misto di amarezza e affetto che ormai le suscitava il pensiero di lei: «Carla, mi sei mancata. Perché sei sparita così? Ti ho fatto qualcosa?». Una frazione di silenzio lungo il filo del telefono ampliava l’accusa. « Ma se stavo per dirti le stesse cose. L’ultima lettera è stata la mia e non mi hai mai risposto. Sapessi cosa ho pensato di te!». Stefania si affrettò a spiegarle che le aveva inviato più di una lettera, con i brani più belli dei poeti e scrittori che entrambi amavano, la cassetta con le ultime canzoni del cantanti preferiti, e che alla fine aveva deciso di aspettare un suo cenno, indecisa sempre e comunque se chiamarla per tentare di capire quello strano comportamento.
La tensione fu interrotta dalla risata argentina e spontanea di Carla, ciò che aveva conquistato Stefania al loro primo incontro. «Non ne ho ricevuta nessuna, te lo giuro sul bene che ti voglio», aggiunse subito dopo, seria e divertita insieme.
Il castello di rabbia costruito giorno dopo giorno di triste attesa si sfaldò all’istante, e si riannodarono i fili di quell’amicizia. La telefonata durò a lungo, avevano tanto vuoto da colmare.
Ma le occhiatacce delle madri misero presto fine al fiume di ricordi e di confidenze. Stefania continuò a pensare a lei tutta la sera, e anche a sé: come uno stupido orgoglio poteva farle perdere un’amicizia su cui aveva contato e su cui contava. Quanto poco salda è la fiducia... ma era troppo contenta per colpevolizzarsi ulteriormente.
Prese carta e penna e si mise subito a scrivere una lettera di cui adesso trovava le parole più fluide e più belle. Le riapriva di nuovo il cuore, e le restituiva ciò che le spettava di diritto, che non aveva mai smesso di appartenerle: il suo presente ma anche la fiducia nel futuro.

