Linee di azione pastorale nell’università



    Mario Russotto

    (NPG 1999-03-27)


    Prima di offrire alcune linee-proposta per un’azione pastorale nell’università, penso utile premettere delle puntualizzazioni per definire i termini e indicare l’ambito e le prospettive all’interno dei quali mi muoverò.
    – La pastorale universitaria non si identifica con un gruppo o un’associazione o un movimento – anche se questi, ciascuno nel modo loro proprio, ne sono una specifica espressione – ma è azione della Chiesa, assunzione responsabile e sollecita della missione evangelizzatrice di tutta la Comunità ecclesiale e delle chiese locali in quanto incarnate in un territorio particolare.
    Si rende però necessario un cambiamento di mentalità: dalla «conquista» dell’Università all’assunzione dell’Università come valore «laico» vivificato dal Vangelo e vivificante e interrogante la fede.
    – L’azione pastorale in Università impegna comunitariamente – in uno stile sinodale, cioè nella logica evangelica del «camminare insieme» – tutti gli «universitari cristiani», studenti e docenti, ed è rivolta a tutti gli universitari credenti e non credenti.
    – L’aspetto strettamente religioso, cioè l’annuncio e la testimonianza della Parola, deve essere integrato e sostanziato da tutte le altre componenti della vita del giovane studente e dell’adulto docente.
    – La pastorale universitaria si pone come «momento» peculiare e qualificante la pastorale della cultura, intesa come «luogo» in cui «l’uomo diventa più uomo» (Giovanni Paolo II). È, altresì, una specificazione particolare – e per questo non esauriente – della pastorale giovanile, in quanto tocca oltre un milione di studenti, i quali vanno educati e aiutati a non cadere nella tensione schizofrenica fra cultura, professionalità, fede e quotidianità, e a saper dare ragione della speranza che è in loro.

    UNA NUOVA STRADA?

    L’Università malata

    L’Università oggi versa in una situazione di complessa malattia: è come il moribondo abbandonato dai briganti ai bordi della strada (Lc 10,30-37). La Comunità ecclesiale, lungi dall’imitare l’atteggiamento degli uomini del tempio che pur vedendo preferiscono passare oltre, deve e può essere quel samaritano che si lascia afferrare da com-passione e ha il coraggio di «perdere tempo» per aiutare il malcapitato. E tutto questo avviene con una sequenza di triplice azione: abbassarsi per farsi prossimo; usare i medicamenti con saggezza; farsi carico di tutto l’uomo offrendo ciò che si ha e coinvolgendo altri in quest’opera di risanamento. Tenendo presente che tutto questo avviene nel silenzio, senza clamore: il linguaggio dell’amore è silente chinarsi facendosi carico dell’altro, prendendo a cuore il cuore dell’altro.
    Il sistema universitario oggi ha quasi del tutto perso il suo prestigio pubblico e il credito sociale; proprio di fatto ha abdicato alla responsabilità di essere luogo di sapere (e non di potere), di misurarsi con il giudizio della società circostante e di far suoi i problemi più pressanti del nostro tempo. L’Università, inoltre, non adempie più al suo compito di formazione della persona, rinunciando così alle caratteristiche inalienabili del lavoro intellettuale. Trasformandosi in luogo di gestione di interessi privati e corporativi, ha dimenticato e addirittura strumentalizzato i giovani.

    La Chiesa si fa racconto...

    La caratteristica fondamentale della Chiesa risiede nell’evangelizzazione. La Chiesa, infatti, trova la sua ragion d’essere proprio nell’annuncio e nella testimonianza della Buona Novella. L’annuncio è racconto e alla Chiesa è affidato il compito di essere essa stessa racconto della persona di Gesù, grazie alla perenne azione dello Spirito. L’evangelizzazione non è altro che il tentativo di esprimere con gesti e parole umane la nostra fede e quindi di raccontare le meraviglie che Lui ha fatto; ma, raccontando, la Chiesa stessa si mette in relazione con l’altro, rilegge la storia alla luce dei segni dei tempi, in una continua attualizzazione della sua missione.
    Un’azione pastorale in Università non mira tanto a dare risposte sempre certe e sempre utilizzabili, quanto a suscitare interrogativi fondamentali e domande di senso, che spingano ulteriormente nella ricerca. L’azione pastorale è il servizio della Comunità cristiana perché la vita, alla luce della Buona Novella, possa essere vissuta nella sua totale pienezza e abbondanza, restituendo le persone alla propria libertà e responsabilità. È tuttavia importante porre attenzione tanto alle persone, quanto ai tempi e agli ambienti; risulta da ciò il carattere storico dell’azione pastorale e quindi le differenti modalità di espressione, pur nella consapevolezza dell’unicità del contenuto.
    Credere in un Dio che si è fatto uomo è il fondamento primo per volgere tutta la nostra attenzione al mondo e al tempo in cui viviamo. In quest’ottica, la pastorale universitaria incarna la scelta di testimoniare e vivere il Vangelo nell’Università, assunta quale luogo fisico e temporale di incontro tra persone che, accomunate dalla medesima esperienza, portano in questa tutta la ricchezza della loro storia.

    ... in Università

    La pastorale universitaria deve abbracciare globalmente e unitariamente tutte le persone che vivono nell’Università (docenti, studenti...). La complessità dell’ambiente universitario e la conseguente e diffusa difficoltà di individuare dei valori condivisibili comportano la necessità di un impegno più serio e non procrastinabile nell’azione pastorale. Lo smarrimento del senso dell’esperienza universitaria non determina, di conseguenza, la perdita di significato della specifica attività pastorale, anzi ne rafforza la necessità e l’urgenza.
    Inoltre non ci si può nascondere il ricorrente errore di presumere come comuni e conosciuti da tutti gli strumenti critici, forniti dallo studio intelligente, attraverso i quali far interagire fede e cultura. Il rapporto fede-cultura non presenta due termini in contrapposizione ma in armonico dialogo. La fede pretende di essere approfondita con l’ausilio di tutti gli strumenti di pensiero che sono a disposizione degli uomini al fine di essere basata non su semplici sensazioni, ma sulla più solida consapevolezza del dono ricevuto; contemporaneamente la stessa fede interpella, con la sua dimensione di Verità, le varie culture con le quali viene in contatto. Nell’Università come luogo di ricerca si può e si deve compiere tale mediazione tramite gli strumenti della cultura.
    L’azione pastorale in Università non può allora prescindere dalle seguenti finalità:
    – Formare e sostenere i cristiani (studenti e docenti) in modo che siano pronti ad assumere come valori propri quelli dell’Università, impegnandosi con tutti quelli che lì operano a promuovere quei valori, alla luce della giustizia, della ricerca della verità, dell’onesta professionalità vissuta come servizio.
    – Fare della «comunità cristiana» in Università e delle singole persone in essa operanti il soggetto che si impegna a sanare ed elevare questa ammalata e importante istituzione, cosicché in essa ogni persona abbia il rispetto che le è dovuto e sia aiutata allo sviluppo che è sempre fine di ogni vera attività umana.
    – Fare dell’incontro dei cristiani con gli altri in Università l’occasione forse unica di una evangelizzazione che, partendo dalle esigenze messe in luce dalla comune convivenza, apra gli animi al messaggio cristiano e fraternamente li guidi ad una esperienza di Chiesa: apostolato dal simile al simile (cf Apostolicam Actuositatem, 13).

    Aprire nuove strade

    È quindi giunto il momento, anzi è già questo, di aprire la strada ad una stagione nuova di dialogo fra la Chiesa e l’Università nel tentativo di superare quello che Paolo VI con amarezza dichiarava essere il dramma dell’odierna società: la frattura fra Vangelo e cultura. La riscoperta della ragione, con i suoi limiti e le sue «sconfitte», e la maggiore intelligenza della fede da parte della Chiesa ha fatto sì che essa cominciasse a porsi in ascolto dell’Università. L’Università ha molte cose da dire alla Chiesa. E nello stesso tempo non può non aprirsi alla dimensione del «mistero», non può non accogliere gli orizzonti di senso e le domande ultime che esigono l’accoglienza di un’ulteriorità, il dialogo con la coscienza credente, il dischiudersi di orizzonti accessibili nella fede. La Chiesa ha molte cose da dire all’Università. Pertanto, «i cattolici siano in prima linea in ogni Università per tenere desto il dibattito culturale sui grandi problemi dell’umanesimo, della scienza e della società, e sulle sfide che le nuove esperienze internazionali, culturali e religiose presentano alla mente umana. Non siano secondi a nessuno nel promuovere colloqui e iniziative interdisciplinari, dentro e fuori dell’università...» (CEI, Lettera su alcuni problemi dell’università..., n. 8).
    Tuttavia, dal momento che «evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale» (Evangelii Nuntiandi, n. 60), è la Chiesa tutta, quella universale incarnata nelle chiese particolari, il soggetto dell’azione pastorale e quindi anche della pastorale universitaria, che dovrà trovare spazio e significato all’interno di un piano pastorale diocesano. Una pastorale dell’Università potrà nascere in una Comunità ecclesiale convinta che l’avvenire del mondo e della Chiesa è «intimamente connesso allo sviluppo intellettuale dei giovani che compiono studi superiori» (Gravissimum Educationis, n. 10).
    E ancora, nelle diocesi sarà importante programmare momenti e spazi di studio e di confronto, nei quali far convergere i cristiani e i gruppi che si impegnano ad animare con il Vangelo la vita universitaria. Ciò esige la necessità di programmare al livello diocesano una rete organica di proposte formative per le diverse categorie di persone (docenti, studenti, personale amministrativo), sia dove esistono sedi universitarie, sia in quelle diocesi in cui tali sedi non ci sono ma nelle quali vivono migliaia di studenti e numerosi docenti i quali, purtroppo, non essendo raggiunti da alcuna proposta di fede vivono in un crescente analfabetismo religioso.
    È quantomai urgente dunque che i credenti si facciano promotori nelle proprie chiese particolari di nuovi e organici progetti pastorali che tengano conto della specificità dei vari ambienti di vita, e in particolare sentano il dovere di evangelizzare il variegato mondo della cultura con metodi e linguaggi adeguati. «... la Chiesa sollecita i fedeli laici ad essere presenti, all’insegna del coraggio e della creatività intellettuale, nei posti più privilegiati della cultura, quali sono il mondo della scuola e l’Università, gli ambienti della ricerca scientifica e tecnica, i luoghi della creazione artistica e della riflessione umanistica» (Christifideles laici, n. 44).

    SENTIERI DI AZIONE PASTORALE IN UNIVERSITÀ

    Coltivare il talento dell’intelligenza

    Nel messaggio agli intellettuali, Paolo VI nel 1965, chiudendo il Concilio Vaticano II, fra l’altro diceva: «... se pensare è una grande cosa, pensare è anzitutto un dovere... Pensare è anche una responsabilità... Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza!». Pensare è vocazione a cui nessun credente può sottrarsi, perché è una forma eminente di lode al Datore dell’intelligenza. Il cristiano è un ricercatore a vita del significato profondo della Parola che illumina il concreto snodarsi della storia, con l’orecchio teso a percepire i rumori della strada, declinando nel quotidiano l’intus-legere: la capacità di leggere e discernere il progetto di Dio nelle pieghe di una storia a volte assurda e sghemba. Pensare è così assunzione di responsabilità nello stile del servizio, è ricerca del Mistero nel cui grembo la vita è avvolta.
    Un’autentica azione pastorale in Università deve educare all’arte del pensare, perché ciascuno possa e sappia assumere un atteggiamento personale davanti alle questioni pensando con la propria testa.
    Per appropriarsi di sé e della propria vita, per essere protagonista, soggetto e non semplice oggetto, della propria libertà e della storia. Occorre pertanto educare ogni «universitario» alla responsabilità di studiare e di interrogarsi sulla propria fede per raggiungere una comprensione più profonda della fede stessa ricordando quanto diceva Agostino: «Ho desiderato vedere con l’intelletto ciò che ho creduto, e ho molto disputato e faticato» (De Trinitate XV, 28).
    Il coraggio di lasciarsi interrogare e la capacità di interrogare dovrebbero essere assunti come una dimensione caratterizzante la coscienza dell’universitario, la quale non si fonda sulle certezze, ma sulla capacità di proporre e offrire la Verità – di cui è sempre alla ricerca – nella consapevolezza di trovare molti frammenti di essa anche in coloro che hanno un pensare diverso, siano essi «vicini» o «lontani».

    Educare (-si) al dialogo

    Ogni comunità di cristiani universitari deve porsi in dialogo con tutto il mondo universitario in cui è situata, e deve quindi farsi parola e messaggio, nell’ascolto (rispettoso e critico) di quell’ambiente verso il quale ha il compito di testimoniare il Vangelo. Ogni espressione di Chiesa in Università deve essere luogo e occasione di dialogo, di incontro, di reciproco aiuto con ogni altra espressione della vita universitaria.
    Il dialogo è un’intenzione di amore, un’ansia di vero, uno slancio coraggioso; ricerca nella verità delle cose comuni, esigenza di una carità concreta in ogni momento della giornata; umiltà di un’intelligenza che si riconosce bisognosa di aiuto.
    Tutto quanto ha valore in Università ci interessa singolarmente e come comunità cristiana.
    I problemi di studio e di organizzazione scientifica, i problemi della prospettiva professionale, ogni problema culturale e sociale che interessi studenti e docenti, ogni loro problema spirituale non può – in certo senso – non essere anche nostro.
    Dobbiamo fare attenzione a tutto ciò che è vivo, che è speranza, che è vivacità e rigore intellettuale. Soprattutto a livello individuale (persona a persona) ogni circostanza, ogni incontro è luogo di dialogo, sia pure silenzioso.
    Per questo «bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo... Suppone pertanto il dialogo, lo stato d’animo di chi avverte di non poter più separare la propria salvezza dalla ricerca di quella altrui, di chi si studia continuamente di mettere il messaggio, di cui è depositario, nella circolazione dell’umano discorso» (Ecclesiam suam, n. 82).
    Il dialogo, unità di silenzio e parola, ascolto e comunicazione, deve qualificare anche il rapporto fra credenti e non credenti, sincronizzando i passi nella serena tensione all’ascolto, all’accoglienza di smarrimenti e speranze troppo spesso deluse, per comprenderne ansie e attese, ragioni e aspirazioni, domande e proposte.

    Amicizia

    «Senza questi focolari di amicizia non possiamo far sorgere fiamme di apostolato. Dall’amicizia alla compagnia, cioè alla diffusione della nostra spiritualità fra i colleghi, specialmente nei nostri gruppi; e dai gruppi alle nostre scuole; dalle scuole alla vita sociale, alle istituzioni civili» (G.B. Montini). Le declinazioni che rendono «alta» questa amicizia sono, fra altri, il rispetto e la reciprocità. Il rispetto nasce dal fatto che ognuno è una parola irrepetibile di Dio; in ognuno c’è un progetto di Dio che non va compresso in «stampi» buoni per tutti, in schemi coercitivi. Ognuno deve trovare, nella libertà dei suoi ritmi e dei suoi tempi, la propria strada. Il rispetto genera un radicale atteggiamento di ascolto, di accoglienza e di fiducia.
    La reciprocità si manifesta come formazione vicendevole e coeducazione fondata sull’umiltà di non sentirsi gli unici destinatari e depositari della Verità. È la consapevolezza di essere discepoli dello Spirito di Cristo nella Chiesa, dello Spirito che parla attraverso tutta la realtà, in particolare la realtà umana; la consapevolezza di doversi mettere in gioco con libertà e senza riserve per crescere e camminare insieme.

    L’intelligenza della Parola

    L’azione pastorale in Università rischia il fallimento se nei suoi protagonisti – i «soggetti credenti» – la fede non diventa il centro vitale che dà significato a tutta l’esistenza; se rimane uno scenario sfocato che c’entra ben poco con le esperienze, le scelte, lo studio, i rapporti, gli avvenimenti della vita. La spiritualità è, e deve sempre più diventare, la dimensione portante della vita, deve essere incarnata nel tessuto della ferialità, educando gli universitari a farsi mediazione tra Dio e il mondo, tra la fede e la storia.
    La Bibbia è l’asse centrale del cammino spirituale del cristiano e della Comunità ecclesiale, perché la parola di Dio dirige la storia e, contemporaneamente, la rende intelligibile: fa la storia e fa sì che l’uomo ne colga il segreto. Proprio perché costruttrice e rivelatrice del disegno di salvezza, la parola di Dio è anche comando, strada da seguire, progetto da assumere e forza su cui appoggiarsi, su cui confidare. Da qui tre esigenze:
    – Devo incontrare nella Bibbia una parola che mi parli oggi; se non scorgessi questa provocazione, tradirei la parola di Dio nel suo profondo, al punto che non sarebbe più tale per me.
    – D’altra parte, devo ascoltare una Parola che resti fedele alla sua origine; la provocazione di Dio mi raggiunge oggi attraverso il significato di allora.
    – Infine devo incontrare una parola che parli a chiunque senza bisogno di tecniche troppo difficili e complicate, non possibili a tutti, evitando però di cullarsi nell’ignoranza e nella superficialità o, quel che è peggio, in una lettura «sentimentale» o «pseudomistica» della parola di Dio.
    Lo scopo dell’incontro con la Parola – come diceva Gregorio Magno – è «imparare a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio». Dobbiamo imparare a fare della Parola la sorgente quotidiana di discernimento, rinnovamento interiore e unificazione della coscienza, il che richiede una ascoltazione riflessiva e costante della parola di Dio, possibile attraverso il metodo della Lectio divina, cioè della Parola studiata, pregata, celebrata, da vivere e annunciare.
    La Lectio divina risponde perfettamente alle esigenze di un itinerario «universitario» di fede, perché essa coniuga lavoro culturale e spiritualità, intelligenza e fede. La Lectio divina educa ad una sana, seria e profonda preghiera. È la pista interiore per scendere dentro le cose che viviamo per osservare, comprendere, valutare, progettare la vita dal punto di vista di Dio, e nel fare questo intrecciamo un dialogo personale con Lui, dialogo intimo in un linguaggio di amicizia. La preghiera, a partire dal confronto con la Parola, ci mette in ricerca per scoprire il volto di Dio nel nostro volto e nascere alla responsabilità di essere lampada che illumina il volto degli altri e della storia.

    Accompagnamento spirituale

    È l’aiuto che viene richiesto per diventare se stessi nella fede «finché Cristo sia formato in voi» (Gal 4,10). «Mediante la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l’uomo accede ad una dimensione nuova, ad un umanesimo trascendente, che gli conferisce la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema del suo sviluppo personale» (Populorum Progressio, n. 16).
    L’accompagnamento spirituale suppone da un lato disponibilità a far conoscere il proprio mondo interiore e il proprio vissuto personale, dall’altro capacità di ascolto, «simpatia educativa», rispetto della libertà della persona che chiede di essere «accompagnata». Ascolto e dialogo sono due ingredienti fondamentali dell’accompagnamento spirituale, mirato ad attuare un attento discernimento della volontà di Dio nei confronti di una persona che voglia farsi educare nelle realtà della propria fede, farsi aiutare nel cammino di ogni giorno, senza delegare nulla della propria responsabilità.
    È importante e indispensabile che in Università – ma anche nelle diocesi non di sede universitaria – vi siano degli educatori capaci di accompagnamento formativo del pensiero dei giovani universitari, inteso come unità del sapere e della vita, per vincere il frammentarismo, sanare la frattura fra cultura e fede e formare «uomini dimostrativi» che serbano il senso profetico dell’uomo nuovo, persone che sappiano esprimere una presenza autenticamente cristiana e umanamente significativa, «che sappiano vivere la cultura come impegno per l’altro e testimoniare con la propria vita il valore liberante della fede evangelica» (CEI, Lettera..., n. 8).
    L’accompagnamento spirituale è un aiuto specifico per far crescere nella fede e aiuta a discernere nel vivere quotidiano come si possano dare risposte fedeli al Vangelo, risolvere problemi e interrogativi che non mancano di evidenziarsi alla coscienza, senza sostituirsi ad essa, evitando di confezionare ricette. L’accompagnamento spirituale deve aiutare i giovani a formarsi una coscienza capace di scegliere responsabilmente e liberamente.
    Tutto questo richiede da parte degli educatori il saper dedicare tempo ai giovani. Essi hanno bisogno di un confronto personale e di itinerari personalizzati. Pertanto, l’educatore deve avere una profonda capacità di lettura dell’esperienza vitale dei giovani, ma anche una fascinosa umanità che sappia infondere amore alla vita, entusiasmo e speranza, fiducia in se stessi, apertura alla novità di Dio. Il dedicare tempo ai giovani nell’esercizio dell’accompagnamento spirituale costituisce anche un valido momento di confronto e di crescita per gli educatori, specialmente quando esso diventa un vero e proprio incontro nella sincerità.

    Conclusione

    Affido alle parole di Horkheimer quello che dovrebbe essere un tratto caratteristico dell’azione pastorale in Università: «L’università è il luogo in cui deve essere preservata la memoria dell’umano e si deve tenere in vita l’umano con tutte le sue possibilità. È il luogo in cui vengono formati gli individui... Nella misura in cui come studenti riuscite spontaneamente ad essere all’altezza dei compiti posti dalla scienza, a valutarli in tutte le sfumature, a dedicarvi alla ricerca senza riserve né pregiudizi, voi vi formate quali soggetti pensanti e attivi, capaci di opporre resistenza al mondo qual è. [...] Nonostante tutto ciò che vi impongono le esigenze del vostro studio, la dimensione nuova che potete conquistare è la vostra libertà; e, nella misura in cui vi impegnate per essa con la determinazione di non rinunciare mai a pensare, voi dimostrate di non essere dei fatalisti, e che nonostante tutte le difficoltà non ci si deve necessariamente piegare al mondo com’è ora, ma che, al contrario, il miglioramento del mondo dipende dagli uomini. Voi tutto questo lo intuite, e se lo negate vi fate violenza».