Pastorale giovanile in università. Introduzione al dossier


     

    (NPG 1999-03-9)


    Abbiamo trattato molte volte nella rivista il tema della scuola, come ambiente educativo di grandissima rilevanza per la vita dei ragazzi e dei giovani: educativo non solo come luogo in cui si socializza e ci si apre alle diversità, ma soprattutto come luogo dell'incontro con ed elaborazione della cultura.
    Abbiamo trovato che il tema dell'animazione può davvero essere in grado di rinnovare e migliorare i processi della socializzazione, dell'educazione e anche della di dattica.
    Non ci siamo mai sbilanciati... oltre le colonne d'Ercole della maturità, dunque all'interno della «casa della sapienza» che è o dovrebbe essere (almeno nell'immaginario di alcuni nostalgici o... ottimisti) l'università.
    Ma non poteva sfuggire alla redazione NPG che oltre un milione di studenti frequentano (o comunque circolano attorno a) l'università. Una riflessione al riguardo non poteva dunque mancare, e abbiamo chiesto ad amici che hanno come impegno quello della presenza all'Università di darci una mano nella riflessione, nel cogliere i problemi e nel valutare le esperienze pastorali vissute dentro l'università o con soggetti gli studenti universitari.
    Quello che proponiamo in questo dossier non è un «progetto pastorale» per i giovani universitari. Questo non può che essere elaborato e verificato dall'interno, a partire da esperienze vissute.
    Offriamo solo alcuni punti di riferimento, alcune piste per la riflessione pastorale, per un confronto e una piattaforma minima condivisa.
    Queste note introduttive esplicitano la logica e il percorso del dossier.
    Anzitutto, cosa non può essere una pastorale universitaria.
    Non può essere un tentativo (palese o subdolo) di «plantatio ecclesiae», in una logica da baluardo da conquistare; e neppure un tentativo di resistenza all'ultimo sangue per conservare qualche barlume di «cristianità» nel luogo tipico di «cultura alta laica». Né conquista né resistenza, dunque.
    Non può neanche essere, pena la riduzione a un minimo di soggetti, la cura personalizzata e particolare di alcuni gruppi ristretti; ma neppure, pena la riduzione del messaggio dell'evangelo ad un suo simulacro, un'offerta di servizi che l'istituzione da sé non riesce a gestire (mense, pensionati, aule di incontro e di discussione, libreria con sconti...).
    Per continuare in questa abbastanza facile indicazione di «divieti di transito», segnaliamo anche i due grossi limiti che a volte segnano la ripresa della PGU in alcune realtà diocesani o locali: il pensare l'azione pastorale universitaria prevalentemente nei luoghi ecclesiali, incapace dunque di proporsi e ridirsi nel «mondo» e negli ambienti vitali dove i soggetti (struttura, cultura, docenti, studenti...) vivono; e il pensare alla soluzione di un «delegato» diocesano o locale per l'università che si interessi degli studenti universitari a nome di tutti.
    Cosa possa invece significare pastorale in università lo indica l'articolo introduttivo di Tonelli, quando in una logica non «del genitivo» ma ermeneutica, fa interagire la complessa realtà «laica» dell'università con l'annuncio dell'evangelo, non in contrapposizione tra verità laica e verità cristiana, ma come incontro di soggetti che hanno entrambi domande e risposte, desideri e offerte, e in atteggiamento reciproco di accoglienza e ascolto. L'incontro e l'accoglienza avviene dunque in un contesto e con soggetti che vivono un'esperienza anzitutto di maturazione personale e intellettuale, nella ricerca e produzione di cultura, nella preparazione immediata (o quasi) alla futura professionalità, in un ambiente dove si ripropongono e acuiscono i processi sociali generali. Qui dentro quale dialogo attuare, quali risorse attingere, quale salvezza annunciare?
    La seconda tornata di articoli cala nel particolare dell'ambiente universitario per conoscerne processi e meccanismi. Gli articoli di Longo e Marangoni vanno in questa direzione, e non nella solita delle lamentazioni, così facili da fare ma anche così disimpegnate. Processi di mutamento vengono evidenziati per coglierne l'ambiguità e le promesse, nella trasformazione del concetto di cultura, nell'esame delle logiche sociali che favoriscono o creano barriere, come anche nei problemi concreti che toccano strutture (università grandi o piccole, nei vari contesti metropolitani e geografici), docenti, studenti (in corso, fuori corso; residenti o pendolari; «intieramente studenti» o anche lavoratori...); luoghi e tempi della frequenza universitaria (con i sempre più frequenti abbandoni o cambi di facoltà). Vengono accennati anche problemi di sociologia e politica universitaria, di mobilità sociale e di democrazia; e alcune piste per ripensare il concetto di cultura e di dialogo.
    L'articolo di Nanni entra più specificamente nel soggetto Università per verificarne compiti e responsabilità istituzionali, come luogo di ricerca, insegnamento, formazione dell'opinione pubblica e di formazione dei leaders. Il suo intento è di suggerire in che cosa tali compiti possano essere «informati» e caricati di nuove possibilità dall'incontro con la «fede», evidenziando così la carica di trasformazione culturale che la fede possiede come «punto di vista altro e oltre» sulle cose e sull'uomo.
    A questo punto Russotto (fino allo scorso anno Assistente Nazionale della Fuci) pone alcune possibili linee di soluzione. Non le anticipiamo, ma ci sembra che esse prendano veramente sul serio la cultura nella sua laicità e nel suo dialogo aperto con la fede, e i soggetti, soprattutto gli studenti nel loro percorso personale e comunitario di crescita e maturazione.
    L'ultima serie di articoli raccontano «segni di presenza» cristiana (di soggetti cristiani) all'università che operano, a volte nella fatica della solitudine quando non dell'abbandono, a volte come avanguardie o pionieri della comunità ecclesiale, e che fanno la pastorale là, in loco. Parliamo delle varie associazioni e movimenti, in particolare della Fuci per lunga tradizione e competenza, e delle Cappelle universitarie (sia come soggetto tipico che come «metafora» delle varie presenze). Ogni discorso su PGU non può che iniziare a valorizzare e valutare cosa stanno facendo soggetti che lì spendono la vita.
    Come strumento di valutazione e di proposta offriamo alla fine una scheda, utilizzata in un Convegno a Roma lo scorso anno.