Scheda pastorale "La croce, la relazione amicale"



    A cura di Giuseppe Morante

    (NPG 1999-04-39)


    Indichiamo alcuni orientamenti operativi relativi all’articolo che precede, il cui messaggio insegna: la croce non simbolo di sofferenza ma rivelazione di un amore come nuovo amore, come miracolo della bontà che istituisce la relazione dove è negata. Croce che salva perché assunta per amore di perdono.

    Per la riflessione catechistica

    * Per entrare nell’ottica del mistero della risurrezione che sgorga dalla morte in croce di Cristo, è necessario riflettere sul simbolo della morte (con tutti i suoi limiti relativi alla vita umana) che per il cristiano è parte dall’accettazione della croce. Morte, nel linguaggio biblico, non significa solo la morte biologica ma anche l’incapacità di muoversi, di comunicare, di comprendere (anche se uno è vivo, già gli si dice morto); l’incapacità di collaborare con gli altri (persona che non serve a un’opera comune); l’impossibilità a partecipare alla vita familiare, cittadina, societaria, civile...; l’ostacolo supremo della vita come opposizione totale alla vita (ogni ostacolo che l’uomo incontra nella vita è già segno di morte); i segni limitanti della vita (la malattia grave, la vecchiaia); infine ogni impossibilità a compiere qualcosa. Tutto questo può essere esperienza di morte, nella nostra condizione umana.
    * Perciò, parlare di morte nel cristianesimo significa mettere in risalto tutti gli aspetti che si oppongono alla vita e di cui la proposta biblica si fa messaggio: «legge, peccato, morte» (S. Paolo); «tenebre, odio, cecità» (S. Giovanni); «incapacità di conversione, ricchezza, resistenza a Cristo» (Sinottici). Risurrezione non significa soltanto la vita che continua, ma abbraccia positivamente tutti gli aspetti messi in risalto dalla morte nei suoi significati globali. La vita è possibile solo superando la morte, cioè superando l’egoismo e aprendosi agli altri. E questo è inizio di risurrezione. Perciò Gesù Cristo è il primo nato tra i morti, primo nel senso che la vita dipende da lui.
    * Sarà necessario perciò evitare di parlare della morte come un bene (cioè come fine di tutti i mali) o come facile ad accettarsi (perché contraddice alla ragione). Come fatto umano la morte è un assurdo, è la fine dell’uomo. Solo la fede la può riscattare; ma la fede passa per la croce. In realtà, la morte rivela la natura dell’uomo senza Dio. Solo Dio dà la vita. La vita con Dio non sarà che la pienezza di questa unità di tutti gli uomini. In questa linea si può leggere tutta l’esistenza di Gesù Cristo. «Se vogliamo sapere chi è Dio dobbiamo inginocchiarci ai piedi della croce» (Moltmann). Ma la croce dell’uomo innocente che soffre ingiustamente; la croce che si fa storia di amore-dono.

    Per la celebrazione

    * Durante il periodo pasquale la liturgia fa leggere in continuo la lettera di Pietro che presenta la gioia serena dei cristiani nonostante le varie prove. Questo avviene perché Dio, nella sua misericordia ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù dai morti, per una eredità che non si corrompe. Perciò la liturgia del tempo di pasqua è tutto un inno alla vita nuova. E quindi vanno recuperati i significati della vita come rinascita, come luce, come forza nello Spirito, a partire dalla rinnovazione delle promesse battesimali, dalla presenza luminosa del cero pasquale, dal porre segni offertoriali per ricordare l’evento, richiamandone brevemente il messaggio nelle omelie e nelle monizioni introduttive dei vari riti celebrati.
    * Fare Pasqua significa passare dalla condizione di limite a quella di pienezza di vita. Noi cristiani crediamo che la Pasqua non è un momento isolato della nostra vita, ma costituisce una specie di atmosfera che ci avvolge, una specie di inquietudine che non ci dà tregua fino a quando non l’abbiamo realizzato nella Pasqua di Cristo. E l’eucaristia è l’inizio di questa realizzazione. Che fare per evidenziarlo?
    * Un’attenzione particolare durante la celebrazione del tempo pasquale è dato dai canti e dal tono dell’alleluia che ne può interpretare anche espressivamente il significato e per cui bisogna sempre saper porre grande attenzione pastorale: la celebrazione deve saper parlare attraverso i riti, le espressioni e la partecipazione personale.

    Per la testimonianza

    * Che relazione ha la nostra vita con la memoria di Cristo che muore e risorge? Se l’esigenza fondamentale dell’uomo è essere per gli altri, e quella del cristiano è vedere gli altri nella dimensione dell’amicizia e del perdono anche ai nemici... come mettiamo in pratica questa esigenza della fede nella vita di ogni giorno? Quali sono le occasioni che dobbiamo sfruttare in questa prospettiva? Bisogna passare dalla fede creduta e celebrata a quella professata e vissuta.
    * Tutto ciò si traduce per i cristiani in gioia di vivere e in forza coadiuvante per superare le prove inevitabili evidenziate dalla croce. Il miracolo della croce è annunciare la redenzione dalla sofferenza soprattutto ingiusta: Gesù, rifiutato, non rifiuta chi lo rifiuta, ma lo perdona. La ragione del perdono sta nella volontà del Padre. Ma perché Gesù deve soffrire e venire ucciso? Perché la necessità della sofferenza e della croce? Perché attraverso essa Dio restaura la relazione amicale... Sulla croce Dio si rivela come il Dio dell’agape.
    * Incontrarsi è una esigenza di vita perché è contro la solitudine. Ma l’esperienza comune dimostra che molto spesso questo bisogno viene vanificato, perché l’incontro diventa solo occasionale, strumentalizzante, superficiale. Vediamo che gli uomini, per vari interessi spesso egoistici, più che affratellarsi si allontanano, evidenziando divisioni, contrasti, violenze, egoismi, sfruttamento, incomunicabilità. A causa del peccato, questa ricerca della felicità nell’altro molto spesso viene vanificata. Questo significa che solo attraverso la pratica dell’invito all’amore fraterno, che scaturisce dalla croce accettata per la salvezza, è possibile realizzare in pieno il senso dell’incontro per la pienezza di vita.