Sprazzi di nera. Nuove povertà, nuovi bisogni



    Domenico Ricca

    (NPG 1999-02-8)


    Non vi è settimana o giorno che i grandi quotidiani sbattano in prima pagina adolescenti e giovani per parlare del loro disagio. Il motivo? Manifestazioni, cortei (da quelli scolastici a quelli degli squatters), indagini, ricerche, convegni, fatti di cronaca nera, situazioni di sofferenza e d’incomprensione con gli adulti. Sovente si parla di disagio dei giovani per celare quello degli adulti; disagio per essere stati tagliati fuori dalla comunicazione con i giovani. Ma si deve ammettere che essi sono un riferimento culturale. I loro stili di vita, di consumo, codici di comportamento, espressioni, linguaggi, mode segnano periodi ben precisi di una storia. I loro linguaggi, criptici, inaccessibili agli adulti, lasciano sconcertati, ma d’altra parte sono i sensori più attenti dei processi di cambiamento in atto. Le loro esperienze non sono per nulla estranee alla cultura sociale d’ambiente. Siamo di fronte ad un mondo giovanile polimorfo e contraddittorio, che sfugge a facili classificazioni o tentativi di definizione e ci riporta al problema della complessità.
    Se poi tento di restringere l’angolo d’osservazione alla mia città, Torino, che da una parte radicalizza le differenze e polarizza le contrapposizioni, e dall’altra è laboratorio di solidarietà e di politiche sociali giovanili, devo ammettere che qui misuriamo le punte del disagio connotato d’immigrazione, insicurezza, conflitti, nuova tossicodipendenza.
    Sul versante immigrazione l’influsso massmediatico e certi tam tam politici facendo leva sulle paure della gente impediscono di scorgere quanto di positivo c’è in questo fenomeno, per nascondere e ostacolare i percorsi di quanti si vorrebbero seriamente confrontare per discernere i veri problemi. C’è da chiedersi quali siano i veri interessi di certi fronti. Non certo quelli di costruire città solidali, bensì la paura che altri vengano a sottrarci quei privilegi guadagnati con fatica. E si affilano a tal punto le armi del conflitto da non riuscire a scorgere che ancora una volta il prezzo lo pagano i ragazzi e gli adolescenti immigrati. Sono ragazzi che giungono nella città per lo più da soli, provengono dai quartieri più disagiati di Casablanca, da Kuribba, dall’Albania. Oppure ragazzini affittati a reclutatori che con le loro automobili di lusso girano per campagne aspre e povere del Magreb, da genitori la cui unica speranza è la giovane età dei figli e il mito luminoso di un paese lontano. In poco tempo vengono immessi nel giro dello sfruttamento: dai posti letto, alla consegna degli accendini e altro materiale da vendere, e poi ad altri mercati più redditizi come la droga. Per tutti il progetto iniziale è far soldi per essere sicuri di se stessi, per essere considerati dagli altri, tanti soldi da mandare a casa. Con facilità passano dalla condizione di spacciatore a quella di tossico. Come irregolari e clandestini sono stretti tra due tipi di paura: essere estradati (con tutti i sentimenti di fallimento rispetto al progetto dell’emigrazione anche nei confronti di chi hanno lasciato in patria, verso i propri familiari), o ritornare alla precarietà di vita, o allo sfruttamento del «giro» che li ha condotti a delinquere.
    Sul versante degli italiani la parola disagio giovanile si veste di tinte diverse. Li chiamano i bruciati della notte, generazione in ecstasy, quei ragazzi sballati e felici. L’Italia scopre di avere una nuova emergenza, una nuova classe di tossicodipendenti: i «drogati di pillole». L’allarme data dall’inizio degli anni novanta quando la moda di calare pasticche sembrava l’unico modo di vivere la notte. La realtà oggi quale è? Ragazzi dai 16 ai 25 anni che consumano, ben convinti di non essere dei drogati, ogni tipo di sostanza sintetica. Chi prende l’ecstasy non la riconosce come droga. Le pasticche non danno una dipendenza come gli oppiacei. Non c’è bisogno di prenderne tutti i giorni. È una sostanza compatibile con la vita normale – dice il responsabile del progetto «Nuove droghe» del ministero della solidarietà sociale – e si può lavorare dal lunedì al venerdì e trasformarsi in drogati del weekend. Il consumo di ecstasy nasce, infatti, con una ritualità che si ripete di settimana; in settimana è una sostanza eccitante, mentre l’eroina è un calmante, e quindi taglia fuori dal ciclo produttivo. Non c’è il sangue, non c’è la paura dell’Aids. Tutto questo contribuisce a dare alle droghe sintetiche quasi una parvenza di innocuità. Ma gli effetti più nocivi – al dire degli esperti – emergono a distanza di due o tre anni da quando si inizia ad assumere ecstasy. Dai diversi convegni sul tema un unico appello: è necessario che i ragazzi sappiano che le droghe di svago sono pericolose, certi danni cerebrali non sono recuperabili del tutto… e qualcuno dovrebbe dirlo ai ragazzi.
    Ed ancora. A Torino il Gruppo Abele apre in questi giorni una casa dei conflitti dove si aiuta non tanto a risolvere il conflitto bensì a gestirlo. Un’esperienza che fa capo al lavoro di mediazione sociale, all’ascolto delle vittime del reato. Un’inchiesta sui conflitti nelle scuole rivela che intere classi (superiori) identificano in un perentorio «gli spacco le gambe» la modalità per affrontare i litigi con i coetanei; molti studenti chiamati a scegliere la parola chiave rispetto al conflitto hanno scritto tutti i verbi sinonimi di uccidere-eliminare. E in un caso come nell’altro – al dire degli autori dell’inchiesta – non si trattava né di scuola di frontiera né di scuole collocate in aree particolarmente problematiche.
    Vi sono poi altre situazioni in cui i giovani dimostrano una sempre crescente difficoltà nell’affrontare i conflitti. Numerose storie – è la cronaca nera più frequente – di giovani che di fronte alla «rottura amorosa» e all’abbandono affettivo sentimentale non hanno trovato soluzione migliore della rabbiosa reazione di attacco fisico all’altro.
    Chi lavora nei centri della mediazione dei conflitti è concorde nel ritenere che si è di fronte ad un’evidente difficoltà dei ragazzi a fronteggiare la gestione dei loro conflitti e delle sofferenze che da loro ne derivano. «I piccoli, in questa esperienza, sembrano subire un’incontrollabile spinta ad accelerare i passaggi, per arrivare con rapidità ad una sorta di ‘punto di non ritorno’ al di là del quale resta soltanto la soluzione finale: l’attacco distruttivo».
    Ho accennato a tante facce del disagio così diverso da quello che si era soliti descrivere anche solo cinque o sei anni fa.
    I macro cambiamenti di tipo strutturale – economico, sociale, culturale – imprimono spinte di accelerazione a quei mondi – adolescenziale e giovanile – più fragili e più esposti. E il disagio che attraversa la normalità connotandosi di nuove modalità ne è un frutto palese.
    Il mondo è diventato un villaggio globale, ma l’effetto è di far affondare sempre più nella solitudine e nell’incertezza. La facilità della comunicazione e degli spostamenti non ha approfondito la qualità delle relazioni.
    «I giovani – dice don Sigalini – sono i primi a non potersi affidare a certezze incrollabili, ad affermazioni vere per definizione. La conseguenza più evidente, a mio avviso, non è l’individualismo o il relativismo, ma la solitudine da cui il giovane tende una mano. Qualcuno che ti dica dove fermare lo zapping delle varie visioni della vita è necessario. Questa è fondamentalmente ricerca di un educatore, di un adulto che ha ‘qualcosa di vero da vendere’. E, prima di essere un discorso, è la ricerca di una persona, di una compagnia».
    L’esperienza mi assicura che di questo c’è bisogno. E non lo credo un programma minimalista per la pastorale.