Università: fatti e misfatti



    Gioia Longo

    (NPG 1999-03-18)


    Parlare dell’Università oggi è un’operazione quantomai complessa, nella quale ognuno rischia di trasferire esperienze personali, successi, delusioni, frustrazioni. Non tenere nella dovuta considerazione l’elemento «mitico» connesso all’esperienza universitaria non consente di fare i conti con la realtà strutturale dell’Università stessa.

    I problemi

    L’Università oggi ha molti problemi, ma non tutti della stessa qualità. Una prima fondamentale distinzione riguarda la dimensione: nel nostro sistema convivono università piccole o medie e università di massa. È evidente che i problemi variano sensibilmente a seconda del tipo di Università che si frequenta. La maggior parte dei problemi di «estraneità» che molti studenti e studentesse vivono, sono legati proprio alla massificazione dell’insegnamento universitario. In questa prospettiva l’Università di Roma «La Sapienza» rappresenta l’esempio più eclatante con una popolazione studentesca di più di centocinquantamila persone. All’interno di questa realtà si registrano altre distinzioni a seconda delle Facoltà, non tutte frequentate, come è noto, allo stesso modo; ma, aspetto meno considerato, anche all’interno delle singole Facoltà esistono differenze tra discipline che presentano forme diverse di organizzazione della didattica che ne trasformano profondamente la fruizione da parte della popolazione studentesca. Tali distinzioni possono sembrare ovvie e, quindi, superflue; al contrario, invece, sono da tenere nella dovuta considerazione in quanto esse contribuiscono in modo sostanziale a creare l’«immaginario culturale» con il quale il singolo studente interagisce con la nuova realtà.
    Si realizza, infatti, una pericolosa miscela falsificante, distorcente che altera profondamente la possibilità di rapporti consonanti tra i soggetti principali della realtà universitaria: docenti e studenti. Spesso, proprio nella realtà universitaria, si realizza quello che con un detto popolare si indica come un «dialogo tra sordi».
    È questo un aspetto che riguarda molte altre istituzioni. Si può prendere, ad esempio, la struttura ospedaliera: la comunicazione tra pazienti e medici avviene su binari paralleli con una forte alterazione nei rapporti di potere tra i due soggetti a tutto svantaggio nei confronti dei pazienti.
    Questa realtà, senz’altro negativa in sé, influisce profondamente sulla creazione di atteggiamenti rinunciatari da una parte, oppure orientati a trovare soluzioni «esterne» che possono andare dalla fiducia in un «colpo di fortuna» o alla ricerca di «raccomandazioni», quali uniche scorciatoie e utili a risolvere i propri problemi.
    Atteggiamenti simili abitano anche il mondo universitario. Carenze strutturali quali sovraffollamento, insufficienza a livello di aule e laboratori, drammatico rapporto docente/studente in molti casi, anche se non in tutti, contribuiscono ad alimentare una cultura in senso antropologico – intesa come valori, orientamenti, atteggiamenti che ispirano le azioni dei singoli – che tende a caratterizzare la popolazione studentesca in termini «perdenti» o, quantomeno, di percezione di difficoltà considerate a volte insormontabili.
    La soluzione di molti di questi problemi supera le possibilità individuali interpellando direttamente i poteri pubblici. Su questo non ci sono dubbi e ciascuno di noi deve sentirsi chiamato in causa per gli aspetti di propria competenza.
    Non tutti i problemi richiamano, però, interventi al massimo livello. Un aspetto che viene sistematicamente sottovalutato e che comporta gravi conseguenze è quello che riguarda l’informazione. Solo chi vive dentro l’Università può apprezzare la portata di questa affermazione: studenti che reperiscono le informazioni che li riguardano da altri studenti. Il “Mi ha detto un amico...», «Sono venuto a sapere», ecc., sono ritornelli all’ordine del giorno; docenti, senz’altro carenti in prima persona, spesso vengono «informati» dagli studenti su notizie fondamentali riguardanti attività della propria cattedra come date di esami, orari di ricevimento, modalità di assegnazione delle tesi di laurea, ecc.
    Questa incertezza generalizzata, accettata come inevitabile, incide sensibilmente nel creare un clima di sospensione negativa, e alimenta sfiducia che in molti casi viene a legittimare atteggiamenti di fatalismo e in ultima istanza di passività.
    Per superare questa situazione o, meglio, per contribuire al suo superamento, dovrebbe ri-crearsi tra docenti e studenti un’alleanza, forme di veri e propri patti che potrebbero consentire un miglioramento di rapporti e di circolazione delle informazioni in termini di concreta fruibilità ed efficace comunicazione. Questa realtà si aggrava sensibilmente nel caso di studenti fuori sede, per i quali i problemi comuni a tutti gli studenti si dilatano a dismisura assumendo in alcuni casi il carattere di insuperabilità. Lo studente fuori sede deve fare i conti con nuove forme di vita: il passaggio da piccole realtà di paese o di cittadine di limitate dimensioni, anche se desiderato, è già traumatico di per sé. L’incrocio con la realtà universitaria che si presenta piena di novità, alle quali si aggiungono le difficoltà di approccio comuni a tutti gli altri studenti, diventa spesso drammatico tanto da cominciare a delineare quegli elementi di disagio e di disaffezione che poi si traducono in curricula universitari che danno luogo a molti anni di fuori corso e non sempre si concludono con la laurea.
    La mancanza di spazi nei quali gli studenti possono studiare e, quindi, ritrovarsi e riconoscersi come comunità legata all’esperienza culturale che si va facendo, contribuisce sensibilmente al senso di estraneità che è un dato comune che quasi tutta la popolazione studentesca testimonia.

    Per un dialogo

    Gli aspetti positivi che, nonostante tutti gli elementi che si è cercato di evidenziare, sussistono, potrebbero essere molto più numerosi ed esplicitare tutte le loro potenzialità, se solo tutti i soggetti operanti nella struttura universitaria riuscissero a impostare e realizzare modalità di dialogo effettivo.
    Anche sulla parola dialogo bisogna mettersi d’accordo. Il dialogo deve comprendere parole e strutture note e visibili nelle quali le informazioni passano e diventano, quindi, veri e propri canali di comunicazione.
    Le carenze in questo ambito diventano alibi per il destinatario delle informazioni in funzione di uno sganciamento e di una deresponsabilizzazione personale che specularmente porta ad un processo di colpevolizzazione del corpo docente e della struttura universitaria in genere.
    Questa situazione si aggrava quando gli studi si avvicinano alla conclusione e comincia a profilarsi il problema del lavoro. Non a caso si è parlato di «problema» e non di prospettiva, perché una cosa emerge chiaramente nell’«humus» universitario: l’incertezza sul piano delle possibilità lavorative collegate al tipo di studio che si è concluso o che si è in procinto di concludere. Personalmente sono propensa a considerare questa realtà non solo come effetto di disorganizzazione, ma anche come una forma, in ultima analisi, di gestione del potere. Questo sistema, risultato di reciproche mancanze, tutto sommato è funzionale ad una gestione ristretta delle opportunità, purtroppo in assoluto molto ridotte.
    Concludendo, l’unica affermazione che si può fare riguarda il fatto che non è possibile nessuna conclusione. Il fatto di trovarsi in una situazione che si avverte, pur da punti di vista diversi come «limite», indica anche che cambiamenti non possono ulteriormente essere rinviati e che, per certi aspetti, sono già in atto, come la recente legge sulla riforma universitaria ha stabilito. Si è, quindi, in una situazione di crisi, che presuppone una trasmissione che prelude sicuramente a molti mutamenti.
    Sarebbe esiziale trovarsi impreparati a quella situazione che, proprio per la sua delicatezza ed importanza, richiede il massimo dell’impegno attivo e «creativo» di ciascuno nella direzione della massima responsabilità assunta a livello personale e collettivo.