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    Una esperienza di formazione

    per animatori

    A cura di Dalmazio Maggi


     

    Premessa
    UNA CONSTATAZIONE ESALTANTE

    Disponibilità e desiderio di qualificazione

    In ogni oratorio-centro giovanile, attorno all’incaricato dei giovani, ci sono tanti, giovani e adulti, "che danno una mano" per mandare avanti attività e gruppi di tipo ricreativo e sportivo, culturale e sociale, catechistico e liturgico, apostolico e missionario. È un mondo popolato da tipi diversi.
    C'è il catechista parrocchiale che dopo anni di routine tra ragazzi sfocia nel mondo adolescenziale e intuisce che c'è qualcosa da aggiornare nel suo ruolo di catechista: o perché ve lo spingono le situazioni o perché gli è cresciuta la coscienza e la responsabilità e desidera essere ancora a servizio della comunità, agganciando anche i più grandi. C'è anche l'adulto, che ha vissuto in prima persona un periodo di contestazione, incomincia a dire "ai miei tempi", e che soprattutto non si adatta a queste nuove generazioni di adolescenti che non sanno coniugare la parola "impegno" e vuole ritrovare un suo ruolo di responsabilità nell'oratorio.
    Qualcuno è approdato all'animazione accalappiato per un'estate. Gli hanno detto: "Dacci una mano con questi ragazzi ad animare il campo estivo". Il campo estivo dal punto di vista educativo è riuscito e all'inizio dell'anno si trova con un gruppetto di ragazzi che continuano a considerarlo un amico. Tra questi animatori si staglia nitida per il suo entusiasmo, ma anche spesso per la sua incoscienza, la figura del giovanissimo che fa animazione, dandosi da fare in varie attività. Animare esige qualità, maturità, abilitazione a muoversi nelle funzioni educative.
    All'interno dell'oratorio-centro giovanile emergono i responsabili, soprattutto delle associazioni di tipo educativo. Avendo studiato gli elementi di un progetto educativo ed essendo stati coinvolti nella riflessione sul senso del servizio educativo competente, anche essi sono approdati all'idea di qualificarsi nell'animazione.
    Qualcun altro è approdato al discorso dell'animazione come all'unica strada per potersi impegnare nell'oratorio-centro giovanile, soprattutto nelle attività di tipo culturale, teatrale e musicale. Oltre l'interesse per il settore di attività si esige una competenza educativa per stare con i ragazzi e fare vere esperienze culturali.
    C'è anche una figura tipica di collaboratore all'interno dell'oratorio-centro giovanile: l'allenatore sportivo. Nella squadra è lui il vero "educatore", o meglio "trascinatore". Quello che riesce ad ottenere lui con i ragazzi, i genitori, il direttore dell'oratorio e i dirigenti della stessa polisportiva nemmeno se lo sognano. Nasce allora il problema di evidenziare maggiormente la funzione educativa di tale presenza, che ha una forte incidenza formativa. Se saprà appropriarsi di uno stile di animazione riuscirà a far crescere non degli idoli o dei falliti, ma degli uomini.
    Si avventura nell'animazione anche qualche coppia di genitori, che avvertono le difficoltà in cui si dibatte l'oratorio nel seguire i vari gruppi e nell'animare soprattutto il cortile e le sale da gioco, perché non diventino "terra di nessuno". Animazione diventa per loro una aspirazione, una intuizione in cui si condensano comprensione e fedeltà ai giovani, ma insieme attenzione e proposta di valori, di principi, di esperienze mature.

    Un patrimonio di esperienze e riflessione

    A livello di esperienze e di riflessione, in ambito ecclesiale, quando si parla di formazione e di piani di formazione si mette in evidenza a chi ci si riferisce (il già realizzato serve come punto di partenza) e a quali mete intendiamo arrivare (il non ancora realizzato come punto ideale da raggiungere). Per lo più ci si aggancia a qualche intuizione del Concilio, da cui si prende spunto per approfondire il significato di quanto si propone e per dichiarare la portata di attualità che ancora conserva.
    In ogni piano di formazione la figura che viene presentata è quella del catechista, che si qualifica come colui che annuncia il Vangelo del Signore.
    Sulla spinta del Concilio si è sempre più approfondito il “come” annunciare e si è più riflettuto non solo sulle conoscenze da acquisire ma anche sugli atteggiamenti da interiorizzare e sui comportamenti da assumere e promuovere, perché il catechista sia sempre più annunciatore di “quanto ha fatto e detto” Gesù.
    Già Paolo VI, durante il Concilio, riflettendo “per quali vie la Chiesa Cattolica debba oggi adempiere il suo mandato” (ES 1964) impegna la Chiesa a mettersi in atteggiamento di dialogo, ascoltando (“prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna ascoltarlo e parlargli” (n. 70)), e immedesimandosi nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo e condividendo la vita degli uomini (“senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile” (90)), coscienti che “il clima del dialogo è l’amicizia; anzi il servizio”.
    La Chiesa italiana approfondendo il “come” evangelizzare e per rinnovare la catechesi (RdC 1970), ribadito che il catechista è un testimone e un insegnante evidenzia la qualifica di “educatore”, cioè uno che introduce il credente “nella pienezza dell’umanità di Cristo, per farlo entrare nella pienezza della sua divinità” (60).
    Ancora Paolo VI nella esortazione “l’impegno di annunziare il Vangelo” (EN 1975) ricorda che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (41).
    Negli orientamenti pastorali “la formazione dei catechisti nella comunità cristiana” (1982) si delinea l’identità del catechista, maestro, educatore e testimone per la crescita di tutti, si indicano le mete della formazione e si prospetta un itinerario di formazione e si propongono scuole di formazione, che “rappresentano un passaggio necessario soprattutto in ordine alla competenza riguardo ai contenuti e alle metodologie”.
    L’Ufficio Catechistico Nazionale ha offerto nella pubblicazione “Itinerario per la vita cristiana: linee e contenuti del progetto catechistico italiano” (1984) uno strumento adeguato di studio di riflessione da parte degli stessi catechisti impegnati nei diversi ambiti della pastorale, promovendo in ciascuno una rinnovata e dinamica capacità progettuale”. Nella Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo “il rinnovamento della catechesi” (1988) si afferma che “i tempi esigono che inventiamo sempre nuove qualificazioni, che affrontiamo specializzazioni sempre diverse e puntuali” e che oggi è particolarmente urgente avviare itinerari organici e sistematici per la formazione a diventare catechisti”, “allo scopo di maturare nei catechisti la figura del discepolo, dell’inviato, del maestro, dell’educatore”.
    Negli orientamenti pastorali per gli anni 90: Evangelizzazione e testimonianza della carità (ETC 1990) la prima via per annunciare e testimoniare il vangelo della carità è “educare i giovani al vangelo della carità” e si afferma che “il metodo da seguire è quello dell’evangelizzazione di tutta l’esperienza giovanile” (45).. Nella nota pastorale “con il dono della carità dentro la storia” (1996) si dice che “i giovani chiedono di non essere lasciati soli”. ”È perciò indispensabile formare educatori in grado di accompagnarli nel cammino personale e di gruppo, disponibili a loro volta a lasciarsi educare dagli stessi giovani, dalle loro attese e dalle loro ricchezze” (40). Nel documento, integralmente dedicato ad “educare i giovani alla fede” (1999), i vescovi esprimono una esigenza pastorale: che “gli educatori dei giovani devono saper comporre armonicamente proposta d’incontro e attenzione educativa, iniziative di animazione e percorsi personalizzati”. Nel dicembre del 1999 l’Ufficio catechistico nazionale presentando “il catechismo dei giovani nella pastorale giovanile”, auspica “un nuovo animatore-guida”, “una nuova figura di educatore-animatore-catechista” e presenta alcune caratteristiche che devono essere coltivate e consolidate dal “catechista-animatore”.
    Il Papa dialogando con i giovani, durante la veglia a Tor Vergata, li impegna a far sì che ogni evento della loro vita diventi “una sorta di laboratorio della fede”, in cui il Signore si propone e il giovane risponde, con passione li invitati a farsi aiutare per comprendere meglio la parola del Signore, e li rassicura che in questi compiti non sono soli: ci sono le famiglie, le comunità, i sacerdoti. gli educatori e soprattutto tanti di loro come amici.
    I Vescovi negli orientamenti per il 2000 “comunicare il vangelo in un mondo che cambia” nei riguardi dei giovani, con molto coraggio scrivono: “se non sapremo trasmettere loro un’attenzione a tutto campo verso tutto ciò che è umano - la storia, le tradizioni culturali, religiose e artistiche del passato e del presente -, saremo corresponsabili dello smarrirsi del loro entusiasmo, dell’isterilirsi della loro ricerca di autenticità, dello svuotarsi del loro anelito alla vera libertà”. “Occorre saper creare veri laboratori della fede, in cui i giovani crescano, si irrobustiscano nella vita spirituale e diventino capaci di testimoniare la Buona Notizia del Signore” (51).
    Penso opportuno chiudere questa carrellata di indicazioni, tutte di attualità, con un documento di un gruppo di educatori salesiani che hanno scritto: “Tutto ciò viene fatto sull’esempio del Signore e seguendo il metodo della sua carità di buon Pastore sulla via di Emmaus. Ripetiamo i suoi atteggiamenti: prendiamo l’iniziativa dell’incontro e ci mettiamo accanto ai giovani; con loro percorriamo la strada ascoltando, condividendo le loro ansie ed aspirazioni; a loro spieghiamo con pazienza il messaggio esigente del Vangelo; e con loro ci fermiamo, per ripetere il gesto di spezzare il pane e suscitare in essi l’ardore della fede che li trasforma in testimoni e annunciatori credibili”.

    1. L’ANIMAZIONE: UNA PROPOSTA E UNA SCELTA QUALIFICANTE

    L’azione pastorale di molte persone e comunità, oltre che per l’apertura massima e per la connotazione educativa, si caratterizza per un tipo di rapporto, per un modo di elaborare dei contenuti e per uno stile di accompagnamento che vengono designati con la parola “animazione”. Ma l’animazione ha il volto concreto di una persona: l’animatore. La sua preparazione e il suo servizio sono al centro dell’attenzione di chi ha a cuore la vita dei ragazzi e dei giovani.
    Da qualche anno, come abbiamo constatato nelle premesse, si parla di “animatore”. Occorre ricordare che nella mentalità comune questo termine richiama, per lo più, una funzione: colui che sa intrattenere e far divertire altre persone, piccoli o grandi.
    È necessario e urgente aiutare tutti a prendere coscienza della scelta, che si è fatta e si vuole ribadire, di essere educatori con lo stile dell’animazione. Nel lavoro pastorale scegliamo la via dell’educazione della persona; nell’educazione scegliamo l’animazione. Animatore è quindi una qualità ed evidenzia una identità. Il che vuol dire “avere un’anima”, cioè un ideale da raggiungere; “metterci l’anima”, cioè creatività e fantasia da trasmettere; “dare l’anima”, cioè una passione che è coraggio di proposta.
    Qual è il significato fondamentale di questa scelta? Essa implica l’accogliere il giovane nel punto in cui si trovano la sua libertà e la sua maturazione, il risvegliare le sue potenzialità aiutandolo a gestire la propria vita. Vuol dire anche saper aprire la sua vita a nuove proposte coinvolgendo la sua responsabilità.
    Si tratta, in sostanza, di considerare l’educazione e l’evangelizzazione nelle loro corrette dimensioni e di stimare valido e importante per l’autocostruzione ogni aspetto dello sviluppo e ogni germe di energia, anche latente. Le risorse di cui è investito un giovane, anche povero, costituiscono le sue possibilità di crescita umana e cristiana.
    Educazione-evangelizzazione, concepite alla luce dell’animazione, implicano un rapporto educativo liberante e propositivo, un processo educativo costruito in base ad obiettivi raggiungibili, una particolare maniera di gestire le esperienze educative e un certo modello di gruppo. Ciascuno di questi elementi e il loro insieme vanno ripensati per rendere efficace la scelta.
    Per questo la nostra proposta di formazione.
    - I destinatari sono coloro che abbiamo individuato nelle premesse: i tanti che “già” si impegnano nel servizio educativo ai giovani.
    - La meta da raggiungere, l’ideale che abbiamo in mente, “il non ancora” è:
    - esplicitare gli atteggiamenti da interiorizzare (le intuizioni fondamentali);
    - indicare i comportamenti da assumere (le opzioni operative);
    - fare vedere il volto concreto dell’animazione (l’animazione: una scelta qualificante);
    - evidenziare la metodologia da seguire (l’animazione per un gruppo “laboratorio di vita”);
    - sottolineare che è una scelta per educare a viver una vita in pienezza in Cristo (l’animazione per un gruppo “laboratorio della fede”;
    - impegnare ad inserirsi attivamente e criticamente nel territorio (l’animazione: ponte tra la strada e la chiesa)

    1.1. Le intuizioni fondamentali

    Nella prassi educativa tipica degli oratori e degli ambienti giovanili si fa attività di educazione nello stile dell'animazione. Quindi è possibile aggiungere ad educatore la qualifica di "animatore", uno che ha in sé un'anima, come spinta di carattere ideale, dà un'anima, come creatività e fantasia di progetto, a tutto ciò che pensa, dice e fa, "ci mette l'anima", come forza, energia e coraggio nel realizzare il progetto educativo. L'animazione è, prima di tutto, un modo di pensare al giovane, ai suoi dinamismi, ai processi in cui gioca la sua maturazione.
    Le intuizioni fondamentali sono quelle percezioni della realtà giovanile che ispirano e sostengono tutta l'azione educativa in qualunque ambiente e in qualunque settore di attività, che sono messe in cantiere a servizio dei giovani.

    * La fiducia nel giovane
    Una prima intuizione è la fiducia nella persona del giovane e nelle sue capacità e potenzialità di bene.
    - Ci sono dentro di lui risorse che, convenientemente risvegliate e alimentate, possono far scattare una energia nuova perché possa crescere, "essere di più, valere di più". È l'esperienza anche di don Bosco nel visitare le carceri, espressa in forma di massima: "In ogni giovane c'è un punto accessibile al bene...". Ogni cammino educativo parte, allora, dalla valorizzazione di ciò che il giovane si porta dentro come dono di tante persone, che hanno dato corpo allo Spirito del Signore, e che l'educatore cerca di scoprire con intelligenza, di far emergere con pazienza, di far maturare con fiducia nella direzione del trinomio: ragione, religione e amorevolezza.
    Il termine "ragione" sottolinea, secondo la visione dell'umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana. Il secondo termine "religione" indica che la pedagogia di don Bosco ha come obiettivo l'uomo che in Gesù di Nazaret trova il maestro, il modello, il Salvatore. Infine, dal punto di vista metodologico, l'amorevolezza, che è un atteggiamento di disponibilità per i giovani, simpatia profonda e capacità di dialogo.
    - Fiducia poi in ciò che l'umanità ha prodotto nel tempo e continua a produrre come cultura umana. Pur critica verso le false umanizzazioni e le distruzioni dell'uomo, della natura e dei popoli, l'esperienza educativa ispirata a don Bosco non dà un giudizio "negativo" sulla vita sociale. Vede affiorare, anche se tra tante contraddizioni, dei germi del Regno di Dio dentro la cultura e la storia.

    * La forza della scelta educativa
    Una seconda grande intuizione è che le capacità e potenzialità di bene nei giovani, per potersi sviluppare, hanno bisogno di un apporto di tipo educativo. Essi, da soli, soprattutto nella società complessa e pluralista di oggi, non riescono ad esprimere le energie che si portano dentro in maniera personale e originale.
    A contatto con educatori, che nutrono una profonda passione e amorevolezza educativa, i giovani invece si sentono sollecitati a manifestare la loro parte migliore e apprendono a far propria il meglio dell'esperienza umana e cristiana degli adulti.
    L'impegno educativo di tanti animatori ha condotto a due grandi sottolineature:
    - la valorizzazione della relazione interpersonale segnata dalla fiducia, dalla condivisione e dall'accoglienza reciproca, come forza che fa crescere il giovane e lo apre all'incontro con sé, con gli altri e con il Signore della vita, di cui l'educatore è espressione e voce;
    - il coraggio di fare proposte segnate dal gusto per il bene, il bello, il vero, sperimentate in modo coinvolgente, orientate non ad arginare o contenere ma a costruire. Soltanto così le energie di bene vengono curate e possono dare frutto sul piano personale e comunitario.

    * L'educazione "via all'evangelizzazione"
    Una terza intuizione è un modo originale di accompagnare i giovani in un cammino di educazione alla fede. Si parla di educazione come via all'evangelizzazione, alla luce dell'orientamento diventato ormai patrimonio comune: educare evangelizzando ed evangelizzare educando.
    - Il processo educativo aiuta i giovani a vivere e amare la vita attraverso risposte personali, radicate nei grandi valori umani, fino a riconoscere che l'esistenza porta in sé una domanda di tipo religioso, che ha una risposta nella vita e nell'insegnamento di Gesù di Nazaret, che diventa modello di comportamento,
    - Il processo di evangelizzazione propone la fede come risposta e provocazione ulteriore all'amore per la vita, fino a riconoscere che Gesù è il Signore e la pienezza della vita. L'annuncio della fede è così una spinta sempre più intensa di umanizzazione e si riflette su tutti gli aspetti della crescita umana a livello fisico, intellettuale e spirituale.
    "In continuità con l'impegno di maturazione e di promozione dei valori più specificamente umani si sviluppa nell'azione educativa, ispirata a don Bosco, la direzione propriamente religiosa e cristiana. Le due linee non sono di per sé cronologicamente successive né tanto meno divergenti, ma toccano due aspetti essenziali dell'unica vocazione dell'uomo quale è delineata nel progetto di Dio".
    Le due linee costituiscono un unico itinerario formativo: l'educazione apre all'esperienza religiosa e all'ascolto-accoglienza del Vangelo. Il Vangelo si fa seme dentro l'esperienza maturata fino a quel momento, e restituisce ai giovani una nuova progettualità quotidiana. In tale processo si valorizzano non solo i momenti "religiosi", ma anche quanto si riferisce alla crescita della persona fino alla sua maturità.

    * La vita: tema centrale del dialogo educativo-pastorale
    Una quarta intuizione è il fare della vita il tema centrale del dialogo educativo e pastorale: la vita quotidiana nelle sue piccole, attuali, ma decisive attese, problemi, paure, speranze, progetti.
    Si tratta di condividere con i giovani un profondo amore alla vita che trova fondamento nella buona notizia del Vangelo da accogliere e da cui lasciarsi trasformare.
    - Dialogare della vita quotidiana è abilitare alla consapevolezza che nella normalità delle situazioni quotidiane, contrassegnate anche dal limite, il giovane è capace di rendere più umana la sua vita e di viverla nella gioia.
    - Dialogare della vita quotidiana è, contemporaneamente, favorire il luogo in cui esprimere una domanda di tipo religioso, aprendosi all'incontro con Gesù di Nazaret e al suo Vangelo fino a decidersi di amare la vita come l'ha amata Lui:" Sono venuto perché abbiano la vita... in abbondanza" (Gv 10,10).
    A proposito di questo tema centrale del dialogo educativo-pastorale, di don Bosco è stato affermato che "il suo particolare segreto fu quello di non deludere le aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro), e insieme di portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella "vita di grazia", cioè nell'amicizia con Cristo, si attuano in pienezza gli ideali più autentici" (Giovanni Paolo II).

    * Il protagonismo dei giovani nel processo educativo
    Una quinta intuizione è la convinzione che i giovani devono essere i soggetti protagonisti della loro crescita umana e cristiana. Ciò non significa abbandonarli a se stessi. L'azione educativa nello stile dell'animazione vuole svegliare nel giovane una collaborazione attiva e critica al cammino educativo, misurata sulle sue possibilità.
    - Nel giovane sono presenti, nonostante i condizionamenti interiori e ambientali, un insieme di attitudini e di qualità alle quali l'educatore deve continuamente far riferimento e, con la sua presenza attiva, farle crescere e maturare, sollecitando ogni giovane ad assumere responsabilmente la propria vita.
    - Il giovane non può essere considerato solo oggetto o recettore di norme o proposte, ma neppure abbandonato a se stesso. È chiamato a farne esperienza, ad assimilare e far propria una scala di valori culturali e religiosi fino a farli diventare suo indispensabile equipaggiamento.
    L'educatore, da parte sua, si sente impegnato a scoprire, rispettare e valorizzare l'originalità del soggetto, favorendone le caratteristiche e le attitudini. La maturazione avviene solo se fra educatori e giovani si crea una collaborazione attiva e consapevole.
    L'esito è la capacità di camminare da solo, in autonomia, di fare scelte critiche, di assumere uno stile di vita significativo, arrivando ad affermazioni e modi di vivere a volte impensati per lo stesso educatore, che pure l'ha accompagnato nel suo cammino.

    * L'apertura a tutti i giovani e ad ogni giovane
    Una sesta intuizione è l'attenzione ad elaborare proposte in cui tutti i giovani possano essere coinvolti.
    La cordialità e l'amicizia rendono l'educatore punto di riferimento per tutti, soprattutto per i giovani più poveri, per quelli che hanno meno sicurezze affettive o sociali. Con questi, in modo particolare, l'educatore è disposto a condividere ansie e problemi, pur di accompagnarli nei momenti decisivi dell'esistenza.
    - L'apertura a tutti i giovani non significa abbassamento delle attese educative, ma urgenza di offrire ad ognuno ciò di cui ha bisogno qui-ora e chiedergli di rispondere con gesti commisurati alle sue possibilità.
    - Tutti i giovani che vivono in un ambiente educativo entrano in contatto con un'unica proposta di vita e di spiritualità. In qualche modo camminano percorrendo un unico itinerario, al cui interno vengono ritagliati diversi percorsi educativi e religiosi, a seconda dei giovani che vi sono coinvolti. Questa gradualità e differenziazione, dentro un unico cammino, è una scelta che qualifica il servizio educativo a tutti i giovani.

    1.2. Le opzioni operative

    Il metodo educativo a cui è legata la genialità di don Bosco è quella prassi educativa che egli stesso chiamò "Sistema Preventivo".
    Bisogna ricordare la volontà dell'educatore di prevenire il sorgere di esperienze negative, che potrebbero compromettere le energie del giovane oppure obbligarlo a lunghi e penosi sforzi di recupero. "Ma nel termine "preventivo" ci sono anche profonde intuizioni, quali: l'arte di educare in positivo, proponendo il bene in esperienze adeguate e coinvolgenti, capaci di attrarre per la loro bellezza; l'arte di far crescere i giovani "dall'interno", facendo leva sulla libertà interiore, contrastando i condizionamenti esteriori; l'arte di conquistare il cuore dei giovani per invogliarli con gioia e con soddisfazione verso il bene, correggendo le deviazioni e preparandoli al domani attraverso una solida formazione del carattere" (Giovanni Paolo II).
    Le opzioni operative sono le scelte fondamentali di metodo educativo, che ogni educatore deve fare sue come piattaforma condivisa.

    * Vivere l'accoglienza
    L'impegno di educazione dei giovani si imbatte spesso in un ostacolo: molti giovani, pur avvicinandosi a degli adulti, non sono raggiunti dal loro messaggio né dalla loro testimonianza. Rimane tra gli educatori e la maggior parte dei giovani una distanza che qualche volta è fisica, ma spesso è soprattutto psicologica e culturale. Eliminare queste distanze, farsi prossimi, accostarsi a loro è sempre il primo passo da fare.
    Il sistema preventivo è pedagogia dell'accoglienza gratuita e disinteressata.
    Da intuizione teorica diventa un modo di fare educazione con i giovani quando si realizzano alcune condizioni.
    - Significa saper creare un clima di relazioni interpersonali amichevoli, prima, fra i giovani stessi e, poi, fra educatori e giovani, in cui prevale la confidenza reciproca, la spontaneità, il dialogo, la condivisione.
    È fondamentale l'accettazione dei giovani così come sono, senza troppi filtri che selezionano l'entrata e, spesso, facilitano l'uscita da un ambiente educativo.
    Ci sono dei "criteri" di ammissione, pena il dequalificare l'ambiente educativo; ma sono ridotti al minimo, affinché ad ognuno sia data la possibilità di intraprendere un cammino educativo.
    - L'accoglienza genera una circolazione di reciproca amicizia, stima e responsabilità, al punto da suscitare nel giovane la consapevolezza che la sua persona ha un valore ed un significato che oltrepassa quanto egli stesso aveva immaginato. E questo mette in azione ogni sua migliore energia.

    * Creare un ambiente di "tipo oratoriano"
    L'accoglienza tocca più profondamente quando a coinvolgere il giovane non è solo una persona, ma tutto un ambiente carico di vita e ricco di proposte.
    Paradigma di ogni ambiente è l'oratorio “alla don Bosco”: casa che accoglie, cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria, scuola che avvia alla vita, comunità credente che educa alla fede. L'ambiente "oratoriano" non è primariamente una specifica struttura educativa, ma un clima che caratterizza ogni opera educativa.
    I rapporti improntati alla confidenza e allo spirito di famiglia, la gioia e la festa che s'accompagnano alla laboriosità e al compimento del proprio dovere, le espressioni libere e molteplici del protagonismo giovanile, la presenza amicale di educatori che sanno fare proposte per rispondere agli interessi dei giovani e suggeriscono nel contempo scelte di valori e di fede, ne costituiscono le caratteristiche principali.
    In questa opzione vanno individuate diverse scelte.
    - Si propongono oltre le attività sportive altre iniziative per rispondere agli interessi diversi dei giovani. Queste diverse attività sono luogo in cui le attese dei giovani entrano in contatto con le proposte di valore e di fede degli educatori. Si tratta sempre di esperienze educative. Così i giovani vengono coinvolti in forma leale nella scoperta dei valori e li assimilano facendone esperienza diretta.
    - Si cerca di legare le esperienze tra loro da una appartenenza crescente all'ambiente. Se le attività non aiutano a riconoscersi nell'ambiente educativo, diventano un inutile dispendio di energie.
    Il clima, lo spazio di libertà, lo spirito di solidarietà, il protagonismo educativo sono gli elementi più importanti che permettono ad ogni comunità educativa di avvicinarsi al modello oratoriano.

    * Stare con i giovani
    È il principio dell'assistenza alla don Bosco. L'educatore, come assistente, vive la sua funzione tra la condivisione quotidiana e appassionata della vita dei giovani e l'impegno di essere di stimolo, proposta, arricchimento umano e religioso oltre le conquiste che i giovani hanno già fatto per conto loro.
    La convinzione di fondo è che il giovane libera tutto il suo potenziale positivo quando gli educatori non si sottraggono al compito di essere presenti e attivi, ma offrono elementi di maturazione, prevengono situazioni negative, aprono costantemente ad una visione umana e religiosa dell'esistenza.
    Questa opzione si concretizza in alcune sottolineature.
    - Giovani e adulti vivono un'unica esperienza educativa di crescita umana e cristiana secondo la propria ricchezza personale e la propria competenza: sono tutti "a scuola", gli uni educatori degli altri.
    - In questo tipo di convivenza si scopre il ruolo specifico dell'adulto. Egli è consapevole di dover trasmettere, a nome della società e della comunità credente, quanto lungo la storia è stato elaborato, ed è realmente punto di riferimento e motivo di crescita personale prima di essere proposta ai più giovani.
    - Viene valorizzato lo "stare insieme" come luogo educativo. Non si gioca insieme per "poi" educare e fare proposte. La condivisione quotidiana, ispirata all'amore per la vita e alla passione educativa ed evangelizzatrice, è già scambio di valori umani e di fede. Stare con i giovani non è "perdita di tempo", ma comunicazione immediata e vitale, molto più efficace di quanto non sia quella soltanto verbale. Questo richiede un dispendio di energie fisiche, psichiche e spirituali che impegnano fortemente l'educatore.

    * Favorire l'esperienza di gruppo
    Si parte dalla convinzione che per educare nello stile del sistema preventivo è essenziale che i giovani facciano una esperienza di gruppo con la presenza di uno o più educatori.
    La scelta del gruppo è una scelta oggi irrinunciabile. L'educatore si decide per il gruppo, perché sa che tale forma di aggregazione:
    - costituisce la mediazione tra la grande massa in cui si rischia l'anonimato ;
    - aiuta il giovane a ritrovare più facilmente la propria identità e a riconoscere ed accettare la diversità degli altri;
    - è il banco di prova in cui fare esperienza di solidarietà;
    - è il passaggio quasi obbligato per maturare un'esperienza di comunità e di chiesa;
    - è segno di vitalità, dentro una più vasta comunità educativa: permette ai giovani di essere protagonisti e di elaborare valori su cui poggiare per tutta la vita.
    La proposta educativa di fare gruppo ha assunto alcune caratteristiche.
    - la spontaneità nell'associarsi: questo è più una conquista che un punto di partenza;
    - la valorizzazione di tutti gli interessi giovanili come elementi attorno a cui è possibile aggregarsi. Ogni legittimo interesse è educativo e offre la possibilità di intraprendere e percorrere un cammino di crescita: lo sport è uno di questi punti di partenza.

    * Progettare itinerari educativi
    La crescita umana e cristiana dei giovani è affidata all'esperienza gratificante delle attività e alla capacità unificante dell'ambiente ed è fondata sui contenuti educativi presentati in maniera sistematica. Ma l'esperienza deve adeguarsi ai singoli ragazzi che vivono diverse situazioni personali e ambientali, anche se si misura sempre con la meta a cui tendere.
    Si tratta di un itinerario "educativo", che:
    - prende i giovani nella situazione in cui si trovano e si impegna a sostenerli e orientarli a compiere i passi verso la pienezza di umanità e loro possibile.
    - si adegua a coloro che devono incominciare: la scelta educativa di privilegiare i più poveri e i più piccoli è la condizione previa per dialogare veramente con tutti, anche con quelli che sono "lontani".
    - procede sempre verso traguardi ulteriori: si apre fino a quegli orizzonti di donazione e di condivisione che lo Spirito sa svelare ai giovani.
    - prende atto, infine, che ogni giovane ha un suo passo, diverso dal passo degli altri: che gli esiti delle tappe non sono uguali per tutti e che, quindi, il percorso va adeguato ad ogni singolo caso.

    3. L’ANIMAZIONE: UN VOLTO CONCRETO: L’ANIMATORE

    3.1. Il profilo dell'animatore

    Per ritagliare il profilo originale dell'animatore come persona e tratteggiare le caratteristiche della sua azione educativa nel gruppo giovanile, è necessario collocarlo all'interno di un sistema composto da vari elementi.

    * L'animatore dentro una comunità educativa
    Si comprende l'animatore considerando la sua figura specifica dentro una comunità o équipe educativa, cui partecipano, a diverso titolo ma con identica preoccupazione educativa soggetti vari: i giovani, i genitori, i dirigenti, gli accompagnatori...
    - appartenenza alla comunità
    L'animatore appartiene a una équipe fino ad essere sua espressione. Ne condivide le scelte di fondo, alla cui elaborazione partecipa. Il riconoscimento del suo ruolo crea nell'équipe un legame speciale. Ad essa risponde perché ne incarna la missione educativa, e in essa vive le dinamiche personali più profonde: la scelta giovanile, la passione educativa.
    - ruolo specifico
    Nella équipe educativa egli ha un ruolo specifico. L'équipe prevede e mette in gioco numerose competenze: il catechista e l'educatore alla fede, il dirigente della società sportiva, l'esperto del collegamento tra istituzione educativa e territorio, il direttore tecnico, il responsabile dell'organizzazione... Tutti, insieme ai giovani, sono considerati educatori gli uni degli altri.
    L'animazione viene ad essere come una qualità diffusa che si arricchisce con la diversità delle funzioni e informa tutti i momenti e i processi con i suoi valori e i suoi metodi.
    Specifico dell'animatore è lo stare in mezzo ai giovani per sollecitarli a maturare assieme attraverso l'esperienza della gruppo.
    - solidarietà e complementarità
    Il ruolo specifico dell'animatore è solidale e complementare con gli altri ruoli e funzioni della comunità educativa, fino a costituire una mediazione tra gruppo e comunità, tra squadra ed équipe educativa, tra dinamiche di gruppo e dinamiche associative.
    La comunità e l'équipe educativa ha dinamiche proprie e varie, legate agli obiettivi educativi generali e comuni, e alle sue dimensioni e alla sua organizzazione. L'animatore si fa portatore delle istanze specifiche che nascono dal fare gruppo e che chiedono spazio e disponibilità al cambiamento.
    Proprio perché è originale, il compito dell'animatore risulta a volte difficile; egli può incontrare difficoltà o con il gruppo o e con l'équipe o con la comunità degli educatori. Egli non si sottrae a questo conflitto, ma lo elabora in positivo per il bene dell'intera comunità educativa. Non privatizza la gruppo e non si lascia assorbire da esso e dal suo punto di vista, fino a sentirsi in opposizione con la comunità nel suo insieme.
    D'altra parte è chiamato ad uscire dal ruolo di animatore di un gruppo per collocarsi, insieme agli altri animatori e responsabili, nella progettazione e verifica globale, nel clima di amicizia, di festa e celebrazione della fede che caratterizza ogni ambiente educativo nello stile di don Bosco.

    * Il cammino formativo dell'animatore
    Il profilo dell'animatore si va plasmando nel cammino formativo che egli deve fare. La complessità del suo ruolo e dei suoi compiti fa sì che egli debba inventare continuamente il proprio lavoro sotto la spinta della sua "passione educativa", a partire dall'esperienza acquisita, mediante una riflessione sistematica sempre più acuta.
    Egli cresce così con tratti originali di maturità umana, di competenza professionale e di profondità spirituale.

    - la maturazione personale
    L'accumulo di esperienza nel servizio ai giovani porta l'animatore a crescere come uomo e ad arricchire positivamente l'immagine che egli ha di se stesso.
    Si rende capace di rispondere in modo sempre nuovo, in continuità con la propria storia, ad alcuni interrogativi personali e di migliorare alcuni aspetti della sua capacità di relazione.
    a) C'è in primo luogo la propria identità che si rinnova sotto la spinta delle vicende personali e dell'incontro con gli altri. L'animatore sa di non potervi rispondere una volta per tutte, perché gli è richiesta una continua attenzione alla vita e sintesi sempre nuove di esperienze, valutazioni e convincimenti.
    b) C'è anche l'esigenza di ricercare e approfondire le motivazioni che stanno alla base del suo servizio educativo, che lo aiutano a chiarire sempre più la sua scelta di fare animazione. Queste motivazioni si evolvono a mano a mano che egli fa strada a fianco dei giovani: alcune scompaiono o diventano secondarie, altre si profilano all'orizzonte o acquistano peso determinante.
    c) Egli deve saper esplicitare a se stesso per quale società e per quale chiesa vuole lavorare. Non matura interiormente chi non è in grado di passare dalle motivazioni soggettive alle grandi finalità, all'orizzonte umano e di fede entro cui colloca il proprio intervento.

    - la competenza professionale
    L'animatore è una persona che testimonia i valori perché ne ha fatto e ne fa esperienza. È uno che conosce come ci possono essere incontri che trasformano la vita. Tende perciò a comunicare agli altri la sua vicenda umana e di fede e sceglie, per farlo, una modalità precisa: l'animazione.
    Ma poiché fare l'animatore è un impegno, egli per offrire la sua testimonianza, si rende professionalmente competente. Questa competenza non è un'acquisizione fatta una volta per sempre, all'inizio del suo lavoro in mezzo ai ragazzi: è qualcosa da approfondire nel tempo. Da questo punto di vista perciò egli non si sente mai un arrivato, anche se è consapevole della ricchezza di esperienza che va accumulando negli anni. Il suo profilo acquista dunque il tratto di chi cerca la perfezione nel suo servizio sportivo ed è sempre aperto a nuove acquisizioni.
    a) La competenza è diventata una qualità fondamentale, la condizione stessa per una autenticità del servizio che si vuol rendere.
    b) La competenza dell'animatore concerne evidentemente le "tecniche" specifiche del suo ruolo, ma non solo. È tutto il complesso di nozioni specialistiche che abilitano a svolgere il proprio incarico particolare.
    c) Non sempre è facile coniugare competenza e volontariato, che per sua natura utilizza gli spazi liberi dal lavoro e dagli obblighi personali, familiari e sociali. Ma è indispensabile che l'animatore esprima un impegno profondamente sentito, fondato su una coscienza chiara della necessità di specializzare il proprio ruolo, di "professionalizzare" la propria azione.
    La competenza è indissolubilmente legata a uno spirito autentico di volontariato fondato sui valori di fondo ai quali ci ispira. Un volontariato motivato e competente assume un ruolo che va molto al di là dello stessa risposta agli interessi espressi dai ragazzi e del servizio ai bisogni di crescita armonica e completa: diventa un germe di cambiamento dell'intera società.

    - la capacità educativa
    La competenza tecnica-operativa è tesa a formare nell'animatore la capacità di agire efficacemente nell'ambito di azione. La competenza di questo tipo non si riduce al "che cosa fare", ma sa individuare il "come fare". Questo comporta l'elaborazione di una serie di criteri di azione e valutazione (per es. scelta giovanile ed educativa), il dominio delle dinamiche che facilitano la partecipazione (per es. la scelta del gruppo e della attività per tutti), la conoscenza dei contenuti (per es. la scelta del contesto culturale) da offrirsi sulla misura delle reali capacità dei ragazzi.
    Si tratta di chiarire come educare nella e con l'attività scelta. Attraverso quali metodologie, quali tipi di rapporti, quali processi di trasmissione l'animatore aiuta i giovani a formarsi. Nasce l'esigenza di aver un animatore responsabilmente capace di fare sintesi tra conoscenze tecniche e finalità comunitarie; che riesca ad essere, egli stesso, elemento visivo di una unità sostanziale tra teoria e prassi; che sappia tradurre in esperienza personale e di gruppo la proposta, anche sportiva, finalizzata ad un preciso progetto di uomo.
    L'abilità comunicativa è tesa a formare un animatore capace di aprirsi in modo corretto all'interazione con il gruppo e con i singoli. Questa competenza relazionale solo in alcuni animatore è dono di natura. Per molti è frutto di studio, di sperimentazione, di apprendimento paziente.

    *La maturazione personale, la competenza e la capacità educativa in aggiornamento continuo
    Nelle finalità delle opere educative si afferma che esse intendono "sviluppare le dimensioni educative, culturali, sociali e politiche di ogni attività per e con i giovani all'interno di una articolato progetto di uomo e di società, ispirato esplicitamente alla visione cristiana, al Sistema Preventivo di don Bosco e agli apporti della tradizione educativa salesiana".
    Per cui, oltre la formazione di base resta all'animatore la responsabilità di un continuo aggiornamento professionale ed educativo, legato all'evolversi della situazione culturale e della condizione giovanile, all'emergere di nuove domande educative e religiose, al delinearsi di nuovi processi formativi.
    L'aggiornamento pedagogico è un impegno permanente. Fa parte della "mentalità flessibile" dell'animatore che ricerca gli strumenti più adatti per maturare una prassi pedagogica personale in continuo dialogo con la riflessione teorica.

    4. L'ANIMAZIONE PER UN GRUPPO “LABORATORIO DI VITA”

    Per comprendere la funzione e i compiti dell'animatore è necessario affrontare un interrogativo previo: cosa vuol dire animare un gruppo?
    L'animazione non è data dalla vivacità e dalla spontaneità, né dal clima di amicizia, né dal moltiplicarsi delle attività. Questi sono fattori necessari, ma in se stessi non sono animazione.
    Un gruppo è animato quando i suoi processi sono arricchiti da una particolare qualità aggiunta, che trasforma tutto radicalmente dal di dentro. Si potrebbe sintetizzare questa qualità dicendo che il gruppo diventa protagonista principale dei processi che lo riguardano.
    Viene assicurata da tre elementi tra loro interagenti:
    - il gruppo viene considerato soggetto di formazione;
    - viene utilizzato il «metodo di gruppo» nei processi formativi;
    - un animatore, con funzione e compiti specifici, attiva all'interno del gruppo un itinerario caratteristico di crescita.

    4.1. Il gruppo: soggetto di formazione

    Un gruppo giovanile è animato quando è consapevole della formazione che gli viene proposta e partecipa creativamente alla formulazione degli obiettivi educativi che lo riguardano e alle attività per raggiungere questi obiettivi.
    Ciò comporta alcune linee di sviluppo presenti, almeno come tendenza, fin dal primo momento della nascita del gruppo, e che vengono assunte in maniera esplicita e consapevole lungo il cammino educativo. Tentiamo ora di formularle.

    - un soggetto unitario e articolato
    Si tratta di passare da un aggregato di persone che si incontrano per vincere la solitudine o ricavare un profitto individuale, ad un soggetto reso unitario dai legami affettivi tra i membri.
    A mano a mano che le interazioni si moltiplicano e si consolidano, il gruppo comincia a sperimentarsi come un tutto, qualcosa in più di una semplice somma di individui.
    Le difficoltà per arrivare a questa unità sono:
    - il culto eccessivo dell'autonomia che impedisce ai singoli di sentire come significativa l'appartenenza al gruppo;
    - la dipendenza totale dal gruppo che espone i singoli alla manipolazione fino a far loro perdere la capacità di dare apporti e assumere in proprio responsabilità nella vita comune.

    - un soggetto consapevole e critico
    Bisogna dunque aiutare a vivere il gruppo come un'esperienza decisiva, anche se non l'unica, per la formazione di una mentalità matura e coerente. È animato quel gruppo che, all'inizio magari in modo implicito, si propone di assimilare criticamente il patrimonio culturale e religioso delle generazioni che l'hanno preceduto e di aiutare i suoi membri a dare una risposta personale al senso della vita, reagendo alle sfide che, giorno per giorno, si fanno loro incontro.
    La consapevolezza di questo processo è graduale, ma è decisivo che, come seme, sia presente fin dal primo momento dello stare insieme. Lungo le fasi di sviluppo il gruppo maturerà un atteggiamento sempre più consapevole, critico e attivo:
    - rispetto ai processi formativi che si svolgono al suo interno e
    nell'ambiente educativo;
    - rispetto alle proposte globali che si vivono nell'ambiente sociale, culturale ed ecclesiale.
    Consapevolezza, partecipazione, controllo dei processi formativi: sono conquiste progressive a cui i giovani possono arrivare con più facilità se vengono incoraggiati dall'ambiente educativo e in particolare dall'animatore.

    - un soggetto tra «stare assieme» e «impegnarsi per»
    Occorre inoltre articolare la vita del gruppo fra capacità e gusto dello «stare assieme» e capacità e gusto di «impegnarsi per», sapendo che è attraverso queste due modalità che si attua la formazione.
    Non c'è animazione dove lo stare insieme, l'amicizia e la solidarietà reciproca prevalgono sull'impegno, cioè sul realizzare attività in vista di un bene. Allo stesso modo non c'è animazione dove ci si incontra soltanto per esprimere un interesse o per svolgere un servizio, senza dare sufficiente spazio alle relazioni interpersonali e all'amicizia.
    Al di là del punto di partenza, il gruppo sviluppa le due dimensioni, appropriandosi di una alla luce dell'altra, in una lenta e progressiva maturazione. Si cresce attraverso l'esperienza complessiva del fare gruppo.

    4.2. Il metodo formativo «di gruppo»

    Il gruppo è animato quando persegue la formazione dei suoi membri attraverso il «metodo di gruppo». Il metodo è il modo di organizzare le risorse e gli interventi per raggiungere gli obiettivi educativi, una volta che il gruppo se ne è reso consapevole e partecipe. Si tratta di un'organizzazione razionale, organica, coerente.
    Sotto l'espressione «metodo di gruppo» ci possono essere significati ambigui che conviene chiarire. Non si adopera il metodo «di gruppo» quando la formazione
    - avviene «a fianco» in modo parallelo all'esperienza che il gruppo sta vivendo;
    - viene ridotta soltanto ad alcuni momenti o attività;
    - viene svolta di prevalenza in relazioni a «tu per tu» tra l'animatore e il singolo membro del gruppo;
    - viene attribuita soltanto a quei momenti in cui l'animatore «propone» contenuti culturali o religiosi e si nega invece valore educativo alle iniziative che provengono dal basso, legate ad interessi personali.
    Positivamente il metodo di gruppo si caratterizza per alcuni tratti che sottolineano ancora una volta che il gruppo è soggetto, e non soltanto un mezzo, di educazione.

    - l'energia educativa del gruppo
    Il primo tratto è certamente utilizzare l'energia del gruppo in forma educativa.
    Le interazioni di gruppo scatenano delle energie che potenziano quelle che di solito vengono impiegate dai singoli per costruire se stessi: legami affettivi, contrapposizioni e confronto, mete comuni, sentimenti di appartenenza. Esse impegnano i singoli a cambiare se stessi, gli altri, la società, la Chiesa.
    Si coglie l'originalità del metodo del gruppo se si guarda ad altri modi di procedere dove l'attenzione è prevalentemente centrata sul peso dei contenuti e sulla loro forza di convincimento, o sul fascino carismatico di un leader, o sull'appello alla coerenza e dove si dà invece importanza secondaria ai confronti, alle condivisioni, alle elaborazioni comuni dei valori.

    - il gruppo: piccolo laboratorio di vita
    Riconosciute come educative le energie tipiche del gruppo, si tratta di fare del gruppo un piccolo «laboratorio» della più vasta vita sociale ed ecclesiale.
    Il gruppo riproduce, in un ambiente più semplice come organizzazione e più facile da «controllare», il vasto mondo sociale ed ecclesiale dentro il quale i giovani rischiano di disperdersi e di non inserirsi attivamente. Il gruppo vuol essere un piccolo laboratorio in cui esercitarsi a vivere come uomini e cristiani, a stabilire legami e svolgere attività nelle quali essere protagonisti delle proposte e non semplici destinatari-acquirenti di prodotti culturali o religiosi.
    Il metodo del gruppo non isola dalla società e dalla Chiesa, ma mette insieme, anche se in piccolo, i processi che avvengono in esse. In questo senso permette di fare esperienza di Chiesa e di società.
    Della società e della Chiesa, il gruppo riproduce la pluralità delle persone, la loro diversità, la ricerca di una convivenza che rispecchi l'autonomia dei singoli e la solidarietà fra tutti, non solo nella linea dell'amicizia ma anche dei valori comuni.
    Della società e della Chiesa, il gruppo riproduce la struttura «sociale», facendo sperimentare che il rispetto delle regole e norme - e, dunque, anche l'accettazione di limiti alla propria libertà - è un arricchimento per tutti.
    Della società e della Chiesa, il gruppo riproduce anche il difficile ma essenziale rapporto dei singoli con l'autorità e con le sue diverse personificazioni.
    Il gruppo è il luogo di abilitazione ad una obbedienza critica e costruttiva, fuori di ogni conformismo e dipendenza, dove la propria coscienza si lascia misurare dall'autorità e dalla «istituzione» sociale ed ecclesiale che essa rappresenta.
    Costituendosi come piccolo laboratorio, il gruppo aiuta a maturare un rapporto critico e positivo con la società, a dialogare e a controllare i processi culturali. In molti casi finisce per essere di giusto contrappeso alle eccessive pressioni della società verso i giovani. Filtra criticamente i messaggi, ma soprattutto rafforza gli «anticorpi» per sottrarsi ad ogni conformismo.

    - Apprendimento per esperienza
    Ne consegue allora l'altro tratto del metodo di gruppo: «apprendere per esperienza».
    Con questa espressione intendiamo fare riferimento a tre caratteristiche:
    - il procedere per esperienza di gruppo;
    - l'apprendere dalla riflessione critica sulle esperienze;
    - il valorizzare i «contenuti» culturali e religiosi insiti nell'esperienza o che da essa si sprigionano.
    * Procedere per esperienze di gruppo significa non tanto svolgere attività interessanti, ma fare di queste una esperienza di collaborazione attiva e critica fra tutti, attraverso la valorizzazione della competenza di ognuno. Lavorare assieme permette di attingere la dimensione profonda del fare gruppo. È formativo non solo ciò che si fa, ma come lo si fa.
    * Apprendere dalla riflessione critica sulle esperienze è cogliere, discernere e decidersi di fronte ai messaggi che esse nascondono. Ciò richiede momenti di riflessione, in cui ciascuno esercita la sua capacità intuitiva e intellettiva, affinché il messaggio dell'esperienza entri a far parte in modo consapevole del patrimonio del gruppo e dei singoli. In una società che offre molte possibilità, i giovani sono in grado di permettersi diverse esperienze temporanee, incluse quelle associative, religiose, di volontariato. Essi spesso consumano esperienze. Gli animatori, a volte, rimangono colpiti dal fatto che dopo un'attività formativa non si decantino convinzioni o ideali proporzionati, anche se la memoria dell'esperienza è gratificante; ma questa è una conseguenza logica del consumo acritico delle «novità».
    * Valorizzare i contenuti culturali e religiosi proposti per far giungere i giovani ad una propria sintesi, comporta proprio il non lasciar passare né semplicemente consegnare loro quanto l'esperienza sprigiona, ma aiutarli ad elaborare e integrare nel proprio vissuto idee, acquisizioni, modi di vivere.
    L'animazione non offre contenuti a fianco dell'esperienza, ma li offre incarnati in una esperienza: invita il gruppo, partendo dalle proprie attese e intuizioni, a scoprirne e ricercarne i valori nascosti.
    I contenuti possono così essere appresi in concreto, sapendo da una parte che l'esperienza veicola i valori come germi e li rende affascinanti; dall'altra che c'è bisogno di momenti in cui riorganizzarli in modo riflesso.

    - Apprendimento per ricerca
    Proprio del metodo del gruppo è ancora apprendere per ricerca. Il metodo di ricerca si oppone ad una formazione come trasferimento verbale di verità preconfezionate. Ma si oppone anche all'ipotesi secondo cui, soprattutto per quanto riguarda le grandi verità e i valori, l'individuo va lasciato al suo libero e spontaneo movimento.
    Alcune tappe della ricerca possono essere esplicitate.
    * Suscitare le domande sottese al vissuto giovanile. Per questo si richiede condivisione quotidiana con i giovani, valorizzazione dei loro interessi, intuizione delle attese, distinguendo tra quelle superficiali e quelle profonde e fra attese indotte dall'ambiente e attese soggettive.
    Questo comporta l'impegno dell'animatore per aiutarli a esprimere con parole proprie e a chiamare per nome i problemi, gli interrogativi vaghi, i disagi...
    * Selezionare i contenuti culturali e religiosi. Fra i tanti messaggi a disposizione, si tratta di individuare quelli maggiormente capaci di parlare alla mente e al cuore dei giovani, in quanto risposta provocante alle loro attese e alle loro domande. Per questo è necessario preoccuparsi che quanto si propone sia illuminante e assimilabile. Si chiede quindi una profonda conoscenza dei nuclei nevralgici dove convergono e si ricollegano i messaggi.
    * Proporre i contenuti culturali e religiosi non come formule-soluzioni da accettare o rifiutare, ma come piste di ricerca personale e di gruppo. Il cuore della ricerca è lo sforzo di individuare la sintonia fra domande e contenuti. Il processo è di tipo circolare: dalle domande alla proposta e viceversa. Domande e proposte si illuminano reciprocamente attraverso un lavoro paziente e critico.
    La via della ricerca, in questa fase, implica il dialogo, l'esercizio della criticità, la presenza del dubbio, il paziente confronto tra attese e proposte.
    * Riformulare i contenuti in modo creativo, e quindi ridirli con il linguaggio tipico del gruppo. Solo così possono entrare a far parte di un proprio patrimonio culturale e religioso. È necessario inoltre individuare le possibili applicazioni dei nuovi contenuti alla vita personale e del gruppo, come a quella ecclesiale e sociale. Essi diventano inizio di una nuova azione, di un nuovo modo di vivere, di nuovi impegni dentro e fuori del gruppo.

    - Apprendimento di un metodo di azione
    Infine appartiene al metodo di gruppo la sperimentazione e il consolidamento di un particolare «metodo di azione» da applicare sia nella vita sociale ed ecclesiale sia all'interno del gruppo medesimo. Per «metodo di azione» si intende un procedimento razionale, sufficientemente provato, per intervenire in modo corretto in ogni situazione che richieda capacità di organizzarsi, soprattutto quando l'obiettivo è produrre un «cambiamento».
    Questo procedimento prevede alcuni momenti che il gruppo apprende ad applicare attraverso una pratica continua.
    * L'analisi e la diagnosi. Di fronte ad una situazione il gruppo cerca di avere il massimo delle informazioni possibili, per capirla in forma sufficiente e obiettiva. Dall'analisi si passa ad una interpretazione globale attraverso un lavoro comune, fino a cogliere i problemi di fondo e le loro cause, le sfide a cui rispondere.
    * La valutazione dei dati risultanti dall'analisi e dalla diagnosi. Valutare comporta far ricorso ai valori culturali e religiosi in cui il gruppo si riconosce, per illuminare la situazione, darne un giudizio e aprire nuove strade verso il futuro. I criteri di valutazione diventano così anche i criteri per una nuova progettazione.
    * L'elaborazione di un «progetto d'intervento» organico e razionale. Il gruppo prevede gli obiettivi da raggiungere, le strategie o modalità generali di azione da adoperare, le iniziative concrete, l'organizzazione del gruppo e la distribuzione dei compiti durante l'azione, le alternative in caso di imprevisti o insuccessi, gli indicatori per verificare se gli obiettivi sono stati raggiunti.
    * La verifica dell'azione svolta che è anche momento di riprogettazione. Il gruppo matura se sa essere obiettivo e critico sui risultati, sa trarre lezioni positive anche dagli errori e sconfitte, sa riprendere con coraggio e fantasia il cammino in avanti, utilizzando l'esperienza fatta e tentando, più che di ripetere il passato, di far fronte alle nuove sfide con il metodo acquisito.

    5. L’ANIMAZIONE PER UN GRUPPO “LABORATORIO DELLA FEDE”

    5.1. La proposta di vita cristiana

    La proposta di vita cristiana nello stile educativo è una proposta di fede all'interno del processo educativo. In esso si valorizzano non solo i momenti "religiosi", ma anche quanto si riferisce alla crescita della persona fino alla sua maturità.
    È un cammino educativo, che prende giovani e adulti nella situazione in cui si trovano e si impegna a sostenerli e orientarli a compiere i passi verso la pienezza di umanità a loro possibile. Il cammino prende atto che ogni giovane e adulto ha un suo passo, diverso dal passo degli altri, si determina progressivamente in itinerari particolari, commisurati sui giovani che lo percorrono. È realizzato dalla comunità educativa, composta di giovani e adulti insieme.
    Nella comunità educativo-pastorale tutte le persone, siano esse impegnate in compiti di educazione e sviluppo umano o più esplicitamente sul versante del discorso di fede, sono sempre "educatori alla fede".

    * La meta globale: l'uomo orientato positivamente a Cristo.
    La meta che il cammino propone è quella di costruire la propria personalità avendo Cristo come riferimento sul piano della mentalità e della vita. Il cammino è pensato come progressiva crescita verso la meta dell'onesto cittadino e buon cristiano. Ci impegniamo su quattro grandi aspetti della maturazione cristiana che chiameremo "aree". Le possiamo schematicamente indicare come:
    a) la crescita umana verso una vita da assumere come "esperienza religiosa", senza frattura tra creazione e redenzione, orientata alla pienezza della vita;
    b) l'incontro con Gesù Cristo, uomo perfetto, il salvatore dell'uomo, il Dio fatto carne, che porterà a scoprire in Lui il senso dell'esistenza umana individuale e sociale;
    c) l'inserimento progressivo nella comunità dei credenti, colta come "segno e strumento" della salvezza dell'umanità;
    d) l'impegno e la vocazione nella linea della trasformazione del mondo.
    Le aree o dimensioni vogliono assumere quello che l'uomo stima come vero valore e deporvi il seme della fede come compimento e senso ultimo.
    Ogni persona cresce e matura nella sua identità, avendo come modello il Gesù di Nazaret, vivendo insieme ad altri nella comunità credente e nella comunità degli uomini, celebrando con gli altri la vita come dono del Signore e impegno dell'uomo, per la realizzazione del regno di Dio.
    Le aree non sono e non debbono essere pensate, nella persona e nell'azione educativa, come settori separati. Sono compresenti e si richiamano continuamente a vicenda. Non è accettabile che si consideri prima solo il versante della crescita umana e poi quello della fede. Bisogna riconoscere alla fede una sua peculiare energia in tutta la crescita umana della persona. Il riferimento a Gesù Cristo ella Chiesa è costante e attraversa tutte le aree, pur sapendo che si esplicita e si concentra in determinati momenti.

    *1. Verso la maturità umana
    A partire dall'ammirevole armonia di grazia e di natura così significativamente manifestata nella persona dell'educatore, è facile comprendere che la fede richiama la vita, e la vita, riconosciuta nel suo valore, sente il bisogno della fede. In forza della grazia non c'è frattura ma continuità tra creazione e redenzione.
    In questa prospettiva presentiamo alcune mete da raggiungere e qualche esperienza da proporre:
    a) accogliere la vita, accettare se stessi ed aprirsi agli altri, riconoscendo il loro valore, accogliendo la loro diversità e accettando i loro limiti;
    b) far emergere le aspirazioni profonde, vivendo esperienze arricchenti di donazione, protagonismo, contemplazione della natura o della verità, momenti di realizzazione. Anche le esperienze del limite aiutano a crescere e maturare interiormente.
    c) scoprire il senso della vita e ricercare il suo significato ultimo e anelare al trascendente. Si compie un'esperienza umana matura, che è anche un'esperienza "religiosa", perché la persona arriva ad immergersi nel progetto di Dio.

    *2. Verso l'incontro autentico con Gesù Cristo
    L'educazione alla fede chiede di proseguire verso il confronto e l'accettazione di un evento rivelato: la vita dell'uomo raggiunge la sua pienezza solo in Gesù Cristo. Quest'area è fortemente orientata a sollecitare e a sostenere l'incontro di fede con Gesù Cristo ed esige la vita vissuta di una comunità credente.
    Ecco alcuni traguardi a cui tendere progressivamente, perché l'incontro con Gesù Cristo superi la sola curiosità e si trasformi in un incontro nella fede:
    a) far percepire i segni di Cristo, la sua presenza nella comunità credente e la sua incidenza nella storia umana, non solo con gesti religiosi, ma con la disponibilità per un dialogo con i giovani e la capacità di impegnarsi per la salvezza dei poveri;
    b) esplicitare la testimonianza con l'annuncio di Gesù, della sua vicenda umano-divina e degli insegnamenti da Lui proclamati, facendoli sperimentare come "buona novella" per la vita quotidiana;
    c) scoprire la presenza di Cristo nella propria vita come chiave di felicità e di senso, sperimentando che la sua parola è aperta ai problemi delle persone, risponde alle loro domande, potenzia e valorizza i loro valori, dà soddisfazione alle loro aspirazioni.
    d) rielaborare la propria visione della vita e viverla in modo nuovo, condividendo quella che fu la passione di Gesù: il Regno di Dio.
    e) riconoscere la presenza e l'amore del Padre e crescere nell'atteggiamento filiale verso di Lui.

    *3. Verso una intensa appartenenza ecclesiale.
    L'incontro con Gesù Cristo nella fede, a partire dal Battesimo, ha nella Chiesa il suo luogo privilegiato. L'appartenenza dei giovani alla Chiesa matura progressivamente, soltanto se viene percepita come comunione con Dio e con gli uomini nella fede e nella carità, come segno e strumento del Regno.
    Anche sotto questo aspetto vi sono atteggiamenti, contenuti ed esperienze che definiscono un cammino:
    a) prendere atto del bisogno che si ha di amicizia e di rapporti interpersonali profondi, di partecipazione e solidarietà; far emergere il senso della festa, il gusto dello stare assieme;
    b) sperimentare la gioia del condividere in gruppo, aprirsi alla comunicazione e alla responsabilità in un clima di reciproca fiducia, imparando così la comprensione e il perdono;
    c) inserire ogni esperienza di gruppo nella più ampia comunità educativa e cristiana, impegnata in un progetto comune, facendo esperienza concreta di Chiesa;
    d) partecipare alla pastorale organica della Chiesa, valorizzando gli insegnamenti del Papa e del Vescovo e riconoscendo la loro missione di unità e di guida;
    e) vivere la vita della comunità cristiana ed assumere vere responsabilità, che stimolano alla creatività e all'impegno;
    f) vivere la celebrazione della salvezza, educando alla celebrazione, alla preghiera, all'ascolto della Parola di Dio, e vivendo la Chiesa come mediazione per conformarsi a Cristo nel pensiero e nella vita, soprattutto nei sacramenti dell'Eucarestia e della Riconciliazione;
    g) vivere i momenti dell'iniziazione cristiana e la preparazione al sacramento del matrimonio come cammino di educazione alla fede.

    *4. Verso un impegno per il Regno
    La scelta vocazionale è l'esito maturo e indispensabile di ogni crescita umana e cristiana. La fede porta il credente a confessare l'incontro con Cristo, impegnando la propri vita per la causa di Cristo, il Regno di Dio.
    L'impegno vocazionale diventerà per tutti responsabilità familiare, professionale, sociale e politica. Per alcuni fiorirà in una consacrazione di particolare significato: i ministeri ecclesiali, la vita religiosa, l'impegno secolare. L'obiettivo è aiutare i giovani e gli adulti a scoprire il proprio posto nella costruzione del Regno e ad assumerlo con gioia e decisione.
    Per giungere a questo traguardo si possono immaginare alcuni passi come tappe di un cammino:
    a) far emergere il positivo di ogni giovane, attraverso il paziente lavoro di attenzione a se stessi, di confronto con gli altri, di ascolto e di riflessione;
    b) comunicare con gioia se stessi e condividere i propri doni, allenandosi alla generosità e alla disponibilità;
    c) far vedere qual è la vocazione di tutti e quali sono le diverse forme di servizio del Regno, conoscendo gli impegni attuali della comunità, in particolare quelli più difficili e significativi;
    d) far opera di discernimento, riconoscendo sempre più l'opera e l'iniziativa del Signore, sapendo che ogni vocazione coinvolge tutta la persona: le sue preferenze, i suoi rapporti, le sue energie e i suoi dinamismi;
    e) orientare verso una prima scelta vocazionale, che si individua considerando le inclinazioni spontanee, i bisogni degli altri, le possibilità di poter rispondere.

    5.2. La proposta di spiritualità giovanile

    Il cammino di educazione alla fede rivela progressivamente ai giovani un progetto originale di vita cristiana e li aiuta a prenderne consapevolezza. Il giovane impara ad esprimere un modo nuovo di essere credente nel mondo e organizza la vita attorno ad alcune percezioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici: vive una spiritualità.
    È una spiritualità, perché fa spazio all’azione dello Spirito del Signore.
    È giovanile, perché i giovani sono chiamati nella comunità ad iniziare, nell'esperienza giornaliera, uno stile di santità nuova, sulla misura delle esigenze tipiche dello sviluppo del ragazzo.
    È anche educativa. Il collocare il giovane, con i suoi dinamismi interiori, al centro dell'attenzione dell'educatore e quale criterio pratico per la scelta degli itinerari da percorrere, manifesta la caratteristica fondamentale della spiritualità giovanile: è una spiritualità educativa: si rivolge a tutti i giovani indistintamente e privilegia i più poveri; chiede agli educatori di accompagnare e condividere l'esperienza dei giovani; fa crescere i giovani in pienezza secondo la misura di Cristo, uomo perfetto, che resta la meta del lavoro dell'educatore ed evangelizzatore.
    Per aiutare le comunità credente ad una lettura rapida della proposta e per sollecitarle ad un ulteriore approfondimento, si offre una descrizione dei nuclei della spiritualità giovanile.

    .1. Spiritualità del quotidiano
    Il quotidiano, ispirato a Gesù di Nazaret, è il luogo in cui il giovane riconosce la presenza operosa di Dio e vive la sua realizzazione personale:
    - è sintesi tra fede e vita: non c'è bisogno di staccarsi dalla vita ordinaria per cercare il Signore;
    - è riscoperta della incarnazione: Gesù-uomo è il sacramento del Padre e ci insegna che il luogo per incontrare Dio è la realtà umana: è la vita umana che ci immette nell'evento dell'incarnazione;
    - è amore alla vita: fa scoprire e amare il quotidiano come una realtà nuova in cui Dio opera da Padre.

    .2. Spiritualità della gioia e dell'ottimismo
    Il quotidiano va vissuto nella gioia e nell'ottimismo, senza rinunciare per questo all'impegno e alla responsabilità:
    - è la gioia della bontà: fa sperimentare la vita come festa e la fede come felicità. La festa è occasione per costruire amicizia e sviluppare quanto di positivo c'è nei giovani.
    - è impegno nella crescita: fa congiungere in un'unica esperienza vitale il "cortile", lo "studio" serio e un costante senso del dovere; fa vivere nello spirito delle Beatitudini.

    .3. Spiritualità dell'amicizia con il Signore Gesù
    Il quotidiano è ricreato dal Cristo della Pasqua, che dà le ragioni della speranza e introduce in una vita che trova in Lui la pienezza di senso:
    - è incontro con Gesù Cristo Risorto: fa approfondire la conoscenza e l'adesione alla sua persona e alla sua causa. Si cerca una risposta concreta al suo amore, ricambiato con impegno e generosità;
    - è crescere come uomini nuovi: il cammino della spiritualità richiede un cuore nuovo. A contatto con il Signore della vita i giovani rinnovano un amore più intenso per la vita.

    .4. Spiritualità di comunione ecclesiale
    Il quotidiano si sperimenta nella Chiesa, ambiente naturale per la crescita nella fede attraverso i sacramenti. Nella Chiesa troviamo Maria, prima credente, che precede, accompagna e ispira:
    - è desiderio di vivere insieme: i giovani da amici condividono e celebrano la gioia di vivere, per aiutarsi vicendevolmente, facendo l'esperienza di divenire lievito in mezzo agli altri ragazzi e giovani;
    - è suscitare nei giovani il senso della collaborazione e della corresponsabilità: questo spirito di famiglia è segno efficace della Chiesa che si vuole costruire insieme, per un servizio fraterno verso coloro che hanno maggior bisogno;
    - è dare occasioni di espressioni concrete di amore alla Chiesa: cerca il dialogo e l'intesa con coloro che sono responsabili della pastorale;
    - è sentire come propri i grandi interessi della Chiesa: aiuta a sviluppare una vive sensibilità verso la mondialità dell'impegno apostolico;
    - è vivere l'incontro e la relazione con il Cristo risorto in maniera particolare nella celebrazione dei sacramenti, in maniera particolare l'Eucarestia, vissuta come un incontro festivo, pieno di simboli ed espressioni giovanili e di amicizia, e la Riconciliazione, che celebra l'amore di Dio ed è vissuta come la festa del perdono;
    - è sperimentare una preghiera del buon cristiano, semplice e popolare, che affonda le sua radici nella vita e ritorna alla vita;
    - è incontrare una presenza materna e un modello di vita: Maria, come Immacolata ci educa alla pienezza della donazione al Signore, come Ausiliatrice ci infonde coraggio nel servizio dei fratelli.

    .5. Spiritualità di servizio responsabile
    Il quotidiano viene consegnato ai giovani in un servizio generoso, ordinario e straordinario:
    - è diventare onesti cittadini e buoni cristiani: la sintesi dei due elementi è il frutto più maturo della spiritualità giovanile e comporta: promuovere la dignità della persona e i suoi diritti, vivere con generosità nella famiglia e prepararsi a formarla su basi di reciproca donazione, favorire la solidarietà, specialmente verso i più poveri, sviluppare il proprio lavoro con onestà e competenza professionale, promuovere la giustizia, la pace e il bene comune nella politica, rispettare la creazione, favorire la cultura;
    - è vivere con la creatività dell'amore: c'è l'animazione educativa e culturale nel territorio, per vincere l'emarginazione e diffondere una cultura di partecipazione; c'è il volontariato civile e missionario per collaborare con altri organismi alla promozione umana e all'evangelizzazione;
    - fino ad impegnare tutta la vita: è certa per alcuni la chiamata alla famiglia e a una professione vissute come servizio responsabile alla Chiesa e agli uomini. Per altri è sempre più evidente la scelta del sacerdozio e della vita religiosa.
    Tutti in ogni caso, guidati dallo Spirito del Signore e animati dai valori della spiritualità giovanile, accolgono e vivono la propria esistenza come vocazione-missione.

    6. L’ANIMAZIONE: PONTE TRA LA STRADA E LA CHIESA

    A mano a mano che il gruppo si consolida internamente si affaccia un compito nuovo: interagire positivamente con l’ambiente per scambiare con esso proposte, intuizioni, attese.
    Questo compito, decisivo in ogni esperienza educativa, è di fondamentale importanza nell’animazione “alla don Bosco” che è sempre stata una pedagogia di ambiente e si propone come obiettivo di abilitare a diventare “buoni cristiani e onesti cittadini”, cioè di preparare i giovani per un inserimento attivo nella dinamica della società e della Chiesa.
    C’è animazione dove i giovani, che vivono in un territorio e fanno parte di un’istituzione educativa, riescono ad inserirsi in essi, fino a interagire con le proposte che vi circolano, incarnate nelle persone e nel loro modo di vivere. Animare un gruppo è aiutare i giovani affinché siano in grado di esprimersi nell’ambiente e nella comunità decisioni personali come uomini e come cittadini.
    All’inserimento attivo e critico nel territorio e nelle istituzioni educative e pastorali l’animazione arriva pertanto per la via della comunità, dell’ambiente, dei rapporti personali e attraverso lo scambio di proposte, di intuizioni e attese.

    6.1. Le attenzioni nuove che il territorio richiede

    - L’ambiente
    La prima attenzione si può formulare così: l’intervento educativo e pastorale, nello stile dell’animazione, è rivolto ai singoli e ai gruppi, ma allo stesso tempo e con la stessa forza è rivolto all’insieme, alla comunità umana. Quest’ultima è una realtà sulla quale e con la quale si può programmare e agire, che ha i suoi processi interni di modifica, di degrado, di miglioramento.
    L’intervento rivolto ai singoli e al gruppo è da sempre il più frequente nella pastorale e nella educazione. Il territorio non nega il valore di questa attenzione al singolo e al gruppo. Ma ci porta a prendere in considerazione anche in maniera strettamente collegata con la crescita dei singoli, gli aspetti e i problemi della comunità umana, dell’insieme. L’attenzione al territorio non elimina lo sforzo in favore della persona. Questa va rafforzata affinché sappia emergere sempre dalla complessità e dai rischi che la insidiano. Ma ci indica di rivolgere gli occhi a quello che influisce sulla persona come un’atmosfera.
    Quando si parla di territorio non si pensa solo all’ambiente e nemmeno alla somma delle persone che vi abitano, ma alla fisionomia che acquista la convivenza umana per l’interazione di molti e svariati fattori.
    Si influisce dunque sul territorio secondo due direzioni: facendo prendere coscienza e formando le persone perché sappiano dare alla convivenza un livello umano permeato di rispetto e dignità; migliorando le condizioni dell’ambiente affinché favoriscano la crescita delle persone.

    - Le strutture
    C’è una seconda attenzione che il tema del territorio richiede: la cura degli aspetti personali (maturazione psico-sociale, religiosa o morale) va sempre collegata con l’attenzione agli elementi strutturali: i rapporti, le istituzioni, i luoghi da cui si esercita il potere e in cui la gente vive. È questa una tensione che il territorio ci invita ad affrontare in forma unitaria e dinamica. Spesso quando si pensa all’insieme, all’ambiente, alla comunità umana, si cerca esclusivamente di rafforzare aspetti soggettivi: la qualità morale, la formazione spirituale, la responsabilità personale. La modalità come persone e iniziative che si rapportano in maniera stabile in organismi e strutture, attraverso leggi e norme, per determinati fini, ci sembra meno importante, non di nostra incombenza, poco raggiungibile dai nostri interventi.
    Bisogna ricordare che una persona collocata in una struttura che ha in sé determinate finalità, non può se non collaborare alla realizzazione di queste finalità, siano esse buone o cattive. Le persone, per lo più sono buone: la forma in cui è strutturato l’organismo può bloccare, prima delle decisioni. i loro contributi. Bravi cittadini di un quartiere senza spazi di espressione e giusta partecipazione, dovranno tenere per sé le buone intenzioni e i progetti di bene.
    Il territorio è una grande struttura, fatta non soltanto di elementi materiali e umani che si uniscono a volontà, ma anche dal tipo di rapporto stabile che si è istituito tra di loro in ordine a determinate finalità.
    Che le strutture debbano essere raggiunte da noi con interventi educativi, culturali e pastorali è una questione diversa dal non prenderle affatto in considerazione.
    La seconda attenzione, che completa la prima, a cui ci porta il tema del territorio è dunque essere capaci di analisi degli elementi strutturali. Ciò vale per l’educazione dei giovani ad una corretta visione del sociale, come anche riguardo alle nostre valutazioni sulla vita e la dinamica della comunità umana in cui lavoriamo.

    - Raccordo e convergenza
    Il territorio ci suggerisce anche di passare dagli interventi settoriali o a compartimento stagni, a interventi collegati, organici, “in rete”.
    È chiaro che ogni intervento ha una sua specificità. La scuola è la scuola: ha le sue finalità, il suo metodo e i suoi limiti. L’oratorio ha una proposta tipica a così via. Tali interventi possono essere portati avanti senza comunicazione con altri che raggiungono gli stessi soggetti o che si svolgono sulla medesima area. Possono al contrario venire raccordati con essi a livello di finalità e criteri.
    La delega, l’assistenzialismo portano a concepire e assumere servizi settoriali staccati gli uni dagli altri. La popolazione viene divisa secondo il tipo di servizio che deve ricevere: i giovani sono una categoria e per loro si preparano proposte, gli anziani sono un’altra categoria e così gli handicappati e devianti di vario genere. Queste categorie vengono affidate a persone e istituzioni specializzate, tenute in pubblica stima, le quali trattano ciascun bisogno in forma separata. Avviene dunque una triplice separazione: destinatari, operatori, servizi.
    Senza negare la specificità dei singoli interventi, il territorio richiede che persone, iniziative e aree vengano raccordate. Ciò comporta che in un ambiente giovanile prendano parte in misura varia le altre componenti della comunità. Il centro giovanile non sarà uno spazio riservato esclusivamente ai giovani, ma un ambiente dove i giovani incontrano la comunità attraverso le proposte preparate per loro.
    L’integrazione non si riferisce soltanto ai soggetti ma anche alle aree di intervento: l’area del tempo libero, quella del turismo e della cultura, quella dell’impegno politico. Ogni area cui non si presta attenzione lavora contro lo sforzo fatto nelle altre che sono complementari.

    - Prevenzione e proposta
    Un’altra attenzione verso cui ci porta il territorio è il porre l’accento sulla prevenzione piuttosto che sul contenimento delle devianze e sul recupero di coloro che hanno bisogno di aiuto.
    La prevenzione consiste nello sviluppo delle risorse nella comunità e nello sforzo per ottenere una migliore qualità di vita. La prevenzione è dunque azione innovativa, propulsiva, propositiva. Si anticipa all’apparire degli effetti negativi lavorando sulle cause e soprattutto mobilitando verso mete valide le risorse latenti della comunità E questa è anche la forma più efficace di controllare i rischi di devianza.
    Un progetto che attira, una comunità che accoglie e impegna, un luogo di incontro e coinvolgimento, un bisogno condizionante superato sul nascere, sono forme che influiscono più che lo sforzo di contenimento.
    Queste attenzioni che guidano la prassi sociale che si svolge sul territorio noi la assumiamo da “educatori”, “animatori” ed evangelizzatori dei giovani. Ci interessa soprattutto scorgere quali stimoli positivi e quali condizionamenti negativi per la crescita umana e cristiana dei giovani offrono l’ambiente, le strutture, i servizi, le proposte esistenti.
    In base a queste attenzioni si possono anche individuare gli indicatori del maggiore o minore inserimento di una comunità nella realtà e nella dinamica del territorio:
    - sintonia coi temi e problemi,
    - volontà di agire sull’ambiente,
    - capacità di aggregazione e incontro,
    - attenzione alle componenti più deboli,
    - collegamento con istituzioni e forze attive,
    - partecipazione e coinvolgimento,
    - stimolo a forme di espressione e di rapporto…

    6.2. I problemi

    Se le attenzioni sono quelle enunciate sopra, quali saranno i problemi che si possono incontrare per adeguare i propri interventi nella prospettiva del territorio?
    Per facilitare la riflessione possiamo raggrupparli in tre livelli: problemi di mentalità, problemi di struttura operativa, problemi di programmazione.

    * a livello di mentalità
    I problemi riguardanti la mentalità sono i più decisivi e stanno alla base di quelli che sorgono a livello di strutture e di programmazione. Dovranno essere dunque continuamente ripresi man mano che si tenta di modificare la prassi. Senza questo rinnovamento, interventi che sembrano nuovi, vengono messi in “otri vecchi”, con cui la prospettiva viene svuotata. È questo un alibi frequente quando si richiede un cambiamento di impostazione: “Già lo stiamo facendo”. Riassumendo il primo blocco di problemi si possono enunciare i seguenti.
    - acquisire una mentalità educativa e pastorale che fonda, senza confusione né separazione, l’umano e il cristiano, il temporale e lo spirituale, il secolare e l’ecclesiale, non soltanto a livello di formulazione, ma anche a livello di prassi;
    - giungere ad una corretta comprensione dei rapporti tra comunità civile e comunità cristiana e, conseguentemente, alla collocazione giusta delle istituzioni gestite dai cristiani nella dinamica della società;
    - riuscire a definire operativamente il servizio specifico che ciascuna delle strutture da noi gestite deve prestare;
    - superare l’educazione e la pastorale polverizzate, riferendosi alla Chiesa particolare e locale come soggetto unificante di tutti gli interventi educativi-pastorali;
    - imparare a riferire problemi e gesti particolari a realtà più comprensive, la cui evangelizzazione appare possibile a lungo termine e attraverso approcci molteplici: la cultura, l’ambiente, la comunicazione.

    * a livello di strutture operative
    Un secondo blocco di problemi da analizzare si riferisce alla struttura operativa, al modo di impostare un oratorio, un centro giovanile, una parrocchia.
    E così possiamo anche in questo punto enunciare i forma sintetica i problemi principali:
    - l’apertura articolata alle diverse componenti della comunità umana: giovani e adulti, vicini e lontani;
    - la formazione di una comunità propositiva e trainante in cui gli interessati alle proposte possano partecipare nella loro elaborazione e gestione;
    - la partecipazione e il rapporto positivo in quegli organismi e luoghi dove le altre agenzie di promozione e forze attive operanti nel territorio si confrontano.

    * a livello di programmazione
    Il terzo blocco di problemi è a livello di programmazione. Il primo di essi è la conoscenza obiettiva della realtà del territorio dalla prospettiva educativa, promozionale, pastorale.
    Ecco dunque enunciati i problemi di programmazione:
    - la conoscenza obiettiva della realtà del territorio dalla prospettiva educativo, promozionale e pastorale;
    - l’elaborazione di proposte rispondenti alla situazione del quartiere e la loro gerarchizzazione secondo la loro incidenza promozionale e lo specifico del nostro intervento;
    - il camino formativo concreto da proporre secondo le iniziative scelte e le possibilità degli utenti.

    7. ALCUNI STRUMENTI PER LA FORMAZIONE DEGLI ANIMATORI

    7.1. Il programma formativo presentato si fonda soprattutto su alcuni "testi", che consideriamo indispensabili, come base comune di lavoro per tutti gli esperti che si impegnano nella scuola per animatori nello stile "salesiano".
    - L'animatore nel gruppo giovanile: una proposta "salesiana"; a cura di Elisabetta Maioli e Juan E. Vecchi. LDC
    - Itinerari di educazione alla fede; a cura del CSPG e CIPG.
    - “… conversava con noi lungo il cammino” per educare i giovani alla fede. LDC
    - Itinerari di educazione alla fede: una proposta pedagogico-pastorale. LDC

    7.2. Ci sembra utile ricordare che NPG ha pubblicato "i quaderni dell'animatore", in risposta alla domanda di qualificazione degli animatori di gruppi giovanili e delle istituzioni in cui essi operano. L'insieme dei quaderni è un vero e proprio progetto di formazione per animatori. Anzitutto perché le monografie coprono le principali aree di una scuola per animatori. In secondo luogo perché tutti i contributi rispecchiano, entro certi limiti, un identico quadro culturale, teologico, pedagogico e pastorale.
    I "quaderni" sono suddivisi in quattro serie sulla base di quattro domande:
    - prima serie: l'identità dell'animatore: chi fa animazione?
    - seconda serie: animazione ed educazione alla fede: quale animazione?
    - terza serie: fare animazione con questi giovani: a chi fare animazione?
    - quarta serie: strumenti di animazione: come fare animazione?
    Le quattro domande costituiscono un ideale quadrato. Al centro sta una ulteriore e decisiva domanda: perché fare animazione?
    La risposta indica l'obiettivo ultimo e globale dell'animazione e della sua utilizzazione nell'educazione dei giovani alla fede: restituire ad ogni uomo, ad ogni giovane soprattutto, la gioia di vivere ed il coraggio di sperare, fino ad incontrarsi con il Signore della vita.



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