Paradigmi e strade per

    una chiesa in rinnovamento

    Patrizia Cazzaro



    L’ascolto attento dei giovani ci ha portato a comprendere che essi si sono allontanati da un certo tipo di cristianesimo e di Chiesa. Non è una questione di allontanamento, ma di cambiamento dove il focus non sono i giovani, ma la Chiesa. È paradigmatico che anche il sinodo sui giovani aveva in programma di riflettere su come rivolgersi ai giovani e si è concluso con una riflessione sulla Chiesa.
    Quale cambiamento per la Chiesa? Ormai da decenni si parla di riforma delle strutture e della pastorale con confronti anche a livello mondiale[1].La conferma dei giovani come «luogo teologico» è rafforzato dal fatto che le richieste dei giovani alla Chiesa sono le stesse della riflessione teologica sulla riforma della Chiesa. Ne consegue che non serve cercare nuove strategie per migliorare il rapporto giovani e Chiesa. La questione è molto più profonda e va ricercata nell’identità stessa della Chiesa, chiamata a ri-trovare se stessa, la sua più vera identità. Allora, che cosa fa esistere veramente la Chiesa? Ecco degli spunti provenienti dalla riflessione di alcuni teologi.
    Anzitutto parlare della riforma della Chiesa significa essere in linea con il Concilio Vaticano II il quale parla di «Ecclesia semper reformanda» (cf. GS 44, AG 22, UR 6). La Chiesa è in «riforma permanente», in continua genesi attraverso l’interazione di tre elementi: l’ambiente socio-culturale di cui è segnata, l’ascolto del Vangelo, e la situazione storica della società[2]. Il Concilio Vaticano II non ha presentato una Chiesa statica, ma una Chiesa in continuo movimento, una Chiesa che leggendo le Scritture, sa interpretare i «segni dei tempi»[3].
    Secondo il teologo C. Theobald questo è un tempo di crisi di credibilità del cristianesimo dove è necessario reinterpretare il Vangelo per poter «reinventare il cristianesimo»[4] con uno sguardo positivo sulla realtà attuale.
    Un tema fondamentale del teologo è il concetto di inversione, preferito dall’autore al termine conversione missionaria che fa pensare a un ripiegamento della Chiesa su se stessa piuttosto che un’apertura al mondo. L’inversione permette di cercare la forma della Chiesa adatta per il tempo presente a partire dalle forme della fede vissute nella cultura attuale. Dio opera nella storia di ogni uomo e di ogni donna di questo tempo, e l’esperienza dell’intimità con Lui che ognuno può fare, si può riconoscere a partire dalle esperienze storiche di tutto ciò che viene dalla sua gratuità. L’autore parla di una «risalita» alla sorgente dell’intimità con Dio attraverso le esperienze quotidiane dove opera lo Spirito. Si tratta di un cambio di direzione dal mondo alla Chiesa, che per l’autore coinvolge tutte le realtà della pastorale e che comporta necessariamente una capacità della Chiesa di mettersi continuamente in discussione nelle proprie forme istituite e in ascolto del mondo. Questa visione comporta un decentramento della Chiesa da se stessa a favore di un’apertura a tutti, una Chiesa che anziché organizzare e controllare la sua struttura si mette in ascolto di Dio e del mondo, una Chiesa che mette al centro il Vangelo e la capacità di riceverlo di ogni uomo. Questa visione della Chiesa oltre a essere cristologico, ha una connotazione marcatamente antropologica, sbilanciata verso i destinatari rispetto al deposito della fede e all’istituzione ecclesiastica.
    Partire non dalla dottrina, ma dalla fede delle persone porta a ridimensionare tutto il criterio di evangelizzazione, avendo come punto di partenza l’uomo e la donna concreti. Il pensiero di un cristianesimo capace di apprendere presenta una Chiesa non come un’istituzione detentrice di un sistema di dogmi da insegnare al mondo, ma come uno spazio in cui le persone trovano la libertà di far affiorare la fede elementare che già abita l’esistenza di ognuno, potrebbe essere considerato come uno squilibrio della Chiesa verso l’esterno. Nel nostro caso considerare i giovani già abitati da una fede elementare, anziché come dei non credenti da «portare dentro il recinto della Chiesa», apre a una visione ecclesiologica di una forza innovativa notevole. Questa visione elimina le tipiche etichette applicate ai giovani (e non solo) come lontani, non praticanti, sollecita la Chiesa a non rimarcare i suoi confini, ma a rimettersi, con silenzio e stupore, a servizio della fede di chiunque. Si tratta di disporsi, con discrezione e disponibilità, a una azione di maieutica aiutando ogni persona a raggiungere la sua unicità nella fede, disinteressati se questo porterà a forme specifiche di appartenenza o di entrata nei consueti ritmi ecclesiali.
    Anche la riflessione ecclesiologica del teologo S. Dianich dà conferma alla voce dei giovani. Il suo pensiero sulla riforma della Chiesa è legato alla comunicazione della fede e il miglioramento dello stile comunicativo della Chiesa. La trasmissione della buona notizia dovrebbe essere attenta agli uomini e alle donne di oggi, e soprattutto l’annuncio della fede a chi non crede dovrebbe tornare «ad essere la prima preoccupazione e venga considerata il cuore di tutta la missione della Chiesa sia nel piccolo mondo delle singole comunità, sia nel grande mondo della Chiesa cattolica»[5]. L’autore parla di una specie di afasia che impedisce la comunicazione della fede, non solo nei confronti dei giovani, bensì ormai verso tutte le categorie di persone. Non basta ripetere formule, categorie della fede o ammonimenti verso chi non riconosce nella Chiesa e nella fede una risposta alle proprie domande e una Parola per la vita. L’evento della comunicazione, infatti, ha un elemento oggettivo (la testimonianza di una storia di un vivente, Gesù Cristo), ma «è comunicazione di un’esperienza personalmente vissuta»[6], una trasmissione che ha coinvolto in profondità l’annunciatore e che intende coinvolgere l’interlocutore nella stessa esperienza di comunione con Cristo.
    Inoltre c’è la questione dello stile comunicativo, perché la Chiesa comunica anche nel suo essere: uno stile non oppositivo, che non cerca l’egemonia culturale e politica, ma si mostra nella povertà e nell’umiltà. È importante lo scopo e l’intenzione di fondo con cui si evangelizza. I giovani e il mondo contemporaneo hanno bisogno di constatare che l’azione dell’evangelizzazione non è opera di proselitismo, diretto ad aumentare il numero dei componenti della Chiesa, ma è un desiderio umile e disinteressato di far conoscere il Vangelo. Non si comunica il Vangelo per il bene della Chiesa, ma per il bene degli uomini, delle donne, dei giovani di questo tempo, per offrire una proposta di vita e di speranza. Semplicità, povertà, gratuità sono delle caratteristiche a cui i giovani tengono molto nella loro esperienza di Chiesa e probabilmente non sono percepiti nel loro attuale rapporto con la Chiesa. Una Chiesa, quindi, non richiusa su se stessa, ma come la definisce l’autore, «estroversa». In sostanza l’istituzione, per essere significativa, ha bisogno di una visibilità che faccia del Vangelo il suo specchio e il suo continuo riferimento.
    Entrambi questi autori, inoltre, vedono come elemento necessario di cambiamento per la Chiesa la sua dimensione sinodale. Il futuro della Chiesa è un cammino dove tutto il popolo di Dio, nei suoi vari carismi, è valorizzato.
    La Chiesa è chiamata ad un nuovo ruolo da assumere in se stessa e nel mondo, solo così da una possibile sua «crisi terminale»[7] si può intravvedere una possibilità di ridefinire e ricreare la propria forma dall’incontro con l’altro, soprattutto i giovani. Più che mai, la Chiesa oggi è chiamata a dare forza alla sua credibilità ma nell’essere compagna di viaggio in un atteggiamento di ascolto, dialogo empatico, portatrice di gioia, di vita e di speranza.


    NOTE

    [1] Si pensi, ad esempio, all’ampio dibattito avvenuto nel seminario di studio organizzato dalla rivista «La Civiltà Cattolica» in cui una trentina di teologi, storici, canonisti ed esperti di pastorale di diverse nazionalità si sono confrontati sul tema della riforma della e nella Chiesa. I loro contributi sono stati pubblicati nel volume A. Spadaro – C.M. Galli (edd.), La riforma e le riforme nella Chiesa, Queriniana, Brescia 2016.
    [2] Cf. C. Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, Dehoniane, Bologna 2019, 48.
    [3] Id, Il coraggio di anticipare il futuro della Chiesa, «Concilium» 54 (4/2018), 27.
    [4] Cf. id, Urgenze pastorali, 58-59.
    [5] S. Dianich, Comunicare la fede al non credente: il primo fra i molti significati di «evangelizzare», «CredereOggi» 32 (5/2012), n. 191, 28.
    [6] Id., La Chiesa mistero di comunione, 35
    [7] Riccardi, La Chiesa brucia, 235, Laterza 2021.