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    Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità /6

     

    Cf. Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità secondo la parabola del buon samaritano

     

    L’ora del samaritano

    «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”».
    Intanto, chi sono i samaritani? Bollati irrimediabilmente come eretici religiosi, da questa parabola ne escono a testa alta come gli eredi più autentici del vangelo e di tutta la tradizione ospitale della Scrittura.
    (A pensarci bene eresia e eredità hanno molto in comune: l’erede deve sempre reinventare l’eredità ricevuta ma per reinventarla deve farla propria dissociandosi persino dalla originaria matrice genitoriale. Nel rapporto tra le generazioni è un passaggio cruciale [140]).
    Il significato della parola samaritani sorprende: Shamerin significa “guardiani” o “osservatori” della Legge. Tutt’altro che eretici. Sono piuttosto citati nel vangelo, a partire dall’episodio che racconta l’incontro di Gesù con la samaritana (Giovanni 4,1-42). Non conviene dare fiato agli stereotipi negativi che documentano l’inimicizia tra giudei e samaritani («Non entrate nelle città dei samaritani» intima Gesù in Luca 10,5 poco prima della nostra parabola dove invece il samaritano fa una gran bella figura; o il rifiuto da parte di un villaggio samaritano di dare ospitalità a Gesù «perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme» [Luca 9,51-56]). La parabola riceve sostegni ben più sostanziosi dal secondo libro di Cronache (28,8-15) dove si racconta di samaritani che catturarono duecento mila persone, tra donne e bambini, scatenando la condanna del profeta Obed contro l’esercito dei samaritani: «Ecco, a causa dello sdegno contro Giuda, il Signore, Dio dei vostri padri, li ha consegnati nelle vostre mani; ma voi li avete massacrati con un furore tale che è giunto fino al cielo. Ora voi dite di soggiogare, come vostri schiavi e schiave, i figli di Giuda e di Gerusalemme. Ma non siete proprio voi colpevoli nei confronti del Signore, vostro Dio? Ora ascoltatemi e rimandate i prigionieri che avete catturato in mezzo ai vostri fratelli, perché l’ardore dell’ira del Signore è su di voi». Dopo il rimprovero solenne alcuni samaritani danno ragione al profeta e agiscono come il samaritano della nostra parabola: «Alcuni uomini, designati per nome, si presero cura dei prigionieri. Quanti erano nudi li rivestirono e li calzarono con capi di vestiario presi dal bottino, diedero loro da mangiare e da bere, li medicarono con unzioni; quindi, trasportando su asini gli inabili a marciare, li condussero a Gerico, città delle palme, presso i loro fratelli. Poi tornarono a Samaria». È una bellissima anticipazione della parabola, no? Ecco la tesi di fondo: «Il circolo della violenza può essere interrotto. Per la persona ferita a terra o l’ascoltatore che si identifica con lei, questo passaggio offre una lezione importante. Forse chi ti vuole uccidere sarà l’unico che ti salverà» [141].
    Strepitoso. Inquadra la parabola non all’interno del solito retrogusto dolciastro che spesso ascoltiamo in casa cattolica. Nessuna retorica zuccherosa, nessun idealismo di bassa lega, nessun buonismo, solo tanto tanto realismo: non sappiamo nulla di questo samaritano né tanto meno del malcapitato, sono due perfetti estranei l’uno per l’altro che si trovano per puro caso sulla medesima strada con sorti diverse; per quanto ne sappiamo, il samaritano – per lui nessun obbligo di legge né di stato – potrebbe approfittare della situazione o potrebbe andare avanti a farsi gli affari suoi (lui sì sarebbe giustificato, è in viaggio di lavoro, gli altri due invece sono per così dire “a riposo” liturgico, non hanno nulla da perderci a fermarsi); in lui c’è solo l’universale obbligo di applicare per terra quella che viene chiamata “legge del mare”: l’uomo lo si salva sempre. Poi vediamo.
    Il samaritano è il passatore che decide di non passare oltre. Non è il suo stile. Tra i due forse si creerà una complicità che non t’aspetti perché non è dovuta. Il samaritano sa che lo sventurato avrebbe potuto essere lui stesso. L’agonizzante sa che il gesto di solidarietà andrà mandato a memoria. Potrebbe toccare a lui di essere samaritano di altri.


    NOTE

    140 M. Recalcati, la Repubblica, 13 settembre 2013. Gli adulti genitori sono invitati a ricordare questa legge della vita: i figli devono essere un po’ eretici nei confronti dell’ortodossia parentale; appartiene a loro la trasgressione a volte demolitrice dell’autorità genitoriale: è così che crescono, separandosi dal mainstream valoriale degli adulti. Da grandi se ne riapproprieranno: l’eredità dei genitori forgerà la libertà dei figli.
    141 A.-J. Levine, Le parabole di Gesù. I racconti enigmatici di un rabbi controverso, ed. Effatà 2020 (pp. 137-138). «Abbiamo bisogno proprio di coloro di cui pensiamo di non aver bisogno. "Ama il tuo nemico, perché è colui/colei che ti salva"» (M.M. Zuppi, Odierai il prossimo tuo, ed. Piemme 2019 [p. 187]).

    Intermezzo VI.
    La legge del mare

    Quando ho letto questa pagina di storia evangelica non ho potuto non ricordare il recente romanzo scritto a quattro mani da Sandro Veronesi e dal regista Edoardo De Angelis che nel loro Comandante hanno ricostruito la storia commovente omonima del Comandante Salvatore Todaro (diventerà un film). Il quale imbarcandosi nel 1940 sul sommergibile Cappellini ha il compito di cannoneggiare il mercantile Kabalo battente bandiera belga ma alle dipendenze della nemica Inghilterra.
    Siamo in guerra. Ma succede l’inspiegabile: Todaro decide di far salire a bordo del sommergibile i nemici che hanno abbandonato la nave da lui affondata perché prima di tutto sono naufraghi. Decide di portarli in salvo su terra ferma: «Salvare vite è la cosa più entusiasmante che un uomo di mare possa fare». Todaro scrive all’amatissima Rina: «Siamo in guerra, sì, e io lo so benissimo: però non siamo solo in guerra. Siamo in mare. E siamo uomini. E anche il mare ha le sue leggi, anche l’essere uomini le ha, guerra e non guerra». E, poi: «Aver preso a bordo i naufraghi del Kabalo significa infrangere le regole che mi sono state date. […] Ma qui, ora, la mia decisione è presa, ed è irremovibile. Noi affondiamo il ferro nemico, senza paura e senza pietà, ma l’uomo, l’uomo lo salviamo! […] Rina carissima, oggi è un giorno fausto. Oggi noi e i nostri nemici, insieme, ci siamo salvati» [142].
    Todaro il “samaritano”: è una storia che avrebbe molto da dire anche oggi mentre l’Adriatico è diventato un cimitero d’acqua per molti migranti in fuga dalla morte e in cerca di futuro. Non hanno più nulla da sperare perciò non ci mettono molto a consegnare la loro vita al mare sperando in braccia accoglienti e non in politiche respingenti. Una vecchia storia fatta di muri e dinieghi, di nazionalismi e populismi, che stanno facendo il giro dell’Europa e non solo.


    NOTE

    142 E. De Angelis – S. Veronesi, Comandante, ed. Bompiani 2023.


    Essere al posto giusto al momento giusto

    Torniamo al nostro samaritano. Non è una vittima della società, ha denaro, una cavalcatura, è libero di viaggiare, può procurarsi facilmente un alloggio (non come i genitori di Gesù in cerca anch’essi di un posto dove far nascere il figlio [Luca 2,7]), ha la fiducia dell’albergatore, s’impegna a risarcire il debito al ritorno: qui la vittima – come già ricordato – semmai è l’uomo a terra mezzo morto, non abbiamo informazioni di lui, ipotizziamo che potrebbe essere un uomo d’alto bordo, altrimenti non sarebbe stato aggredito così platealmente su una via di collegamento importante. Perché è lì? Perché rischia così tanto? Se decidi di percorrere quel cammino devi calcolare il rischio, giusto? È la società ad essere cattiva e cinica o è la vita che, a volte, sa essere crudele? Il samaritano insegna una legge a tutti coloro che si mettono nella testa di fare del bene: «Amare il prossimo significa compiere azioni continue, non gesti una tantum solo per mettere una spunta sulla lista delle cose da fare» [143] o per lavarsi la coscienza come si fa quando si getta nelle mani di uno straccione una briciola di elemosina senza nemmeno guardarlo in volto. L’azione del samaritano non ha nulla a che vedere con le formulette che la coscienza borghese post-moderna ha escogitato con le donazioni a distanza o gli Sms di Telethon. Il soccorritore è presentato come una persona che non offre solo un aiuto estemporaneo (avrebbe potuto limitarsi al “decalogo” della cura dovuta al ferito: olio, vino, fasciatura, cavalcatura etc.), ma a lungo termine. Il punto di vista della biblista americana Levine è avvincente: «L’offerta del samaritano, che corrisponde alla consegna all’albergatore di un assegno in bianco, coincide con l’interesse assoluto di Gesù per la generosità. Inoltre, la fiducia che il samaritano ripone nell’albergatore riecheggia la fiducia che la persona ferita deve aver avuto nei confronti del samaritano» [144]. (La vittima non reagisce, si lascia far tutto, accoglie la cura prestata al corpo dolente, ma non è passiva: la sua è postura fiduciale; per farsi toccare dall’altro e lasciarsi guarire non basta la condizione di fragilità). «Fidandosi dell’albergatore, il samaritano ha fornito la prova evidente che siamo noi a creare il nostro prossimo e che quella fiducia è essenziale per vivere» [145]. Potremmo già approdare a una nuova conclusione: alla domanda del dottore della legge – “chi è il mio prossimo?” – il maestro risponde attraverso un racconto che lascia chiaramente intuire che «la questione per Gesù non è “chi”, ma “cosa”, non l’identità, ma l’azione» [146]. L’uomo religioso, che non ha il coraggio di dire che il “chi” è il samaritano, deve ammettere che l’identità del protagonista è definita da “colui che ha avuto compassione di lui”. Da ingenuo il pio osservante cade nella trappola: Gesù riesce a fargli ammettere che la questione vitale – quella che ci rende umani e insieme divini – è la compassione e non l’appartenenza religiosa o l’identità sociale. Il paradosso della parabola è che proprio l’odiato samaritano in realtà è il compassionevole nel quale – guarda un po’ – Gesù stesso intende riconoscersi. All’ebreo zelante rimane soltanto di dover confessare che il samaritano agisce come Dio.
    Agisce come agirebbe Dio se gli capitasse di percorrere la strada da Gerusalemme a Gerico. È l’azione a definire l’identità (e la qualità religiosa o, meglio, la fede autentica). Il devoto interlocutore è smascherato.
    Gesù chiude la partita con un inappuntabile imperativo: “Va’, e anche tu fa’ così”. Parafrasi del sottotesto: metti via il catechismo, la dottrina, l’etnia, il nazionalismo, tutto il bagaglio religioso e il retaggio culturale e fa’ semplicemente quello che devi fare. Perché lo sai benissimo quello che devi fare! «Parlare di amore per Dio e di amore per il prossimo non richiede precisione teologica; non chiede un luogo particolare in cui venerare il Signore (Garizim, Gerusalemme, la Mecca, il Gange o Sogorea Te); non parla di libri specifici (Torah, Pentateuco samaritano, Bibbia cristiana, Corano, Libro di Mormon…). L’amore per Dio e l’amore per il prossimo non esistono in modo astratto: necessitano di essere messi in pratica» [147]. Questo il vertice della lezione parabolica. L’amore è una prassi, non esiste in teoria, allo stato puro. Si ama soltanto quando si ama qualcuno di concreto che ha un volto, un corpo, un nome, una storia (vedi l’intermezzo su don Milani). L’amore non è solo un’intenzione ma un’azione, un appello alla libertà che responsabilmente si decide, e decidendosi si definisce per quello che è o che dovrebbe essere per essere quello che deve: umano. Sarà in questo stile umano che Dio si riconoscerà. Ogni volta un uomo indosserà i panni del samaritano a Dio piacerà riconoscersi in lui. La sua statura umana Dio la riconoscerà come divina. Per questo i vangeli continuano senza sosta a ripetere un ritornello speciale: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Marco 1,11 – episodio del battesimo). Dio parla di suo figlio Gesù. E altrove aggiunge: «Ascoltatelo» (Marco 9,7 – episodio della trasfigurazione). Cioè: fate come lui e sarete come me.
    Non sappiamo come avrà agito il dottore della legge. Tutto quello che possiamo sapere è quello che faremo dopo aver ascoltato la parabola.
    Come risultato non è poco. Levine, attualizzando la parabola nell’orizzonte del conflitto israelo-palestinese (se Gesù oggi fosse un palestinese avremmo la parabola del “buon ebreo”) chiude la sua analisi interrogandosi ancora: «Possiamo finalmente concordare sul fatto che sia meglio riconoscere l’umanità e il potenziale che il nemico ha di fare del bene invece di optare per la morte? Saremo capaci di prenderci cura del nemico, che è anche nostro prossimo? Saremo in grado di bendare le sue ferite invece di distruggere le sue città? E riusciamo a immaginare che lui potrebbe fare lo stesso per noi? Possiamo mettere in pratica quella promessa iniziale di non lasciare per strada il viaggiatore ferito? Il testo biblico, oltre che l’interesse per il futuro dell’umanità, ci dice che dobbiamo farlo» [148].


    NOTE

    143 A.-J. Levine, Le parabole di Gesù. I racconti enigmatici di un rabbi controverso, ed. Effatà 2020 (p. 138).
    144 Ibid., p. 138.
    145 Ibid., pp. 138-139.
    146 Ibid., p. 139.
    147 Ibid., p. 140.
    148 Ibid., 141.


    Il “decalogo” dell’amore

    Turoldo ha immaginato che Luca con la sua parabola volesse riscrivere una sorta di nuovo “decalogo”: il decalogo dell’amore. Il protagonista è sempre il samaritano. Ecco l’«incalzare di tutti i verbi.
    Queste le loro scadenze: 1) lo vide; 2) si mosse a pietà; 3) si curvò su di lui; 4) gli fasciò le ferite; 5) gli versò l’olio e il vino; 6) lo caricò sul suo giumento; 7) lo portò nell’albergo; 8) si prese cura di lui; 9) pagò per lui; 10) tornò indietro a pagare» [149]. Luca è uno scrittore meraviglioso, gli basta una manciata di versetti per trasformare il quadro in un capolavoro. Il parallelo evangelico – già citato – è il grande affresco del giudizio universale di Matteo 25. Tutto torna.
    Questo decalogo così particolare e inedito (anche perché qui è tutto giocato in positivo) è la risposta inequivocabile alla domanda di Gesù: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?” Il decalogo assembla una costellazione di azioni che ci confermano nell’idea che il cristianesimo è esperienza dell’amore. «E fuori dall’amore non c’è umanità» [150].
    A proposito ancora di buone canzoni, il geniale Lucio Dalla cantava: «È il dolore che ci cambierà» ma «è l’amore che ci salverà» [151].


    NOTE

    149 D.M. Turoldo, Anche Dio è infelice, ed. Piemme 1991 (p. 104). Turoldo commenta: «“Gli fasciò le ferite, gli versò dell’olio e del vino”: impossibile non pensare ai sacramenti. Splendidi sacramenti che mi ristorano dal male che a volte è la stessa esistenza; mi rimarginano le ferite più segrete e più profonde. E fra essi il più dolce di tutti è questo: il sacramento dell’amore e della “compassione”, della pietà e dell’amicizia, il sacramento che ci rende umani» (p. 102).
    150 D.M. Turoldo, Anche Dio è infelice, ed. Piemme 1991 (p. 69).
    151 Henna, tratta dall'omonimo album di Lucio Dalla (1993), è una canzone contro la guerra.


    È il prossimo che ti sceglie

    Cosa significa essere prossimi? Che cos’è la prossimità? Gesù ribalta completamente la prospettiva mettendo seriamente in difficoltà il dotto interlocutore, che ha aperto la disputa teologica per mettere alla prova il Maestro: non si tratta di rispondere alla domanda “chi è il mio prossimo” ma “di chi io sono stato prossimo”. Il prossimo non lo si sceglie, non lo si può scegliere mai. È lui che sceglie te.
    Ti elegge, anche se non lo vuoi. «Il prossimo non esiste già – scrive Martini –. Prossimo si diventa. Prossimo non è colui che ha già con me rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica.
    Prossimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti a un uomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima» [152]. Il prossimo? «È la vocazione a cui sono chiamato. […] Il prossimo non è semplicemente colui che mi è vicino fisicamente, ma è disponibilità a farsi vicino, a divenire vicino, a spostarsi da dove si è peer andare là dov’è l’altro. La prossimità non è uno stato, ma un’azione. […] un’azione su di sé, in cui io decido di fare qualcosa di me» [153]. Dunque, è responsabilità personale, è azione, azione su di sé.
    L’altro è un appello inderogabile e capita sempre nel momento meno opportuno: la miseria, il dolore, la morte disturbano, fanno saltare i programmi, mettono in crisi, chiedono cambiamento, duttilità di movimento e risposta. Soprattutto quando il prossimo che non scegli ti viene incontro e tu non puoi far finta di nulla, non puoi girare la faccia altrove. Ti prende il tempo (tanto), ti distrae dalle tue quotidiane occupazioni, ti chiede energie (molte) e perfino tocca (un po’) il tuo portafogli. Non si possono mettere paletti o confini alla prossimità o all’essere prossimi: «La vita è quel che accade dopo che l’hai pianificata» [154].
    In mezzo alle due domande (“E chi è mio prossimo?” e “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”), che aprono e chiudono la parabola, Gesù narra la storia che stiamo assimilando. Il narratore non è «un teorete, un Bertoncelli o un prete» (per dirla con l’Avvelenata di Guccini), non offre dottrine ma racconta esperienze concrete, vicissitudini drammatiche nelle quali potremmo prima o poi ritrovarci tutti, qualcosa che ci potrebbe accadere davvero. Il Maestro racconta storie dal finale aperto come se il finale dovesse (o potesse) essere deciso solo dall’uditore-lettore. E, infatti, forse è proprio così. Alla fine, la storia narrata è un chiaro appello alla responsabilità di ciascuno. Parafrasando, si potrebbe dire: mio caro teologo e fervente religioso non chiedere a me – anche se mi chiami maestro, riconoscendomi autorevolezza e professionalità e pretendendo che sia io a dare la risposta – chi sia il prossimo o per chi tu devi essere prossimo. Ribalta la prospettiva: adesso sei tu, in piena libertà, a dover scegliere per chi essere prossimo. Non aspettare te lo dica io, direbbe ancora Gesù. Il bisogno, o la pretesa, di avere qualcuno che ci dica cosa fare – perché sa che si deve fare così – sollevandoci dal pensiero di dover pensare noi alla soluzione è una strategia abbastanza accomodante. Ma non ci fa crescere. In realtà la prospettiva del narratore è molto liberante e molto coinvolgente: ciascuno di noi viene ricondotto alla propria responsabilità alla quale non può sottrarsi. Nessuna ingiunzione, nessuna legge dall’esterno o dall’alto, nessun comandamento divino cui obbedire: qui il comandamento nasce dal confronto con la realtà alla quale rispondere di volta in volta e, poi, dal dialogo che ciascuno intesse all’interno della propria coscienza. (La cura del prossimo è un imperativo etico. La “regola d’oro” è il minimo: «Fai agli altri
    quello che vorresti fosse fatto a te». Poi sappiamo che Gesù non si limiterà a questo principio e introdurrà l’amore di Dio e del prossimo, come nella nostra parabola: fai agli altri il bene che loro non faranno a te, fai agli altri anche se per te gli altri saranno nemici e non fratelli; ama anche chi non ti amerà…).
    «Nell’originale greco la parola che noi traduciamo come “prossimo” ha un significato denso: c’è nella prossimità un senso di repulsione che deve essere superato attraverso la misericordia, ma una misericordia sofferta, che “lacera le viscere”. Come coloro che erano passati prima di lui, anche il Samaritano prova repulsione nei confronti di quell’estraneo. Ma si fa prossimo a lui, si approssima con misericordia pur lacerandosi le viscere. Lo straniero, xenos. Da qui xenofobia, ma anche la xenofilia classica, l’amore per lo straniero, quello di cui parla Platone. È una colpa gravissima quella di respingere lo straniero, tanto più se supplice, bisognoso» [155].


    NOTE

    152 C.M. Martini, Farsi prossimo. La carità oggi, nella nostra società e nella Chiesa, ed. Centro ambrosiano, 1985.
    153 L. Manicardi, L’invenzione della prossimità in Rivista del Clero Italiano, 10 / 2011, VeP, pp. 651.
    154 J. Forest, Amare i nemici, ed. Qiqajon 2017 (pp. 47-48): «La sensazione di avere tempo, o di non averlo, non è solo questione di avere un’agenda piena o vuota. Talvolta le persone che hanno le vite più impegnative, più complicate, sono proprio quelle che riescono a mollare tutto e rispondere, come il buon samaritano, all’inatteso come se null’altro importasse, consapevoli che spesso è proprio negli eventi non programmati e non voluti che Dio irrompe nelle nostre vite. Una vita troppo imprigionata da piani provoca cecità. “La vita è quel che accade dopo che l’hai pianificata”, si diceva spesso nella mia famiglia. Non lasciare mai che i tuoi piani ti rendano cieco nei confronti di chi ti circonda».


    Ama solo chi è amato

    Alla fine degli anni Novanta la psicanalista francese Françoise Dolto, in dialogo con un altro psicanalista Gérard Sévérin, provò a leggere i vangeli liberandoli dal peso moralistico di certa predicazione cattolica e riconoscendo a Gesù – e ai vangeli – un debito antropologico: Gesù non insegna una morale ma il desiderio, ci spinge a cercare ciò che ci manca. «Insegna la vita del desiderio» [156] che da una parte mette sempre in relazione con l’altro e dall’altra riconosce la mancanza che sempre ciascuno di noi è: siamo ciò che ci manca. Dolto si sofferma soprattutto a descrivere il “modello samaritano” senza analizzare troppo le altre figure della parabola e senza elargire giudizi.
    (Per altro nemmeno Gesù si permette di giudicare: né i due religiosi per via né il dottore della legge con cui sta dialogando). Il samaritano è un mercante, un uomo pratico, va al sodo delle cose, i suoi sensi sono all’erta come tutti i viaggiatori dell’epoca, riconosce lo sventurato ferito a terra, è consapevole che avrebbe potuto essere al suo posto e forse lo sarà in un prossimo viaggio. Lo aiuta e se ne va, senza forse nemmeno salutare. Pura gratuità. «Ha “perso” o ha “dato” un po’ del suo tempo, mettendo quell’uomo sulla sua cavalcatura; simbolicamente vuol dire che se ne è assunta la responsabilità fisica: lo porta, gli fa da madre. Gli fa anche da padre, visto che dà del denaro che permetterà al ferito di rimettersi in sesto» [157].
    Insomma, ha avuto compassione. È lui che si è comportato come prossimo dell’uomo mezzo morto. Ma è sorprendente che nella parabola – non te lo aspetteresti – «Cristo chiede al ferito della strada di amare il samaritano salvatore come se stesso. È a colui che è stato salvato che Cristo insegna l’amore. Per tutta la vita amerà l’uomo da cui ha ricevuto attenzione, assistenza e aiuto materiale, l’uomo senza il quale sarebbe morto. Mai dovrà dimenticare l’uomo che l’ha rimesso in sella» [158]. (Come nell’incontro con la donna peccatrice in casa di Simone: «Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» [Luca 7,47]). La compassione del samaritano è risorgente.
    La compassione è l’unica forza risorgente. Gesù, oltre che per rispondere alla domanda sul prossimo posta dal dottore della legge, narra la storia per farci intuire che potremmo tutti ritrovarci nei panni dei malcapitati; vestire i loro panni significa non solo sentire il peso della sofferenza sulla propria carne ma imparare la legge risorgente dell’amore. E imparare a riconoscere il debito d’amore ricevuto anche se il samaritano è tale proprio perché ignora sia la riconoscenza sia il debito. «È disinteressato chi, avendo compiuto un gesto di generosità, non se lo ricorda più. Chi è stato soccorso non dovrà mai dimenticare il suo salvatore, che lo conosca o no» [159].
    E quando Gesù dice “va’, e anche tu fai lo stesso” non significa che il ferito-curato debba restituire qualcosa al soccorritore. Significa che dovrà semmai rivolgere la sollecitudine imparata ad altro. Nessuno deve sentirsi obbligato a restituire a colui dal quale si è ricevuto. Il samaritano agisce in maniera disinteressata. L’uomo mezzo morto, una volta guarito, agirà come il samaritano senza pensare di dover ricompensare il samaritano. L’amore è sempre a senso unico. Non è mai biunivoco, bilaterale, non prevede tornaconto o risarcimenti.
    «Nella tradizione cristiana – afferma Cacciari – non c’è nessuna reciprocità, il ferito della parabola con tutta probabilità non conoscerà mai il Samaritano e questi non si aspetta nulla in cambio. Non si aspetta di essere ricambiato e non si aspetta che l’uomo diventi uguale a lui. Restano due entità assolutamente differenti: il Samaritano custodisce l’alterità dell’altro e in questo modo costruisce la propria identità» [160]. Come nel rapporto genitoriale: un genitore non ama il figlio affinché il figlio da grande lo ricompensi. Il figlio è chiamato sì alla restituzione ma ad altri che non sono i genitori. Oltre la cerchia parentale. Il figlio restituisce l’amore ricevuto ai figli che semmai metterà al mondo. L’amore non è un anello che si chiude ma un filo infinito che parte da te e scivola via verso altro-da-sé, affinché altri possano gustare il bene dell’amore o del dono. Noi pensiamo al bene che il samaritano ha fatto per noi e ci sentiamo invitati a restituirlo ad altro. Il samaritano non si aspetta nulla. Lui consegna il ferito alla cura dell’oste e se ne va. Non sappiamo se tra l’uomo tornato a vivere e il samaritano ci sarà un incontro. Sappiamo solo che eventualmente l’oste riceverà il dovuto, come pattuito. Nulla di più. «Pensiamo a ciò che [il samaritano] ha fatto per noi, e agiremo allo stesso modo con un altro» [161]. Questo è il succo della parabola: imparare la libertà del dono. Detto altrimenti: il donatore dona e il donato donerà ad un altro che avrà bisogno del dono. Questo è il punto: il dono non torna mai da dove è partito. Va sempre oltre.
    Genera altro in termini di vita, relazioni, azioni, progetti, futuro… Questo è lo stile di Dio che non chiede mai all’uomo di restituirgli il dono offerto, chiede all’uomo di restituire il dono a un altro uomo, per farlo vivere o anche solo per gratificarlo. Questo vuol dire essere prossimi per qualcuno: donare il dono ricevuto ad altri per i quali essere prossimi. Non dobbiamo nulla a Dio. Anche perché Dio si dimentica di aver donato. Se vogliamo una definizione possiamo dire che Dio è generazione gratuita e disinteressata. Genera e lascia andare, senza trattenere nessuno né pretendere riconoscimenti né costringere nessuno a tornare da lui. Abbiamo coltivato un’idea deviante di Dio, come colui che s’aspetta in cambio qualcosa da noi.
    «Il nostro prossimo sono tutti coloro che la sorte ha messo sulla nostra strada, che c’erano quando avevamo bisogno di aiuto e ce l’hanno dato senza che noi lo chiedessimo e che ci hanno soccorso, senza nemmeno più conservare il ricordo. Ci hanno dato una parte del loro plusvalore di vitalità. Tutti coloro che, come fratelli e in modo disinteressato, ci hanno preso sotto la propria responsabilità fin a quando avessimo ripreso le forze, lasciandoci poi liberi di proseguire per la nostra via, sono stati il nostro prossimo». Non finiremo mai di sottolineare la preziosità e unicità di una libertà così. Quindi, il nostro prossimo è il “tu” senza il quale non ci sarebbe più un “io” in noi. Il nostro prossimo ci restituisce la dignità, l’identità che qualcuno con violenza (o le situazioni inaspettate della vita) ci ha strappato di dosso. Il prossimo è colui che ci veste con amore e ci rialza in piedi. Ci fa sentire nuovamente orgogliosi di essere un “io” cioè un individuo, singolare e speciale. Il malcapitato lasciato mezzo morto sulla strada è stato soprattutto scippato della sua dignità. Quella dignità che solo un atto di amore può donarci. La storia di Luca è una storia di resurrezione. «Cristo ci indica che il prossimo è l’essere a noi complementare nel momento in cui la nostra solitudine, la nostra inconscia miseria, la nostra inconscia indigenza sarebbero divenute, senza di lui, incapacità di sopravvivere» [162].
    La parabola, sempre secondo Dolto, illumina gli aspetti del nostro vivere quotidiano: «Primo: la luce di un amore eterno verso chi ci ha salvati quando eravamo sprovvisti di tutto, nell’indigenza, abbandonati da tutti e da noi stessi. Secondo: un esempio, un comportamento, un modo di agire. Quando, come il samaritano, hai un po’ di tempo e la possibilità materiale, non voltare le spalle a chi vedi in difficoltà. Quando non sei occupato in qualcosa d’altro e hai un surplus di vitalità, da’, se puoi, a colui che, sulla tua strada, è nel bisogno»163. Ma «non lasciarti trattenere da colui che ti ha salvato.
    Non sentirti legato dal dovere di manifestare la tua gratitudine verso colui che ti ha aiutato, ma agisci come lui ha agito. Non farti bloccare dal ricordo di colui che tu hai potuto aiutare. Ricordati che la tua sopravvivenza la devi a un altro; ama quest’altro nel tuo cuore e, quando si ripresenterà l’occasione, fai per un altro quello che lui ha fatto per te»164. Torna la grande libertà del samaritano che qui davvero si presenta come un modello o meglio come uno stile di vita inedito. Pari a quello di Gesù. «Il samaritano, un estraneo, ha agito da fratello umano, in modo anonimo, senza distinzione di origine, razza, religione o classe. Colui che, grazie a lui, ha potuto riprendersi e per tale atto generoso si è reinserito nella vita sociale, agisca allo stesso modo»165. Ecco il “com’è” che si deve leggere la parabola.
    Ecco com’è la carità di Gesù di Nazareth. Ecco quello che succede: «Il vero amore non crea né dipendenza né obbligo di fedeltà. Io ti ho amato e tu non mi hai reso nulla; io non ho tratto alcun beneficio.
    Tu invece hai avuto il beneficio di sapere che sei amato, che sei stato amato e che ami. Sgorga perciò un legame nuovo di una nuova alleanza, un’“alleanza” d’amore tra gli esseri, senza che ci sia un beneficio commerciale. Il samaritano ha dato senza ricevere niente in cambio, e il ferito potrà fare altrettanto con altri». Si intuisce l’invito “Va’, e anche tu fai lo stesso” e “Ama il prossimo tuo come te stesso”: «Non dimenticare mai il plusvalore di vitalità di cui il tuo prossimo ti ha fatto dono, senza per questo rimanerne impoverito. Passando di lì, egli ti ha permesso di rimetterti in piedi per riprendere il tuo cammino»166. Non ti chiede di andargli dietro, come se volesse che tu ti sdebitassi. È proprio quello che fa anche Gesù quando guarisce qualcuno: rinvia il guarito a casa, senza obbligo di sequela. Non gli chiede di diventare discepolo, non lo lega a sé, al suo destino, lo invita a fare il proprio percorso di vita perché è lì, dentro la storia di tutti i giorni, che lui potrà essere discepolo del vangelo e – diremmo noi – samaritano, prossimo di altri167. Gesù non hai mai giocato la carta della seduzione che è quasi la stessa della volontà di potenza e di possesso. Talmente libero e liberante da non far sentire nessuno in colpa. Ma bravissimo a incoraggiare a fare lo stesso.


    NOTE

    155 M. Cacciari, Lectio Magistralis «Dal vangelo (che non è buonista) insegnamenti sul “nostro prossimo”» al Festival della filosofia di Modena, 2010.
    156 F. Dolto, I vangeli alla luce della psicanalisi. La liberazione del desiderio. Dialoghi con Gérard Sévérin, et al./edizioni 2012 (p. X): «Scopro che Gesù insegna il desiderio e trascina a esso» (p. 8). In Italia sta continuando questo lavoro Massimo Recalcati che per altro riconosce il suo debito con la Dolto. Recalcati ha già pubblicato il suo lavoro sul primo testamento (La legge della Parola. Radici bibliche della psicanalisi, ed. Einaudi, 2022) promettendo a breve lo stesso approccio per il nuovo testamento.
    157 Ibid., p. 99.
    158 Ibid., p. 100.
    159 Ibid., p. 101.
    160 M. Cacciari, Lectio Magistralis “Dal vangelo (che non è buonista) insegnamenti sul ‘nostro prossimo’” al Festival della filosofia di Modena, 2010.
    161 F. Dolto, I vangeli alla luce della psicanalisi. La liberazione del desiderio. Dialoghi con Gérard Sévérin, et al./edizioni 2012 (p. 101).
    162 Ibid., p. 102.
    163 Ibid., p. 104.
    164 Ibid., p. 105.
    165 Ibid., p. 105.
    166 Ibid., p. 111.
    167 Illuminanti le osservazioni in proposito di Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, ed. Qiqajon 2019.



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