Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità /8
Cf. Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità secondo la parabola del buon samaritano
De-centrarsi
La parabola lucana è dichiaratamente un manifesto contro ogni forma di narcisismo o di idolatria di sé (egolatria [191]), chiaro stigma della nostra cultura: il curioso e inquietante neo-monoteismo sopraccennato. È al di là di ogni tentazione all’auto-referenzialità, all’auto-centramento. Il narcisismo fa parte di quelle “passioni tristi” che affliggono la nostra stagione culturale [192]. Soltanto la dimensione della cura dell’altro fa emergere l’individuo, la società tutta, dal pantano della disgregazione e dalla non volontà di agire. La postura del samaritano è de-centrarsi. Un verbo magnificamente umano, specularmente divino. Decentrarsi è il verbo di Dio (fa di Dio quello che è per come ce ne ha parlato Gesù). È l’avventura dell’incarnazione. La cura di sé coincide con la cura dell’altro: possiamo rileggere anche così il comandamento dell’amore introdotto da Gesù.
Nella parabola il verbo riflessivo è declinato in molteplici azioni, come ricordava Turoldo nel suo nuovo decalogo dell’amore: passare accanto, vedere, avere compassione, farsi vicino, fasciare, versare, caricare, portare, prendersi cura, pagare. Sono tutti verbi che chiedono un’evidente esposizione, una sorta di sporgenza sull’altro.
Decentrarsi è un verbo genitoriale. Non si generano e allevano i cuccioli dell’uomo se non ci si proietta al di fuori di sé, con l’intenzione di custodire il bene dell’altro, assumendo l’altro come bene e imparando perfino a servirlo (che non vuol dire solo nutrire, vestire, proteggere etc.). L’altro (il figlio, il partner, lo straniero etc.) è per definizione colui che ti de-centra, cioè toglie il tuo “Io” dal centro nel quale credi di doverti mettere. È una sorta di sporgenza sull’altro, di disassamento, di sbilanciamento. Il dis-equilibrio, tipico della postura di prossimità, è la salvezza dell’umano.
De-centrarsi è il disincanto dell’Io.
NOTE
191 Felice espressione coniata da Giuseppe De Rita. La ritrovo nel saggio di V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (p. 13).
192 La categoria delle “passioni tristi” – che risale a Spinoza – è entrata nel vocabolario comune grazie agli studi di due psicanalisti: vedi Miguel Benasayag - Gérard Schmit: L’epoca delle passioni tristi, ed. Feltrinelli 201914 e Miguel Benasayag, Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa, ed Feltrinelli 2018.
E se il nemico diventasse tuo fratello?
«Il samaritano ha messo da parte i propri piani, si è scomodato, ha speso il suo denaro, si è impegnato a salvare la vita di qualcuno che non aveva mai incontrato prima ma che ha risvegliato la sua compassione. L’effetto di tutto ciò è che uno straniero ferito, che avrebbe potuto classificare come nemico, diventa suo ospite» [193]. Dall’ostilità all’ospitalità [194.] Scrive il teologo francese Jean Danielou: «La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes). Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo» [195].
E se provassimo a leggere la parabola dal punto di vista dell’amore per lo straniero-estraneo? Si aprirebbero insospettabili scenari. L’altro potrebbe rivelarsi anche come tuo nemico e tu saresti comunque invitato a ospitarlo come fratello. L’uomo a terra avrebbe potuto benissimo essere un potenziale nemico. Ma anche viceversa: il samaritano potrebbe essere un nemico – magari peggio dei briganti – dell’uomo mezzo morto. Che fare? L’amore del prossimo raggiunge l’apice quando l’altro si presenta come il nemico che ti procura del male. Si può “convertire” il nemico in un fratello, essergli prossimo senza condizioni, e perfino credere (un atto di fede enorme, una fede disumana che umanizza) che il nemico potrebbe farsi prossimo a noi? Non tocchiamo qui il vertice del cristianesimo? La scelta di Gesù di perdonare i nemici fautori della sua eliminazione è il paradigma eloquente e piuttosto inedito nella storia dell’umanità («Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» [Luca 23,34]). Non si riflette mai a sufficienza su questo aspetto della morte del Nazareno.
Il senso della parabola è metterci di fronte al realismo della vita: non veniamo al mondo come fratelli e, però, per tutta la vita siamo chiamati a diventarlo. La fraternità è una vocazione, la vocazione degli umani, anche quando la vita ci sbatte sul muso ben altro.
NOTE
193 J. Forest, Amare i nemici, ed. Qiqajon 2017 (p. 45).
194 H. J. Nouwen, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, ed. Queriniana 2010.
195 J. Danielou, Pour une theologie de l’hospitalité, in La vie spirituelle, 367 (1951, p. 340) citato da B. Salvarani, Senza Chiesa e senza Dio. Presente e futuro dell’Occidente post-cristiano, ed. GLF tempi nuovi 2023 (p. 213).
Quello che la parabola non dice
Molte sono le cose che la parabola non dice. Come ogni buona “opera aperta” il finale lo scrive il lettore-uditore. A lui la responsabilità del racconto. Noi non sappiamo nulla del samaritano se, per esempio, ha dovuto ricompensare l’oste, nulla del sacerdote del tempio e del levita (magari, pentiti, sono tornati indietro?), non sappiamo se il samaritano e l’uomo, che da mezzo morto è tornato in vita, abbiano mantenuto i rapporti. Soprattutto ci interesserebbe sapere se il ferito avrà perdonato i briganti o avrà conservato per tutto il resto della vita risentimento e sentimento di vendetta. Se avrà perdonato i due uomini della religione che pur avendolo visto mezzo morto non si sono degnati di agire abbandonandolo al suo destino. O se, una volta ristabilitosi, si sarà vendicato di chi gli ha fatto del male? Se dovessimo lasciar parlare il vangelo dovremmo dire dell’uomo, anch’esso crocifisso e abbandonato, che invece di vendicarsi ha assicurato il perdono e la fraternità ai suoi nemici. E se anche sulle sue labbra fossero affiorate le già citate parole del maestro: «Padre, perdona loro…»? Ma, ci interroghiamo in questa invenzione di finale parabolica, è umanamente possibile attuare la lezione evangelica del perdono e dell’amore per il nemico? Non c’è forse un limite al perdono [196]? E, ancora, è possibile riuscire a trattare il nemico come un fratello? E se la parabola – dal punto di vista della vittima – ci aiutasse proprio a guardare con occhi diversi l’altro, lo straniero, l’estraneo non come nemico da cui stare alla larga o dal quale proteggersi e difendersi – il che sarebbe legittimo – ma come qualcuno che non merita nemmeno il nostro odio [197]? Ha ragione la lettera agli Ebrei quando avverte: «L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Ebrei 13,1-2). Non è bellissimo? E, infine, tornando all’interlocutore di Gesù, il dottore della Legge cui è indirizzata la parabola, avrà fatto sua la lezione della prossimità? O, meglio, l’intellettuale devoto avrà compreso che in quel «va’ e anche tu fa’ lo stesso» c’è l’invito alla prossimità più difficile cioè il perdono? Non è forse il perdono la vera compassione ospitale? Di sicuro, senza la capacità di perdono il nostro malcapitato non potrà mai tornare alla vita, rinascere, risorgere. La potenza resurrettiva del perdono è già resurrezione per se stessa.
NOTE
196 Lo psicanalista Recalcati si chiede come sia possibile «perdonare l’imperdonabile » ma anche dell’esistenza di una soglia del perdono: esiste anche l’imperdonabilità. Per Recalcati il perdono è un autentico «lavoro» (vedi M. Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, RaffaelloCortina editore 2014 [pp. 81-99]). In un’intervista afferma che la tradizione «cristiana ha fatto del perdono la sua parola fondamentale. Perché il perdono è la prova più alta dell’amore, porta con sé la dimensione della donazione, al di fuori di un calcolo, al di fuori di ogni simmetria, di ogni logica di risarcimento. […] Nel cristianesimo, nella predicazione di Gesù in particolare, l’esperienza del perdono annuncia la risurrezione» (da Jesus, settembre 2014, pp. 72-76).
197 Il giornalista francese Antoine Leiris, all'indomani degli attentati terroristici al Bataclan di Parigi nel 2015 dove sua moglie perse la vita, scrisse un commovente pamphlet dal titolo Non avrete in mio odio (ed. Corbaccio 2016).
Intermezzo VII
Una parabola contemporanea
Il villaggio di cartone, uno degli ultimi film del grande regista Ermanno Olmi, usciva nel 2011 e si proponeva come una grande metafora dell’inclusione e dell’ospitalità. In tempo di respingimenti e di miopia politica la sua era una bella provocazione. A suo modo il film voleva essere soprattutto una moderna “parabola” sull’amore del prossimo come unica chance per rivitalizzare la coscienza credente di un cristianesimo in piena crisi. Era uno scossone violento alla chiesa che come l’anziana cadente del suo Lunga vita alla signora! (1987) sembrava proprio non voler cambiare nulla e morire nel proprio isolamento. La buona notizia di Gesù, secondo il regista bergamasco, era stata tradita.
Il film racconta di un vecchio prete che, dopo aver realizzato che ormai la sua chiesa parrocchiale è vuota, i fedeli non ci sono più, non vengono più a messa – chiara allusione al destino del cristianesimo in occidente – decide di dare ospitalità a un gruppetto di extra- comunitari clandestini. Tema attualissimo, come si sa (tra l’altro la provocazione di Olmi è netta: i naturali fedeli del cristianesimo europeo hanno lasciato il posto a un popolo di immigrati, il quale oltre che fermare l’inarrestabile emorragia dell’inverno demografico costituisce il potenziale nuovo popolo di Dio). Il dialogo tra il vecchio prete e il suo sacrestano è illuminante: «Perché ha lasciato entrare quella gente?...» chiede il sacrestano al parroco che non risponde.
«Dentro la nostra chiesa. Perché?...» incalza. «Perché è una chiesa» risponde l’anziano. Il sacrestano: «Quella… è tutta gente diversa, non è come noi». «E noi? Come siamo noi?» chiede il prete. E il sacrista: «Aver a che fare con loro, è un grosso rischio per tutti».
Ma l’anziano parroco: «Quando la carità è un rischio,… quello… è il momento della carità…». E poi conclude: «Fu sera e fu mattina,...
e vide che la Luce… era cosa buona». In un’altra sequenza del film, dove il colloquio si svolge con il medico scettico o agnostico, è ancora l’anziano uomo di chiesa a sorprendere: «Ho fatto il prete per fare del bene… Ma per fare del bene, non serve la fede. Il bene è più della fede» [198]. Che dire? Una bella provocazione e non solo per la chiesa.
Olmi qualche anno prima della morte scrisse un’accorata Lettera a una chiesa che ha dimenticato Gesù. Voleva risvegliare la chiesa dal suo torpore, dall’inedia, dalla pavidità. Voleva che riprendesse in mano l’originaria ispirazione e sovversione evangelica [199]. Ed è ancora suo il bellissimo Centochiodi (2007) dove un uomo che tutti chiamano “Gesù Cristo” in una notte inchioda i libri di una biblioteca: «Quante verità sono state proclamate dentro tutti questi libri? A cosa sono servite? A mendicare sicurezze gli uni dagli altri, senza che siano mai servite a migliorare il mondo». «C’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri». Chissà se è questa la ragione per cui Gesù che non ha voluto scrivere nulla?
NOTE
198 I dialoghi del film sono stati pubblicati da Archinto nel 2012.
199 E. Olmi, Lettera a una chiesa che ha dimenticato Gesù, ed. Piemme, 2013.









































