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    L’educazione come energia creatrice e ricerca dell’armonia


     

    Cantieri dell’anima /11

    Fabio Gabrielli

    (NPG 2009-09-32)


    Con questo intervento concludiamo Cantieri dell’anima, ovvero un percorso, soprattutto educativo, che abbiamo cercato di tracciare in povertà di carne, nei limiti del nostro conoscere e agire, ma nella convinzione che senza una oblativa promozione della cultura, senza una coerente, condivisa diffusione delle idee, senza un recupero dell’educazione come abissale espressione umana, nella quale incarnare la Trascendenza, ci sia solo una realtà in celluloide.
    In questo senso, vieppiù per i giovani, ci sembra irrinunciabile la lettura del bellissimo libro del filosofo Duccio Demetrio: L’educazione non è finita. Idee per difenderla, R. Cortina, Milano 2009.
    L’Autore si interroga sul destino dell’educazione, rimarcando, con una serie di argomentazioni incisive e uno stile accattivante, la sua ineliminabile presenza, invisibile e concreta, in tutto ciò che è umano:

    «[…] L’educazione alimenta la preziosa facoltà di desiderare, ci aiuta a sperare, ad andare avanti, a perseverare nella ricerca della nostra sorte al passato e per il tempo, tanto o poco, che ci resta da vivere. Chi, del resto, può affermare di non essere mai stato educato?».

    Il problema, semmai, è quello di ridiscutere il senso profondo dell’educazione, farne riemergere il timbro genuino, le radici di senso, senza annegarla nelle acque immote e indifferenti della retorica più abusata o svilirla nel vuoto etico ed esistenziale che sembra incanaglire sempre più l’uomo d’oggi.
    Scopo ultimo di ogni forma di educazione dovrebbe essere quello di dare un orientamento, una legge alla propria vita, senza la quale è ineludibile la tirannia dell’altro, ovvero l’eterodirezione.
    Nietzsche aveva capito in modo splendido tutto questo, là ove afferma:

    «Se siete troppo deboli per dare delle leggi a voi stessi, accettate che un tiranno vi imponga il proprio giogo e dica: ‘Obbedite, digrignate i denti, ma obbedite’ – e tutto il bene e il male anneghino nell’obbedienza a quel tiranno» (Frammenti postumi 1882-1884).

    Chi non incarna nei propri vissuti e nella dimensione comunitaria la propria energia, espressiva di un’educazione ininterrotta, di una formazione di sé come realtà totale, finisce per dipendere dall’energia creatrice degli altri, subendone direttive di vita e di conoscenza. E non ci si riferisce solo alla tirannide come brutale asservimento, ma anche all’omologazione al dire dell’altro, vuoi per vigliaccheria, vuoi per opportunità a non impegnarsi mai in prima persona, permanendo, così, in un perenne stato di minorità. Come non ricordare il celebre passo kantiano:

    «Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità se la causa di esso non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro» (Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, 1784).

    Educare ed essere educati significa, allora, vincere la pigrizia che sclerotizza le idee, l’accidia che le lascia precipitare prima che il loro tragitto sia compiuto, la paura che svuota ogni scelta della sua operatività.
    Leggiamo Demetrio:

    «Educare è avere coraggio ed educare ad averne. Con la paura si inibiscono quelle indispensabili prove ed esplorazioni che rendono autonomi e responsabili, le soddisfazioni dell’essere riusciti a fare senza qualcuno che ci desse una mano».

    Alcune piste di ricerca

    Vediamo di trarre da queste brevi riflessioni qualche indicazione che possa fungere da stimolo, da possibile pista di ricerca:
    – l’educazione nasce per difetto, ovvero da uno stato di povertà di conoscenze che ci porta a inaugurare ogni volta, sbigottiti di fronte all’enigmaticità del mondo, tutto il nostro umano nella sua perenne tensione al vero;
    – l’educazione, come sottolinea con questa bella immagine Demetrio, consiste nel «varcare le brume del sopore e del languore», ovvero nello scavare sotto l’apparente, levigato sentiero di tutto ciò che crediamo consolidato, nel trovare e mostrare con coraggio i crepacci nascosti, nel privilegiare l’ombra rispetto alla luce, la solitudine della coscienza vigile rispetto al chiasso accomodante e lusinghiero di quanti, per pigrizia o viltà, congelano idee e visioni del mondo nel pensiero unico;
    – l’educazione è «riconciliarsi con il male di vivere»: lo scopo di tutta un’esistenza dovrebbe essere quello di aprire le proprie dinamiche conoscitive al mondo, al fine di lenire, per quanto la nostra contingenza ci permetta, le ferite che la vita ci procura e che abitano crudelmente i nostri progetti e i nostri sogni;
    – l’educazione, tuttavia, è anche riconoscere la luce del mondo, il suo continuo rinnovarsi, la sua capacità di produrre in noi copiose e feconde ideazioni.

    In questo contesto vale la pena di ricordare uno stralcio de Il declino dell’uomo di Konrad Lorenz:

    «Un uomo capace di vedere quanto è bello l’universo non potrà non assumere di fronte a esso un atteggiamento ottimistico. Comprendendo tutta la grandiosità, tutta la bellezza della creazione, egli saprà resistere all’indottrinamento e ai metodi di propaganda che oggi vanno per la maggiore. La verità del reale gli insegnerà ‘a non dire falsa testimonianza’ al prossimo suo. Avendo educato e affinato la sua sensibilità per le grandi armonie, egli sarà in grado di distinguere ciò che è sano da ciò che è malato, e non dispererà delle grandi armonie della creazione organica, pur sentendo un profondo dolore per le tragiche sofferenze e la morte dei singoli esseri viventi».

    Ecco, la missione dell’uomo nel mondo dovrebbe essere quella di affinare la sensibilità dei suoi figli per le grandi armonie, cioè per l’unità, l’ordine, la misura, il riconoscimento del limite. Armonia è figlia di Ares, la guerra, e di Afrodite, l’amore: è punto di equilibrio tra forze opposte. Il termine in questione deriva a una radice ar, ovvero adattare, far combaciare le parti (armos come giuntura), unificare, dare forma, ordine, compattezza ad una serie slegata di funzioni (S. Natoli, Parole della filosofia o dell’arte di meditare, Feltrinelli, Milano 2004). Insomma, l’armonia è kosmos che imbriglia il chaos, energia che vivifica l’inerte, bellezza che rinomina il mondo.
    Educare i propri figli all’armonia significa, dunque, educarli al bello, alla forma, al combaciare delle parti, in una parola alla giustizia, nella quale si radica la temperanza, quel vivo senso del limite, esistenziale ed etico, cui abbiamo fatto riferimento più volte in Cantieri dell’anima.
    L’armonia, tuttavia, avverte Natoli, non è un fatto, un’evidenza naturale, un acquisto per sempre, ma una continua, faticosa conquista:

    «L’armonia, se gli uomini ce l’hanno, non vogliono affatto perderla – ma banalmente la perdono se la ritengono una rendita, un qualcosa di acquisito o comunque dovuto, se, peggio, la confondono con il quieto vivere. Viceversa, la cercano se ne sono privi, perché senza di essa il mondo risulta tutt’altro che amabile, spesso addirittura invivibile: diviene sinonimo di prigione, inferno, luogo da cui evadere o che ci si sente in diritto di distruggere».

    Ecco, allora, il punto: fecondare il cuore dei giovani con le dinamiche dell’armonia significa potenziarne gli assetti esistenziali, strutturarne il pensare e l’agire, corroborarne e ampliarne le reti relazionali e dialogiche. A patto, tuttavia, che si insegni loro a coltivare con pazienza, con senso prospettico le stazioni educative, nella consapevolezza che nulla è per sempre e che il perduto può, comunque, essere recuperato o redento, a seconda delle circostanze e delle progettualità.
    Certo è che l’oblio dell’educazione come potenza armonica produce l’evasione dalla propria vita o la distruzione di quella altrui, per cui ci vuole coraggio, anche di fronte a un mondo che sovente appare opaco e silente, a trasmetterla e a fruirla. E il coraggio, come ricorda Aristotele, «sa contemperare paura e temerarietà (mesótes estì perì phóbous kaì thárre)» (Etica a Nicomaco, III, 1115a, 6-7): insomma, e torniamo all’essenziale di queste nostre succinte note, anche il coraggio è «giusta misura», armonia, equilibrio tra opposti.



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