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    Per una filosofia critica del computer a scuola


     

    Paolo Danuvola

    (NPG 1985-03-36)


    Davanti all'uso sempre più frequente dei computer nelle scuole, sorgono interrogativi che un insegnante/educatore deve mettere in conto.

    I computers entrano oggi nella scuola più sulla spinta di agevolazioni - quando non di omaggi - delle case costruttrici, che non della consapevolezza delle loro potenzialità. E vi entrano sostenuti dall'iniziativa di attivi - ma singoli - insegnanti, più che sulla base di una effettiva programmazione. Il problema poi si riduce spesso a «che macchina comprare» e «quante» comprarne, prima ancora di elaborarci un briciolo di filosofia.
    Quello che forse sconcerta maggiormente noi adulti è avvertire che i computers cambieranno la cultura, l'ambiente, il modo di rapportarci: questo ci turba e talvolta ci galvanizza; certo ci dà insicurezza, come ogni cambiamento.
    Per i giovani è diverso: sentono quel linguaggio già loro, e lo espandono sulla base dei bisogni fino a chiamare «uscite» le desinenze delle declinazioni latine. Ma il computer sta all'informatica come il cannocchiale sta all'astronomia, ed è bene continuare a ricordarlo.
    Nella scuola occorre fare oggi una distinzione:
    - per gli studenti delle scuole superiori l'informatica è proposta normalmente come strumento (prestazioni delle singole macchine sulla base del software) o come tecnologia (come produrre le macchine); molto meno come scienza (insieme di discipline che studiano le elaborazioni dell'informazione, come la teoria dei linguaggi...);
    - per gli studenti della scuola dell'obbligo l'uso del computer si colloca sul piano dello strumento didattico oltre che dell'acquisto di una familiarità con i linguaggi.
    Anche a livello scolastico comunque il discorso pone degli interrogativi. Non certo per avere timore dell'innovazione, ma piuttosto per non subirla, e sapendo comunque che l'innovazione assume diversa valenza (anche politica) a seconda della funzione che le si attribuisce. Proviamo ad esaminarne qualcuna.
    - Computer e creatività: la risposta al quesito se il computer facilita o ostacola la fantasia non è univoca, e dipende dal tipo di lavoro che la progettazione permette. Se non vi sono possibilità di scelta, se la risposta è comunque drasticamente chiusa in un giudizio valutativo su chi lavora (e sbaglia), certo il rapporto uomo-macchina non potrà essere creativo. Se invece l'elasticità del programma consentirà di costruire istruzioni sempre più complesse e organizzare moduli diversificati di progetti con difficoltà crescente, allora la fantasia, se non proprio al potere, potrà comunque trovare spazi di esercizio.
    - Computer e logica: chi sa che il computer è in grado di fare - in modo velocissimo - solo operazioni ripetitive e riducibili ad una successione di quesiti sì/no, non ha difficoltà a riconoscergli l'opportunità di avvicinare ad una logica stringente. Questo se da una parte toglie spazio ad ogni ambiguità, dall'altra non permette però precisazioni, eccezioni, motivazioni, sottolineature a cui ricorre, anche positivamente, il nostro linguaggio naturale.
    - Computer e linguaggio: si stanno formulando tesauri di vocaboli per ogni disciplina: storico, giuridico, pedagogico... È chiaro che con questi nuovi vocabolari, una volta standardizzati in funzione del calcolatore, sarà più difficile (non impossibile: questo era capitato anche nel passaggio alla stampa) elaborare • un nuovo linguaggio. Ad esempio inchiesta (sottolinea l'ufficialità) ed indagine (sottolinea la diligenza) non sono proprio la stessa cosa, ma rispetto al calcolatore vengono normalmente accomunati. La positiva corrispondenza univoca è forse senza possibilità di equivoci fra un termine ed il suo significato, ma sarà pagata con un impoverimento del linguaggio?
    - Computer e democrazia: la concentrazione dei dati, la loro accessibilità, la sempre maggior impenetrabilità dei programmi con l'avvicinarsi dei linguaggi a quello naturale (compreso il fonico), pone dei problemi di partecipazione alla vita istituzionale di portata rilevante. Sempre più la maggior parte dei processi decisionali saranno un problema di informazione e di comunicazione, trasmessi oltretutto in tempi reali. Così come forme di tele-lavoro avvieranno processi di economia informale, locale, decentrata, con possibile ridimensionamento della concentrazione urbana...
    Problemi grossi dunque che pongono tutti i docenti, e non solo gli informatici, di fronte ad un ripensamento perché nulla finisce, anzi il problema comincia proprio quando «hai» comperato il computer.
    Certo dallo spontaneismo dei singoli docenti si dovrebbe poter passare a degli ambiti di riflessione (gli IRRSAE: Istituti Regionali di Ricerca, Sperimentazione Aggiornamenti Educativi oggi avviati in tutta Italia?) perché al momento iniziale, galvanizzante, non subentri lo smarrimento, la demotivazione o il riflusso di chi vede di dover ridimensionare le sue aspettative.



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