Rino Breoni - Casa Serena (Verona)
(NPG 1983-01-39)
«Man hu», che cos'è? chiesero gli israeliti vedendo «la manna» nel deserto. «Man hu», chiedono i nostri adolescenti quando la comunità cristiana celebra l'Eucaristia e la risposta non può essere data solo a parole ma con una consapevole, piena e attiva partecipazione che diventa esperienza vissuta, in un cammino di sempre maggior comprensione della celebrazione eucaristica.
Le schede che seguono necessitano di qualche indicazione per poter essere utilizzate con frutto personale e comunitario.
1. Il tema che viene affrontato è l'Eucaristia, ed è suddiviso in cinque parti: una premessa e quattro momenti della celebrazione. Cinque schede in tutto:
^ la Chiesa, una assemblea eucaristica attiva;
^ l'assemblea si riunisce in festa;
^ l'assemblea ascolta la parola;
^ l'assemblea rende grazie e spezza il pane;
^ l'assemblea è inviata in missione.
2. Ogni scheda è stesa con il metodo a «revisione di vita», vale a dire in tre momenti: vedere - capire - collaborare;
- vedere: si parte dalla realtà concreta, dal vissuto, dai riti che spesso si pongono abitudinariamente o da realtà che viviamo come scontate;
- capire: aiutati dalla riflessione teologica e dalla parola di Dio, si tenta di «capire» meglio, cioè di penetrare nella realtà, «ri-vedendola» in un'ottica nuova, quella della fede;
- collaborare: si tratta di riconsiderare il comportamento personale e comunitario per mettersi a collaborare con il Signore, la cui voce ci giunge attraverso la realtà vista e «compresa».
3. Il grafico che conclude il lavoro sintetizza molte cose dette. Leggendo di seguito, a partire da sinistra, ciò che sta sotto la traiettoria molto marcata, si coglie niente di più che il susseguirsi dei vari riti dell'Eucaristia. Leggendo di seguito ciò che sta sopra la traiettoria, si coglie il senso teologico e il respiro della fede della celebrazione eucaristica.
Il sussidio è stato preparato da Rino Breoni e dalla comunità studentesca di S. Pietro Incarnario per gli adolescenti della diocesi di Verona.
Scheda 1
Chiesa, un'assemblea eucaristica attiva
Fin dall'epoca delle prime comunità cristiane, l'Eucaristia è stata considerata sempre come l'atto essenziale della Chiesa radunata, il cuore stesso dell'assemblea dei credenti.
Essi sapevano che formavano il corpo di Cristo, riconoscendolo e ricevendolo come si rivela e si comunica nell'Eucaristia.
Non c'è Chiesa senza Eucaristia. È l'Eucaristia infatti che «fa la Chiesa». Essa costruisce, giorno dopo giorno, il corpo di Cristo di cui noi siamo membra e radica i battezzati nella incessante comunione di vita che Cristo offre.
VEDERE
Un tempo si diceva: «ai preti la messa, ai fedeli il tabernacolo» ed era un po' la sintesi di una mentalità in cui la Chiesa era considerata prevalentemente come una società gerarchica, in cui ogni potere stava nelle mani dei ministri ordinati. La messa era il momento del massimo potere dei sacerdoti, i quali, in forza dell'ordinazione, potevano realizzare l'essenziale: la consacrazione, il potere cioè di ripetere il gesto di Cristo che lo rende presente. Così il prete celebrava e i fedeli assistevano. Non usando, nel loro linguaggio corrente, la stessa lingua del sacerdote, si univano alla sua offerta con l'ascolto, il pensiero, il cuore, il tutto manifestato anche attraverso alcune forme devozionali, attuate nella messa stessa: rosario, canti, litanie e... al termine della messa, benedizione col Santissimo! I fedeli potevano unirsi alla celebrazione con la comunione.
Ma non si deve dimenticare che le comunioni erano meno frequenti e che c'erano messe (quelle solenni o a tarda ora) in cui addirittura non ci si comunicava. Il Concilio ha riportato al primo posto il carattere «mistico» della Chiesa (mistico, nel senso profondo di «opera dello Spirito»). La Chiesa è questo popolo che Dio raduna nel Figlio, per mezzo dello Spirito, è una comunione di fratelli, in cui il prete è servo di questa comunione, proprio perché è « ministro di Cristo e suo ambasciatore» ed ha ricevuto per questa ragione il potere di consacrare. In questa concezione di Chiesa, la celebrazione risulta una azione di tutto il popolo, in cui il prete ha un suo ruolo.
È possibile affermare che sono state tirate tutte le conseguenze ed enucleate tutte le ricchezze di questo ritorno al più genuino senso della liturgia?
CAPIRE
La riscoperta (un'autentica primavera!) della Chiesa come sacramento di salvezza fatta dal Vaticano II, fa di questo Concilio una tappa decisiva nella storia della Chiesa.
Nella sua esperienza terrena, nella sua umanità, Cristo è stato sacramento del Padre, rivelazione-presenza di Dio nella realtà umana. Consacrato dallo Spirito che ne fa l'amato Figlio, Egli è l'uomo-Dio, il patto nuovo che esprime Dio in termini umani.
Primo nato di una moltitudine di fratelli, egli dona lo Spirito alla sua Chiesa perché, a sua volta sia, in lui, il sacramento della nuova alleanza. La Chiesa è così presenza sacramentale di Cristo.
Vale la pena di ricordare che usiamo la parola sacramento attribuendole il senso di segno e realtà visibile che manifesta e attua una realtà invisibile. Ecco l'autentica primavera del concilio. Ne è coinvolta, di conseguenza, la concezione dell'Eucaristia e le sue modalità di celebrazione.
^ La concezione della Chiesa che fa l'Eucaristia ed è fatta da essa, non è quella gerarchicamente strutturata, quale ci può venire a mente nell'espressione frequente: «la Chiesa dice che...».
La Chiesa nella prospettiva conciliare è: «sacramento (segno e strumento ad un tempo) dell'intima unione degli uomini con Dio e tra di loro». Regno di Dio già misteriosamente presente, comunità di fede, di speranza e di amore nella quale Cristo diffonde verità e grazia. Essa è popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito.
«Sacramento dell'intima unione con Dio e dell'unità»: questa definizione si presta bene in riferimento all'Eucaristia. Infatti: «partecipando realmente al corpo del Signore nella frazione del pane eucaristica, noi siamo elevati alla comunione in Lui e tra di noi». «Poiché non c'è che un solo pane, noi che vi partecipiamo, siamo un solo corpo» (1 Cor 10,17), diventiamo così membra di questo corpo. «Poiché siamo, ciascuno, per ciò che gli concerne, membra gli uni degli altri» (Lumen gentium 7).
^ La parola di Dio: Atti 2,42-47; Mt 18,19-20; 1 Pt 2,9-10.
COLLABORARE
La partecipazione è un dovere di tutti.
È doveroso chiedersi se i modi espressivi fin qui utilizzati hanno di fatto coinvolto tutti coloro che intervengono alle nostre liturgie. Non c'è il pericolo che taluni modi espressivi siano percepiti solo da alcuni e riflettano la sensibilità di un gruppo, di alcune persone le quali risultano favorite per la loro cultura, la loro formazione...?
^ Partecipazione attiva di tutti, non significa che tutti debbano fare tutto. Il Concilio precisa: «Nelle celebrazioni liturgiche, ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio, si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (Sacrosanctum Concilium, 28).
«Tutto» e «soltanto» riguarda il prete, i fedeli, i ministranti, il coro...
^ Per il prete, «tutto» non significa esclusivamente la rigorosa osservanza degli aspetti rituali e rubricali, ma un vero servizio all'assemblea che egli presiede, l'animazione (dare un'anima) della sua preghiera, con tutto ciò che questo significa di rispetto e attenzione alle necessità concrete dell'assemblea stessa. E se vuole fare «solo» quello che gli spetta, dovrà vigilare affinché la celebrazione dia un'immagine della Chiesa nella quale si articolano e si esprimono molteplici servizi e ministeri. In un corpo, la testa dirige, ma non fa «tutto»: «se il piede dicesse...» (1 Cor 12,15).
Proviamo a vedere insieme quale ruolo svolge il nostro prete...?
^ Per i fedeli la partecipazione attiva è molto più esigente e risulterebbe più semplice «assistere». Il Concilio aggiunge: «consapevolmente» e «attivamente». La partecipazione attiva suppone quindi: formazione e presa di coscienza di ogni elemento di cui si costruisce l'esperienza liturgica. Sono già stati fatti numerosi sforzi in questa direzione, ma è necessario rinnovarli, ripeterli, intensificarli, perché è proprio dall'autenticità delle nostre celebrazioni che le nostre comunità manifestano ciò che sono.
E, non vi è dubbio, il principale mezzo di formazione è lo sforzo personale, intenso, attento di partecipazione alle stesse celebrazioni. Celebrando si impara cos'è celebrazione. Verifichiamo quali contributi e servizi riusciamo a dare noi...? Poi è necessaria, per tutti, una catechesi dei misteri celebrati.
Ci sono alcuni membri della comunità che hanno il dovere di una formazione più sistematica, proprio in vista del servizio liturgico che dovranno svolgere. Il lettore ad esempio, deve imparare a leggere sempre meglio in pubblico; l'organista come si accompagnano, si sostengono, i canti; il coro deve apprendere i tempi del suo intervento per essere guida dell'assemblea; i ministranti devono imparare il susseguirsi dei riti e il loro senso... Quando e come impariamo?
^ Il dovere di partecipare alla messa domenicale deve ricuperare il suo più autentico significato di necessità.
È necessario per la Chiesa (per le comunità ecclesiali) radunarsi il primo giorno della settimana, per «fare memoria» di Cristo che con il suo sacrificio e il dono dello Spirito costruisce così la sua Chiesa. I cristiani si radunano per l'Eucaristia non tanto in forza di un dovere individuale, ma in nome della vitale necessità di «fare Chiesa» e di essere, ciascuno, membro della Chiesa.
Perché andiamo a messa?
^ Fare l'Eucaristia non è la sola missione della Chiesa.
Essa ha anche la missione di insegnare, di testimoniare e di amare. Ce lo ricordano gli Atti degli Apostoli, mostrandoci l'unità di taluni modi di essere che caratterizzano la comunità cristiana. La frazione del pane, cioè la messa, è inseparabile dagli altri aspetti della vita della comunità, altrimenti è ridotta ad una pratica rituale.
Non si può isolare l'Eucaristia. Essa apre a tutta la vita della Chiesa, essa «fa la Chiesa»: crea una vita di relazione tra fratelli e una esigenza di testimonianza nel mondo. Il cristiano che vive l'Eucaristia non può essere un isolato, un praticante. Personalmente e in comunità è «segno» per tutti i fratelli.
Dopo essere stati a messa, la domenica, cosa ne viene alla nostra vita concreta?
Scheda 2
Primo momento: l'assemblea si riunisce in festa
Quando, come cristiani, ci raduniamo in assemblea liturgica, rendiamo visibile il mistero della Chiesa che celebra il significato della sua esperienza storica.
Siamo convocati dallo Spirito del Signore, come fratelli che si amano, per parlare con Dio e sentirne il Verbo, per sperimentare nell'incontro, la gioia della fraternità in Cristo, di fronte al Padre e al mondo.
Troppo poco consideriamo il valore di questo incontrarci. Esso è fonte di gioia, nel conforto dei volti amici che condividono con noi la fede e la speranza.
Il mistero e la festa che realizziamo nell'assemblea sono tali da creare in noi il proposito della fedeltà.
Assentarsi dall'assemblea liturgica è mancare, in definitiva, all'appuntamento con il Signore, è sottrarre il conforto della propria fede ai fratelli, è indebolire il cammino di crescita della comunità.
VEDERE
Se partiamo dall'analisi dei gesti e delle azioni che si compiono all'inizio della celebrazione eucaristica, troviamo in successione:
1. accoglienza, canto d'ingresso, saluto del presidente: è l'assemblea che si costruisce;
2. atto penitenziale, litania del Kyrie e Gloria: è l'assemblea che si affida a Cristo;
3. orazione detta «colletta» (da «colligere», latino = raccogliere): è il presidente dell'assemblea che fa sintesi e, in Cristo, a nome di tutti si rivolge al Padre. Gli elementi cui abbiamo accennato esprimono una realtà umana e misterica nel contempo. Si va dall'incontro fraterno alla preghiera del presidente di una assemblea di convocati, che introduce nel mistero.
CAPIRE
È forse il caso di insistere su un aspetto apparentemente rituale: l'inizio della celebrazione.
È importantissimo avere coscienza che il radunarsi dell'assemblea per fare Eucaristia è opera di Cristo. È lui che convoca. È il significato stesso della parola «ecclesia» = «convocazione». Questo convincimento potrebbe mutare il modo stesso di iniziare la celebrazione e di accogliersi.
Ad esempio: i ritardi (quelli evitabili...) non potrebbero significare ancora una mentalità.individualista che denuncia che non ci importa degli altri?
^ La parola di Dio: 1 Cor 12,13-14; Mt 10,40; Rom 15,7.
COLLABORARE
^ L'assemblea liturgica è un segno che deve essere compreso.
L'atteggiamento del corpo, il tono della voce, i gesti sono espressione non solo, o prima di tutto, dell'emozione religiosa, ma della fede. L'essere in piedi (in segno di accoglienza, di testimonianza, di attitudine a «camminare verso...»), lo stare seduti (in segno di riposante ascolto, di riflessione), lo stringersi la mano, il cantare, il dialogare, tutto ciò deve essere leggibile e credibile.
Analizziamo il comportamento fisico della assemblea, e nostro. Niente da dire? Perché risulta difficile tenere una posizione uniforme del corpo?
^ Una partecipazione attiva suppone un legame vivificante tra la liturgia e la vita, tra liturgia e impegni umani. È fuori luogo porre a noi stessi una domanda: la nostra vita è una «vita eucaristica»?
Per attuare questo legame la celebrazione eucaristica utilizza il linguaggio simbolico (non è possibile trasferire direttamente la vita nella messa!).
Ma l'assemblea è capace di comprendere e utilizzare il linguaggio dei segni? La Parola è una forma di mediazione simbolica. Le nostre assemblee non abbondano forse di parole a danno degli altri segni? Se durante la messa non si dicessero parole ma si facessero solo gesti, che cosa si comprenderebbe? Quale parte ha il dialogo, fatto nella verità e nella comprensione delle parole, tra prete e assemblea?
^ Quali gesti e segni andrebbero sottolineati e ricompresi? Non c'è il pericolo che il privilegiare taluni segni risponda a sensibilità particolari e non coinvolga l'assemblea? Perché il quasi nullo apporto dei membri dell'assemblea, nel creare e proporre?
^ Chi prepara e orienta l'assemblea?
Scheda 3
Secondo momento: l'assemblea ascolta la parola
La Chiesa, radunata per l'Eucaristia, si trova in una posizione di privilegio per quanto concerne la possibilità di penetrare il piano di Dio, di sintonizzarsi con tale progetto ed elaborare risposte autentiche. Essa può approfondire il mistero che la avvolge: quello del Dio vivente che continua a rivolgersi al suo popolo e che sceglie di comunicare con gli uomini per mezzo di Suo Figlio, parola fatta uomo. Quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annuncia il Vangelo. È questo anche il senso dei gesti e delle parole di venerazione compiuti dall'assemblea e dai ministri.
Cristo stesso è presente per mezzo della sua parola tra i fedeli. Il popolo fa propria questa parola divina e vi aderisce. Alla proclamazione solenne della parola nella liturgia deve fare seguito l'accostamento e l'approfondimento personale, costante, metodico, nella comunione ecclesiale.
La parola del Signore è vita per ciascun credente e per la comunità ecclesiale.
VEDERE
Non sono ancora trascorsi vent'anni da quando gli stessi messali consideravano quasi una pre-messa tutto ciò che precedeva l'offertorio. Nel momento in cui il sacerdote scopriva il calice per offrire il pane e il vino, la messa iniziava realmente. Anche arrivando a questo punto della celebrazione la messa era «valida» agli effetti dell'obbligo domenicale.
L'epistola e il vangelo erano letti o cantati in latino, il vangelo veniva riletto in italiano, prima della predica. Le letture venivano considerate quasi una preparazione della messa e offrivano motivi di esortazione morale al popolo.
^ La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, con il documento Sacrosanctum Concilium e con i decreti che a questo hanno fatto seguito, applicandolo, interpretandolo, ha restituito alla parola il suo posto essenziale nella celebrazione, mettendone in rilievo il legame vitale con l'Eucaristia.
Ma anche questo fatto va riferito al più ampio rinnovamento del concetto di Chiesa: Dio si dona al suo popolo per mezzo del suo Verbo incarnato, la sua parola fatta uomo.
Liturgia della parola e liturgia eucaristica sono strettamente congiunte tra di loro a formare un unico atto di culto. Nella messa, infatti, viene preparata tanto la mensa della parola di Dio, quanto la mensa del corpo di Cristo, perché da essa i fedeli vengano istruiti e nutriti.
Partendo ancora dall'analisi della liturgia della parola, troviamo in successione:
1. lettura - salmo - lettura - acclamazione - vangelo - omelia - silenzio: è l'assemblea che condivide la parola;
2. credo: è l'assemblea che confessa Dio uno e trino e il mistero della salvezza e risponde nella fede;
3. preghiera universale dei fedeli: è l'assemblea che esprime la sua preghiera.
CAPIRE
Nella bibbia c'è un modello dell'azione di Dio che crea il suo popolo per mezzo del dono della sua parola e della responsabile accettazione dei credenti. Nell'Esodo, al capitolo 19,5-6 il Signore dice: «Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Dio offre la sua legge e il popolo «risponde ad una sola voce: tutte le parole che ci ha detto il Signore, noi le metteremo in pratica». Mosè costruisce un altare, immola delle vittime sacrificali e «preso il libro dell'alleanza ne legge alcune parti al popolo». Poi preso del sangue, asperge il popolo dicendo: «Ecco il sangue dell'alleanza che il Signore ha concluso con voi, sulla base di tutte queste parole».
Dalla parola e durante un sacrificio, nasce il popolo della vecchia alleanza.
Cristo è la parola che il Padre ha dato agli uomini per costituire il suo nuovo popolo. Egli è la parola dell'alleanza. Coloro che ascoltano la sua voce e mettono in pratica i suoi insegnamenti, la sua legge, in forza del suo sacrificio, diventano il nuovo popolo «la Chiesa di Dio, che è sua proprietà, grazie al sangue versato da suo Figlio» (At 20,28). La parola e il Cristo che offre la sua vita per « radunare in unità i figli di Dio ovunque dispersi» sono una realtà unica: l'alleanza nuova per il popolo nuovo.
È quanto noi celebriamo nella messa, dove Cristo prepara le due tavole della parola e del pane, ormai indissolubilmente unite.
Non c'è dubbio che con frontando la situazione passata con quanto si è venuto a creare dopo il rinnovamento conciliare, nascono ora nuove esigenze.
La comunità cristiana ha accolto con molta gioia la nuova liturgia della parola e siamo entrati in un'ottica che sembra attribuirle l'importanza che merita.
^ La parola di Dio: Deut 8,3; Le 8,3; 23,13-35; 10,38-42; 1 Cor 2,1-5; Eb 4,12-13; Rom 10,17.
COLLABORARE
^ C'è una malattia ancora molto diffusa ed è la tendenza facilona di ricavare dalla parola di Dio soprattutto delle indicazioni e degli orientamenti morali: la parola dice «ciò che si deve fare».
Ora, la parola dice prima di tutto chi siamo, cioè rivela incessantemente la nostra identità. La liturgia della parola va guardata soprattutto nell'ottica del mistero della Chiesa.
Ci si deve costantemente chiedere, provocati dalla parola che oggi è parola creatrice, quale popolo Dio voglia, oggi, per Sé. Infatti «oggi per mezzo della presenza di Cristo, Verbo di Dio, il Regno è qui».
^ Nasce l'esigenza che la liturgia della parola sia davvero una liturgia, con quanto questo termine comporta di riti e di segni e di solennità, perché non appaia invece, o non venga ridotta ad una serie di letture proclamate di seguito, quasi un discorso da finire.
Evidentemente una autentica liturgia della parola, rimette in discussione anche modalità e contenuti dell'omelia.
^ Parola ed Eucaristia, insieme, fanno il corpo di Cristo, il corpo sacramentale e il corpo ecclesiale. Nell'accogliere la parola e nella comunione si vive lo stesso mistero e lo stesso dono: la responsabile adesione all'alleanza che crea il popolo santo.
Per meglio manifestare questa unità delle due realtà, parola ed Eucaristia, potrebbe essere utile, durante la comunione riprendere qualche brevissima frase delle letture proclamate nella liturgia della parola.
^ Il prete che presiede l'Eucaristia, in forza del ministero che svolge nella Chiesa, presiede anche la liturgia della parola. Presiedere, non significa averne il «monopolio». Lo Spirito è dato a tutti.
Così, per esprimere questa realtà, i fedeli radunati in assemblea per accogliere la parola onde viverne tutti i giorni, potrebbero intervenire, sempre sotto la presidenza del prete, con modalità espressive diverse. Sarebbe un ritrovare il senso più genuino della Chiesa che questa liturgia della parola deve manifestare: una chiesa di tipo gerarchico, con il prete che comanda e un gregge che lo segue, o una Chiesa corpo di Cristo, nella quale chi presiede, presiede in nome di Cristo, solo capo (= testa) del corpo?
^ La parola è una Buona Notizia da annunciare. Israele quale ce lo presenta il libro dell'esodo, era un popolo testimone del Dio-che-salva, in un preciso momento storico. Così per la Chiesa, oggi: dalla parola è fatta testimone. Come Cristo ha mandato i discepoli, ogni membro di questo nuovo popolo testimone è mandato a dare Buona Notizia, là dove vive, sulle realtà che vive. Nasce qui l'esigenza di un legame vitale tra la parola e la vita quotidiana, tra la parola e la storia e le sue manifestazioni. Questo legame dovrebbe realizzarsi e trovare la sua evidenza nell'omelia.
Si potrebbe ipotizzare anche qualche testimonianza di laici, non nel senso di una omelia, ma come apporto di testimonianza esistenziale su temi, problemi, fatti in cui la comunità cristiana sia coinvolta e quindi interpellata e provocata. Quale apporto diamo alla preparazione della predica?
^ È da riconsiderare la preghiera universale nella prospettiva del rapporto Eucaristia/Chiesa.
La sera della cena, Cristo ha pregato «per il mondo» (Giov 17). La supplica e l'intercessione è legata all'Eucaristia, in cui Cristo, per mezzo della voce della sua Chiesa, continua la sua preghiera per il mondo.
L'Eucaristia «fa la Chiesa orante» e, per poter pregare, la Chiesa «fa l'Eucaristia» rendendo grazie per tutti i doni di Dio.
La preghiera universale non è un momento in cui si propone ai presenti un elenco di intenzioni, né un momento in cui... si suggerisce a Dio ciò che deve fare. Il suo autentico significato è di essere il momento in cui la comunità della Chiesa, unita nel dono della parola, appena ricevuta, comprende di essere in missione di preghiera per il mondo che Cristo viene a salvare. La Chiesa può pregare, perché il Padre le fa grazia di esistere come segno per il mondo, e di farsi carico della preghiera di Cristo. È Cristo che prega per mezzo della Chiesa ed è la Chiesa che prega nel suo capo, Cristo, per la salvezza del mondo.
Rivediamo assieme che cosa diciamo nella «preghiera»? Come lo diciamo? Quale rapporto ha con la parola?
Scheda 4
Terzo momento: l'assemblea rende grazie e spezza il pane
Per mezzo della preghiera e dei gesti eucaristici la Chiesa entra nella disposizione interiore del Figlio che si abbandona alla volontà del Padre. L'Eucaristia diventa così la grande azione di grazie che gli uomini rivolgono al Padre, per ringraziarlo dei doni del suo amore, doni culminanti nel Figlio unico, nel quale si attua la promessa di fare di tutti noi i figli di adozione.
La pasqua di Gesù Cristo rinnova il senso della pasqua giudaica. La Chiesa rende grazie non solo per la liberazione dall'Egitto, ma per la liberazione dal peccato, non solo per la manna del deserto, ma per il pane di vita, non solo per l'alleanza del Sinai, ma per la Legge dello Spirito Santo. La Chiesa benedice Dio, per avere definitivamente compiuto la sua opera di salvezza per noi, con la morte e la risurrezione del suo Figlio.
L'azione dello Spirito Santo si estende fino alla comunione. Il Cristo che si dona nell'Eucaristia è portatore dello Spirito: è questo stesso Spirito che realizza una nuova unione tra coloro che celebrano insieme il memoriale. Nella realizzazione del corpo eucaristico di Cristo, lo Spirito Santo forma anche il suo corpo ecclesiale. Nell'Eucaristia d'altra parte, è proprio la Chiesa ad appellarsi per ben due volte allo Spirito: prima delle parole della istituzione, per chiedergli di fare del pane e del vino il corpo e il sangue di Cristo, e dopo quelle parole, per chiedergli di creare fra i comunicanti l'unità nel corpo di Cristo. Grazie allo Spirito Santo, la comunità che condivide il corpo eucaristico del Signore, diviene cellula viva del suo corpo ecclesiale.
VEDERE
«Fate questo in memoria di me».
Fin dalle sue origini, la Chiesa ha obbedito a questo comando del Signore e «fa l'Eucaristia». Sarebbe forse meglio dire «fa Eucaristia», perché in una certa mentalità, ereditata dal passato, fare l'Eucaristia significava prevalentemente «realizzare la presenza reale di Gesù Cristo».
^ Fare Eucaristia non è solamente rendere presente Cristo, ma:
- realizzare questa presenza sacramentale di Cristo morto e risorto
- in una azione di grazie al Padre
- per l'azione dello Spirito Santo
- nel contesto di una cena-memoriale del sacrificio di Cristo
- cena che realizza l'unità con lui di quanti vi partecipano
- e li manda poi nel mondo a testimoniare questa nuova alleanza. Analizziamo, ora, la successione dei riti di questo momento dell'Eucaristia:
1. presentazione dei doni (il pane e il vino con l'acqua) - prefazio - epiclesi (invocazione dello Spirito sui doni) - racconto dell'istituzione - anamnesi - epiclesi sull'assemblea - grande atto di glorificazione e «Amen» dell'assemblea: è l'assemblea che rende grazie al Padre per Cristo con Cristo e in Cristo;
2. Padre nostro - scambio della pace - frazione del pane - comunione: è l'assemblea che condivide i segni del regno.
^ Rileviamo, a partire dai gesti, il valore dei riti offertoriali.
Nella preparazione dei doni vengono portati all'altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani. Il rito offertoriale fa parte della liturgia eucaristica sino dai tempi antichissimi.
Il significato profondo del rito offertoriale è sempre stato visto nella assunzione della realtà creata come strumento di salvezza da parte di Cristo. Ora, il portare all'altare le offerte significa offrire a Cristo la possibilità di realizzare, per mezzo della realtà creata, la sua salvezza, oggi. La stessa creazione, colta come dono di Dio è offerta, è «ri-creata».
Ma non sono solamente il pane e il vino coinvolti in questa offerta, ma tutto il lavoro dell'uomo, impegnato nel dominio e nella trasformazione del mondo creato. I fedeli sono invitati a portare all'altare anche il danaro o altri doni per i poveri o per la Chiesa come «doni graditi», esprimendo in questo gesto di amore e di solidarietà verso gli altri la partecipazione alla solidarietà di Cristo per il mondo.
^ Consideriamo ora la Prece Eucaristica.
Nella cena di Cristo ne scopriamo la struttura come ce l'ha restituita la riforma liturgica. È una grande azione di tutto il popolo e comprende:
^ benedizione al Padre e azione di grazie: prefazio;
^ invocazione allo Spirito Santo perché santifichi il pane e il vino consacrandoli, nel farne la presenza reale di Cristo offerto in sacrificio a suo Padre: epiclèsi sul pane e vino;
^ consacrazione per il ministero del prete che agisce in nome di Cristo: pane e vino divengono corpo e sangue del Cristo risorto: racconto dell'istituzione;
^ proclamazione, da parte di tutti, della fede in questo grande mistero: anàmnesi;
^ preghiera allo Spirito Santo perché continui a unire e santificare il popolo della nuova alleanza: epiclèsi sull'assemblea.
È solo a questo punto che per Cristo, con Cristo e in Cristo il nuovo popolo dona gloria a Dio Padre, nello Spirito. L'Amen solenne conclusivo ne è la sanzione-impegno.
CAPIRE
^ Partiamo da quello che Cristo stesso ha fatto la sera del giovedì santo. La prece eucaristica (e persino la messa stessa) è stata chiamata per lungo tempo azione. Infatti ciò di cui Cristo ha detto «fate questo in memoria di me» è una «azione».
«Prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli... Poi prese il calice...». S. Paolo dice giustamente: «quanto io ho ricevuto dalla tradizione che viene dal Signore, questo io lo trasmetto a voi» (1 Cor 11,23). La cena si collocava nel contesto del pasto rituale giudaico, in cui il capo famiglia pronunciava prima di tutto un solenne rendimento di grazie per le meraviglie operate da Dio, in particolare per la creazione e per la liberazione dall'Egitto, per l'alleanza del Sinai, al fine di creare il popolo della elezione. Se ne faceva memoria per ringraziare Dio.
Questa memoria-benedizione non era un semplice ricordare il passato. Era «azione» che coinvolgeva coloro che partecipavano all'azione presente del Dio liberatore. Nel gesto del pane spezzato e condiviso, fatto dal capofamiglia, era significato l'attuarsi nel presente, dell'alleanza: oggi noi siamo ancora salvati e uniti come il popolo che Dio si sceglie, e questa condivisione del pane ne è il segno, è un «condividere-memoriale». Nella fiducia che Dio è fedele alla sua alleanza, l'azione di grazie per le meraviglie del Signore portava il capofamiglia a supplicare Dio di continuare la sua opera e di conservare il suo popolo nell'unità e nella santità.
^ Riuniti i suoi apostoli, come il capofamiglia raduna i suoi cari, Gesù ha reso grazie a Dio per le meraviglie dell'alleanza, ha preso il pane nel contesto del memoriale ed ha pregato per il popolo eletto. Ma ha trasformato tutto, ha trasfigurato, ne ha mutato significato dicendo: «ormai, fate questo in memoria di me». L'alleanza è nuova in me; la meraviglia di cui ormai si deve fare memoria è il mio nuovo popolo, la Chiesa, il pane-memoriale, sono io, il mio corpo dato; il calice-memoriale è il sangue versato. Mangiate e bevete per essere in questa alleanza nuova, per risuscitare alla vita eterna.
Cristo trasfigura questo memoriale per creare l'alleanza nuova e il nuovo popolo. Quando nella messa ci si comunica, si accetta di essere radunati alla tavola in cui Cristo spezza per noi il pane (il suo corpo fatto nutrimento) creando di noi, con lui, il popolo della nuova alleanza. Noi siamo allora un solo corpo , il suo corpo, sfamo la Chiesa. «L'Eucaristia fa la Chiesa».
^ Da questo primo significato della comunione, cioè il mistero dell'unità, ne fluiscono altri, soprattutto quello che si riferisce alla «condivisione». Ascoltiamo quanto dice Giovanni Paolo II: «Quali, profonde implicanze per i rapporti tra coloro che si comunicano: l'Eucaristia fa la Chiesa! Essa riunisce come membra di un solo corpo, quanti partecipano allo stesso corpo di Cristo: «Che siano una cosa sola» (Gv 17,21). Ma quali conseguenze anche per la stessa società, per il modo di vivere i rapporti con tutti i fratelli che vivono la condizione umana, soprattutto i poveri, conseguenze di servizio, di condivisione del pane, della terra e del pane dell'amore, conseguenze di costruzione, assieme a loro, di un mondo più giusto, più degno dei figli di Dio quale preparazione nel contempo del "mondo nuovo" che verrà...» (lettera al Card. Knox).
È in questa prospettiva della condivisione che va collocata la grande questione del rapporto «Eucaristia e fame nel mondo».
^ Alla comunità di Corinto, segnata da profonde divisioni, Paolo scrive: «Ciascuno esamini prima se stesso e poi mangi di quel pane e beva di quel calice. Perché chi mangia del pane e beve del calice senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (I Cor 11,28-29).
«Discernere il corpo del Signore» non significa «credere nella presenza reale di Cristo». Certamente, se la frase significa anche questo, essa è prevalentemente per sottolineare che questa presenza è inseparabile dal corpo ecclesiale. «Discernere il corpo del Signore» significa comprendere che questo pasto non è
una riunione realizzata dall'amicizia, ma il pasto dell'alleanza suggellata nel Cristo e che realizza quel «un solo corpo» in lui. È il pasto che fa la Chiesa. Comunicarsi, quando si è in una situazione di conflitto (altra cosa da situazione di diversità) o in una situazione di rifiuto della comunione di vita con Dio o con i fratelli, non è «discernere il corpo del Signore». È tradire il segno del «pane spezzato» (cfr. Mt 18,17). E ciò sia detto per ogni forma conflittuale e di antagonismo tra fratelli di fede, ma anche per ogni forma di conflitto nella vita quotidiana. L'Eucaristia fa testimoni di unità, anche se va detto che la soluzione dei conflitti non dipende solo dalla buona volontà dei credenti.
^ La parola di Dio: Mt 14,22-26; 26,26-30; Lc 22,15-20; 1 Cor 11,23-25; Giov 13; 17.
COLLABORARE
^ Affinché la prece eucaristica appaia chiaramente come azione, secondo il comando di Cristo, deve essere strettamente legata a ciò che la precede e a ciò che la segue. L'azione completa è «prese, disse la benedizione, spezzò, diede». L'elemento che costituisce l'unità è la materia del memoriale, pane e vino portati dall'assemblea, sui quali il prete pronuncia la benedizione, fatti così Eucaristia, e nei quali l'assemblea proclama la presenza di Cristo morto e risorto, che entra in personale contatto con tutti nella comunione.
Perché la prece eucaristica mostri il suo vero significato è necessario questo ampio ritmo liturgico dell'Eucaristia.
Ci sono ancora parecchi sforzi da fare in questo senso da parte di assemblee e di singoli fedeli...
^ L'unità di questa azione, dai riti offertoriali alla comunione, permette di comprendere come la liturgia eucaristica intera sia opera di tutta l'assemblea. Quanto abbiamo detto del ruolo di Cristo nella cena (a cominciare dal pasto rituale giudaico) connota il ruolo del prete nella prece eucaristica.
Non è esatto dire che la prece eucaristica è riservata al prete. È l'atto della consacrazione che gli è proprio. Tutta l'assemblea benedice, fa memoria e supplica, ma le parole di questa azione le pronuncia colui la cui presenza è il segno del Cristo che, nella cena, aveva riunito attorno a sé gli apostoli e che, in ogni Eucaristia, realmente presente, continua ora a riunire i credenti.
Nella prece detta del prete c'è tutta l'assemblea (il prete parla al plurale e non al singolare!), la quale manifesta la sua presenza e il suo coinvolgimento in tre notevoli e solenni interventi: il santo, la anamnesi, l'amen finale.
È significativo che nelle preci eucaristiche approvate per i bambini, il ritmo della prece, oltre i tre interventi sopra accennati, consenta e preveda l'alternarsi di altre acclamazioni di lode, di gloria. È una pista aperta in cui lo Spirito non mancherà di indicare nuove possibilità perché si partecipi consapevolmente, pienamente, attivamente.
^ Una volta detto che l'Eucaristia è pane spezzato, pane dell'unità, condivisione, rimane aperto un capitolo operativo: quali impegni nascono per le nostre celebrazioni?
Nella messa il segno della condivisione è la frazione del pane e la comunione. Risulta essere segno di Cristo «pane spezzato» per noi e richiamo alla condivisione fraterna, il gesto quasi inavvertito e poco visibile dello spezzare un'ostia? La verità del segno domanda «che la materia della celebrazione eucaristica appaia come vero nutrimento... che il pane eucaristico... sia tale che il prete, nella messa celebrata con il popolo possa veramente spezzare l'ostia in più parti e distribuirle almeno ad alcuni fedeli. Il gesto della frazione del pane... manifesterà più apertamente il valore e l'importanza del segno dell'unità di tutti in un solo corpo o del segno della carità, per il fatto stesso che un solo pane è diviso tra i fratelli» (Presentazione Generale del Messale Romano 283).
Il gesto dello spezzare il pane nella messa è troppo importante perché non si tenti di realizzarlo con sempre maggiore attenzione e verità.
Cerchiamo di ricordare che l'espressione «frazione del pane» ha indicato per molto tempo la stessa messa. Quanto ci ha suggerito il messale è un minimum. È impossibile cercare di confezionare dei pani di forma nuova, che rendano evidente l'idea del nutrimento, del cibo? La frazione, lo spezzare durerebbe qualche decina di secondi di più, ma ne guadagnerebbe il segno. Si potrebbe cominciare...
^ Comunicarsi è innanzitutto rispondere all'invito di Cristo che raduna alla sua mensa per fare unità in un solo corpo. La comunione è dunque comunitaria, per sua natura, e vi si accede per un gesto di personale scelta e responsabilità. Abbiamo compiuto ogni sforzo perché tutto ciò appaia chiaro? La processione della comunione, non pare spesso una fila di gente che va a comunicarsi individualmente? Nel gesto è necessario il coinvolgimento personale di ciascuno, ma quanti fedeli hanno coscienza, quando rispondono «Amen» alla ostensione del prete che mostra il pane dicendo «il corpo di Cristo», quanti hanno coscienza di affermare la loro fede nella presenza reale di Cristo e la loro fede nella Chiesa corpo di Cristo?
^ Per far cogliere meglio l'unità della liturgia eucaristica, facciamo ancora qualche breve notazione.
Il gesto del pane spezzato e condiviso ha un suo stretto legame con i riti offertoriali. L'assemblea non riesce a cogliere la forza unificante della comunione e l'invito alla fraterna condivisione, se non ha colto, prima, il valore dell'aver portato all'altare, come sua offerta, il pane e il vino (processione offertoriale) perché divengano corpo dato, sangue versato.
Come realizziamo i riti offertoriali? Che cosa portiamo all'altare?
^ Andrebbe ancora sottolineato con forza il legame tra mensa della parola (ambone) e mensa del pane (altare). Dove si legge la parola? Questo luogo ha la stessa importanza dell'altare?
^ Il rito della comunione comincia con il Padre nostro, per introdurre al quale, non serve una... predica, ma un opportuno richiamo al senso ecclesiale... Come viviamo il Padre nostro?
Scheda 5
Quarto momento: l'assemblea è inviata in missione
Per mezzo dell'Eucaristia, la Chiesa diventa ciò che riceve: pane spezzato e condiviso per un mondo nuovo. Il pane eucaristico non stabilisce solamente un legame indissolubile tra Cristo e la Chiesa e tra Cristo e ciascuno di noi. Esso ci coinvolge e ci immerge nel grande flusso di vita nuova che viene da Cristo e che, solo, può trasformare il genere umano. Esso fa di noi, misteriosamente, ma realmente, un popolo di testimoni, di uomini in attesa, di fratelli.
VEDERE
A ben considerare, dopo la comunione dell'assemblea, la celebrazione eucaristica pare precipitare: è presto finita. La successione dei gesti e delle parole è invece di una grande importanza:
1. preghiera del presidente: è l'assemblea che prega per non tradire ciò che ha ricevuto;
2. gli avvisi: sono indicazioni, proposte, stimoli, inviti fatti all'interno di una comunità che si impegna in talune realizzazioni per dare il proprio contributo di crescita del Regno, tra i fratelli;
3. benedizione e saluto/invio: confortata dalla benedizione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, l'assemblea è «inviata» fino al prossimo incontro di settimana in settimana, di domenica in domenica, di pasqua in pasqua, fino alla pasqua eterna.
«L'Eucaristia fa la Chiesa». Questa Chiesa è ancora itinerante sulla terra e già però gloriosa nel suo capo, Cristo, primo-nato del mondo nuovo e nella Vergine Maria definitivamente associata alla gloria di suo Figlio.
La Chiesa non è il regno di Dio. Una grave confusione tra Chiesa e regno - sfociata nella formula «fuori della Chiesa non c'è salvezza» - ha condotto i cristiani di epoche passate, a posizioni che ora giudichiamo inaccettabili. «Fuori della Chiesa non c'è salvezza», quindi la Chiesa (che tra l'altro veniva considerata prevalentemente nel suo aspetto gerarchico) possiede la verità e la possiede essa sola. In questa prospettiva, ricadevano sotto il potere di satana non solo tutti gli atei, ma anche quanti rifiutavano il potere della Chiesa.
CAPIRE
Il regno di Dio è come una pianta, che cresce «Dio solo sa come»; è un grano, è una perla da cercare e da acquistare vendendo tutto il resto... È opera invisibile dello Spirito. Dio solo conosce coloro che vi appartengono ed essi oltrepassano largamente i limiti della Chiesa. Questa è invece visibile. È il «segno» del regno a livello umano, il segno di quanto gli uomini possono dare e operare come apporto all'azione trasformatrice che lo Spirito opera in essi e tra di loro.
Il mondo nuovo, il regno trova la sua espressione compiuta nella persona di Gesù; nella sua vita e nelle sue parole la Chiesa trova l'esempio e la fonte di ciò che essa deve vivere per essere segno del regno.
Come Cristo è mandato per edificare il regno, la Chiesa è inviata da Cristo per lavorare ad estendere il suo regno nel mondo. Essa è a servizio del regno invisibile. Essa ha il dovere di combattere, in se stessa e nel mondo, tutto ciò che può creare difficoltà ed impedire la manifestazione dell'amore con il quale Dio vuole riunire i suoi figli: le ingiustizie, gli odii, le violenze, le miserie di ogni genere...
E come Cristo, la Chiesa è chiamata ad operare non con le armi e i mezzi del potere, ma con quelle dell'amore e del servizio.
^ La parola di Dio: Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Giov 20,19-23. COLLABORARE
^ Il mondo nuovo è quello della folla immensa dei figli di Dio, per essere con Cristo, per l'azione dello Spirito, la famiglia del Padre. Il segno privilegiato di questa fede e di questa speranza è la partecipazione alla messa di fratelli cristiani radunati nella loro diversità, aprire l'assemblea ai fratelli nuovi, a quelli occasionali, fare posto ai poveri, accettare la differenza di situazioni e di impegno umanp, riconoscere che la vita nuova fluisce nel cuore umano provato nella preghiera e nel sacrificio, accogliere la stessa parola di vita, cantare insieme il Dio che compie meraviglie d'amore fino a dare suo Figlio, essere vicendevolmente portatori della pace di Cristo, che troverà la sua pienezza nel regno della pace, comunicare assieme alla tavola che prefigura quella degli eletti in cielo, e, infine, andare in missione al servizio degli uomini con la parola e la carità: questo è annuncio del mondo nuovo e questo significa viverci già in modo sacramentale.
Chi fa parte della nostra assemblea liturgica? Quanti amici non la frequentano più? Perché? Cosa possiamo dire a loro, supposto che li conosciamo? Quali poveri ci sono nella nostra assemblea? Li cerchiamo? Li invitiamo a mensa? A quale mensa? In chiesa? Alla mensa dell'amicizia?
^ E da ultimo c'è veramente da augurarsi che le nostre celebrazioni del pane e del vino lascino sempre aperta in noi la piaga provocata dal dramma di milioni di uomini che muoiono per la mancanza del pane per vivere.
Dopo l'Eucaristia «condivisione del pane e del vino», cosa condividiamo con gli altri?









































