Giovani '80
Angelo Turchini
(NPG 1983-03-24)
Un ragazzo su tre va al cinema quasi ogni settimana. Cosa cerca, cosa trova in compagnia davanti allo schermo.
Chi la fantasia non ha sollecitato a pensare di fuggire dalla metropoli - tutto lo spazio è ormai metropolitano - in cui si vive? Chi ci è riuscito davvero, per andare a vivere in bucoliche vallate, senza smog, senza noia, senza macchine, senza autobus strapieni o senza trenini lentansimanti, senza quartieri dove il sole non dà i suoi raggi, senza squallidi giardinetti cosparsi di siringhe o senza «ville» interdette, senza code «polacche » per svendite di fine stagione? Tutti ci pensano.
Una possibile via di fuga è quella di immergersi in un altrove fantastico, romantico, epico, avventuroso, un film ad esempio. Un altrove preparato da un sotterraneo tam tam di invisibili tamburi.
Il suggerimento e la decisione di andare a godersi uno spettacolo passa attraverso i mille canali dei rapporti interpersonali: attraverso il filo del telefono e le chiacchiere degli intervalli delle lezioni a scuola, con il commento di chi l'ha già visto, attraverso il muto colloquio con il proprio settimanale o mensile o con la propria rivista musicale o radio privata preferita, magari attraverso un leit motiv di una colonna sonora ballata in discoteca, senza escludere naturalmente la suggestione delle immagini pubblicizzate. (Ma c'è come un sesto senso che fiuta ed evita prodotti troppo artificiosi o precotti, come pellicole dichiaratamente «per giovani»). Ma non è casuale, in un mondo dominato dalla musica, che il successo di un film venga decretato dal motivo musicale, da una canzone orecchiabile che giunge in hit parade subito. Viene in mente il caso di Reality, il tema de II tempo delle mele, giunto a successo molto prima che il relativo film entrasse nei circuiti di programmazione.
D'altra parte, tra gli elementi più allettanti nella scelta di un film, la colonna sonora - stando ad un recente sondaggio condotto per Panorama - occupa il terzo posto, superata solamente dal fascino della vicenda narrata o degli effetti speciali.
Non appaia quindi strano che il pubblico (fra i 15 ed i 23 anni) vada a godersi i «suoi» films. Anzi, sembra che nelle ore libere del fine settimana si assista all'assalto di sale dove si proiettano certi film, dalla cui visione non si può prescindere. E allora code, assalti ai botteghini, tutti in massa a darsi appuntamento a vedere film d'avventura e di fantascienza, comici e dell'orrore, gialli e polizieschi, musicali e così via. Ma solo quei films e non altri. Negli altri «l'altrove» è assente, non per questo meno ricercato, se 1/3 dei ragazzi e delle ragazze fra i quattordici ed i diciotto anni va al cinema da 2 a 4 volte al mese e poco meno di un altro sesto va al cinema almeno una volta al mese.
Da La febbre del sabato sera a Blues Brothers, da Warriours (Guerrieri della notte) a Blade Runner, dal Tempo delle mele a Christiane F., a E.T. o a Incontri ravvicinati i films esprimono il massimo di spettacolarità con linguaggi visuali diversi eppure simili.
Presentano lo stesso linguaggio giovanile, afasico e spezzettato, proprio di fumetti come Skorpio o Blitz o dei fotoromanzi o della vita quotidiana. Presentano una gamma di situazioni mutabili, ora veloci quasi frenetiche, una miscellanea di avventura, di comicità e di dramma, di amore, con caleidoscopiche trovate e invenzioni. Presentano un mondo reale in cui si è immersi, fatto di piste di motocross e motorini, di pattini a rotelle, di uscite da scuola, di bar dove bersi coca cola e sprite, cioccopanna e thè, di passeggiate, di fantasie, di sale da ballo e discoteche, di cuffie stereo e giuochi; ma fatto anche di lotta e violenza, di sport distruttivo, di prevaricazioni abilmente sceneggiate, di buoni e cattivi.
Sono proiezioni collocate là, sullo schermo, facilmente leggibili e interpretabili, facilmente sintonizzabili perché in qualche modo proprie, se non nelle estrinsecazioni, nella qualità dei sentimenti che esprimono o che sollecitano. (Ma non necessariamente ciò è cosciente). Può capitare che il piacere derivante dalla visione di un film non sia morale, ma tecnico: perché funzioni, bisogna capire come è fatto.
Si prende di tutto, anteprime ed inediti cinematografici, films da sniffare in locali sconvolti da frenesie multimediali, ma selezionando. Non è vero che lo schermo o il video è tutto e dà tutto. Solo se è un tutto in chiave kolossal o in chiave fantastica o immaginifica o tale da suscitare questa dimensione. Si amano sensazioni forti, quelle del mai visto, del tecnicamente hifi. C'è curiosità, forse forsennata meraviglia, mai sgomento, anche di fronte all'horror. Il mondo di cui si parla non è incredibile, anche se è stupefacente. È, semplicemente; esiste in quanto racconto. Tanto infarcito di epiche saghe, di avventure di eroi, di viaggi di sogno. Con un occhio di riguardo per la biografia romanzata e per i suggerimenti e gli echi sempre più fitti e spessi sui temi della storia, del mito e soprattutto dei personaggi che la letteratura ed il romanzo, così letti, così amati, hanno divulgato ed umanizzato in questi anni. Magari con lacrime, sorrisi e buoni sentimenti, bambini bravi e un tantino zuccherosi, maestri malinconici e scorribande di scolaresche, extraterrestri sentimentali e amabili (E.T.) persi durante un viaggio o viaggiatori di professione come il bel Ken Marshall nelle vesti di Marco Polo.
Il viaggio avviene nel segno del rifiuto della solitudine. Pochissimi infatti sono quelli che amano vedere un film da soli, persino fra coloro che sono filmdipendenti. Si preferisce andare al cinema con la ragazza/il ragazzo e, più spesso, con tanti amici con i quali condividere battute, risate, brividi, paure, emozioni, commenti ad alta voce, con i quali passare qualche ora insieme e, magari, poi discutere o passeggiando o davanti ad una birra, talora in macchina o prima di entrare a scuola.











































