Giovani e associazionismo
Cesare Martino
(NPG 1983-04-41)
Anche nelle università è possibile ridire il messaggio cristiano e vivere l'esperienza della speranza.
Si è celebrato a Padova dal 28 al 31 gennaio il 46° Congresso nazionale della FUCI. La tematizzazione che pare interessante sottolineare è quella della ragione e della speranza. O meglio della cultura e della speranza, o di una cultura della speranza. Un rapporto comunque che costituisce una scommessa nuova in questa «età della crisi».
Il tema sottintende - si dice nel documento - lo sforzo di salvare il messaggio religioso dalla consueta strumentalizzazione che ricorre nella cultura contemporanea. Quello di riscoprire sì il valore del messaggio religioso, ma in una sua funzione meramente consolatoria, o provvisoria di coesione normativa nel dissesto degli orientamenti morali e di comportamento. Ma anche qui va salvata, come traspare dalle tesi, una specificità del messaggio cristiano, nella sua pregnanza nello specifico giudizio che è capace di attivare nella vicenda umana senza integralismi apocalittici.
Il messaggio cristiano si deve riproporre nella esperienza della presenza ecclesiale, non come generica ginnastica del sacro. Di questa ce ne può essere anche tanta e di tante cifre, dall'orientalismo, alle forme del neo-paganesimo, al naturalismo effimero. Trasfigurare, dare riverberi di trascendenza alle azioni umane e alle cose della natura, come agli istituti umani, in qualsiasi modo, non è sempre garanzia di fede, di una soggettività matura. Quella che è richiesta appunto dalla vocazione del messaggio cristiano non riducibile ad un generico esercizio di religiosità, ma una solida vita dello spirito dentro la complessa vicenda umana e secolare.
È interessante che questo venga riproposto da giovani che operano nel luogo-università. Spesso condensato di una nuova povertà. Povertà materiale di una università di massa che non sa offrire una assistenza adeguata, processi educativi stimolanti.
Finiti i tempi della goliardia oligarchica e garantita, una nuova massa di giovani è affluita nei luoghi della formazione superiore con il portato di un insieme di vissuti diversificati, di precarietà economiche e anche di aspettative che nonostante tutto persistono. Soprattutto nelle grandi sedi l'università si è costituita come una nuova città, spesso a sé stante, con tutti i microcosmi di marginalità, di precarietà, di vagabondaggio più o meno dissipato. Tutte cose che non hanno molto a che fare con le finzioni appunto goliardiche di anni addietro di cui erano capaci i rampolli di ceti protetti che magari solo per dovere di nobiltà accedevano alle facoltà dell'«alta cultura» scientifica e umanistica.
In una nuova corte dei miracoli si devono muovere le aggregazioni ecclesiali per spendere il loro messaggio di solidarietà e di umanizzazione.
Di questo sono preoccupati certamente anche gli amici della FUCI che sanno che riproporsi nell'ambiente universitario vuol dire riproporsi in una zona dove la società condensa le sue contraddizioni, le sue nuove gerarchie, le vacuità che minano la cultura, la sapienza, ma non solo, anche i dati elementari della vita quotidiana.
L'università del resto non è certo ancora l'esperienza di tutti, ma di moltissimi. È proprio in rapporto con una realtà che esalta tutte le conflittualità latenti nella società «in generale» che si ripropone una cultura della ragione e della speranza. Di una riappropriazione cosciente della scienza e della cultura ricondotte ad un esercizio eticamente orientato alla umanizzazione, tolto dal nuovo privatismo che ne può compromettere il significato. Ma tutto questo nella consapevolezza di una nuova condizione dei soggetti interlocutori, gli studenti che vivono gran parte del loro tempo in quell'ambiente, in molti casi massificato.
In questo contesto la FUCI richiama l'esigenza di un coinvolgimento maggiore delle chiese locali dove questa realtà umana impegna gran parte della sua esistenza. Si dichiara insufficiente in gran parte la pastorale universitaria, si reclama un coinvolgimento maggiore delle chiese che ospitano queste realtà. Un transito di vite giovanili che in molte città deve essere accolto e soccorso con un impegno nuovo che renda gli interventi «specializzati» della pastorale universitaria meno sporadici e isolati. I pellegrini, i «fuori sede», come i residenti che frequentano queste città nella città devono poter disporre di tutta la solidarietà della comunità ecclesiale.
Questo fa parte di una cultura della speranza che rende meno anonimi rapporti umani, condizioni di vita, ruoli stabili o provvisori. In un clima di maggiore solidarietà si rende più credibile lo sforzo di aggregare giovani che vogliono comunicare la loro vita alla luce di una sapienza che è ragione, cultura, comprensione dei significati dell'agire umano anche in uno scenario tormentato. Una situazione che però non autorizza nessuno sconforto definitivo.
E sembra importante riattivare un impegno che si applica a superare nuove forme di privatismo e di individualismo, di una cultura e di una pietà «egoistica». L'obiettivo di risentirsi collocati pienamente in realtà complesse come la chiesa e la società civile merita tutti i conforti anche per superare precarie evasioni.
Il nostro tempo ha bisogno di una religiosità matura e di una coscienza civile matura, in una formula, una dimensione di fede che accetta le scommesse non imprevedibili della storia.








































