Giovane donna
Maria Teresa Bellenzier
(NPG 1983-05-44)
Nonostante più favorevoli situazioni di vita, le giovani avvertono ancora il peso di un «maschilismo» culturale. E la necessità di un rinnovato femminismo.
L'interrogativo può suonare retorico. L'associazione mentale fra femminismo e giovani donne sembra scontata: basta pensare alle contestatrici universitarie del '68, ai cortei e alle manifestazioni del movimento delle donne in cui la presenza giovanile è apparsa sempre vivace e numerosa, ai processi per stupro che le giovani vittime hanno reso fatti significativi nella denuncia di una forma di violenza troppo poco avvertita dal codice e dalla coscienza comune.
Le giovani quindi ci sono nel femminismo, si son fatte vedere e udire. Numericamente non sono molte, ma il dato quantitativo potrebbe non essere determinante, se tuttavia nel più vasto mondo femminile giovanile si riscontrassero validi segni di un mutamento di mentalità e di una nuova consapevolezza dell'essere donna. Ed è qui che l'interrogativo iniziale comincia ad avere senso.
Se il femminismo non lo riduciamo - come non va ridotto - agli episodi di cronaca sopra citati; se femminismo significa soprattutto un mettersi in discussione come donna per cercare di capire i motivi di una certa storia e di una certa cultura che nei confronti della donna presenta significative costanti sfavorevoli; se nel femminismo si può cogliere il desiderio di un apporto della donna alla vita dell'umanità che non sia predeterminato da fattori estranei alla donna stessa, allora c'è veramente da chiedersi quanto le giovani di oggi siano femministe, e come mai le voci che più esprimono disagio e denunciano ingiustizie, o che più pensosamente cercano di indicare le linee di progettazione di una «donna nuova», siano quasi soltanto di donne adulte. È solo un fatto di maggiore preparazione culturale o di maggiore capacità espressiva? Nulla giustifica una simile ipotesi svalutativa delle capacità culturali delle più giovani.
Ma queste indubbiamente vivono in modo diverso - perché diverse obiettivamente sono - situazioni che per le donne più adulte rappresentavano già un primo duro confronto col proprio essere donna in un mondo non fatto a loro misura. Le giovani attuali non hanno in genere subito condizionamenti educativi pari a quelli delle loro madri, le quali dovevano vestirsi, atteggiarsi, usare un linguaggio, sviluppare abilità, adottare uno stile di vita che rispondesse al modello del «tipicamente femminile». Così pure non conoscono quel separatismo che caratterizzava la scuola e le istituzioni formative: dall'asilo all'università giocano e studiano assieme ai coetanei maschi; nei vari gruppi e associazioni sono assieme. Hanno più opportunità di imparare a conoscersi senza tanti di quegli ostacoli, psicologici e materiali, che segnavano i rapporti fra i sessi fino a non molti anni or sono.
Nella carriera scolastica, nelle scelte relative al proseguimento degli studi, le ragazze sono oggi molto più libere di decidere secondo le loro personali inclinazioni e desideri, e non sulla base di ciò che per una donna «è bene» fare o non fare, sapere o non sapere.
Nell'ambito del tempo libero, ci sono meno impedimenti di una volta alla possibilità di uscire, di scegliersi le compagnie e le forme di divertimento, di rientrare a casa tardi, tutte cose che una volta sarebbero bastate a bollare una ragazza come una «poco di buono».
Queste, ed altre ancora, mutate situazioni influiscono indubbiamente nel non far sentire alle giovani di oggi come svantaggioso il loro essere donne. Le esigenze proprie dell'età sembra che non trovino particolari ostacoli nel fatto di essere espresse da appartenenti al sesso debole (oggi si aggiunge «cosidetto»...). C'è inoltre, secondo quanto rilevano le indagini e le osservazioni specie sul comportamento delle giovanissime, il fenomeno dell'accentuata importanza data alla dimensione del privato: minore o nullo interesse per i problemi socio-politici, perdita di rilevanza di ogni forma partecipativa (si veda l'assenteismo alle assemblee scolastiche). Perciò tutta la dimensione sociale della questione femminile non tocca le giovani, e non solo perché non hanno ancora esperienza diretta di inserimento nel mondo del lavoro, della politica e delle strutture pubbliche.
Accade così che a discutere di problemi femminili, ad accalorarsi nella denuncia di persistenti difficoltà ad un'autentica emancipazione-promozione-liberazione della donna, siano più le madri che non le figlie.
Gli unici temi che appaiono coinvolgere le più giovani sono quelli attinenti alla sessualità: parlano per questo eloquentemente - fra altri - i dati relativi all'abortività delle minorenni. Ma il messaggio femminista può davvero essere ridotto all'esercizio di una indiscriminata libertà sessuale che la legge deve proteggere senza però agire su molte delle cause a monte dei fenomeni di violenza? Pensiamo in proposito alle manifestazioni di protesta contro l'esito della votazione parlamentare sul titolo del progetto di legge sulla violenza sessuale, che porterebbe a considerare reati contro la persona anche la pornografia e gli atti osceni.
Femminismo, si potrebbe concludere, è per le giovani solo ciò che può offrire argomentazioni alla loro voglia di condurre nel modo più permissivo possibile la loro vita sessuale. Alla totale liberazione della donna, al raggiungimento di una completa parità nella considerazione sociale di uomo e donna non vi sarebbe quindi più altro ostacolo che il Movimento per la vita con le sue retrive manovre parlamentari? Troppo semplicistico per essere convincente. E le giovani hanno ben presto le occasioni per rendersi conto che non tutto è cambiato a loro favore, e che a non sufficiente profondità è giunto quel mutamento di mentalità indispensabile per un reale cambiamento in meglio.
Ed è quando il loro ragazzo, a parole illuminato e progressista, si dimostra nei fatti possessivo e autoritario; quando il modello che di fatto egli dimostra di apprezzare nella donna è ancora quello della madre, casalinga e sottomessa; quando i primi approcci col mondo del lavoro fanno conoscere fenomeni di sempre, le donne preferite in ruoli subordinati, tanto più se con una certa disponibilità alle attenzioni non professionali del capo; la professionista considerata con sospetto in quanto prima o poi potrebbe avere la cattiva idea di fare un figlio; e l'elencazione potrebbe continuare. Così un po' alla volta la giovane verifica le sopravvivenze di tanti aspetti di una cultura, di un'impostazione di vita sociale che non è ancora riuscita, nell'accostarsi alla realtà femminile, a rinunciare a pregiudizi, proposte o imposizioni di schemi comportamentali, aspettative foggiate su stereotipi tradizionali.
Quanto si è detto fin qui su una certa insensibilità giovanile nei confronti di questa problematica è poi particolarmente vero in ambito ecclesiale. Ben raramente nei vari gruppi e associazioni si affrontano tematiche del genere. Ma anche lì, pur se non si riscontrano più atteggiamenti e le norme che nel passato regolavano la presenza femminile nella comunità ecclesiale, non è detto che ne siano scomparse le radici. Anche per questo, nel momento in. cui la giovane donna scopre una realtà molto meno pacifica di quel che pensasse, è così frequente la contestazione e il rifiuto nei confronti della Chiesa, data la forza suadente di chi attribuisce a questa gravi responsabilità nell'emarginazione e oppressione della donna.
Fino a che del resto si lascerà che le tematiche femministe vengano proclamate fuori degli ambiti per eccellenza educativi, si raccoglieranno solo i frutti già massicciamente presenti nella società attuale: la liberazione della donna equivalente alla libertà sessuale, e la conseguente caduta di significato dell'insegnamento cristiano in questo campo.
Sapranno al contrario i cristiani raccogliere la sfida, e rendere possibile lo sviluppo delle esigenze più valide che nel discorso femminista hanno cercato di esprimersi?








































