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    Punti irrinunciabili


     

    Ezio Stermieri

    (NPG 1979-02-77)


    Il sussidio che presentiamo è lo schema di una relazione con cui Ezio Stermieri ha introdotto i lavori di un campo scuola, per animatori, che si è tenuto a V alma-donna (AL) nello scorso settembre.
    Può servire da spunto per assistenti che in vista della quaresima vogliono sensibilizzare gli educatori inquadrando il loro lavoro in uno schema più ampio.
    A questo schema facciamo seguire alcune sue riflessioni sullo stile «famiglia» di essere Chiesa. Sono pensieri che potranno servirci per far comprendere ai ragazzi che la Chiesa è una realtà che ci riguarda tutti poiché è la nostra grande famiglia.

    PER UNA CATECHESI DEI RAGAZZI IN PARROCCHIA

    Per punti irrinunciabili intendo parlare di quella obbedienza – punto invalicabile per potersi dire cristiani – a Cristo, alla Chiesa, al proprio Battesimo. Certo la Chiesa non è una caserma dove tutto dipende dal Signor sì di ciascuno. Non in questo senso parlo di obbedienza da inferiore a superiore. Ma di una obbedienza che tutti dobbiamo ad una meta, un ideale, ad una scala di valori, di più: ad una persona: CRISTO, che insieme abbiamo scelto e che qui vogliamo approfondire nell'amicizia, nella fede, ricercando uno stile di vita conforme alla dottrina professata, accettando o mettendo a disposizione il proprio carisma in un servizio ecclesiale, mediante la catechesi.
    In questo secolo essa ha avuto tre svolte più una:
    – La svolta metodologica: problema della comprensione della fede.
    – La svolta kerigmatica: problema dell'essenzialità della fede.
    – La svolta antropologica: l'appello alla esistenza da parte della fede e la fede implicita all'esistenza tanto che la vita dell'uomo rivela i contenuti della fede.
    – Aggiungerei una svolta ecclesiologica: il problema della precomprensione della fede. Per comprendere la fede bisogna riferirsi alla Chiesa.
    La catechesi dunque presuppone una svolta, una conversione. Ed allora diventare animatore comporta il convertirsi, il cambiare rotta e mentalità.
    Secondo la Bibbia, l'Antico Testamento è un continuo riconoscere, ricordare, non dimenticare l'agire di Dio, rimanere fedele alla storia che Dio ha voluto per il suo popolo e quindi non prostituirsi agli idoli muti.
    Dio ha cambiato strada al Suo popolo: dalla schiavitù alla Terra. Essere convertiti vuol dire non tornare più con il cuore, con la vita, in balia della schiavitù, degli idoli; vuol dire fedeltà alla legge del Signore.
    Secondo Gesù è cambiare mentalità e agire conseguentemente al fatto NUOVO che è il Regno, Lui stesso, lo Sposo, che entra nella vita dell'uomo e nella storia dell'umanità.
    Convertirsi al Cristo diventa allora: cercare il luogo dove lo incontro, gli parlo, lo amo, collaboro con Lui, dove Egli è annunciato: LA CHIESA.
    Vivere da convertiti diventa allora non scegliere più individualisticamente ma mettere la propria individualità per costruire quel noi dove Cristo è presente (Dove due o tre sono...).

    Convertirsi al Kerigma
    Cercare l'essenzialità della fede, senza fronzoli, senza romanticismi. Non confondendo la fede con ciò che la fede non è.
    Credo in Cristo: mi affido, dono la mia esistenza (lotto, prego, amo...). Egli è il Risorto, cioè vivo, Signore della storia, datore dello Spirito di Dio. Credo perciò nella vita? Credo che il mondo nonostante tutto va verso Cristo che conduce al Padre? Credo che l'uomo ha bisogno di Dio nella sua mortalità, pochezza, delusione paura, ma anche nella sua tecnica, intelligenza, autonomia? Credo che è Cristo il futuro della storia e della mia vicenda personale?

    Convertirsi ad una NUOVA MENTALITÀ, ad una fede che sia comprensibile (Il problema del metodo), verificabile.
    – Non esiste una fede che non si manifesti nelle scelte (e qui penso che anche noi così convertiti, preti e laici super impegnati, abbiamo della strada da fare). Spesso la nostra persona non manifesta la sicurezza di essere amati da Dio. La nostra vita quotidiana è piena di paura, di incertezze, di falsi problemi, di rifiuti, di cattiverie, di impurità, di idolatrie, di furti, di vigliaccherie, che non rendono buon servizio alla fede che confessiamo la domenica. Confrontiamoci con le Beatitudini (Mt. 5,3-12).
    – Non esiste una fede che non sia trasmissione della fede, poiché la fede è vita, e non esiste una vita vera che non sia feconda, che non sia trasmissione. Lo sforzo più grande della vita è quello di prolungarsi nella vita. Così deve essere per la fede.
    Anche qui c'è di che convertirsi. Quanti cristiani comodi, sterili, (scusate) auto-contemplativi e narcisisti!
    Ecco perché il nostro stare insieme non può non tener conto della fecondità che deve avere il bene che ci vogliamo, l'amicizia che vogliamo ci sia. E per parrocchia che cosa intendere?
    Se ne dà le più svariate definizioni.
    Chi la crede morta, chi un antiquariato, chi articolo da museo, chi la sente più viva che mai.
    Io non ho né l'autorità di cambiare la struttura che la Chiesa si dà; né la intelligenza di capire se questa struttura vada cambiata. Credo in tutte le esperienze ecclesiali che rispettano le altre e non si assolutizzano come la Chiesa e credo che la Parrocchia in un quartiere abbia dei servizi da rendere che sono insostituibili e che solo lei può dare con questo stile. La vedo come:
    – centro religioso: educa al senso di Dio;
    – centro caritativo: la sua è una scelta degli ultimi, di quelli che anche la struttura quartiere emargina;
    – fermento sociale: si pone come alternativa alle ideologie totalizzanti. Capace di scegliere le persone e non le sovrastrutture soltanto. Oggi solo i cristiani possono fare questo.
    Fare l'animatore è prepararsi a diventare cristiano adulto cioè a rendere questi servizi.
    Intanto allora:
    – facciamo esperienza di Dio;
    – scegliamo i più piccoli;
    – non ci sentiamo in minoranza o complessati ma con un preciso ruolo nel quartiere.
    Questi sono i punti irrinunciabili. Le condizioni, il lavoro, la concretizzazione sono compito vostro.

    PER UNO STILE «FAMIGLIA» DI ESSERE CHIESA

    Non tutti, forse, hanno alle spalle una famiglia completa (penso a chi è orfano) o una famiglia felice (penso a chi ha genitori che sono separati o che litigano spesso).
    Credo però che tutti abbiamo dentro un loro ideale di famiglia, che ciascuno si sia fatto un suo progetto di famiglia.
    Di tipi di famiglia la TV ce ne ha presentati tanti in questi mesi (Partridge, Robinson, Happy Days, Heidi, Tre nipoti e un maggiordomo, Otto bastano, ecc.). Forse nel nostro progetto abbiamo scelto gli elementi migliori delle varie famiglie che ci sono state presentate e delle altre famiglie che abbiamo conosciuto (famiglie di parenti, di amici, ecc.).
    Cerchiamo di vedere che cosa è che caratterizza una famiglia che funziona. Direi che sono questi elementi.
    1) La famiglia è una comunità di amore. Papà e mamma si sono scelti per amore. Per amore hanno voluto i figli. Per amore spendono la loro vita. L'amore è persino più importante del vincolo di sangue: ci sono delle famiglie in cui i figli sono adottivi; sono famiglie ugualmente unite come le altre.
    2) La famiglia è una comunità educativa. Non solo i genitori educano i figli; ma i figli senza saperlo, educano i genitori; i genitori si educano tra loro. Educare vuol dire aiutare a crescere umanamente, a diventare più pienamente se stessi.
    3) In famiglia si è tutti corresponsabili. Il comportamento e gli umori dell'uno influiscono sugli altri e sul clima familiare.
    4) L'amore si esprime anche in uno spirito di servizio. La capacità di sacrificarsi per l'altro dà la misura dell'amore.
    5) La vita della famiglia ha alcuni momenti forti, in cui la comunità viene vissuta più intensamente: il prendere il pasto insieme, lo stare insieme alla domenica e durante le vacanze, il vivere insieme i momenti di festa (onomastici, compleanni, festività varie) e quelli di dolore (malattia, lontananza, morte, ecc.). Questi momenti forti sono occasioni per scambiarsi opinioni, per conoscersi meglio, per rendere più profondo il legame, per aiutarsi a vicenda.
    6) La famiglia è una comunità di fede (in senso lato). I genitori l'hanno fondata su alcuni valori (o disvalori) in cui credono e su cui hanno impostato la loro convivenza e l'educazione dei figli. Spesso quella fede è una fede in idoli: il denaro, il successo, il sesso, l'affermazione politica. Talora è fede in Dio.
    7) La famiglia è una comunità aperta, non chiusa in se stessa nell'egoismo. È aperta ai parenti, agli amici, ai problemi del mondo. lo pratica non soltanto all'interno, ma anche all'esterno. Rispettando la struttura dell'uomo, Dio ha progettato la della famiglia.
    (Cenni sulle origini del Cristianesimo e sul carattere «domestico delle prime comunità cristiane)
    Oggi la Parrocchia è assai lontana da quel carattere domestico; ma la comunità ecclesiale è autentica nella misura in cui realizza le caratteristiche della comunità familiare.

    Rileggiamo allora quelle caratteristiche, riferendole alla comunità ecclesiale. La parrocchia come «comunità di comunità».
    I gruppi come famiglia ecclesiale.
    Il senso della mia presenza nel gruppo e l'importanza del mio contributo personale in «stile famiglia».
    La tensione «espansionale» del gruppo, che deve essere una comunità aperta, protesa verso gli altri, nella dinamica di un annuncio e di una crescita. Il mio contributo a questa tensione.



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