Marzio Barbagli
(NPG 1973-06/07-27)
L'Associazione «Il Mulino» ha promosso recentemente un convegno di studio tra esperti sul tema «scuola e mercato del lavoro».
II seminario è stato aperto da una relazione introduttiva di Marzio Barbagli, incaricato di sociologia nella facoltà di Magistero dell'università di Bologna, ricca di dati e di elementi nuovi, che riflette, evidentemente, nelle valutazioni politiche conclusive, le personali posizioni dell'autore.
Come documentazione su un problema così vivo, nel quadro delle riflessioni sulla scuola, come è quello dello sbocco nel rapporto scuola-lavoro, trascriviamo la sintesi della relazione.
II testo completo comparirà entro il 1973 negli «atti» del convegno, per l'editrice «Il Mulino».
Partendo dalla premessa che «è impossibile capire qualcosa di quello che sta succedendo limitandosi alla analisi dell'ultimo decennio», la relazione prende in esame l'arco di tempo degli ultimi 25 anni, per arrivare alla conclusione che «le contraddizioni che si sono accumulate nella scuola italiana appaiono sempre più insanabili e non si riesce davvero a vedere come la classe dominante possa venirne a capo», dal momento che non è in grado di controllare i fattori che hanno provocato lo sviluppo distorto dell'istruzione italiana, né evitare gli squilibri territoriali che hanno provocato uno sviluppo economico distorto nel nostro Paese. In ogni caso, la classe dominante «non è in grado neppure di controllare la situazione cambiando il sistema scolastico, perché dovunque metta le mani o non cambia nulla o fa saltare tutto per aria».
È all'orizzonte «una crescente disoccupazione e una crescente radicalizzazione dei ceti intellettuali» di fronte alla quale sia le soluzioni più illuminate fra quelle proposte sul piano «ufficioso» (Convegno di Frascati del 1970) sia quelle oggi correnti (abolizione del valore legale dei titoli e numero chiuso) mostrano tutti i loro limiti.
INTERPRETAZIONI PIÙ DIFFUSE
DEI RAPPORTI TRA SCUOLA E MERCATO DEL LAVORO
Comunemente vien detto che nella storia della scuola italiana degli ultimi vent'anni ci sono due periodi: uno che va fino all'inizio degli anni sessanta, con la tipica «scuola d'élite» (carenza di forza lavoro intellettuale) ed uno che interessa il decennio seguente, con scuola di massa e processo di «proletarizzazione» degli intellettuali.
Premesso che «il paese più famoso per la disoccupazione intellettuale è l'India», occorre fare tre puntualizzazioni: intanto l'Italia ha sempre avuto uno sviluppo squilibrato dell'istruzione, molto più che altri paesi capitalisti, con il più alto tasso d'analfabeti prima e di evasori della scuola dell'obbligo poi, e con il più alto tasso di disoccupazione intellettuale. Poi, in secondo luogo va detto che anche nel periodo '50-'60 non si è mai avuta carenza di forza lavoro intellettuale, ma una disoccupazione molto forte in questo settore. Terzo, infine, il processo di «proletarizzazione», col diplomato o laureato che occupa la posizione di lavoratore dipendente, cioè (Istat) «manuale», in Italia non s'è verificato, ancora. Le interpretazioni più diffuse sull'andamento dell'istruzione in Italia sono due: lo sviluppo di questa è legato all'aumento del reddito, lo sviluppo («scuola di parcheggio») è legato alla disoccupazione giovanile. Il relatore si dichiara molto vicino a quest'ultima interpretazione puntualizzando però alcuni particolari: chiedendosi ad esempio a che livello degli studi si ha il parcheggio (scuola superiore o università?), quando esso ha inizio (ha interessato tutto il venticinquennio in esame), e infine se esso è «funzionale o meno agli interessi della classe dominante».
A quest'ultimo proposito ha aggiunto che non soltanto, il «parcheggio è stato favorito, ma programmato e pianificato dalla classe dominante e dal suo personale politico», osservando inoltre che esso svolge la «funzione latente di attenuare la pressione esistente sul mercato del lavoro». A lungo periodo tuttavia il «parcheggio» si mostra pericoloso: «siccome la gente che vi entra non ci sta in eterno, succede che questa scuola, se assorbe temporaneamente la disoccupazione manuale la trasforma in disoccupazione dei diplomati, e se assorbe la disoccupazione dei diplomati la trasforma in disoccupazione dei laureati. E certamente la disoccupazione intellettuale non è in nessun caso funzionale agli interessi della classe dominante», perché costituisce un «elemento di notevole instabilità politica» dato che «quanto più è elevato il livello di istruzione di una o più persone, tanto più elevato è il loro livello di aspirazioni, e tanto maggiori le frustrazioni a cui andranno incontro se non trovano lavoro»: di qui la possibilità che esse subiscano un processo di «radicalizzazione politica».
TENDENZE DELL'OCCUPAZIONE INTELLETTUALE DAL DOPOGUERRA A OGGI
Sono tre i periodi presi in esame da Marzio Barbagli. Il primo dal 1945 al 1950, il secondo dal 1950 al '63, il terzo dal 1964 al '71.
♦ Nel 1950, circa il 30% della popolazione italiana era costituita da analfabeti di ritorno, il più alto tasso d'analfabetismo in Europa. Contemporaneamente in Italia si aveva anche il più alto rapporto studenti-abitanti, rispetto a Svizzera, Svezia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio. Dal '45 al '50 sono stati gettati sul mercato 300.000 diplomati e 113.000 laureati.
♦ Nel secondo periodo alcuni dati-chiave. Gli occupati nella industria diplomati era nel '51 il 16,52% del totale, dieci anni dopo il 22,01; i laureati rispettivamente 11,26 e 13,59, nel '61. L'offerta di forza-lavoro intellettuale era nel '51 di 20.606 laureati e 61.000 diplomati; dieci anni dopo, nel '61, era passata a 23.019 laureati e 104.000 diplomati; il periodo dal '50 al '63 era stato il primo, (e finora anche l'ultimo) dal 1880 in poi, in cui si era potuto riassorbire la disoccupazione dei laureati, anche se rimaneva alto il livello di disoccupazione dei diplomati.
♦ Nel periodo '63-'70 il tasso di incremento medio annuo degli occupati è leggermente superiore a quello del periodo precedente per i diplomati (4,65%), e leggermente inferiore per i laureati (3,33%); per i laureati aumenta il settore terziario, con 65.000 laureati nell'industria nel '63 e sempre 65.000 nel '70. In questo periodo c'è lo squilibrio fra offerta e domanda di forza lavoro intellettuale: l'offerta di diplomati passa da 103.000 unità nel '63 a 228.000 nel '71; quella di laureati da 24.000 a 60.000. Il tasso di disoccupazione dei diplomati cresce costantemente dal '64 al '69 e cala nei due anni seguenti per la liberalizzazione degli accessi universitari. Il tasso di disoccupazione dei diplomati, tuttavia, si mantiene alto. Per i maestri, ad esempio, nel '61 di fronte a 6.000 posti vacanti, c'erano 140.000 candidati; nel '70 con 11.000 posti i candidati erano saliti a 225.000.
Oggi come nel '50 tuttavia c'è squilibrio nello sviluppo e distribuzione dell'istruzione. Il 15% dei lavoratori occupati non ha alcun titolo di studio (forse analfabeti di ritorno), il 56% ha solo la licenza elementare.
COSA HA INFLUITO SULL'ANDAMENTO DELL'ISTRUZIONE SECONDARIA E SUPERIORE
Ci sono stati due tipi di fattori di condizionamento, secondo Barbagli: in primo luogo l'economia italiana e le caratteristiche del suo sviluppo, in secondo luogo la struttura interna del sistema scolastico italiano, ai suoi vari livelli, ed i cambiamenti che esso ha subito soprattutto negli ultimi 10-11 anni.
Dal 1950 ad oggi vi è stata una maggior produzione di diplomati e laureati nel mezzogiorno rispetto al settentrione: dal '51 al '61, l'incremento dei diplomati sulla popolazione oltre i sei anni è stato al Nord dell'1,02%, al Sud dello 0,93%, mentre quello dei laureati rispettivamente del 0,30% e dello 0,25%. Nel decennio '51-'61 le distanze tra Nord e Sud non sono diminuite né aumentate perché vi è stato un costante flusso migratorio di laureati e diplomati dal Sud al Nord, nonostante la «produzione» al Sud fosse più sostenuta che al Nord.
Nel decennio in questione, per l'esattezza, dal Sud è emigrato al Nord il 15,6% dei 211.000 diplomati (cioè 33.000), ed il 20,6% dei 63.000 laureati (cioè 13.000).
Successivamente la situazione è stata la seguente: nel periodo '64-'69 il Sud ha registrato una emigrazione di 10.643 laureati e 32.345 diplomati che si sono recati al Nord.
SOLUZIONI POLITICHE PROPOSTE PER SUPERARE GLI SQUILIBRI TRA SCUOLA E MERCATO DEL LAVORO
Oggi ci si trova di fronte a due proposte: 1) abolizione del valore legale del titolo di studio; 2) numero chiuso all'Università.
Si tratta, secondo il relatore, di due soluzioni insostenibili in questo senso: il presupposto sul quale si basa l'abolizione del valore legale del titolo di studio, è che con questo verrebbe meno il vizio italiano di «dar la caccia al titolo», per amore del pezzo di carta e non della cultura. Assurdo – egli sostiene – perché «la gente va a scuola, non solo in Italia, con un atteggiamento strumentale, cioè per il titolo, e perché la scuola è fatta per questo, per conferire status e per distribuire privilegi».
La caccia al titolo di studio da noi è particolarmente diffusa perché «gli italiani ancora più degli altri sono andati a scuola perché non trovavano altro da fare».
Quanto poi al «numero chiuso» all'Università, esso è stato superato «non grazie all'orientamento progressista e democratico del Governo, ma semplicemente perché il numero dei diplomati disoccupati cresceva a vista d'occhio»; introdurre il numero chiuso ora vorrebbe dire «ingrossare nuovamente questo esercito di disoccupati e mandarli in bestia». Negli altri Paesi dove il numero chiuso è in vigore non «esiste una disoccupazione di diplomati neppure lontanamente paragonabile alla nostra». Che fare, in alternativa? Secondo il relatore anche la proposta meno reazionaria tra quelle «ufficiose» cioè quella emersa nel Convegno di Frascati del '70 non è altro che «legittimazione ideologica della scuola secondaria come parcheggio», in pratica un tentativo di «rendere meno noiosa agli allievi la permanenza in questo parcheggio», decretando la «deprofessionalizzazione assoluta e introducendo cambiamenti nelle materie per evitare che i ragionieri e i geometri che vanno all'Università si rendano conto che quello che hanno studiato alla secondaria non serve assolutamente a nulla».
Restano – sempre secondo il relatore – le proposte più serie fra quelle avanzate a sinistra, cioè quelle del Manifesto e in particolare la recentissima piattaforma sulla scuola avanzata dai metalmeccanici. È di qui che può partire un concreto dibattito, su nuove basi.








































