(NPG 1977-05-19)
Molti gruppi e istituzioni giovanili usano l'esperienza educativa del campo-scuola: una settimana di riflessione, in un clima di forte impegno e di larga comunitarietà, come tempo-forte per la formazione, personale e di gruppo, e per lo studio.
La formula è collaudata. Al di sopra di ogni sospetto.
Non ci sono problemi sulla sua opportunità. Esistono invece (o dovrebbero esistere) sulla conduzione. Ne affrontiamo alcuni.
Il campo è momento di scambio interpersonale, con prevalenti interazioni emotivo-affettive o, invece, queste vanno sapientemente dosate, in vista del lavoro, dello studio, della qualificazione?
È possibile, utile, necessaria una programmazione ciclica, per utilizzare il campo come punto di riferimento di un progetto globale di crescita, umana e cristiana? Quale movimento interiore deve assumere, per risultare veramente di servizio all'unità della persona?
La gestione del campo: ogni gruppo si fa il suo campo, evitando accuratamente gli intrusi per ripetere il ritmo ordinario di vita, oppure esso è processo di intergruppo, presenza e partecipazione aperta ad altri gruppi? Quali problemi e vantaggi derivano dalle due soluzioni?
Per lavorare bisogna confrontarsi con materiale. Nasce lo spinoso interrogativo dei sussidi. Quali caratteristiche devono possedere i sussidi, per essere utilizzabili in un campo? Sussidi scritti e I o sussidio-parlato di un esperto? Quali? Il DOSSIER si colloca nel fuoco di questi interrogativi.
E risponde (o, meglio, avvia una risposta) raccontando un'esperienza concreta: la storia e il progetto dei campi-scuola nati, alcuni anni fa, attorno al gruppo redazionale della rivista.
FATTI
Abbiamo scelto di riflettere sul campo-scuola, raccontando soprattutto la nostra esperienza.
Ogni esperienza ha contenuti positivi e aspetti negativi. Dall'una e dall'altra direzione possono provenire gli stimoli all'approfondimento, perché sempre c'è qualcosa da comunicare e ricevere, quando la proposta è analizzata con attenzione critica.
I FATTI di questo dossier sono forniti dalla testimonianza di tre giovani che, con i rispettivi gruppi di provenienza, hanno vissuto una forte esperienza di campo.
Le battute con cui ripensano a «quei» 5-6 giorni diversi e all'influsso che ne é derivato nella vita del gruppo, ci fanno pensare.
Essi confermano l'importanza del campo-scuola, nella maturazione giovanile, come momento privilegiato di contatto con valori e di confronto con modelli. Ma evidenziano le difficoltà e sottolineano alcuni rischi.
L'esperienza di campo può determinare uno scossone al gruppo, più violento della capacità di interiorizzazione che i suoi membri possiedono.
Se il campo (e il dopo-campo) non rispetta i ritmi di maturazione giovanile, esso produce frustrazioni e intemperanze.
Il campo si pone, di fatto, come proposta «alternativa» (nei contenuti, nelle analisi, nei modelli...) rispetto alla situazione da cui i giovani provengono; altrimenti non sarebbe «tempo-forte». Come armonizzare tutto ciò con
la necessità di tornare al quotidiano, da accettare con amore anche nella passione innovativa?
In ogni proposta educativa, la coerenza interna e la globalità sono criterio fondamentale. Nei contenuti del campo, nelle analisi, nel raccordo tra studio e rapporti interpersonali, tra esperienza di fede e impegni storici... è sempre presente questa oggettiva armonia, ricercata anche nel contrappeso dei gesti programmati?
Alcuni interrogativi. Tra i tanti.
Coloro che vogliono progettare un campo-scuola e si lasciano provocare da queste testimonianze, troveranno un ampio orizzonte di problemi concreti. Sono la «pregiudiziale organizzativa», perché il campo-scuola sia serio.
PROSPETTIVE
Pensiamo al campo-scuola come «tempo-forte» rispetto alla vita normale del gruppo e all'impegno, umano e cristiano, del singolo giovane.
Da questa scelta si comprende la nostra proposta e le opzioni concrete in cui essa prende corpo. Il campo-scuola risulta così una modalità della crescita del giovane e del gruppo: una modalità intensa, concentrata, impegnante, ricca di suggestione e aperta al confronto con diverse esperienze, ma in sintonia con il quotidiano e al suo servizio. Vediamo il rapporto tra campo-scuola e «quotidiano» soprattutto in due direzioni.
In primo luogo il campo-scuola è un tempo in cui giovani e gruppi rivivono il loro quotidiano quasi al rallentatore. Si riproduce quell'importante processo educativo che propone la revisione, lenta e motivante, della realtà (la ripetizione al rallentatore), per aiutare ciascuno a cogliere la ricchezza e i problemi, i valori e le scelte, le provocazioni e i ripensamenti, che nel ritmo normale sono troppo spesso travolti dalla frenesia dei gesti e delle decisioni. Durante il «tempo-forte», la calma permette la ripetizione delle scelte e delle motivazioni, per verificare la propria responsabilità. In questo senso il campo-scuola è riflessione «sulla» prassi.
In secondo luogo il campo-scuola è un momento di forte impegno nella qualificazione (confronto con modelli, studio, verifica di esperienze), personale e sociale, per una nuova presenza nel quotidiano stesso.
Nel campo-scuola molti gesti sono vissuti in termini enfatizzati (la celebrazione eucaristica particolarmente affascinante, il confronto con esperienze di punta, lo studio guidato da esperti...). Questi gesti vanno però reinterpretati, per diventare una proposta di «valori» da interiorizzare, e non soltanto il ricordo di una bella avventura. In questo senso, il campo-scuola prepara il nuovo quotidiano: è riflessione «per la» prassi.
Nel primo e nel secondo caso, il materiale di lavoro è sempre il proprio quotidiano. Il tempo-forte favorisce la serietà, l'approfondimento, la decisione su e per questo materiale.
Fuori da queste prospettive, crediamo che il campo-scuola risulti poco educativo. L'esperienza lo conferma. Troppi giovani hanno vissuto il campo-scuola come inizio di una rottura incolmabile con la concretezza della loro vita. Sono usciti dal campo frastornati, incapaci di un inserimento (critico, ma non spontaneistico e velleitario) nelle istituzioni da cui provenivano.
Non basta trovarsi d'accordo sull'obiettivo. Esso va tradotto in operazioni concrete e coerenti. Ed è quanto cerchiamo di favorire, nei tre articoli. Essi vanno letti in questa prospettiva globale.
Si comprende perhé i contenuti del campo-scuola sono una rilettura arricchita dei processi normali di maturazione di un giovane. Si coglie il motivo della nostra preoccupazione di dare al campo un'armonia interna di mete, per evitare la distorsione nell'unità fondamentale della persona.
Da questa stessa ottica si possono valutare anche le raccomandazioni pratiche relative alla conduzione del campo, presenti nella parte conclusiva del dossier.
PER L'AZIONE
In ogni attività seria, impegnativa, è necessario un momento di riflessione, di presa di coscienza degli obiettivi a cui si tende e del modo con cui è possibile raggiungere le mete che ci si prefigge.
La concentrazione è indispensabile in ogni attività. Si concentrano i calciatori prima di scendere sul tappeto verde per i 90 minuti dietro ad un pallone; si concentra l'atleta raggruppandosi nella sua massa di muscoli per trovare in sé un momento di unificazione che gli permetta l'exploit sulle pedane o sulle piste; sí concentra il tennista ricercando nel dialogo tra racchetta e pallina quel silenzio magico di cui è partecipe la folla che lo attornia.
La concentrazione però non è solo legata allo sport. Qualsiasi professione, impegno sociale e politico, qualsiasi ruolo sociale, ha bisogno di momenti di riflessione, di pausa, per trovare nella propria condizione e nei propri ideali, nelle forze che ci attorniano o con le quali condividiamo il cammino, nuove prospettive di marcia e nuove risorse.
La concentrazione è anche alla base di un «camposcuola».
Certo con questa introduzione già si opta per una particolare esperienza di campo-scuola, che non ha nulla a che fare con chi etichetta in tale modo l'intento puramente o prevalentemente ludico di trascorrere qualche giorno lontano dal quotidiano, in un ambiente che ritempri energie fisiche e psichiche. Molti utilizzano il titolo «camposcuola» come copertura della parola «vacanza» come se avessero bisogno della vernice dell'impegno per legittimare un periodo di relax.
In questo contesto non ci riferiamo nemmeno ad un campo-scuola all'acqua di rosa, non considerando come campo-scuola un'esperienza che sta a metà tra l'impegno e la vacanza. Molti nei periodi estivi o invernali, optano per soluzioni intermedie ín cui è possibile miscelare relax e impegno. Per cui sí progettano una o due settimane passate per lo più sui monti, che alternano gite e scampagnate con conferenze e gruppi di studio. Si crea così un ambiente spurio, «molle», un clima tra il godereccio (sano) e l'impegno, che costringe per lo più i partecipanti a sdoppiarsi, non garantendo né la continuità o la prevalenza di un aspetto sull'altro, né l'approfondimento del momento di studio e di verifica annacquato com'è da quello rasserenante.
Con ciò non si vuole a tutti i costi negare validità ad esperienze in cui si cerca di rispondere all'esigenza di impegno e nello stesso tempo di relax.
Particolari circostanze e situazioni e condizioni, possono pienamente legittimare tale tipo di impostazione di un campo estivo o invernale. Qui ci preme sottolineare come da una impostazione spuria del campo non siano però esigibili particolari risultati che essa non può dare.
Non si possono pertanto pretendere né un approfondimento dei temi dibattuti, né un pieno coinvolgimento dei partecipanti sui contenuti del campo, dal momento che la esperienza prevede anche momenti (di per sé legittimi) di pausa, di vacanza, di relax, di serenità, di «non tensione», di rilevanza dei rapporti primari...
Il campo a cui invece si vuol fare riferimento è un campo in cui prevale l'intento dello studio, della qualificazione, del confronto, della verifica, della ricerca. Un campo in cui l'impostazione di serietà e di impegno sia preponderante e costituisca l'unitarietà dell'iniziativa. Un campo che riesca a tradurre a livello organizzativo (orario, modalità di lavoro, rapporto tra momenti propositivi e momenti di confronto, possibilità di ripensare alla propria esperienza nel quotidiano in base alle proposte che si sentono o sulle quali ci si confronta al campo) le intenzioni di un carattere di impegno e di qualificazione.
Ovviamente non stiamo descrivendo un campo musone, in cui la musica, l'allegria, l'incontro tra le persone, i rapporti faccia a faccia, l'inventività, vengano mortificate o lasciate a casa. Non si tratta di creare strani figuri che si aggirano meditabondi nei pressi dei luoghi dove ci si è attendati, senza alcuna capacità-possibilità di entrare in comunicazione con gli altri, tutti tesi a scavare dentro di sé o nei problemi «esistenziali» o nei condizionamenti sociali. Si tratta però di creare un clima di lavoro, una esperienza in cui ci si coagula su alcuni valori e obiettivi di fondo; attorno alla quale anche l'adesione sui valori primari (lo star bene insieme, l'amicizia, l'espressione affettuosa, il cantare, lo scherzare) acquistano significato proprio perché sono espressione di una ricerca comune e di una tensione di fondo che caratterizza la permanenza e la venuta al campo.
Ecco: è proprio la tensione verso qualche problema, verso la propria qualificazione, verso il confronto della propria esperienza, nei riguardi di qualche tematica... che deve caratterizzare il campo. Se c'è questa tensione al crescere, al confrontarsi, all'imparare, al mettersi in gioco, all'esporsi, al conoscere... il campo trova la propria unificazione e identità, e chi vi partecipa fa una esperienza di unitarietà di impostazione e di intento. Diversamente il campo e gli individui rischiano di essere dispersi, disaggregati, su fini e obettivi diversificati.








































