(NPG 1977-05-77)
Il momento di passaggio dalla scuola media al biennio comporta numerosi mutamenti nelle abitudini di vita dei ragazzi. La nuova situazione, accompagnata dalla nascita di una nuova personalità, ha bisogno di trovare delle risposte adeguate a livello educativo-pastorale. La vita di gruppo, in particolare, che già nella preadolescenza si rivela utile sostegno alla crescita dei ragazzi, può offrirsi in tutta la sua incisività nel periodo dell'adolescenza, che manifesta – come è stato sottolineato nello studio precedente –una forte esigenza di socializzazione. Il gruppo diventa così un'occasione importante per il bisogno di partecipazione e di autocostruzione
degli adolescenti e nello stesso tempo permette all'educatore di intervenire per un dialogo costruttivo.
L'esperienza rivela che è spesso durante questo periodo di passaggio che si inquadra la propria fisionomia personale, quella che caratterizzerà tutta la vita; non sarà dunque tempo perso quello che verrà impiegato nell'occuparsi degli «scomodi» adolescenti.
Le due esperienze che presentiamo, un gruppo scolastico e uno parrocchiale, vogliono offrirsi di stimolo allo spirito di iniziativa degli animatori.
GRUPPO «CONFRONTO» - MILANO
ISTANZE DI FONDO
Partendo dalla analisi della nostra società, che vive una crisi di valori e di ruoli, caratterizzata dalla radicalità delle posizioni, da contraddizioni dovute spesso ad una situazione di transizione e dalla «questione giovanile», vediamo emergere:
1. La separazione fra scuola e società, che toglie forza ad entrambe le istituzioni, svuota la professionalità ed emargina i giovani dalla realtà.
2. Il bisogno di trovare equilibrio tra lo spontaneismo e le istituzioni, per trovare fiducia nella partecipazione e nella responsabilizzazione.
3. La ricerca di autentica religiosità, capace di sopravvivere dentro le contraddizioni della storia.
4. Il bisogno di una nuova qualità di vita, che sappia valorizzare il rapporto interpersonale e dare significato alla dialettica persona-comunità.
5. Il bisogno di superare un sostanziale vuoto culturale, che degenera spesso in conformismo, qualunquismo, avventure involutive.
QUESTA ANALISI INTERPELLA ANCHE I CREDENTI
In questa prospettiva, anche come credenti, affermiamo di poter stare a pieno titolo nella condizione umana, sicuri che la nostra fede ci solleciterà ad essere fedeli all'uomo. Ispirandosi ad essa, ma senza semplificazioni e deduzioni, e valutando le situazioni storiche, i cristiani contribuiscono a creare progetti civili e politici accettabili da ogni uomo. La fede li aiuterà a valutare se le realizzazioni sono davvero a servizio della liberazione integrale dell'uomo e stimolerà al coinvolgimento personale, quale presupposto per la credibilità dell'annuncio di evangelizzazione.
PER UN IMPEGNO NELLA SCUOLA, OGGI
Senza avere l'illusione d'aver risolto il problema dell'impegno politico del cristiano, ma rivendicando chiaramente la legittimità di uno spazio per una seria sperimentazione delle sue implicazioni (nessuna pretesa quindi di esaurire, neppure in prospettiva, le potenzialità dei cristani, ma comunque nella consapevolezza di concretarne un'esperienza importante) intendiamo dar vita, a partire dalla scuola, ad una aggregazione che nasce da cristiani ed è aperta ad altri, nella prospettiva di facilitare la partecipazione, promuovendo un dialogo con le forze democratiche e rispettose del pluralismo, alla ricerca di risultati comuni.
Il consenso all'iniziativa è chiesto sulla base di valori razionali condivisi e promossi dai sostenitori. Per quel che riguarda la presenza dei cristiani nel gruppo, che non vuole essere anonima, aderire a questo gruppo significa dare il proprio consenso al programma e nello stesso tempo appartenere alla comunità ecclesiale. Per i non cristiani i contenuti costituiscono un'area condivisibile anche al di fuori di una appartenenza ecclesiale, proprio perché riguardano la liberazione dell'uomo.
I NOSTRI PROGRAMMI E GLI OBIETTIVI
Il gruppo «confronto» si propone quindi una presenza tra gli studenti caratterizzata
• dalla individuazione e dalla gestione di spazi di partecipazione,
• dalla riflessione ed elaborazione culturale, in costante rapporto prassi-teoria-prassi, che sappia far emergere la globalità di ogni problema, per un superamento di uno spontaneismo generoso ma inconcludente,
• dalla ricerca condotta con metodo rigoroso, nello sforzo di «costruire cultura», con il confronto delle diverse esperienze nel rispetto delle differenti impostazioni ideali,
• dal superamento della concezione depositaria dell'educazione (dove l'educatore sa, gli educandi non sanno...) a vantaggio di una concezione problematizzante che si basa sulla creatività di tutte le componenti, dalla ricerca quindi di un nuovo ruolo dello studente e del docente: riconoscendo al primo le proprie potenzialità ed il diritto ad esprimerle e chiedendo al secondo di non riconoscersi in «cinghia di trasmissione», ma in un «animatore» che sa vivere con equilibrio l'incertezza del momento presente. Chiediamo anche uno spazio alla famiglia, per evidenziare che nessuno si educa da solo e che i giovani si educano anche nel dialogo con chi li precede in età,
• dalla fiducia nell'utopia, pur nella consapevolezza del limite delle specifiche realizzazioni,
• dalla fiducia nel dialogo, che esige umiltà, fiducia, speranza ed anche consapevolezza di sé,
• dalla attenzione e valorizzazione delle tradizioni culturali significative per il presente,
• dalla costante attenzione critica ai nuovi progetti
• tentativi che si muovono all'interno della nostra società, nella speranza di contribuire a renderla più giusta,
• dal metodo democratico e dal costante richiamo ai principi costituzionali.
IL NOSTRO GIUDIZIO: UN PROGRAMMA GLOBALMENTE POSITIVO, CON QUALCHE PERPLESSITA PER L'INSERIMENTO DEGLI ADOLESCENTI
Riconosciamo che il «GRUPPO CONFRONTO» presenta aspetti molto interessanti e che risponde ad un bisogno di dialogo particolarmente sentito tra i giovanissimi. E tuttavia vogliamo sottolineare alcune perplessità affiorate dalla lettura del programma, così come ci è stato presentato in una stesura ciclostilata, che noi abbiamo trascritto per i lettori, in parte semplificando il testo, e da una breve conversazione. Il gruppo si propone di porre la sua sede in forma autogestita al di fuori di strutture ufficiali, scolastiche od ecclesiali, e far posto ad adulti (professori, genitori...) ed a giovani anche non credenti di varia estrazione politica. Così impostato, il gruppo risponde ad una esigenza reale degli adolescenti, in quanto specie al momento di inserimento nella scuola superiore, il ragazzo non sa come collocarsi per agire all'interno della scuola, dal momento che la «piazza» è già tutta occupata da estremisti ed integristi di varie tendenze. Il gruppo risponderà così ad un bisogno reale di libero confronto su problemi culturali e sociali, visti in chiave di liberazione, favorendo
la ricerca di autenticità e di partecipazione degli adolescenti.
Ciò che a noi fa problema è il fatto che a 14-15 anni, quando l'appartenenza ecclesiale è spesso segnata dalla precarietà, quasi si consacri il dato di fatto. Se è vero che coi giovani si può dialogare spesso soltanto su valori condivisi, ci pare altrettanto importante non creare dei conflitti di appartenenza in quei giovani che hanno trovato nelle strutture ecclesiali una soddisfacente collocazione. Per questo ci pare che una simile esperienza vada condotta con lucidità e preparazione e vada vista soprattutto come possibilità di dialogo con giovani pastoralmente lontani.
GRUPPO «G. N.» - TORINO
I giovani che hanno vissuto l'esperienza che presentiamo, oggi fanno parte di un Centro Giovanile. Il loro gruppo sí è formato al termine della scuola media e si è impostato sin dall'inizio con la volontà di proporsi delle mete chiare e decisamente formative, distanziandosi da quei gruppi banali che si esauriscono nello stare insieme e nel dare i soliti quattro calci al pallone. A voler tentare un giudizio più in profondità, ci pare però che la mancanza di animatori laici pare abbia dato eccessiva importanza al prete-animatore. Non si vede chiaro inoltre quale sia stato l'inserimento nella pastorale d'insieme: c'è stato infatti un collegamento di questo gruppo con le altre realtà oratoriane?
Tuttavia questa esperienza realizza un tentativo di qualificazione, e dimostra ancora una volta che ad avere obiettivi chiari si ottengono molto spesso anche dei risultati.
Il nostro gruppo ebbe inizio quando venne all'oratorio un prete con l'incarico di interessarsi dei ragazzi della nostra età (14-16 anni). Lo avvertirono: iI nostro oratorio è una piazza: qui i ragazzi vengono, ma non si fermano. Non si fanno conoscere, non si può fare gruppo.
Si cominciò a trovare una sede. La sala messa a disposizione era una stanza adibita fino a quel momento a deposito di tutto. Ci rimboccammo le maniche, ci trasformammo in imbianchini e... cominciammo a conoscerci. L'amicizia nacque presto. Qualcuno, tra una pennellata e l'altra, prese un po' di indirizzi e cominciammo una specie di schedario. I fogli erano parecchi, quando la sala fu ultimata. Il primo scontro lo avemmo sulla questione «giochi». Incominciammo ad escludere dalla sede tutti quelli troppo numerosi ed in ogni caso esigemmo che ci fosse anche un bel po' di spazio libero per conversare.
Il gruppo però cominciò ad esistere propriamente ai primi di ottobre, quando mandammo ai giovani di cui avevamo l'indirizzo una lettera circolare, con la proposta di dare inizio ad un vero gruppo. Si invitarono i ragazzi ad una «tre sere» di incontri. Vennero una trentina. Ci si parlò chiaramente. A conferma che avevano capito bene ciò che si voleva da loro, uno disse: «Ci chiedi di prendere una decisione un po' troppo in fretta!». Ma proprio costui divenne poi uno dei più impegnati negli anni che seguirono.
Le idee di fondo erano: Il gruppo è vostro: potete organizzarvi come credete, purché sentiate l'esigenza di fare qualcosa che valga. I primi impegni concreti furono: l'incontro settimanale a carattere formativo, e il collettivo, cioè la riunione organizzativa. Del collettivo lo statuto del gruppo (vedi più avanti) dice: È la riunione di quanti intendono con maggior impegno aiutare il gruppo a programmare le varie attività (fissa le date, gli argomenti delle adunanze, promuove iniziative, amministra il denaro del gruppo, ecc.). Quanto alla sede, ci si decise per la piena autogestione, senza chiavi agli armadi, organizzando turni di pulizia. Tuttavia, essendovi dei giochi, decidemmo di essere ben chiari sin dall'inizio; dice lo statuto: La sala giochi non è una specie di BAR aperto a tutti. Non sentiamo amicizia, né tantomeno obblighi particolari, verso coloro che vengono con noi solo quando stiamo divertendoci. Ciò portò ad una specie di «chiusura» inevitabile, ma il gruppo aveva bisogno di difendersi dall'oratorio-piazza e doveva qualificare chi intendeva dare inizio ad un gruppo diverso.
LO STILE DEL GRUPPO
Parlando del nostro gruppo, un capitolo importante è quello dello stile, del tipo di gruppo che ci siamo proposti di fare, di come e quanto eravamo disposti ad impegnarci, ecc.
Ci siamo riuniti per alcune domeniche ed abbiamo dato incarico ad alcune «commissioni» di approfondire la cosa. Essi si presentarono a noi con una bozza di statuto, una specie di regolamento, che a tutta prima ci lasciò indifferenti. La cosa in realtà fu seria. Il dover discutere su uno statuto ci obbligò a divenire critici e consapevoli fino in fondo su ciò che volevamo essere. Fu così che qualcuno di noi dovette porsi per la prima volta queste domande impegnative: che senso dai alla tua giovinezza? Alla tua vita? Quali sono i tuoi ideali giovanili?
Scritto lo statuto, lo mettemmo ai voti – articolo per articolo – erano una cinquantina... – Il prete intelligentemente non volle correggere nemmeno la forma, ma cercò di dare qualche spinta perché nello statuto gli ideali del gruppo risaltassero chiaramente.
Tutti ebbero una copia dello statuto. Quattro si ritirarono dal gruppo (anche per le polemiche delle votazioni): gli altri scrissero il loro nome su un foglio esposto nella sede, sul quale c'era scritto: È BELLO VIVERE INSIEME.
Eravamo circa 60: il gruppo cominciava ad essere una realtà.
Lo stile del gruppo venne espresso anche più chiaramente sul primo numero del nostro giornale. Così scriveva la redazione nella presentazione:
Essere giovani oggi vuol dire spesso semplicemente vestire giovane - viaggiare giovane - vivere con un certo stile: moto ultimo modello, ragazza, ragazze, vacanze e contestazione. Per noi essere giovani vuol dire soprattutto avere obiettivi DIVERSI, controcorrente. Essere giovani diversi vuol dire soprattutto andare contro il modello di giovane che la società dei consumi e le «brave» persone ci propongono. Essere giovani in questo modo vorrà forse dire anche diventare scomodi. Ma siamo consapevoli che i primi ad essere messi in discussione siamo noi stessi, con la nostra vita più o meno compromessa ed egoisticamente borghese...
DI FRONTE ALLA FEDE
Il fatto di avere come animatore un prete e di esistere come gruppo all'ombra della parrocchia, non poteva evidentemente farci ignorare il problema religioso. Leggiamo lo statuto, che su questo punto è particolarmente chiaro:
1. Accettiamo il vangelo come fonte di ispirazione di tutto ciò che il nostro gruppo farà.
2. Della religione cerchiamo un'immagine viva, aperta, moderna. Nelle riunioni anche a sfondo religioso ricerchiamo con spregiudicatezza e libertà, sicuri che questo ci potrà aiutare per un maggior approfondimento personale.
3. Siamo contenti che nel nostro gruppo ci siano giovani che non trovano facile credere o che non credono. Chiediamo loro però la disponibilità ad approfondire la loro ricerca, certi che questo gioverà anche a noi.
4. Quando ci incontriamo per pregare, facciamo ritiri o messe di gruppo, chiediamo la partecipazione spontanea e convinta, perché non ci sia nessuno che faccia queste cose con leggerezza, disimpegno od ipocrisia.
GLI INCONTRI FORMATIVI
Ci trovammo una volta alla settimana. Il partecipare a questi incontri fu considerato sin dall'inizio molto importante, perché essendo giovani, si sentiva il bisogno di una maggiore qualificazione. L'obbligo di partecipazione fu considerato ovvio, e non usammo mai nessuna forma di ricatto per poterci vedere. Ci fu da parte di parecchi un atteggiamento troppo passivo nelle discussioni e spesso forse ha prevalso la gioia di trovarci insieme piuttosto che la ricerca approfondita.
Dopo Natale invitammo a questi incontri alcune persone che occupavano un posto importante nel nostro quartiere: parroco, sindacalisti, uomini del comitato di quartiere, un medico dell'ospedale locale, genitori impegnati nella scuola, operai e attivisti politici... Mettemmo ben a fuoco la realtà della nostra zona e ci impegnammo concretamente anche in alcune «battaglie» (verde pubblico, per es.). Nell'ultima parte dell'anno ci incontrammo col vangelo: eravamo preparati, ci sembra, ed anche desiderosi di farlo. Lo leggemmo con l'aiuto di una suora particolarmente preparata. Dopo 4 lunghi incontri, le chiedemmo di continuare ancora, anche se eravamo ormai alla fine dell'anno scolastico.
LA RACCOLTA CARTA
Siamo stati molto indecisi se raccogliere carta o no, sia perché qualcuno di noi trovava difficoltà a trasformarsi in raccoglitore di roba vecchia, sia perché ci pareva superficiale farlo unicamente per i soldi (ed in quel periodo tra l'altro la carta veniva pagata pochissimo). Decidemmo di farlo, ma di devolvere l'intera raccolta per la San Vincenzo parrocchiale. Fummo così meno preoccupati degli incassi, chiedevamo più vestiti che carta, sapendo che venivano collocati bene dagli incaricati dell'assistenza.
Ma andammo un'altra volta in crisi. Un lavoro così, fatto in questo modo, poteva sembrare un fatto folkloristico: la nostra carretta traballante e scassata invitava all'avventura ed era piuttosto divertente starle dietro. Comunque decidemmo due cose: anzitutto di non passare soltanto per la strada, raccogliendo quanto gli inquilini depositavano presso il portone, ma di presentarci alloggio per alloggio: era più faticoso, ma si evitava l'anonimato di chi offriva e di chi ritirava. Decidemmo poi di farci conoscere anche come gruppo, tentando di offrire la nostra testimonianza di amicizia e di sorriso. Anche un gesto insignificante come il nostro poteva essere l'inizio di un rapporto nuovo tra adulti e giovani in parrocchia. E cominciò così la nostra via crucis dell'umiliazione per le case, perché molte porte non si aprivano per diffidenza o si richiudevano davanti a ragazzi e ragazze in malo modo. Ma la cosa durò quasi tutto l'anno, convinti che chi ci sbatteva la porta in faccia avrebbe pensato tutto di noi, meno che eravamo dei vigliacchi o dei disimpegnati.
IL GRUPPO MISTO
Ufficialmente non eravamo un gruppo misto. Le ragazze continuavano a frequentare e ad impegnarsi nell'oratorio femminile. Fu una scelta che accettammo insieme, sia per continuare a vivere in armonia con l'oratorio femminile e le suore, che non volevano privarsi delle ragazze più alte, sia per i problemi connessi all'incontro improvviso tra ragazzi e ragazze a questa età, proprio nel momento in cui ci si stava aprendo ai problemi ed all'impegno. La scoperta dell'amore ad un'età come i 15 anni blocca spesso l'apertura sociale e ne consegue inevitabilmente la crisi del gruppo.
Non volevamo però ignorare che è un fatto molto importante conoscersi tra ragazzi e ragazze e volevamo anche che l'incontro fosse di vantaggio al gruppo. Decidemmo di prepararci. Organizzammo una serie di incontri che abbiamo chiamato: Corso Psicoaffettivo. Cominciò lo psicologo, che mise in evidenza le differenze dei due sessi a livello psicologico. Continuò il medico: anatomia e fisiologia, primi elementi per una valutazione morale di alcuni fenomeni giovanili. Concludeva una coppia di sposi, col tema: È possibile l'amore a 16 anni? Sull'argomento vedemmo anche un film. A conclusione degli incontri, invitammo alcuni giovani di altri gruppi misti della città, perché ci presentassero le loro esperienze al riguardo.
Questi incontri diedero ottimi frutti, anche se nel gruppo non mancò il solito play boy e la solita ragazza superficiale. Nacquero evidentemente delle simpatie, ma tutti rimasero nel gruppo, continuando nell'impegno di sempre, senza far pesare sugli altri il loro affetto, nel rispetto vero di tutti. Ma continuammo a ribadire, sovente fino alla noia, la necessità di risolvere bene questo aspetto del nostro trovarci insieme, perché intuivamo che qui si giocava il futuro del nostro gruppo: il momento in cui ci saremmo frazionati in tante coppiette, il gruppo sarebbe morto.
Il motto fu: il gruppo prima di tutto, dobbiamo essere amici il più a lungo possibile, un certo tipo di coppia diventa un attentato al gruppo. Uno di noi si espresse così: la ragazza può diventare una necessità per un giovane della nostra età che non ha amici e non è inserito in un gruppo, ma per noi, che ci possiamo conoscere e frequentare continuamente, possiamo dimostrarci affetto e simpatia senza isolarci, senza staccarci dagli altri, senza cominciare già un rapporto troppo impegnativo con una ragazza.
LO SPORT
Sullo sport avemmo le idee chiare sin dall'inizio. Così si esprimeva il nostro statuto: «Il nostro gruppo non si cura di sport organizzato-semiprofessionistico. Non vogliamo un oratorio dove si venga a giocare e basta. Noi ci sentiamo legati anzitutto dall'amicizia e dall'impegno, non dal gioco». Organizzammo qualche incontro amichevole tra di noi, senza premi, senza divise sgargianti: solo per divertirci. Alcuni del nostro gruppo giocavano però in squadre cittadine.
IL GIORNALE
Rappresentò per noi un fatto importante. Fu la nostra apertura agli altri, il «ministero degli esteri» del gruppo, la nostra agenzia di pubblicità. Ci scrivevamo sopra le nostre idee perché si diffondessero nel gruppo e tra coloro coi quali venivamo in contatto (compagni di scuola, amici, genitori, ecc.). Indicò i nostri programmi, ciò che volevamo essere, lo stile dei nostri discorsi. Fu un mezzo per conoscerci meglio. Cercammo di curare nel migliore dei modi la stampa e i disegni.
IL CAMPO-SCUOLA
Ogni anno abbiamo organizzato un paio di campi-scuola estivi. Queste giornate trascorse insieme, gestite interamente da noi (spesso anche la cucina!) ha cementato molto la nostra amicizia ed ha permesso di approfondire alcuni temi importanti.
Durante l'anno non si ha la possibilità e il tempo di condividere davvero la vita: il campo scuola diventa al riguardo un'occasione unica.
Abbiamo organizzato anche un campo di lavoro, preparando una casa di montagna perché potesse ospitare qualche decina di bambini poveri del nostro quartiere. Alcune ragazze del gruppo si prestarono poi anche come assistenti.
Quanto a lavoro materiale, in alcune occasioni parecchi di noi si trasformarono in imbianchini per alcune case povere della nostra zona.
Lavorare insieme favorisce l'amicizia tra di noi e fa perdere quella patina di borghesismo che gli studenti si portano dentro. Diventa anche una risposta alle tante parole che si fanno durante le riunioni.
MUTILATINI DI DON GNOCCHI E CINEFORUM
Non possiamo elencare tutte le attività fatte o... tentate in questi anni (doposcuola, raccolta medicinali, catechesi, recital e serate teatrali, ecc.). Diciamo una parola su due attività in particolare.
Siamo andati alcune volte a trovare i mutilatini di don Gnocchi, nel loro istituto in collina. Niente di straordinario. Ci preparammo però bene: dopo aver letto tutti la vita di don Gnocchi, ci parlammo chiaramente perché nessuno vi andasse per curiosità o per compassione. Ci dicemmo anche che non dovevamo legarci a loro ín amicizia, a meno che non avessimo potuto tornarci per molti anni (cosa impossibile per noi): proprio per il rispetto che dovevamo avere per questi bambini particolarmente sensibili. Creammo molta allegria: musica, canti, giochi e tante torte preparate dalle ragazze...
Ogni anno organizzammo poi due cicli di CINEFORUM: il primo durante l'anno scolastico: un film ogni 15 giorni, seguito da dibattito; il secondo al termine della scuola: era la Settimana Cinematografica: un film al giorno. Oltre al vantaggio di aiutarci a renderci critici ed intelligenti nella scelta dei film, ci affinava il gusto e ci permetteva anche di conoscere nuovi amici.
CONCLUSIONE
A conclusione di queste note vorremmo accennare anche al clima di libertà ed al rispetto della persona che abbiamo voluto sempre fosse caratteristica del gruppo. Abbiamo cercato di crescere insieme, nella fede e nell'impegno sociale: rispettando i «ritmi» di ognuno, chiedendo a tutti unicamente che non venissero con noi solo per giocare e che abbandonassero l'atteggiamento di RIMORCHIATI, proprio di chi non sa che farsene della sua vita.








































