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    I giovani oggi pregano?



    (NPG 1972-12-03)

    UN GRUPPO DI GIOVANI

    Tu... preghi?

    Se ne dicono tante a proposito della preghiera dei giovani. Vogliamo un parere di chi è in causa.
    I giovani, secondo voi, oggi pregano? Poco? Molto? Come?
    È difficile parlare sulla pelle degli altri. E non è molto onesto. Forse, l'interrogativo potrebbe rimbalzare così: tu preghi?

    * Oggi la gente prega poco o non prega più: mi pare che la preghiera abbia perso di significato e di valore. Perché? Perché la società si è creata degli idoli in contrapposizione a Cristo. Ha scelto le cose che si vedono al posto di quelle invisibili; quelle che si possono consumare al posto di Cristo.
    Le persone che conosco e che dànno importanza alla preghiera nella loro vita, sono persone che hanno stabilito un rapporto con l'al di là delle cose, come dice Carretto, con l'invisibile dentro al visibile. Queste persone cercano di amare Cristo e non di affogarlo nelle cose.
    Mi pare che si possa definire la preghiera proprio in base a questo atteggiamento: pensare a Dio amandolo.

    * Secondo me, i giovani oggi pregano. Però è cambiato totalmente il modo di pregare. Pregano, ma in un altro modo.
    Molti si fanno una preghiera personale, soprattutto nei momenti di solitudine, di frustrazione, di fallimento. Mi pare invece che siano pochi coloro che fanno una preghiera più vera, più costante. Non dialogano, non si mettono a confronto con Dio, a nudo di fronte a lui, per diventare autentici.
    La preghiera mi aiuta moltissimo a diventare autentico, perché mi aiuta a scoprire qual è il piano di Dio su di me. Mi accorgo che è nella preghiera che Dio mi parla e mi trascina nel progetto che lui ha su di me. Mi pare importante ripetere quello che ho detto un attimo fa. Anche se sono pochi coloro che fanno una preghiera autentica, sono molti, oggi, i giovani che si rivolgono a Dio nei momenti di vuoto. I giovani, noi giovani, sentiamo il fallimento della nostra società. Ci sono tanti suicidi e tanti drogati, proprio per questo. In fondo al desiderio di ricerca, di avventura, c'è un tentativo di incontrare l'invisibile, quindi di pregare. Una volta si pregava per ottenere la promozione o per la pioggia. Oggi preghiamo per cercare di essere noi stessi, di capirci un po' di più, dentro e fuori di noi.

    * Io prego solo quando ho bisogno. E basta. Credo che ci siano tanti giovani che fanno come me.
    La maggior parte dei giovani, oggi, non prega perché ha già tutto, non ha bisogno di nulla. La società in cui viviamo ti presenta già tutte le risposte e ti presenta le cose come tutte già risolte o risolvibili. È strano. Io credo molto alla preghiera. Ma mi ritrovo a pregare solo quando ho bisogno.
    Per me, pregare dovrebbe essere un dialogo con Dio come con un Padre. Però diventa sempre un dialogo per ricevere. La preghiera sta diventando nella mia vita una macchinetta automatica: quando ho bisogno di qualcosa metto la monetina nella gettoniera e... ti escono fuori le sigarette. Mi disapprovo. Non sono d'accordo con me stesso. Ma ci casco.

    * Io sento la preghiera quasi come un fatto superstizioso. Prego perché ho paura. Chiedo perdono al Signore, con la paura alle costole: dell'inferno, di tutto.
    Mi accorgo che la mia è una falsa preghiera. Una preghiera condizionata e strumentalizzata.

    * Penso che ci voglia un grande rispetto per il mistero dell'altro. Io non posso sapere se un giovane prega o non prega, proprio perché penso che la preghiera sia un fatto fondamentale nella vita umana.
    Noi esistiamo perché Dio ci ha creati. Perché siamo creature, sia consciamente che inconsciamente, preghiamo tutti, credenti e non credenti. Il problema è un altro: il modo.
    Mi pare che sia una cosa totalmente spontanea. Anche se uno non se ne accorge... Anzi la maggior parte delle volte capita proprio così. Quando un ragazzo o una ragazza fa un servizio ad un altro... quella è più che una preghiera. Coinvolge Dio nella storia di un uomo. È una cosa tanto grande che vale una vita.
    La preghiera è un impegno di coerenza. Io non mi sento degna di parlare con Dio perché m'accorgo che Dio non è il centro di ogni momento della mia giornata. Questo mi fa riflettere. Non mi sento cristiana. Sento di essere in contraddizione. Sono figlia di Dio. Quindi mi metto in rapporto d'amore con lui. Ma a parole, con la intelligenza, o con il sentimento, nei momenti di gioia particolare. E invece dovrei essere in dialogo continuo: perché mi sento figlia di Dio... Questa certezza è la mia preghiera. Dovrebbe darmi la pace... Ma mi accorgo di essere solo in stato di ricerca, di cammino...

    * Penso che la maggior parte dei giovani, oggi, preghino. In molti, però, la preghiera è diventata un fatto totalmente personale: un a tu per tu con Dio. Tanto che è difficile dire se stiamo pregando oppure no. Nel nostro gruppo, siamo in tanti. Ci sono tipi diversi di persone. C'è chi si ritiene ateo. E allora, per coerenza, rifiuta di parlare con Dio. Però il suo agire, la sua disponibilità nel servizio, il suo scrupolo nell'aiutare gli altri... sono già una preghiera, anche se lui non crede.
    Poi c'è chi invece pensa solamente a tipi «esteriori» di preghiera che fanno rizzare i capelli: pura adorazione, contatto con la natura per scoprire Dio.
    Ci sono infine coloro che sanno unire preghiera e azione. Sono coloro che hanno scoperto Cristo e lo riconoscono come fratello e amico, vivente in mezzo agli altri. Non si rivolgono a lui solo per ottenere qualcosa; ma come si parla ad un amico, per fargli magari delle confidenze...

    * Nel mio rapporto con Dio, rischio di cadere nell'egoismo. Mi rivolgo a lui solo quando sono giù di corda o il gruppo non gira. Credo di risolvere tutto impegnandomi in un'azione sociale, nel far qualcosa per gli altri; senza cercare di ringraziare Dio delle occasioni che mi dà. E questo è un gran pasticcio.
    Qualche volta sento di non aver bisogno di Dio, proprio perché sono sprofondato nelle mie azioni.
    Faccio un po' un discorso di funzionalità. Studio perché è funzionale alla mia preparazione; faccio dello sport perché fa bene al fisico; vado a spasso con un amico, perché è funzionale alla mia maturazione. Ma la preghiera... a che cosa è funzionale?

    Che cosa è pregare?

    Sono emerse molte definizioni di preghiera.
    Se la preghiera è una cosa viva, è la vita vissuta in una prospettiva d'amore verso Dio, è giusto che ci siano molti modi di pregare.
    Però, se tutto, nella vita, è preghiera, allora la preghiera, quella «formale», non ha più spazio.
    Che ne dite? Che cosa è per voi, per te, «preghiera»?

    * Io non mi sento di definire preghiera tutto. Preghiera è il contatto personale con Dio. Questa è preghiera. Gli altri tipi... non sono preghiera. Per un ragazzo, la fidanzata che cosa è? Una persona che lui sente «vitale», in qualsiasi momento della giornata, a cui lui si sente «legato» sempre.
    Se noi dedichiamo a Cristo solo i 5 minuti della sera, davvero non è una esistenza calata in lui, come direbbe S. Paolo «È Cristo che vive in me!». Se prego solo quando sono in difficoltà, quando ho bisogno di qualcosa, Cristo non è l'amico, l'assoluto, ma solo l'appoggio...
    Quello che mi preme, che dà significato alla preghiera che cerco, è di riuscire a vivere tutta la mia vita in Cristo, proprio come amo la mia fidanzata. Questa è la vera preghiera.
    Le altre forme... non mi sento di chiamarle preghiera: sarebbe come ridurre una cosa immensamente grande ad uno sgorbio.

    * Dovremmo mutare un po' la nostra prospettiva. Cercare di guardare le cose con gli occhi di Dio.
    Io so che Dio è infinitamente più grande di me, più grande del mio cuore. Lui non misura con il mio metro. Allora io starei attento a parlare di preghiera-sì e di preghiera-no. E c'è un'altra cosa.
    Noi non abbiamo la preghiera in tasca, come non abbiamo la verità. Siamo in cammino. Con il ritmo di una parabola: un po' su e un po' giù. Dobbiamo renderci conto dei nostri limiti. Altrimenti è un atto di superbia pretendere subito quel contatto con Dio di cui parlavi tu, prima. Non mi pare proprio importante assolutizzare.
    D'accordo. C'è un punto di arrivo. Ma non è detto che quando io non mi trovo ancora al punto di arrivo, non stia egualmente facendo delle cose serie ed importanti.
    Il tipo più bello di preghiera è la preghiera gratuita e di contemplazione. Come il modo più bello di voler bene alla propria mamma è di guardarla in faccia, e basta. Guardarla negli occhi e dirle: ti voglio bene. Però ci sono dei momenti in cui l'amore si manifesta con altri gesti. Anche questi sono dei momenti veri, perché è vero l'amore che vi si porta. Io credo che dobbiamo avere il coraggio di trovare lo spazio anche per una preghiera di domanda. Anche se ci fa un po' paura, oggi.

    * La parabola del figlio prodigo è un esempio che ci dovrebbe far riflettere. Questo figlio, finché aveva soldi, non pensava a suo padre, anche se magari aveva un qualche rapporto d'amore verso suo padre. Aveva un rapporto d'amore certamente, perché quando è caduto in miseria, ha trovato la forza di chinarsi verso suo padre per dirgli: «Dammi da mangiare. Trattami come uno dei tuoi servi, ma fammi entrare in casa!».
    Penso che Dio, quando è venuto ad abitare tra noi, ha accettato la situazione storica di ogni persona. Se lo ha fatto allora, perché non dovrebbe continuare a farlo oggi? Noi non possiamo elevarci a Cristo. Ma Cristo, lui, si è abbassato fino a noi.
    Se noi facciamo un atto di umiltà, riconoscendo quello che siamo, non capisco perché non dovrebbe accettare la nostra preghiera, umile com'è. Noi giudichiamo secondo la convenienza. Dio giudica secondo l'amore.

    * Anch'io ho ragionato così. Ho voluto la preghiera perfetta. Sono arrivata al punto di non pregare più, perché non riuscivo a stabilire questo contatto perfetto, totale, tra me e Dio. Ho scartato tutto. Ho smesso di andare a messa, di comunicarmi, di pregare. Perché mi accorgevo di non riuscire a pregare in quel modo perfetto che avrei voluto.
    Poi ho ricominciato a recuperare tutto. Qualcuno mi ha dato una mano a tirarmi fuori da questo vuoto. Ora ricerco, aspetto. Soffro nell'attesa. Non me la sento di dire che l'unico modo di pregare sia quello perfetto. Proprio perché non me la sento di pregare così. Però non cc la faccio a pensare che tutta questa mia sofferenza non sia preghiera. Oggi io soffro molto. Penso che Dio accetti la mia sofferenza, come mia preghiera.

    IL PARERE DEGLI EDUCATORI

    I giovani, oggi, pregano?
    Abbiamo rivolto la domanda a vari educatori, dalla esperienza diversa e molteplice. Un responsabile di gruppi giovanili, due direttori di case di esercizi spirituali che incontrano varie migliaia di giovani ogni anno, un vice-parroco.
    Ecco le risposte. Possono offrire una panoramica interessante per completare, dall'altra sponda, il parere dei giovani.

    * Nella nostra casa vengono molti gruppi giovanili. Generalmente posso dire che sono animati da un intenso desiderio di vita cristiana impegnata. Quindi cercano anche di pregare. Pregano.
    Nel colloquio a tu per tu, domandano il perché della preghiera, parlano delle delusioni che qualche volta hanno avuto. Rimane, in tutti, un orientamento ad un contatto personale con Dio, a stabilire cioè quel rapporto che è essenziale alla preghiera.
    Non è facile dire perché pregano o, all'opposto, perché rifiutano di pregare. Generalmente pregano quando sentono dei vuoti interiori, quando avvertono delle necessità. Talvolta, sentono il bisogno di riprendere il contatto con Dio, dopo una esperienza troppo formalistica che li ha allontanati, o frenati, o smorzati, nell'entusiasmo per la preghiera.
    È più facile per i giovani instaurare un rapporto orizzontale che verticale, con Dio. La preghiera viene cioè motivata da situazioni psicologiche, personali o di gruppo: quello che è accaduto nel gruppo, nella scuola, la ragazza o il ragazzo che non si interessano più di certe cose, la crisi della società... tutto questo induce i giovani alla preghiera.
    Oppure si mettono a pregare perché sentono il bisogno di migliorare, di raggiungere una maturità di fede, sono incerti sulle scelte da fare... Mi pare quindi che si rivolgano a Dio con una fede che potrebbe essere chiamata quasi «pre-fede».
    È difficile però distinguere. Molte volte si parte da questa situazione soprattutto psicologica, per giungere ad atteggiamenti molto più interiorizzati e maturi.
    La preghiera, qualche volta, li prende dal di dentro. Fino al punto che c'è un ritorno anche alla 'preghiera di tipo formale: l'essere assieme nell'ascolto o nel dire le stesse cose a Dio, il manifestare assieme ciò che lo Spirito suggerisce a ciascuno, in una comunione interiore ricercata e coltivata... tutto questo porta alla accettazione anche dei formulari, almeno come punto di partenza.
    Per rispondere alla domanda, sento il bisogno di fare delle distinzioni. I giovani, una volta, pregavano di più da soli, stimolati dai loro educatori. E di cattiva voglia in gruppo, in comunità, come si diceva. Oggi pregano di meno da soli. Ma pregano molto di più in gruppo. Si sono capovolte le prospettive.
    Non pregano perché sentano la preghiera utile. La nostra società ha dato loro il senso dell'efficienza. Sono diminuiti i bisogni materiali e l'uomo è diventato fiducioso nelle sue forze. La preghiera non è su questa strada. I giovani che pregano, non pregano per i vantaggi che ne ottengono. Pregano invece perché sentono il proprio vuoto interiore, la debolezza spirituale e morale.
    Una volta si pregava per un bel voto a scuola. Oggi non più, almeno in linea di massima. Si prega invece quando emerge il problema della purezza, quando ci sono drammi sentimentali, quando si fa scottante il rapporto con i genitori...
    Difficoltà per pregare?
    Tante. Direi: le stesse di noi adulti.
    Difficoltà di riflessione, di interiorità, di lavoro personale.
    La nostra cultura è totalmente diversa: è lontana dalla preghiera. L'indirizzo scientifico o scientista della scuola rende i giovani meno capaci di una volta alla riflessione, all'interiorizzazione, a pensare, in una parola. È una mia impressione, almeno. E poi c'è il ritmo della nostra società: TV, rumore, fretta.
    Questo trovarsi assieme, bombardati di notizie, sempre in compagnia rumorosa con altri, genera una paura verso la solitudine. E senza capacità di solitudine interiore è difficile pregare... L'attivismo, le mille cose da fare... fanno perdere il tempo per la preghiera.

    * Oggi i giovani sentono in modo diverso il rapporto con Dio. Hanno demitizzato certe formule. Per questo, a prima vista, dànno l'impressione di pregare poco o nulla. È saltata certamente la preghiera «tradizionale». Il rapporto con Dio è diventato più familiare e più incarnato, più «dentro le cose»: allora i giovani sentono di pregare anche con un canto, con una conversazione impegnata tra amici, in un lavoro per gli altri.
    Però non si accontentano di queste cose. Avvertono il bisogno di qualcosa di più profondo, dentro queste esperienze umane anche se altamente significative.
    Abbiamo fatto dei campi di lavoro. I giovani, alcuni giovani, reagivano insoddisfatti. Pareva loro che mancasse qualcosa. Ci mancava la preghiera, hanno detto. «Dobbiamo imparare a mettere un po' di sale alle cose che facciamo, altrimenti rimangono prive di sapore... Le nostre azioni ci lasciano insoddisfatti, perché non ci aprono a prospettive più piene». Non tutti, evidentemente. Ma molti. Ci si arriva, se c'è qualcuno che li aiuti a camminare in queste direzioni. È il solito problema: l'educatore, il prete.
    I giovani giungono alla preghiera partendo dall'azione; è vero. Molti vi giungono partendo dal vuoto, dall'insoddisfazione. Dal bisogno di uno su cui appoggiarsi e in cui trovare fiducia e sicurezza.
    Una cosa manca: la dimensione di glorificazione di Dio. È raro che un giovane preghi per adorare Dio. Almeno in modo esplicito.
    Una volta, però, avevamo fatto troppe distinzioni: preghiera di supplica, di adorazione, di ringraziamento... Oggi i giovani hanno fatto la sintesi. Pregano perché hanno bisogno di Dio e perché se lo sentono vicino. Pregano senza porsi tanti problemi... Ma forse è meglio così!

    * C'è un'esperienza nuova, interessante.
    Alcuni giovani e gruppi più sensibili hanno scoperto l'adorazione. La lunga silenziosa preghiera davanti al Santissimo. È una scoperta del silenzio e della solitudine, per incontrare l'Amico.
    Magari non hanno parole sufficienti per esprimersi. Ma restano immersi in un colloquio più profondo di quello fatto di parole.
    Noi non facciamo un ritiro senza dedicare ormai almeno un'ora all'adorazione. E, si noti, non siamo più noi preti a chiederlo ai giovani: sono loro che lo pretendono.
    Non ce lo siamo inventati a caso. Abbiamo scoperto l'adorazione a Spello. E, da allora è diventata una esigenza per la vita del nostro gruppo.

    CHE COSA DICONO LE INCHIESTE?

    Purtroppo in Italia non esistono ricerche recenti sul rapporto giovani e preghiera. D'altra parte... è abbastanza difficile quantificare in tabelle statistiche un dato così vitale e articolato.
    Riportiamo due analisi, la cui valutazione di attendibilità e significatività è lasciata ai singoli operatori... Si tratta di dati con cui confrontare la propria esperienza.

    Giovani '70

    (C. Testa, Giovani '70, Apes, pagg. 310-311)

    NPG 1972-12-12

    «La preghiera è il respiro dell'anima», dice una massima religiosa. Allora bisogna dire che i nostri giovani, spiritualmente parlando, respirano poco e male. 25% dice di non pregare «mai»; il 21% solo «qualche volta»; il 30% una volta al giorno; e il 24% due o più volte al giorno. Poiché la preghiera è l'espressione più spontanea, la pratica più semplice e meno onerosa per chi crede, gli indici raccolti non sono certamente confortanti. Un più approfondito esame ha portato all'accertamento che un forte calo nella pratica religiosa si verifica dopo i quindici anni per i maschi, e dopo i diciotto per le femmine. Questa crisi si accompagna spesso con un distacco da alcune verità di fede e con la rottura di molti legami, anche sentimentali, con la vita cristiana. Avviene, cioè, un vero e proprio «rigetto» che può essere graduale o repentino a seconda delle circostanze e delle esperienze fatte. Alcune tra le motivazioni addotte sono «le disgrazie subite senza che Dio intervenga»; «la maniera di vivere di certi che si dicono cristiani»; «la poca rispondenza dei riti della Chiesa al bisogno di autenticità personale»; «il desiderio di libertà di ricerca»; «il non poter vivere da cristiani senza l'obbligo di far parte di una casta»; «la vita confortevole offerta dal progresso»; e infine il fatto che non possa «dimostrarsi sperimentalmente l'esistenza di Dio». Questi i motivi confessati. Ma non sono certamente i soli. Altre ragioni contingenti precludono al giovane la possibilità di mantenersi al passo con le norme ed i princìpi morali della Chiesa: sono i conflitti di coscienza che non riesce a risolvere perché debole o male
    orientato.

    Una ricerca di Burgalassi

    (S. Burgalassi, La fede degli italiani nella ricerca di psico-sociologia religiosa, in Orientamenti Pastorali, 1968, 2-3, pagg. 159 ss.)

    Ecco i risultati (per le 2400 persone interpellate nel campione di 9 parrocchie) :

    NPG 1972-12-13
    NPG 1972-12-14

    Interessante è il commento che l'autore stesso fa ai dati riportati:
    «Nelle preghiere degli italiani spesso non si rispetta in modo preciso la gerarchia dei valori data dalla liturgia e dalla dogmatica. Tuttavia è raro che l'italiano (intervistato) non preghi o non accenni almeno ad un segno di croce. Chi non prega appartiene per lo più alle zone del centro-sud e risente per cultura e reddito di particolari elementi negativi.
    I motivi per cui si prega, tuttavia, sono ancora segnati da elementi troppo interessati e fisico-biologici. Raramente la preghiera è indirizzata per bisogni spirituali, per gli altri, per i non-credenti, per i lontani, per le necessità del genere umano. Assai alta è la percentuale di preghiere per tradizione e, minore, quella per i «propri morti». La riforma liturgica, non limitata ai gesti ed alle parole ma estesa ai significati, sembra incominci a produrre i suoi effetti non solo tra i giovani e i più avvertiti (colti) ma sulla generalità dei fedeli; infatti le ultime interviste effettuate nelle zone da noi studiate indicano minore percentuale di modalità non-ortodosse e maggiori percentuali di motivi autenticamente cristiani» (*)

    (*) L'ottimismo di Burgalassi è chiaramente confermato dalle interviste registrate con giovani e sacerdoti e riportate nelle pagine precedenti.



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