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    Il nuovo statuto dell'Azione Cattolica



    Claudio Della Porta

    (NPG 1970-05-25)

    Sotto la spinta del rinnovamento in atto nella Chiesa, anche l'Azione Cattolica Italiana ha ripensato a se stessa.
    Frutto di un lungo lavoro, che l'ha tenuta impegnata per quasi due anni, è il nuovo Statuto.
    Le riviste specializzate ne hanno già tratteggiato con completezza e organicità, spirito, contenuti, metodologia.
    Anche Note di Pastorale Giovanile desidera salutare un gesto davvero coraggioso e significativo.
    Per questo abbiamo invitato uno dei protagonisti a tracciarci le linee essenziali del nuovo volto della Azione Cattolica.
    Il nuovo Statuto riporta l'Azione Cattolica, sempre più, nei termini di «cenacolo» per un'élite che vive gomito a gomito con tutte le situazioni locali.
    Non è struttura dall'alto, pur nei necessari collegamenti, ma «voce alta» della Chiesa locale: il pugno di lievito messo nelle due misure di farina, perché tutta ne sia fermentata.

    Lo statuto di un'associazione è di per sé un fatto giuridico: ciò nonostante è sempre possibile leggere, attraverso la lettera delle norme, la vita profonda che esse descrivono e regolano.
    Così è stato anche per il nuovo Statuto dell'Azione Cattolica Italiana, nato da una lunga vicenda di consultazioni e di stesure, che hanno impegnato tutta l'associazione, fin nelle sue espressioni più «periferiche», per quasi un anno e mezzo. Esso si ispira pienamente alle proposte fondamentali del Concilio, ha tenuto conto dei fermenti e delle esigenze emerse in questi anni, ed ha cercato di tradurre tutto questo in norme che, nella loro semplicità e chiarezza, dessero un'immagine il più fedele possibile di ciò che l'Azione Cattolica oggi vuol essere all'interno della Chiesa.

    PLURALISMO ASSOCIATIVO NELLA CHIESA

    Volendo qui illustrare nelle sue grandi linee questo statuto, diremo anzitutto che ci sembra da sottolineare il fatto che in esso l'Azione Cattolica non viene più presentata come l'unica forma organizzativa attraverso la quale i laici possono partecipare alla vita della Chiesa, e nemmeno come la forma privilegiata di questa partecipazione.
    L'Azione Cattolica viene invece descritta come un fatto associativo che, accettando in pieno l'immagine della Chiesa come comunità, proposta dal Concilio, si colloca in una precisa prospettiva pastorale, accanto ad altri fatti associativi, al loro stesso livello, nello sforzo comune di far crescere la Chiesa e di far incontrare Cristo con gli uomini.
    Pertanto, non è più in virtù di un «mandato» esclusivo della gerarchia che l'Azione Cattolica potrà vivere e svilupparsi; essa dovrà invece trovare in una presenza vivace ed incisiva nella pastorale la ragione e la giustificazione stessa della sua esistenza.
    Questo discorso naturalmente appare gravido di conseguenze, sia in ordine alle finalità ed ai contenuti che si propone l'Azione Cattolica sia in ordine alla vita concreta e quotidiana dei suoi gruppi e delle sue associazioni «di base».

    ALCUNE CONSEGUENZE

    Esaminiamone alcune.

    ♦ Collocarsi in una prospettiva pastorale vuol dire anzitutto ribadire e confermare tutto il discorso portato avanti negli ultimi anni circa le finalità dell'Azione Cattolica. Si affermava allora che compito precipuo dell'Azione Cattolica fosse quello della formazione delle coscienze, a contatto con i vari ambienti e con le esigenze concrete della vita, così da rendere possibili scelte serene e meditate nell'ambito temporale (politicosindacale-sociale), scelte che però andavano perseguite nelle loro sedi naturali e mai all'interno dell'associazione di Azione Cattolica.
    Tutto ciò sottolineava fortemente il tipico impegno religioso-apostolico scelto dall'associazione, impegno che poggia sui grandi momenti della vita della Chiesa; l'ascolto della Parola, la partecipazione liturgica, l'esercizio della carità, e che si traduce nella presenza viva e costante nell'azione pastorale, diocesana e parrocchiale.
    Orbene, tutta questa impostazione è stata recepita in pieno dallo statuto, specie nella premessa che precede i vari articoli, e nei primi articoli
    medesimi.

    Un'altra caratteristica del nuovo statuto che ci pare essenziale illustrare è quella dell'unità dell'associazione. Anch'essa si giustifica su quel piano pastorale che abbiamo visto informare tutta la vita dell'Azione
    Cattolica.
    È proprio per esigenze di efficacia pastorale infatti che l'unità appare necessaria. Basti pensare ai grandi problemi di questa nostra complessa e articolata società (l'industrializzazione, l'urbanizzazione, le migrazioni interne, i consumi, ecc.) per rendersi conto che essi vanno affrontati nelle loro dimensioni globali, che richiedono capacità di sintesi di esigenze, di esperienze e di mentalità diverse. È a questo livello, quindi, che il lavoro comune tra giovani e adulti potrà risultare proficuo ed anzi indispensabile.

    Accanto a queste esigenze pastorali c'era poi un'altra necessità che si presentava impellente, quella cioè di rendere l'apparato organizzativo, pur necessario, il più possibile agile ed essenziale, ed anche a questo scopo l'unità si potrà rivelare un effettivo progresso.
    Parlare di unità non può voler dire, però, ignorare i carismi e l'originalità di ciascuno, e il modo differente con cui, ad esempio, giovani e adulti camminano e si confermano nella loro fede. Ed è proprio per salvare questi spazi necessari che nello statuto sono previste, accanto alle strutture unitarie dell'associazione parrocchiale, diocesane e nazionali, altre forme associative, fondate su una comunanza di mentalità, su un forte legame tra i membri. Parliamo dei gruppi che nell'articolo 19 sono definiti «... prima elementare e vitale esperienza associativa».
    A livello diocesano poi più gruppi che si riconoscono affini possono, collegandosi, dar vita a movimenti i quali, con propri servizi e proposte che specificano quella unitaria, possono creare un utile pluralismo all'interno dell'associazione.

    UN'UNITÀ DINAMICA

    È quindi un'unità intesa in senso dinamico quella voluta dallo statuto, un'unità che non risulta da decisioni prese da un vertice, che poi le impone a tutti, ma che viene ritrovata e costruita attraverso il confronto di cammini che posseggono una loro originalità e che trovano poi momenti per un incontro fecondo e costruttivo.
    Sempre a proposito di unità vorremmo brevemente soffermarci su un aspetto che si rivela fondamentale nella vita concreta dell'associazione: quello cioè del rapporto di comunione e di lavoro apostolico che si stabilisce tra sacerdote e laico.

    I sacerdoti assistenti sono definiti dallo statuto, all'articolo 10, come coloro che «... partecipano alla vita dell'associazione e delle sue articolazioni per contribuire ad alimentarne la vita spirituale ed il senso apostolico ed a promuoverne l'unità.
    Il sacerdote assistente esercita il suo servizio ministeriale quale partecipe della missione del vescovo, segno della sua presenza e membro del presbiterio, in modo che la collaborazione dell'apostolato di sacerdoti e laici renda più piena la collaborazione ecclesiale dell'associazione...».

    Da questa configurazione escono sottolineati principalmente due aspetti della presenza del sacerdote assistente nell'associazione: quello tipico del suo carisma sacerdotale, che attraverso l'annuncio della parola e la celebrazione eucaristica alimenta la vita spirituale dei membri dell'associazione, e inoltre quello di segno operante di comunione ecclesiale.
    Non si tratterà allora di limitare rigidamente ambiti di competenze, di rivendicare spazi di autonomia, quanto soprattutto di vivere in comunione la comune responsabilità nelle scelte e nell'impegno dell'associazione, pur rispettando la diversità delle vocazioni e l'originalità espressiva delle persone.

    LA DEMOCRATICITÀ

    Vorremmo infine mettere in risalto un altro elemento dello statuto, quello che ad una prima lettura forse più traspare come originale rispetto al
    passato.
    Intendiamo riferirci alla cosiddetta «democraticità» e cioè alla possibilità data a tutti i soci di partecipare alle scelte dell'organizzazione e all'elezione dei dirigenti.
    Certo si tratta di una grossa novità rispetto al passato, essa però va
    intesa alla luce di quanto prima detto in ordine alla finalità dell'Azione Cattolica, e alla comunità di vita e di lavoro che al suo interno si stabilisce tra laici e gerarchia.
    È in questa prospettiva che si giustifica ad esempio la norma dell'articolo 15 dello statuto, la quale stabilisce che i presidenti siano nominati ai vari livelli dall'autorità ecclesiastica competente su proposta dei rispettivi consigli. Si è voluto così sottolineare attraverso questo particolare meccanismo il rapporto di comunione che corre tra l'Azione Cattolica e i Vescovi, in modo che il nome del Presidente scaturisca dalla concorde
    volontà dei membri della associazione e della Gerarchia.
    È comunque da sottolineare, riguardo alla democraticità nella conduzione dell'associazione, il fatto che gli aderenti possano scegliere i programmi che guideranno il lavoro di tutti.
    Senza questa possibilità di intervento a ben poco sarebbe valsa la stessa elezione dei dirigenti.
    Ed è per questo che le assemblee parrocchiali, diocesane e nazionali, che si svolgeranno in quest'anno, come pure i congressi di movimenti, assumeranno un'importanza determinante.
    Da essi nascerà infatti, in definitiva, il nuovo volto dell'Azione Cattolica.
    Ed esso speriamo sia formato con la cosciente partecipazione di tutti, cosicché le intenzioni che si sono espresse attraverso le norme dello statuto possano divenire realtà viva ed operante.



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