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    La corresponsabilità alla prova dei fatti



    (NPG 1970-05-45)

    Si fa un gran parlare, oggi, di corresponsabilità. A tutti i livelli. E in tutti i campi.
    È difficile non avvertire, però, un'impressione che corre per l'aria. In una sponda sembra essere presente il gioco del contagocce: un lento, faticoso, paternalistico stillicidio di concessioni, dove la prudenza si ammanta di paura, e la responsabilità educativa di nostalgie sorpassate e di rivendicazioni improvvise; nell'altra, si grida forte, violentemente, per ottenere; si esige e basta, scalzando, con un colpo di spugna, tradizioni, mentalità, argini di sicurezza.
    Anche la corresponsabilità può entrare nella logica dei giochi di potere, scivolando, inconsapevolmente, verso il fallimento (che è il nulla di fatto o la sostituzione reciproca nella dialettica del comandare-obbedire).
    Chi contesta per ottenere – o chi si difende – moltiplica i documenti: sono l'arma più facile e a portata di mano (anche perché il ricorso alle parole è la cosa meno impegnativa).
    Ne abbiamo pubblicati alcuni, nelle pagine di questa rivista. Altri, molti altri, si accumulano sul tavolo di redazione. Non tutti sono onesti, «seri», anche se chiaramente filigranati di molte verità. Questo che presentiamo ci pare veramente significativo: degno di una lettura attenta, meditata, che sappia andare in profondità, per cogliere i risvolti nuovi, al di dentro della scorza delle parole comuni.
    Può insegnare molto:

    AI GIOVANI

    • Il tono pacato, tranquillo, comprensivo, pur nella necessaria denuncia.
    Non crediamo alla diplomazia. E tanto meno a quella del silenzio. Ma la sincerità, la sottolineatura anche violenta, in nessun caso giustifica la cattiva educazione.
    • Il profondo realismo che sa vedere le carenze dove sono di fatto, da una
    parte e dall'altra; e che chiede quanto è possibile (e doveroso) ottenere, senza scivolare, per la tangente, verso l'utopia assurda e impossibile.
    • L'impegno immediato: il tirarsi su le maniche, prima delle parole, prima di esigere che lo facciano gli altri.
    Sono frequenti le proposte pratiche, nella collaborazione offerta o sollecitata: i destinatari di questa lettera-aperta sanno di poter contare su qualcuno che è disponibile, fino in fondo.

    AI SACERDOTI

    L'elenco minaccia di essere molto lungo: ogni capoverso meriterebbe una sottolineatura.

    • Il credere alla corresponsabilità nella gestione pastorale, nell'essere chiesa. Ma crederci praticamente, sul piano del progettare assieme, prima che su
    quello del fare (perché si ha bisogno di una mano generosa e amica). Crederci
    nel quotidiano. Dove diventa inutile pretendere, parlarne, predicarne molto. Perché i fatti sono la testimonianza più efficace.

    • La comunione di azione, tra noi sacerdoti (a qualsiasi «struttura» si appartenga) e con i laici.
    È la prima trasparenza che il Vangelo esige dal credente: l'unità, nonostante tutto, a costo di tutto. In atteggiamento di un amore che crede nell'altro.
    L'insistenza del Signore si abbarbica sulla difficoltà pratica di realizzazione. Ci fa bene sentircelo ricordare, ogni tanto. Soprattutto a noi che ne siamo facili e pronti predicatori, per dovere professionale.

    • Il sentirsi in stato di ricerca, pur nella gioia pasquale di essere già, mano nella mano, con Colui che andiamo cercando, che abbiamo trovato ma che continuamente ci trascende.
    Fa male ai giovani (e non solo a loro) che soffrono, brancicando nel buio, ascoltare voci che piovono dal pulpito di una sicurezza tanto spesso solo ostenata; sentire trinciare giudizi a destra e a manca, con un monopolio imprevedibile della verità; scoprire che quando ci si pone in stato di ricerca (in una conversazione, in una revisione di vita, in una omelia partecipata) noi sacerdoti siamo fuori dal gioco, noi sappiamo già la risposta, e la teniamo nella manica solo per rendere interessante la partita, ancora per un po'.
    Non è onesto. Non è cristiano. Perché, oltre tutto, non è vero.

    • Il rispetto dei ruoli, per lasciar fare a ciascuno ciò di cui è capace o è responsabile. Tante cose riusciamo a farle meglio noi, per esperienza acquisita, per capacità e doti naturali, per visione di sintesi. Ma non è compito nostro, di noi «sacerdoti».
    Anche se gli altri lo fanno peggio (e andrebbe dimostrato), è diritto-dovere loro. Ed è l'unica strada per crescere in persone mature.
    Ci costa passare dal «faccio tutto io» d'un tempo, al «fate voi», disponibili a dare una mano, rispettosa, delicata, quasi piena di pudore, quando ci sollecitano un contributo. Invece di starcene alla finestra con la critica facile, magari per tornare trionfanti, dopo i primi fallimenti, al «faccio tutto io», sottintendendo «perché voi siete una frana»
    Gli esempi potrebbero essere moltiplicati: basta affacciarsi sulla soglia di molti gruppi giovanili, all'interno o ai margini delle nostre attività oratoriane, parrocchiali, di istituto.
    Queste righe di commento hanno solo sfiorato il contenuto di una lettera-aperta, ricca e interessante.
    Vorrebbero servire a far crescere la voglia di andare avanti, nella lettura. E a rompere meccanismi inconsci di difesa che permettono – troppo spesso – di camminare sul fuoco, senza bruciarci. Senza comprometterci.

    (r. t.)

    AI CARISSIMI SACERDOTI DEL PRESBITERIO DI BOLOGNA
    DELLE PARROCCHIE, DELLE FAMIGLIE RELIGIOSE
    E DI OGNI ALTRO SETTORE DELLA VITA DELLA DIOCESI

    Carissimi fratelli e Padri,
    questa voce vi giunge da ragazze e giovani riuniti per un incontro che è stimolo alla nostra unità, e occasione di dialogo con il nostro arcivescovo: saprete infatti che noi qui rappresentiamo pressoché tutte le articolazioni del settore giovanile della Chiesa di Bologna.
    Abbiamo una parola da dirvi: abbiamo pregato «perché il vescovo e voi troviate nella vostra missione il conforto di una Chiesa concorde».
    • Noi sappiamo che alla nostra Chiesa voi non date un servizio a ore, ma tutta la vostra vita.
    • Noi sappiamo che non date qualche anno, ma siete ministri per sempre.
    • Noi costatiamo che l'attuale è un momento duro per voi: tutti vorrebbero insegnarvi a fare i sacerdoti, chi con una fisionomia, chi con un'altra, ma poi voi rimanete soli; avvertite spesso critiche, ma non sempre uguale aiuto dalla comunità cristiana.
    Viene l'occasione per dirvi: al di sopra di ogni cosa, sappiate che noi vogliamo bene ai nostri fratelli sacerdoti. Se talvolta siamo amari anche noi con voi, è solo perché ci interessate troppo, e stiamo troppo male quando ci sembra di notare avvilimento, o stanchezza, o imborghesimento nella vostra vita, mentre ci date una testimonianza incomparabile quando vi «scopriamo freschi» e vigorosi.
    Noi oggi dichiariamo la volontà di comunione con voi, con tutti e ciascuno di voi. Se non saremo fedeli a questo, ditecelo: farete bene. Sarebbe comodo per noi esigere e non fare!

    ♦ Permettete però che anche noi vi parliamo. Voi non siete un unico presbiterio? Abbiamo visto che in questi anni siete divenuti sempre più
    uniti, e ci rallegriamo di questo. Vorremmo però dirvi ancora di più! Infatti:
    • Perché pare che vi sentiate di due famiglie: preti religiosi e preti diocesani?
    • Perché nel vostro lavoro non sembrate contenti quando un altro fa del bene, ma spesso vi criticate?
    • Perché non si vede di più la gioia del lavoro comune di tutti voi, e notiamo invece che vi lasciate tentare dallo spirito di dominio? A volte sembra che i vostri gruppi o le vostre chiese o le vostre parrocchie, siano più un fatto privato che non una cellula del corpo di Cristo.
    • Perché quelli di voi che hanno più occasioni di avvicinare il vescovo danno spesso l'impressione di autorità più che di fratelli?

    ♦ Il Concilio ci avverte di «agire in intima unione con i nostri sacerdoti» (cfr. AA 20). Noi lo desideriamo intensamente.
    Voi sentirete che questa «intima unione» viene meno:
    • Quando vi lasciamo soli.
    • Quando vi consideriamo dei sorpassati.
    • Quando vedete che quello che ci insegnate non lo crediamo o non lo facciamo più.

    ♦ Noi sentiamo che viene meno questa stessa unione:
    • Quando vi chiediamo di ascoltarci e voi considerate entusiasmi passeggeri i nostri discorsi e i nostri desideri.
    • Quando voi organizzate tutto e noi ci sentiamo poco artefici della comunità cristiana.
    • Quando assieme parliamo e voi non ci date tanto l'impressione di uomini alla ricerca come noi del Vangelo e della verità (che, se cercata assieme, farebbe più liberi tutti) quanto di distributori, e un poco di padroni, del Vangelo.
    Se un messaggio parte da questo nostro incontro, è proprio questo: «Approfondiamo questa intima unione fra noi e voi»!
    Qualche nostro amico, qui al convegno, ci ha detto come agisca già così: «in intima unione» con il sacerdote: lavorano insieme per la comunità, pregano insieme, si aiutano a vicenda, si correggono a vicenda. Noi desideriamo fermamente che con tutti i nostri sacerdoti si possa
    vivere così.
    «Se si domandasse qual è il germe di vita più ricco di conseguenze pastorali scaturito dal Concilio, risponderei: la riscoperta del popolo di Dio come un Tutto, e la corresponsabilità che ne deriva per tutti i suoi membri» (Card. Suenens).

    ♦ Qui al nostro incontro abbiamo capito che tutti insieme possiamo molto aiutarci.
    Perciò vi chiediamo ancora alcune cose:
    • Di sollecitare almeno uno dei giovani delle vostre comunità a tenersi unito alla pastorale giovanile che l'intera diocesi promuove; comporterà un po' di sforzo organizzativo, ma sarà per tutti un grande dono.
    • Di dare fiducia alla realtà del vicariato: ci pare che, se il vicariato pone in essere qualche incontro e qualche piano comune, possa servire con più efficacia alle singole associazioni parrocchiali.
    • Di non fare (noi e voi) cose separate: quando noi ci incontriamo, voi siete sempre desiderati, e ci dispiace se mancate; viceversa, diteci quanto decidete nei vostri incontri per le nostre comunità, e quanto da voi sacerdoti viene giudicato sbagliato o inopportuno in noi.

    Da ultimo: l'anno prossimo per il nostro incontro potremmo scegliere una data più adatta anche per voi (una festa civile?).
    Speriamo così di incontrarci insieme, di alimentare a vicenda il nostro amore per la Chiesa, di valutare insieme la nostra missione e le urgenze del mondo.
    «Piuttosto che paragonare la Chiesa ad una casa permanente nella quale noi ci siamo sistemati per stare bene, sarebbe meglio paragonarla ad una tenda usata dai nomadi, tenda che deve essere smontata e rimessa in piedi di continuo, ogni qualvolta dobbiamo muoverci più in là, nel nostro viaggio» (Vescovi d'Olanda '68).
    Forse molti sacerdoti sono preoccupati perché a loro, oggi, la Chiesa appare meno stabile. Forse molti giovani stanno inebriandosi perché smontare e rimontare la tenda, che è la Chiesa, è la loro grande avventura.
    Se ci sarà «intima unione», c'è da dire che il Concilio ha visto molto lontano.
    Un saluto e una preghiera per tutti.

    (I partecipanti all'incontro dei Gruppi Giovanili della diocesi)



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