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    Il parere di un liturgista



    (NPG 1970-05-80)

    Mi pare che, nell'inchiesta, molti giovani abbiano espresso abbastanza chiaramente la distinzione tra pratiche devozionali e devozione, nella linea della fede. Facendo la giusta tara del radicalismo dei giovani, nonché della loro limitata esperienza di una vita di fede completa ed equilibrata nei valori (quale sarebbe la spiritualità «adulta»), noto la coincidenza di alcune fra le testimonianze citate – e spiace che non si possa sapere se sono di più – con gli orientamenti e la problematica sulla preghiera in un mondo secolarizzato. Ad esempio: la relatività del fatto spazio-temporale (cfr.: «Perché un mese speciale?», p. 16); la sottolineatura dell'impegno nel mondo; la ricerca dell'essenziale e dell'autentico, contro il formalismo.

    LA LITURGIA E IL MESE DI MAGGIO

    La contestazione del mese di maggio come mese «mariano» non manca di buone ragioni, anche se queste sono ignorate o solo intuite dai giovani. Tale pratica infatti, ritenuta «tradizionale», è abbastanza recente (secolo XVIII), ed è nata come una delle tante forme surrogate per alimentare una pietà popolare frustrata nel suo diritto-dovere di partecipare pienamente alla liturgia. Nel dedicare alla Madonna il mese di maggio si è continuata, forse inconsapevolmente, la pratica di «sacralizzare» usi neopagani come il calendimaggio, e in ogni caso di operare la trasposizione dal piano naturale-naturistico a quello spirituale-ascetico (dai fiori ai «fioretti»; la pratica delle virtù in onore della Madonna come correttivo all'esuberanza di primavera della vitalità giovanile). Non per niente educatori come San Filippo Neri e San Giovanni Bosco (e, analogamente, i pastori d'anime) hanno saputo servirsi accortamente di questa pratica per attuare la formazione cristiana dei giovani.
    Ma se questa operazione, fatta con intelligenza e aderenza alla psicologia e alle situazioni concrete, è perfettamente legittima, rimane il fatto che il collegamento con il mese di maggio è gratuito e quindi solvibile e trasferibile.

    ♦ Liturgicamente il mese di maggio è un mese pasquale, dunque tempo per eccellenza della fede nel Cristo risorto e della vita sacramentale. È il tempo della gioia e dell'espansione della vita divina (che si può, se si vuole, mettere in rapporto con la primavera), il tempo in cui la lettura della parola di Dio sottolinea l'espansione della Chiesa e il ruolo attivo dello Spirito Santo.
    Compito di una pedagogia della fede ispirata al mistero liturgico (se la liturgia dev'essere culmen et fons) è quello di far sì che i giovani vivendo teneant quod fide perceperunt: se la quaresima ha rappresentato il momento dello sforzo, questo era in vista di una condotta pasquale.

    ♦ In queste condizioni è certo possibile introdurre il ricordo della vergine Maria, di colei che visse nella fede, fu associata intimamente al mistero della Redenzione, ed è l'«immagine escatologica» della Chiesa nel suo cammino verso la pienezza di vita: ma mi sembra molto difficile giustificare un mese mariano.
    La recente introduzione di un particolare ricordo di Maria al 31 maggio non può significare altro che la conferma (un po' volontaristica) dell'esistenza di una devozione popolare, ma non aggiunge argomenti in favore di una sua fondazione liturgica.

    ♦ Piuttosto si potrebbe osservare come in ogni momento del ciclo liturgico sia opportuno fare dei collegamenti con il mistero di Maria; vergine immacolata che attende il suo Salvatore; madre «gaudiosa» del Salvatore promesso che essa presenta al mondo; madre «dolorosa» del Figlio nella passione che oggi continua nella umanità sofferente; madre «gloriosa» che segue il suo Signore e precede noi nella gioia. Mistero che è possibile cogliere specificamente nelle grandi feste mariane, come pure nelle altre celebrazioni liberamente scelte.

    PREGHIERA E IMPEGNO SOCIALE

    Mi ha colpito egualmente la proposta (p. 17) di tradurre la devozione a Maria in «impegno più fattivo di apostolato», «impegno di servizio e di carità concreta». Analoga, ma con accento più personale, la proposta di tradurre le pratiche devozionali in «riflessione su temi di forte interesse giovanile», o a pregare secondo «problemi di attualità».
    Queste proposte sono caratteristiche di una mentalità che contesta l'aspetto «alienante» e «tranquillante» della preghiera che non spinge a convertirsi, a compromettersi, a testimoniare, e che si presenta come un momento staccato dalla vita dell'uomo e del cristiano.
    Tuttavia esse sono anche ambigue in quanto mettono in primo piano l'attività sociale e i problemi personali, e sembrano dare poca importanza alla preghiera gratuita, al tempo perduto per Dio. Ma forse questo dipende anche dal modo in cui di solito sono state presentate le preghiere devozionali, non accettabili a causa del linguaggio, o del contesto (ora, obbligo, durata, passività).

    ♦ È evidente che ci vuole una continuità tra preghiera e vita: sia quella personale che quella del mondo. In questo senso, i responsabili del gruppo giovanile devono invitare a percepire il rapporto tra momento liturgico (o devozionale) e salvezza in atto (peccato, sofferenza, morte, insuccesso, superati e trasformati dal pentimento, dall'amore, dal dono, dalla maturazione della persona, dalla vita profonda, dalla solidarietà, ecc.).

    ♦ Ma ci vuole anche una trascendenza: e cioè uscire da una preghiera soltanto troppo sentimentale, intimista, o sociale, per guardare con gli occhi di Cristo la realtà umana e cosmica in evoluzione; uscire dal «bisogno» o dal «gusto» (o dal disgusto) proprio dell'età immatura verso la preghiera, per giungere al «gioioso dovere», alla necessità profonda di rendere grazie e di supplicare, per noi e per tutti, secondo la volontà del Padre.
    Allora il «fare» dell'impegno per la crescita propria e la trasformazione del mondo sarà la preparazione e la continuazione dell'azione liturgica o della celebrazione di preghiera, considerata come attività per eccellenza di trasformazione del mondo, per la forza dello Spirito. Allora sarà anche possibile aiutare ognuno, secondo la sua personalità, a trovare l'equilibrio tra l'attività e la contemplazione, a realizzare se stesso alla luce della parola di Dio, e a impegnarsi nella carità, in risposta agli appelli dei vicini e dei lontani.
    In questo, la vita di Maria costituisce un modello magnifico ma accessibile (cfr. il sussidio «Con Maria alla scoperta della mia fede»).

    RINNOVARE PER AUTENTICARE

    Trovo anche molto interessante e perfettamente consona allo spirito giovanile, la richiesta di rinnovare le forme, di variare le modalità, di cercare l'autenticità.
    Non soltanto è un bisogno psicologico di gente instabile, che brucia, rapidamente, le esperienze, ma corrisponde al dinamismo teologico e liturgico che ha promosso l'attuale rinnovamento dei riti, il loro adeguamento alle culture (sia in senso geografico che evolutivo), l'adattamento alle circostanze locali.
    Anche se tutto questo è appena iniziato, e incontra molte difficoltà, tuttavia è irreversibile, ed è certamente benefico per una espressione religiosa più autentica della comunità e dei singoli. In questa linea, sono legittime e augurabili proposte diverse che vengano assunte da ogni gruppo, secondo le proprie capacità culturali; è cosa buona e giusta lasciare spazio per la fantasia e la creatività, come necessità intrinseca per la crescita del gruppo. È normale suscitare la collaborazione dei giovani, accettando la loro eventuale povertà espressiva e teologale, e guidandola verso una maggiore maturità.
    Non si tratta di una soluzione di comodo, ma del rispetto dei tempi di crescita della fede e dei mezzi di tradurla in preghiera.
    Forse le mie impressioni non corrispondono esattamente alle percentuali: ma ho tentato di cogliere, al di là del conformismo proveniente dalla «deformazione» di interventi educativi e catechistici un po' teologicamente asmatici (anche se degni di rispetto per la loro buona volontà), le voci che fanno intravedere un modo nuovo di rapporto tra visione teologica e vita di preghiera. Questa esigenza, sofferta da parte dei giovani, è uno stimolo alla conversione degli educatori.

    (Giuseppe Sobrero)



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