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    Ambrogio Valsecchi

    (NPG 1969-03-35)

    ADOLESCENTI ED OPZIONE FONDAMENTALE

    La soluzione del problema se nell'adolescenza sia possibile un'opzione fondamentale va affidata allo psicologo. C'è però da sottolineare anche qualche cosa di teologico, o per lo meno di recepito nella tradizione della Chiesa. Pensiamo ad un dato della teologia soprattutto postridentina, ad una prassi pastorale che ha voluto spostare ad una certa età la confessione dei ragazzi (cfr. disposizioni dell'episcopato tedesco). Tutto questo significa prendere coscienza che una capacità di decisione morale appena appena di fondo se non ancora fondamentalissima, non matura se non in seguito.
    Però c'è forse un limite, nel presentare, come facciamo adesso, la confessione in ordine al peccato. Certo che se si presenta la confessione in ordine al peccato mortale o veniale da assolvere, allora non si comprende molto per esempio la confessione dei bambini, la confessione frequente delle suore, ecc. Invece dobbiamo veramente presentare la confessione anche in questo aspetto: come lo sviluppo della esigenza totale di conversione che ií Battesimo ha messo in noi. Quindi più che collegare direttamente la confessione con il peccato, il collegamento è da farsi con il Battesimo. Il gesto sacramentale della confessione è un suggello che mi fa crescere in una sempre più grande conversione dinamica al Signore, proprio in quanto coinvolge una presa di coscienza personale. In questa prospettiva è comprensibile anche una prassi confessionale relativa agli adolescenti e soprattutto ai ragazzi. La preoccupazione non è tanto relativa al sapere se si è con-messo un peccato mortale o veniale o nessun peccato (tutto questo conserva evidentemente la sua importanza) ma alla crescita in quella organizzazione soprannaturale obiettiva di cui il Battesimo ha creato l'esigenza dando per iscontato che la maturità è un traguardo lontano e spesso irraggiungibile. L'intenzione dell'adolescente non è definita ma è un'intenzione di ricerca. Una impostazione come è stata data nella relazione trova una minore facilità di applicazione quando noi dobbiamo giudicare la moralità di un essere tipicamente in formazione ed in sviluppo com'è l'adolescente. L'adolescente è molto poco persona matura, ha delle intenzioni che non si riesce bene a decifrare, che non sono profonde: non è ancora capace probabilmente di un'opzione di fondo. Per tutti questi motivi le prospettive aperte dalla relazione sono meno realizzabili nel giudicare l'adolescente che non nel giudicare la persona matura. Però restano sempre valide come meta da raggiungere. È vero che l'adolescente è poco persona, ma deve diventar persona. È vero che non è capace ancora di una opzione di fondo, ma devo renderlo capace di una opzione fondamentale. È vero che le sue intenzioni sono ancora vaghe, ma devo renderlo capace di una intenzionalità autentica, chiara, responsabile, consapevole. Allora queste linee sono piuttosto delle linee d'avvio, che non dei parametri precisi e dei quadri di giudizio etico. Se non hanno un'applicazione precisa a quell'età, l'hanno nella misura in cui quell'età si prepara a costruire l'uomo, il cristiano maturo di dopo.
    La mediazione di lettura e di applicazione all'ambito concreto dell'adolescente delle prospettive morali indicate, non è compito del teologo, ma dello psicologo e del pedagogista.

    «DIO VUOLE COSÌ»
    O «DIO MI CHIAMA A QUESTO»?

    Sembra che sia necessaria una precisazione sul valore di quel «Dio vuole così», presentato spesso in passato come l'anello tra morale e religione, come la formalità che rende religioso l'impegno morale: il peccato era disubbedienza – la norma morale era legge – Dio era legislatore – Cristo teneva tribunale.
    Mi pare che una concezione simile dello stato religioso non sia più accettata dall'uomo di oggi, che si considera un demiurgo e che rifiuta un Dio che entri in concorrenza con lui, che lo caratterizzi come mezzo a fine, che ne comprima l'autonomia, lo spazio vitale. Ma mi pare che questa non sia neppure la concezione biblica della morale. Dio non è legislatore se non nella misura in cui è creatore, alleato, redentore. La legge morale è la stessa vita nuova in Cristo con le sue esigenze intrinseche: «Quod est potissimum in lege Novi Testamenti est gratia Spiritus Sancti» (S. Th.); e tutto il resto nella misura in cui «de se pertinent» a questo, cioè in quanto proprio esigenza intrinseca e necessaria, non arbitraria in nessuna maniera. Mentre la legge nella nostra mentalità, proprio addirittura il termine stesso di «legge» ha un certo peso di arbitrarietà dentro. La teologia tiene abbastanza presente questo concetto (forse in passato lo ha fatto un po' di meno), ma la catechesi ha addirittura ingrandito ulteriormente questa falsata prospettiva per cui la legge è sempre stata presentata proprio come legge. Oggi il termine stesso di legge di Dio e di Dio come legislatore, contiene in modo ineliminabile questa carica di giuridismo e di arbitrarietà, per cui sembra opportuno che la catechesi, se vuoi essere fedele al senso biblico della morale cristiana, abolisca l'espressione «Dio vuole così» o «legge di Dio» o «comandamenti di Dio» o «Dio legislatore». O meglio li conservi ma con la preoccupazione di chiarificare con precisione il concetto.
    Per questo nella relazione è stata preferita l'espressione: «Dio mi chiama a questo», proprio perché questa espressione aiuta forse di più a superare un giuridismo o un letteralismo che sarebbe pericoloso e falserebbe la concezione di Dio. La vita cristiana appare così come la risposta grata dell'amore dell'uomo all'appello di Dio, come l'entrare in uno spirito di Alleanza.



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