José Ramos-Regidor
(NPG 1969-03-68)
OPZIONE FONDAMENTALE E SINGOLI ATTI
L'opzione fondamentale è il progetto fondamentale della persona: ciò che la muove, ciò che la stimola, ciò che la dirige nelle sue azioni, normalmente anche quando non ci pensa.
L'uomo si costruisce con atti liberi, ma non tutti questi atti liberi hanno la stessa intensità. Ci sono degli atti liberi che sono creatori di una personalità, di un orientamento fondamentale, di un progetto fondamentale di vita e ci sono contemporaneamente molti atti liberi che sono compiuti in riferimento a questi atti creatori: atti liberi creatori e atti liberi condizionati da una struttura psicologica, dall'ambiente, dal temperamento, ecc. I primi non sono frequenti nella vita e sono proporzionati alla cultura spirituale di ciascuno.
La relazione di questi atti «normali» con l'opzione fondamentale, con quell'atteggiamento che si oggettiva, che si incarna negli atti, può essere quadruplice:
1. Un atto può essere inizio di un'opzione fondamentale.
2. Un atto può essere manifestazione ed approfondimento di un'opzione fondamentale.
3. Altri atti non sono pienamente riferibili all'opzione fondamentale, ma ancora non la cambiano.
L'uomo non è un essere sempre totalmente coerente con se stesso; la persona umana riesce ben difficilmente a dominare totalmente gli impulsi spontanei. Questo spiega che anche nei santi ci possono essere dei peccati veniali. E questo spiega che anche nel peccatore non tutti i suoi atti sono peccato. Gli atti dell'uno e dell'altro, pur non essendo coerenti con la propria scelta di fondo (nel bene o nel male), non sono tali da cambiare l'opzione fondamentale. Ed è per questo che rimane o santo o peccatore. Questo però non significa che tali atti siano insignificanti: ogni atto crea in noi e attorno a noi delle situazioni e delle abitudini o accetta delle abitudini: il primo gesto va lentamente condizionando il successivo. Se non si reagisce a questi atti non riferibili all'opzione fondamentale, poco per volta si produce un cambiamento dell'opzione fondamentale.
4. Atti che cambiano l'opzione fondamentale.
L'opzione fondamentale non esiste come qualcosa di disincarnato; non esiste se non incarnata in una lunga serie di atti. Però non tutti gli atti che noi compiamo toccano talmente a fondo la nostra personalità da mutare l'opzione di fondo, anche se per loro natura questi atti potrebbero oggettivamente mutarla. Nonostante che per la sua struttura intrinseca un determinato atto non sia tale da incarnare un'opzione fondamentale positiva, tuttavia per la situazione psicologica (e questo vale soprattutto nei riguardi di un individuo in un particolare momento di squilibrio com'è l'adolescenza, sotto pressioni particolarmente forti, con una resistenza eccezionalmente debole) questo atto pur essendo in sè oggettivamente difforme dalla legge che è Cristo, è tale da non interessare talmente a fondo la personalità, è tale da non mutare quindi radicalmente l'opzione fondamentale.
Però perché si possa pensare che permanga questa opzione fondamentale positiva, occorrono delle garanzie non composte di parole ma di autentici fatti. Occorre cioè che, a parte qualche singolo atto, rimanga un impegno positivo per una maturazione ad un amore vero, ad un'apertura verso gli altri, garantita da fatti, dalla ricerca dei mezzi utili, da un certo proposito, e in altri campi (come per esempio quello del dovere quotidiano dove premono meno le turbe psicologiche e le difficoltà ambientali) garanzie e realizzazioni molto più serie. Solo così l'opzione fondamentale non sarà qualche cosa di campato per aria, di illusorio, ma darà la garanzia di una sua autenticità.
Inoltre, si deve sottolineare anche un altro elemento. Ogni gesto per poter essere peccato grave deve rivestire il carattere di una opzione fondamentale negativa; quindi non basta una serie di gesti per perdere l'opzione fondamentale positiva verso il Signore (e questo a proposito specialmente di adolescenti, la cui instabilità fa più difficile un cambiamento frequente e radicale di opzione fondamentale); il peccato grave per essere vero peccato grave, deve rivestire i tre caratteri classici della morale, in altri termini dev'essere una scelta totale contro Dio, quindi un'opzione fondamentale negativa, (evidentemente anche in forma implicita: perché certamente non ogni peccato ha nell'intenzione del peccatore un esplicito riferimento a Dio: un atteggiamento di egoismo, di sfruttamento degli altri a proprio profitto, di non volere cedere mai niente agli altri, ecc., anche se non ha un esplicito riferimento a Dio è certamente una opzione fondamentale contro Dio).
Anche la teologia morale tradizionale parla di peccati di «fragilità», intermedi quasi tra i peccati mortali e quelli veniali. Alcuni teologi attuali affermano che questi atti sono in sé gravi, però non diventano peccato grave considerate le circostanze (non c'è piena avvertenza o pieno consenso). La maggioranza dei teologi più recenti afferma invece che in sé non sono gravi, perché non hanno cambiato l'opzione fondamentale, ma possono diventare gravi; se l'individuo non reagisce, a poco a poco l'opzione fondamentale si trova cambiata. Se in un individuo l'opzione fondamentale è veramente forte e decisamente orientata verso Dio, ogni peccato di fragilità è sentito come momento di incoerenza: viene quindi spontaneo regire contro ogni atto di dissonanza: la reazione porta all'impegno preciso di non ripetere più simili atti; magari si può ricadere, proprio perché l'uomo è fragile, ma è nuovamente pronta la reazione.
Questa continua reazione è segno chiaro che non si è mutata l'opzione fondamentale verso Dio: quindi che i singoli eventuali atti non sono peccato grave.
Quando invece, di fronte a cadute derivate anche da fragilità, non si ha nessuna reazione, nessuna vera preoccupazione, ci si può trovare di fronte ad un segno dimostrativo di un avvenuto cambio nell'opzione fondamentale. Pedagogicamente non è opportuno né affermare che nei singoli casi si è commesso peccato grave, né che non lo si è commesso, per evitare sia la superficialità che lo scoraggiamento. L'insistenza deve essere centrata soprattutto sull'orientamento di fondo, sulla presentazione dei valori, in un contesto di vita cristiana impegnata, in una parola nell'educazione ad una vera e matura opzione fondamentale. Se di fronte alle singole cadute, l'adolescente sa reagire ed impegnarsi, se negli altri settori della vita cristiana sa essere più coerente, possiamo credere che non ci sia stata colpa grave; se invece non reagisce, se manca questo impegno sufficientemente generale, possiamo credere, con più facilità, alla colpa grave.
Rimane la difficoltà del giudizio immediato e pratico: ma, è verità di fede, non possiamo sapere mai, con sicurezza assoluta, senza una rivelazione speciale, se una persona è o meno in stato di grazia.
Ognuno conserva sempre questa oscurità: anche per se stesso. Un certo mistero della persona è essenziale all'essere umano.
Dobbiamo accettare sempre questo limite. Giudichiamo in termini morali umani; pastoralmente giudichiamo e scegliamo quello che crediamo più utile per educare il penitente ad un impegno vero, ad essere sempre meno egoista, e più cristianamente coerente.
ASPETTO PSICOLOGICO E TEOLOGICO DELLA CONFESSIONE
La confessione può essere considerata in una doppia prospettiva:
• un incontro in cui l'adolescente ha occasione di ascoltare quella che noi abitualmente chiamiamo «una buona parola», intavola un dialogo con una persona amica, di cui si fida, con cui parla volentieri e riceve poi l'assoluzione sacramentale dei suoi peccati: il tutto in un contesto molto psicologico
• oppure un incontro in cui uno si spersonalizza un po', per entrare in clima di penitenza con tutta la Chiesa locale in cui è inserito, un incontro in cui si può davvero realizzare un evento salvifico ecclesiale.
La prima prospettiva può facilmente indurre il rischio che è capitato alla celebrazione dell'Eucarestia in cui il problema di un incontro troppo personale con il Signore, basato soprattutto, qualche volta, sul sentimento, aveva portato a forme e strutture che oggi definiamo non valide e non opportune. Questo pericolo è insito anche nella confessione, se essa viene riportata entro termini in cui predomini uno psicologismo troppo accentuato o un momento di incontro che è veramente molto «umano», ma non sufficientemente inserito in clima ecclesiale.
La confessione non deve rivestire solo un aspetto psicologico, diventare cioè un fatto di sfogo personale: tutto questo può essere fatto anche fuori di confessione.
Questa parte psicologica, soprattutto per gli adolescenti che ne sentono l'urgenza più intensamente, può essere punto di partenza, momento di passaggio, per arrivare però a fare della confessione un evento salvifico ecclesiale, in cui il peccato viene considerato non solo nella sua dimensione individuale (aspetto forse maggiormente sentito), ma anche in una dimensione cristologica, ecclesiale e sociale.
DIMENSIONE ECCLESIALE DELLA CONFESSIONE
C'è una notevole difficoltà a preparare i giovani alla comprensione di una vera dimensione ecclesiale del peccato e quindi della confessione.
È necessaria prima di tutto una catechesi autentica, completa, cristiana, sul peccato. Purtroppo la nostra catechesi, risentendo di una teologia molto individualista, ha camminato, per troppo tempo, lontana da queste prospettive.
Si può partire da tanti aspetti. Barth fa uno studio molto interessante su questo tema: afferma che in Cristo si rivelano le dimensioni del peccato, perché in Cristo è Dio che muore per il peccato (dimensione religiosa), ma è anche un fratello, un nostro fratello, che muore per il peccato (dimensione ecclesiale). In una valutazione cristiana del peccato non potrà mai essere sottovalutata la dimensione sociale, perché è dimensione veramente umana: il peccato, chiudendomi a Dio, mi fa più egoista, mi spinge a comportarmi più egoisticamente anche nei rapporti con gli altri. E questo è anche il messaggio biblico: l'uomo che si separa da Dio si riconosce povero dentro di sé. Il significato della nudità di fronte a Dio (in Gen. 2) non è di ordine sessuale ma indica la povertà dell'uomo di fronte a Dio da cui si è separato. Ma questa povertà comporta l'impossibilità di una relazione giusta con i fratelli, di quella relazione che, prima del peccato, era serena, tranquilla.
L'adolescente che commette anche solo peccati interni, non fa del male solo a se stesso, fa del male a tutta la Chiesa, a tutta la comunità vivente e questo egoismo si manifesterà certamente anche con altri atteggiamenti, nella sua vita di tutti i giorni.
Se noi sapremo presentare questo aspetto, sarà più facile scoprire che la conversione a cui ogni peccatore è chiamato, non è un affare privato di tipo individualistico.
PENITENZA ED EUCARISTIA
♦ A parte il problema di cui noi come educatori siamo scontenti, di un rapporto cronologico tra la confessione e la comunione, come capita in molti nostri ragazzi, esiste un valore teologico interessante da sottolineare a proposito della relazione confessione-comunione. La messa è un ritrovarsi tra fratelli per mangiare un pane comune, Che è il corpo di Cristo, attorno alla tavola del Signore (prescindendo del valore di sacrificio propiziatorio). Questo ritrovarci tra fratelli diventa una cosa inautentica, se tra i presenti c'è qualcuno che è in istato di peccato, se il peccato è una rottura del rapporto con Dio e una rottura del rapporto con i fratelli. Siamo fratelli a parole e non lo siamo di fatto perché c'è uno che ha rotto totalmente i ponti con quelli che sono presenti. Quella soluzione prospettata in linea teorica e di desiderio (la cui realizzazione dipende ovviamente da decisioni della competente autorità ecclesiastica) di una assoluzione generale in una celebrazione liturgica del sacramento della Penitenza, potrà risolvere totalmente questa rottura che, anche se non è pensata, rimane ontologica e reale. Se tutti noi che stiamo per partecipare alla messa, e quindi per dichiararci fratelli e per darci l'abbraccio di pace, chiediamo perdono al Signore e reciprocamente, e otteniamo sacramentalmente questo perdono, allora potremo darci davvero un abbraccio di pace efficace; altrimenti ci diamo un abbraccio che è soltanto esteriore, soltanto a parole: un atto di slealtà concreta, anche se di fatto non viene pensato così.
♦ Per quanto riguarda i peccati veniali dobbiamo superare il concetto di confessione necessaria come preparazione alla comunione, per il valore purificatore della parola di Dio, delle preghiere penitenziali inserite nella messa, della stessa messa partecipata con la comunione (unione con Dio e con i fratelli). Ma perché questa unione si realizzi, dobbiamo pentirci delle disunioni che creiamo continuamente durante ia settimana, mediante i nostri peccati di egoismo. Proprio perché I'«ex opere operato» non è un gesto magico, esige da quelli che sono presenti un impegno a vivere uniti.
Se insistiamo sulla necessità di confessare i peccati veniali prima di accedere alla comunione, come potremo tra l'altro realizzare l'invito della «Instructio» del maggio 67 che raccomanda di evitare le confessioni durante la celebrazione della messa?
Dobbiamo dare coscienza di questo valore purificatore che ha l'Eucaristia quando è accompagnata dell'impegno personale di conversione.
Tutto questo non toglie la convenienza di un certo ritmo di confessioni anche per i peccati veniali, per manifestare in un segno proprio questo sforzo di conversione.
Nei casi di peccato grave rimangono le prescrizioni della Chiesa.
Queste disposizioni valgono solo nei casi di veri peccati gravi e i veri peccati gravi sono forse relativamente pochi, nei cristiani di buona e sincera volontà.
Alszeghy, in un articolo pubblicato su Gregorianum del 67, giunge a questa conclusione, tenendo presente la dottrina dell'opzione fondamentale, in evidenza anche nel Concilio di Trento che distingue tra peccati mortali e peccati veniali, perché veniali sono quelli «in quae frequentius labimur», «quotidie» (gli altri dunque non li pensa «quotidie»).
Attraverso i peccati mortali si diventa nemici di Dio.
Non diventiamo nemici di Dio tutti i giorni, così di colpo...
Si potrebbe forse concludere che molti dei partecipanti ad una celebrazione dell'Eucaristia, che vengono con buona volontà a messa, non sono in stato di peccato grave: dunque molti potrebbero far la comunione.








































