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    Il fariseo e il pubblicano


    Parabole giovani /5

    Roberto Seregni

    (NPG 2012-05-2)


    Dimmi come preghi...

    Un saggio proverbio dice: «Dimmi come preghi e ti dirò in quale Dio credi».
    Ci penso da molto tempo e sono sempre più convinto che il nostro vero problema non sia credere o non credere, ma in quale Dio crediamo.
    Tutti, più o meno, abbiamo un’idea di Dio e da essa prende forma la nostra preghiera. In larga parte questa dipende dalla nostra educazione, dai catechisti o dai sacerdoti che abbiamo incontrato nella nostra formazione, ma anche dalla disponibilità a convertire la nostra vita al volto di Dio rivelato da Gesù.
    In una bellissima parabola – forse la più sconcertante di tutto il Vangelo – il Rabbì ci invita a riflettere sul nostro atteggiamento davanti a Dio.
    Rileggiamola.
    In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
    Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
    Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
    Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
    (Luca 18,9-14)

    Questione di stile

    I due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono presentati con il loro stile di preghiera, con il loro modo di mettersi davanti a Dio, ma allo stesso tempo sono fotografati anche nel loro stile di vita, nel loro modo di porsi davanti agli altri e a se stessi. La preghiera di questi due uomini ci svela il loro universo interiore e ci fa scoprire che lo stile con cui stiamo davanti a Dio dipende da quale idea di Lui, di noi e degli altri abbiamo nel cuore.

    Il fariseo
    Il fariseo si rivolge a Dio sbandierando i suoi meriti e si permette, forte della sua (presunta) giustizia, di giudicare duramente gli altri. Ha già i suoi meriti e quelli gli bastano. È un uomo talmente pieno di sé e della sua bravura, che per Dio non c’è posto. La sua preghiera è autoreferenziale, non attende nulla da Dio, non si apre alla relazione con Lui. È un uomo che crede di pregare, ma in realtà è totalmente rivolto a se stesso. Tutti i verbi sono in prima persona e la sua preghiera ha un unico ritornello: «Io». È un uomo che ha dimenticato la parola più importante della preghiera: «Tu».
    Il fariseo è irreprensibile nel rispetto della legge, esalta la sua virtù e giudica gli altri uomini «ladri, ingiusti, adulteri». La sua osservanza religiosa è fuori dal comune. La legge di Mosè (Lv 16,29-31) prescrive un solo giorno di digiuno all’anno, quello dell’espiazione, mentre il fariseo digiuna ben due volte la settimana! Non c’è che dire: quest’uomo va molto al di là della semplice prescrizione legale. Lo stesso vale per la decima, che il fariseo paga scrupolosamente su tutto quanto possiede per essere sicuro di non godere di alcun bene senza aver adempiuto alla prescrizione... anche se la decima del grano, del mosto e dell’olio erano di competenza del produttore e non del consumatore![1]
    Davvero il fariseo è un super-man dell’adempimento della legge. Le sue opere e le sue scelte sono ineccepibili, ma la sua presunzione gli impedisce di stare davvero davanti a Dio.
    Il fariseo non prega, semplicemente informa l’Onnipotente sui propri meriti e sulla miseria che lo circonda.

    Il pubblicano
    Il pubblicano, invece, cosciente del suo peccato, della sua connivenza traditrice con l’invasore romano, si mette davanti a Dio con tutta la sua miseria e il desiderio del perdono. Sa che qualcosa deve cambiare e ne chiede la forza. Sa che da solo non può farcela. Sa di aver bisogno del perdono di Dio.
    Il pubblicano si mette davanti a Dio a mani vuote, non ha nulla da far valere, sa chiedere ed entrare nello spazio intimo del «Tu».
    Quest’uomo sa che Dio non lo si merita né lo si conquista, ma lo si accoglie.
    Il pubblicano prega battendosi il petto, riconosce il suo peccato, sa bene che per uomini come lui non c’è possibilità di salvezza, sa che non può promettere nulla al Signore, ma con umiltà confida in Lui.
    Scrive Giovanni Climaco:
    «Dio giudica la nostra conversione non dai nostri sforzi, ma dalla nostra umiltà».[2]

    «Chi si umilia...»

    Entrambi i personaggi presentati da Gesù in questa parabola vivono un atteggiamento di chiusura davanti a Dio. Il fariseo perché è convinto di bastare a se stesso, talmente preoccupato del rispetto della legge da essere sordo alla Parola: «amore voglio e non sacrifici». (Os 6,6). Il pubblicano perché sfrutta la sua posizione a scapito dei più deboli e fa del furto la sua occupazione quotidiana.
    Ma c’è una differenza fondamentale tra i due: il pubblicano è cosciente della sua situazione, mentre il fariseo è accecato dalla sua presunzione di autosufficienza. Il pubblicano sa di essere un peccatore, mentre il fariseo è convinto di essere quanto di più lontano esista dal peccato. Il primo vive l’umiltà e sarà esaltato, mentre il secondo si esalta e sarà umiliato.
    È scritto in un detto dei padri del deserto:
    Fu chiesto ad un anziano: «Che cos’è l’umiltà?». Rispose: «L’umiltà è un’opera grande e divina. Questa è la via dell’umiltà: darsi alle fatiche del corpo, ritenersi peccatore e a tutti sottomesso». Il fratello disse: «Che significa essere sottomesso a tutti?». L’anziano rispose: «È questo: non guardare i peccati altrui, ma guardare sempre i propri e pregare Dio senza sosta».[3]
    Proprio qui sta il centro della parabola: il pubblicano sa di aver bisogno di Dio, il fariseo è convinto del contrario. Il pubblicano sa di non avere nulla e conta sulla misericordia di Dio, il fariseo crede di avere tutto ed è convinto di non aver bisogno di niente da Dio.
    Non c’è nulla di peggio del sentirsi giusti, perché questa presunzione diventa una corazza contro la vera conversione, quella dell’amore e del perdono offerto gratuitamente da Dio: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano.» (Lc 5,32).
    Per il peccatore è aperta la strada della conversione, ma per chi si ritiene giusto è aperto solo il baratro del peccato.

    NOTE

    [1] Joachim Jeremias, Le parabole di Gesù, Paideia, 1967, p. 172.
    [2] Giovanni Climaco, Scala del paradiso, 26, II, 9, (108).
    [3] Detti editi e inediti dei padri del deserto, Qiqajon, 2002, p. 238.



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