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    Fare pastorale con e per i docenti universitari: adulti credenti e credibili


    TEMI DI PASTORALE UNIVERSITARIA

    Mauro Oliva *

    (NPG 2017-07-78)


    «Buon giorno Professore, sono il nuovo Cappellano dell’Università, avrei desiderio di conoscerla, mi potrebbe dare un appuntamento?».

    Sembrerà strano, ma il mio ministero di Pastorale universitaria è cominciato così, chiedendo via e-mail ai docenti della mia Università di poterli conoscere. Ogni settimana programmavo cinque o sette incontri, tutti si sono rivelati molto belli, ed è da lì che tutto è cominciato.
    Sono passati dodici anni, tantissime cose sono state fatte e sono cambiate, ma non è mai mutato questo elemento centrale: conoscerci. Da lì si è aperta la strada per tante belle amicizie, da lì sono cominciate importanti collaborazioni, da lì, lo dico sottovoce, qualche cosa è cambiato nella vita di diversi docenti e dell’Università nel suo insieme. Solo qualche cosa, non tutto, certamente, ma qualche cosa sì.
    Sembrerà strano, ma gli studenti sono arrivati dopo. Non che non mi fossi occupato di loro fin dall’inizio, li incontravo in Cappella, nei luoghi di studio e di ristoro nelle singole facoltà, perfino nelle aule dove entravo per ascoltare con loro alcune lezioni e fare la loro conoscenza. Ma la mia azione di Pastorale universitaria è cominciata incontrando i docenti.
    Mi occupavo di loro e della loro materia di insegnamento, procuravo loro da leggere qualche cosa che mi sembrava utile, chiedevo loro di collaborare con qualche conferenza alle iniziative che organizzavo, li mettevo con me ad un tavolo insieme ad alcuni studenti per pianificare incontri formativi nelle Facoltà, li consultavo e chiedevo consiglio per conoscere sempre meglio il mondo dell’Università e quello degli studenti, e ho imparato da loro tantissime cose, mi sono arricchito delle loro conoscenze e del loro esempio serietà di uomini e donne di pensiero, di scienza, di cultura.
    E che cosa portavo loro? Me stesso, con il mio desiderio di fare incontrare a loro e agli studenti il Signore Gesù. Me stesso: dunque la mia pochezza, la mia umanità ignorante di tutte le cose che loro sapevano; il mio desiderio che incontrassero Gesù: e dunque la mia fede, per quanto povera, la mia convinzione che il Vangelo avesse qualche cosa da dire anche a loro e al loro impegno di ricercatori e di docenti, la mia certezza che fossero tanto amati da Dio e da lui stesso cercati attraverso di me.
    Ero convinto che nella proposta di vita di Cristo si celasse un dono personale di Dio per loro e per gli studenti che loro incontravano quotidianamente. E così li frequentavo continuamente, li sentivo per telefono, scrivevo sovente scambiando con loro riflessioni, accogliendo con ammirazione il racconto della loro esperienza, imparando il loro modo di pensare il mondo, la scienza, la società, il diritto, la salute, la tecnica, l’economia…
    Poi è venuto il tempo nel quale, conosciuti i punti di forza, ma anche i punti deboli dell’Università, ho fatto con loro dei progetti di formazione per gli studenti all’interno delle singole discipline accademiche, invitando a partecipare come conferenzieri, credenti o non credenti, tutti i docenti che avessero qualche cosa di serio da dire sul tema in oggetto, avente in genere un’attinenza con un aspetto etico della materia, introducendo o concludendo io stesso l’incontro, ma lasciando a loro nella loro competenza il compito centrale di comunicazione del messaggio.
    Poi è maturata un’altra fase, quella di una progettazione più ampia. Nasceva dallo sguardo allargato alla realtà culturale e sociale, la necessità non più soltanto di formare le coscienze, ma anche di educare l’intelletto a comprendere come l’essere umano ha una natura e ha dei confini che segnano il passaggio tra la crescita e l’abbruttimento, tra la costruzione di una vita personale e sociale sana e riuscita, e uno svilimento individuale e collettivo. In altre parole era necessario ormai favorire l’approfondimento di un’antropologia integrale, la conoscenza unitaria dell’uomo in tutti i suoi aspetti, e di ricollocarlo al centro e come fine di tutti gli insegnamenti e gli studi universitari. Da qui hanno preso corpo, con la collaborazione di docenti cattolici scelti, alcune nuove materie di
    insegnamento, portate avanti in collaborazione tra la Cappella universitaria e le Facoltà e i Dipartimenti. In questo modo è cominciato l’insegnamento della Bioetica nella Facoltà di Medicina, l’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa nella facoltà di Economia, l’insegnamento della Teologia nella facoltà di Filosofia.
    Fin dall’inizio del mio ministero in Università ho capito che era importante fare una distinzione tra la pastorale universitaria e la pastorale degli universitari. La seconda è l’azione pastorale più comune e ordinaria per noi sacerdoti, si tratta dell’accompagnamento verso la fede e la crescita nella santità di tutti gli universitari – docenti, studenti e personale impiegatizio – con molte iniziative di carattere formativo e spirituale: catechesi, celebrazioni e omelie, scuola di preghiera, ritiri spirituali, esercizi spirituali, ecc, tenendo presente il livello culturale alto, le domande e le attese serie di chi è abituato a scandagliare con la ragione tutti gli elementi della rivelazione, della fede e della vita cristiana. La prima invece riguarda propriamente la cultura, ovvero è un’evangelizzazione della cultura e attraverso la cultura. È dunque un’azione molto più specifica, delicata ed esigente, sicuramente più impegnativa e difficile, ma assolutamente necessaria.
    Dalla mia esperienza ho imparato che molte volte l’azione pastorale in università fallisce perché si confondono continuamente i due livelli, e cioè si vuole portare un evento squisitamente di fede o spirituale in un contesto strettamente culturale o scientifico, oppure ci si vuole fermare ad un livello culturale asettico o meramente scientifico lì dove invece c’è bisogno, e ci sono le basi, di avere accesso ad un dato della rivelazione che possa indirizzare e corroborare la ricerca della verità e la comprensione dell’uomo e della società.
    La pastorale universitaria stimola ad allargare gli interessi e le conoscenze nei vari campi del sapere, favorisce l’unità dei saperi e la possibilità di fare una sintesi personale tra elementi di scienza, di cultura, di esperienza e di fede.
    Oserei dire che l’esperienza pastorale del cappellano universitario conferma quello che insegnava Giovanni Paolo II fin dal 1982 in un discorso fatto ai docenti dell’Università di Bologna, e cioè che non solo l'Università ha bisogno della Chiesa, ma che anche la Chiesa ha bisogno dell'Università. La comprensione stessa del dato rivelato cresce nel confronto con i dati e le informazioni che ci vengono dalle conoscenze della natura, delle scienze e delle sapienze dell’umanità.
    La Chiesa in Università fa dunque Università, anche nel suo interesse. Essa riceve conoscenze umane importanti, i teologi stessi, in particolare quelli di teologia fondamentale, di teologia morale e di studi biblici, sono segnatamente favoriti dallo sviluppo degli studi che si compiono nelle Università. E d’altra parte offre a tutti la luce e il calore del Vangelo, e una riflessione umanistica bimillenaria di grandi pensatori cristiani che viene generalmente recepita con interesse.
    Ecco perché la Chiesa trova un grande vantaggio ad essere presente in questo ambito della vita sociale, e le Diocesi non sbagliano a investirvi le risorse e i carismi di cui Dio provvidenzialmente le dota nei fedeli laici, nei sacerdoti, nei religiosi e nelle religiose che, con un particolare dono del Signore, hanno nel campo della cultura e della scienza un talento speciale da spendere e una esperienza valida da condividere.
    Per ultimo, generalmente pensiamo che Dio e gli uomini guidino la storia in modo diverso e con fini diversi, cioè che gli uomini la guidino soprattutto attraverso dotti movimenti culturali, sistemi economici e dottrine politiche, e che Dio invece la guidi attraverso la missione delle famiglie e la presenza e l’opera di figure significative che incarnano la vita di Cristo. Ma siamo sicuri che il Signore non chieda alla Chiesa di offrire all’umanità anche movimenti culturali, economici e politici che attraverso un sano umanesimo possano fare gustare e scegliere anche a livello sociale e internazionale la via sapiente e salvifica del Vangelo?
    L’evangelista Luca presenta la prima missione apostolica di Gesù a dodici anni quando, raggiunta l’età che lo rendeva maturo nella comunità religiosa giudaica, si fermò nel tempio, luogo di culto ma anche di cultura e di insegnamento, ad ascoltare i maestri, a domandare a interagire con loro.
    Non troviamo lì almeno una pietra tra quelle che costituiscono il fondamento evangelico della nostra Pastorale universitaria?
    «Buon giorno Professore, sono il nuovo Cappellano dell’Università, avrei desiderio di conoscerla, mi potrebbe dare un appuntamento?».
    Se tornassi indietro, ricomincerei da li.

    * Già Cappellano dell’Università di Roma “Tor Vergata”



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