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    Studiare,

    parola di sinodalità

    Alice Bianchi

    STUDIO
    Ho 27 anni, e studio da 21 – che al confronto di certe persone che conosco è molto poco. Sono dottoranda di Teologia Fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.
    La mia università ha giusto quattrocentosettantuno anni di storia sulle spalle. Davanti alla sua sede, a metà tra l’Altare della Patria e la Fontana di Trevi, si vedono spesso passeggiare studenti e studentesse dai più diversi tratti somatici. È stata chiamata l’università delle nazioni proprio perché nella sua storia recente ha accolto alunni provenienti da tutti i continenti, donne e uomini, laici e laiche, preti, frati e suore con abiti studiati per distinguersi nei dettagli. Questa varietà è il primo motivo per cui ho deciso di venire qui a specializzarmi in Teologia. Per studiare bene bisogna stare in contesti complessi, confrontarsi con prospettive variegate, scontrarsi con posizioni opposte. Discutere vuol dire soprattutto posizionarsi: è impossibile elaborare un proprio pensiero critico senza sapere quali altri sono possibili, e chi sostiene cosa. Studiare in Gregoriana è la rappresentazione plastica del dialogo di cui lo studio stesso è fatto, basti pensare a ciò che succede quando si leggono autori o autrici, o s’interagisce con docenti di lunga carriera: s’incontrano lingue complicate da imparare, mentalità diverse, coordinate teologiche distanti. Ogni volta che si apre un testo, un articolo, una dispensa, ci si mette tête a tête con la pluralità delle idee e la preziosità delle tensioni irrisolte. Lo studio è sempre plurale. Il centro del mondo, com’è Roma per gli studi teologici, è utile solo così: se diventa il luogo di scambio temporaneo di tutte le periferie, senza volerle omologare e trattenere.
    Anche io non sono sempre stata qui, vengo da altrove: un’altra città, un’altra scuola teologica, un altro approccio. Ho frequentato il primo ciclo di Teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, un ambiente più piccolo e omogeneo. Una delle prime docenti di cui ho fatto la conoscenza è Cristina Simonelli, che all’epoca era Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, un’associazione che si occupa di promozione di studi di genere e di incentivo al lavoro accademico delle donne in teologia. Ne fanno parte teologhe di tutte le età e di tutte le discipline, da tutta Italia e fuori, e da più confessioni cristiane. La parola d’ordine è “parzialità”: la varietà dei punti di vista disponibili al tavolo è una ricchezza, perché lo studio si fa insieme. Sono socia del CTI da sette anni, e da giugno 2021 sono entrata nel Consiglio di Presidenza. Teologare insieme funziona: nessuna disciplina procede se gli accademici si chiudono nella propria stanzetta, e tanto meno la teologia, che vive di fede, che a sua volta vive di comunità. Come ha scritto papa Francesco in Veritatis gaudium: «il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo». Il che significa che anche un teologo individualista è un mediocre, perché pensa di poter bastare a sé stesso, che la sua visione parziale possa essere universale. Elizabeth Schüssler Fiorenza, una pioniera dell’esegesi femminista nel XX secolo, cominciò il suo più importante lavoro così: «Un libro non è mai opera d’un solo autore». Ecco, il riconoscimento dei reciproci debiti di gratitudine è un passo non indifferente per la costruzione di un metodo collettivo.
    Dunque lo studio è innanzitutto plurale, e poi necessariamente comune. Per terza cosa, lo studio è pervasivo. Io che ho appena cominciato il dottorato, me lo sono sentita ripetere più volte da docenti e colleghi più anziani: nella ricerca ne va della vita. Qualcuno mi ha detto che la ricerca è uno stile, qualcun altro che è una psicanalisi. Nell’uno e nell’altro caso la questione è questa: in ciò che studi, c’è tutto/a te. Così mi viene in mente un dettaglio dei miei anni da insegnante di religione, mentre studiavo a Milano: mi colpiva sempre la formulazione di una delle competenze chiave da verificare negli studenti, «imparare a imparare». Sì, è quello il fondamentale in ogni fase del proprio curriculum scolastico: chi impara a imparare, chi sa studiare, non considera più il suo apprendimento una parentesi tesa a un prodotto, che sia una valutazione di esame o un articolo. La vita diventa uno scenario di studio, in cui tutto contribuisce a nutrire conoscenza e curiosità. In teologia questo vale particolarmente, e costitutivamente: nella mia materia più che altrove, tutti gli studi paralleli e precedenti non restano inutilizzati, anzi contribuiscono a elaborare una teologia più ricca e seria. Per averne prova basta sfogliare un libro come Diventare teologi (Morandini-Noceti, 2020), una raccolta di biografie di docenti oggi attivi/e in varie università teologiche, quasi tutti/e esperti/e anche di altro. Studio e vita non possono essere scollati, quanto più c’è vita tanto più c’è studio e viceversa.
    Quando è plurale, comune e pervasivo, lo studio è un buon esercizio di sinodalità, per chi vuole prestare un servizio alla chiesa. D’altronde non può esistere una chiesa sinodale senza una teologia sinodale, perché tutto parte dal modo in cui si conosce, si pensa e si mette in discussione il mondo.

    Questo contributo è la "parte esperienziale" dell'articolo sullo STUDIO nella nuova rubrica NPG per il 2022: Grammatica e sentieri di sinodalità, a cura di Gianfranco Zurra, Assistente nazionale AC settore Giovani.



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