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    GRAMMATICA CIVICA /3
    Educare alla cittadinanza /3

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2021-04-78)


    Sono intorno a noi, in mezzo a noi
    In molti casi siamo noi a far promesse
    Senza mantenerle mai se non per calcolo
    Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile
    La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere
    E non far partecipare nessun altro
    (Frankie HI-NRG, Quelli che benpensano)

    In un suo importantissimo saggio sulla morte l’antropologo francese Louis Vincent Thomas contrappone l'idea della morte del “tu”, ovvero della persona che conosco che accompagno a morire con delicatezza e con rispetto, alla morte dell’“egli”, la morte anonima dai campi di sterminio fino ai tanti morti dimenticati dei nostri tempi. Si parla di spersonalizzazione, di cancellazione dell'identità. Quando il giovane Willy Monteiro è stato assassinato a settembre del 2020 mi è capitato di osservare una foto dei due assassini; mi sono chiesto come fossero quei due da bambini: avranno aspettato Babbo Natale, avranno perso il primo dentino, saranno andati all’asilo piangendo perché volevano stare con i genitori? Ad un certo punto della crescita e della biografia di questi ragazzi qualcosa deve essere accaduto: un incontro o una serie di esperienze ha fatto sì che questi giovani si trasformassero in aguzzini. Sarebbe comodo pensare che si tratta di persone inumane, tracciare tra noi e loro un fossato dicendo che “sono nati così” e che per loro non c'è nulla da fare e magari invocare follemente la pena di morte. Molto più difficile invece capire che cosa è successo, quali sono i passaggi di una vera e propria pedagogia dell'odio - che viene applicata a partire da bambini - dei ragazzi e alla quale la pedagogia civica e civile deve contrapporsi con punto su punto e colpo su colpo.
    Quali sono dunque i meccanismi dello stereotipo e come si applicano? Come si fa di un “tu” un “egli” spersonalizzando l’altro per poterlo poi attraccare, eliminare, violentare? La pedagogia dello stereotipo è costituita da diverse fasi:
    1. Il primo passo consiste nel semplificare al massimo l’identità di una persona a partire da una sola sua caratteristica; per esempio uno studente, giocatore di calcio, di pelle nera, amante della pizza e abile ballerino verrà vissuto solamente come “nero”, in modo che questa sua caratteristica offuschi tutte le altre e si ponga quasi come centro di gravitazione per considerare la sua identità. È sconcertante quanto sia applicata questa modalità di ragionamento nelle azioni quotidiane: non si percepisce più l'altra persona come una biografia, come un romanzo, come un intreccio di storie ma come una specie di categoria, anzi come un esemplare di laboratorio, marchiato e segnato da una sola caratteristica.
    2. Successivamente questa unica caratteristica viene spacciata come appartenenza della persona in questione a un determinato gruppo; ovviamente in questo caso anche il gruppo viene ipersemplificato: e molto più facile parlare genericamente di musulmani piuttosto che entrare nella complessa rete di appartenenze e di storia che l'Islam nei secoli ha costruito al suo interno. Se è del tutto ovvio che la persona in questione ha la pelle nera, ora lo si considera come parte del gruppo dei “neri” creato artificiosamente a partire da un'evidenza che di per sé ovviamente non dice nulla né del gruppo né dei singoli, ma che risulta utile per una stereotipizzazione del pensiero. Tu dunque non sei solo un nero ma sei uguale a tutti gli altri neri: il processo elimina gli elementi di differenziazione dando luogo a un modo di ragionare (o meglio di non ragionare) che è stato efficacemente definito pensiero a semaforo.
    3. Il passo successivo consiste nel ridurre il gruppo a una sola caratteristica, spesso inventata: la frase che sintetizza perfettamente questa operazione è: “sono tutti uguali”, “fanno tutti la stessa cosa”; in questa fase si sviluppa quello che viene definito il cosiddetto razzismo positivo come quando si dice che in i neri hanno la musica nel sangue o che i napoletani sono tutti bravi a fare la pizza.
    4. L’ultimo passaggio consiste nel giudicare la persona a partire da quella caratteristica che essa deve condividere in quanto appartenente al gruppo; se sei nero ovviamente ruberai, se sei rom ovviamente spaccerai droga perché tutti i neri rubano e tutti i rom spacciano.
    Ovviamente la complessità della nostra descrizione non rende la ipersemplificazione del meccanismo che possiamo sintetizzare nei seguenti passaggi:
    1. A. è nero
    2. A. è come tutti i neri
    3. Tutti i neri rubano
    4. A. sicuramente ruba
    Si tratta di un vero e proprio sillogismo dell’orrore che ovviamente non ha nulla a che fare con il sillogismo logico perché di logica ce n'è ben poca; tutto rimane a livello della pancia, tutto si gioca in una dimensione emotiva precategoriale e prepolitica. Quello che conta è bypassare la ragione perché essa potrebbe falsificare ogni singolo passaggio e la falsa articolazione tra i quattro momenti della costruzione dello stereotipo.
    A tutto ciò occorre ovviamente contrapporre una educazione allo spirito critico che è la base e il fondamento di una vera educazione civica. Proviamo a indicarne alcuni punti.
    1. Occorre educare i ragazzi e le ragazze alla continua verifica delle informazioni ricevute; si tratta anzitutto di andare alle fonti, di capire chi ha dato quell’informazione e quale motivo potrebbe avere avuto, anche a livello recondito, per fornirla. Si tratta soprattutto di ampliare il raggio delle fonti, di confrontare diverse notizie tra loro, di analizzare linguaggi, metafore, uso delle immagini, di capire insomma che una notizia non è mai neutra così come non è mai neutro il modo in cui viene diffusa.
    2. Un secondo aspetto fondamentale consiste nel privilegiare sempre l'esperienza diretta o il contatto con persone che hanno direttamente fatto esperienza di una situazione; l’ipermediazione che le nuove tecnologie ci forniscono può essere molto pericolosa perché al loro interno la verità rischia di sciogliersi, di liquefarsi. Si parla con eccessiva enfasi dell’idea di post-verità come se la verità non esistesse o fosse soltanto un sottoprodotto dell’applicazione di tecnologie. Non per nulla questa idea piace molto ai negazionismi di ogni tipo, che proprio all'interno della rete telematica trovano una base fondamentale per diffondere le loro menzogne. Occorre andare alla profonda carnalità e fisicità degli eventi, che non è mai eliminabile da nessuna fonte di informazione.
    3. Occorre poi lasciare spazio allo stupore: ogni volta che si compie una esperienza bisogna imparare da essa senza categorizzarla in modo anticipatorio, senza pensare che sarà semplicemente la replica di quanto già vissuto in precedenza. Soprattutto di fronte agli altri esseri umani l'aspetto della disponibilità ad essere stupiti è fondamentale. L'altro è sempre qualcosa di più e qualcosa di diverso rispetto al mio sguardo e anche rispetto alle mie conoscenze pregresse, l'esperienza eccede sempre le categorie. Lo stupore non è soltanto l'inizio della filosofia come giustamente voleva Aristotele, ma anche l'inizio di una nuova cultura civica e una convivenza civile.
    4. Dal momento che i meccanismi dei quali abbiamo parlato sopra propongono false identità di gruppo e si basano soprattutto sull’idea di una responsabilità collettiva, molto amata dai totalitarismi, occorre insistere sulla responsabilità personale. Il che non significa soltanto parlarne dal punto di vista della colpa, ma anche della possibilità che ognuno di noi ha di cambiare qualcosa di concreto all'interno della propria vita e dei rapporti con gli altri, e soprattutto proporre l’idea che i nostri errori sono prima di tutto causati da noi, dalla nostra per certi versi inevitabile limitatezza, dalla nostra disattenzione. Educare alla responsabilità significa mostrare la positività e la negatività delle nostre azioni; mostrarle entrambe, non insistere soltanto sul senso di colpa ma anche sul senso di gioia e di realizzazione che si può sperimentare quando si fa qualcosa di buono nella consapevolezza che il bene può essere molto più forte del male, anche se per certi versi è molto più difficile.
    5. Proprio il tema della difficoltà ci sembra un forte elemento che deve giocare a favore della costruzione di un’identità aperta, democratica e civile. È difficile fare il bene, ma questa difficoltà può essere una straordinaria sfida di fronte alla semplificazione e alla banalizzazione del male. Quando la Arendt parlava di banalità del male diceva una verità estremamente profonda; il male è sempre banale mentre bene è sempre creativo, proprio perché non si rivolge a un “egli” o a un “essi” ma a un “tu”, e quindi deve ogni volta ripensare le proprie categorie e rimettere in discussione le proprie azioni.
    6. Basare tutto esclusivamente sulla fatica può essere controproducente esattamente come fondare il rispetto delle regole sulla paura della punizione o su un astratto concetto di dovere, pedagogicamente inutile. Occorre sempre mostrare la positività delle regole, il carattere eccitante, fisico, sfidante del colloquio e del dialogo con gli altri. Occorre mostrare ai ragazzi concretamente il piacere e la gioia del pensare. Occorre far fare loro esperienze reali di conquista a partire dal pensiero, dal ragionamento, dall'argomentazione. Fermarsi alla superficie è sciocco e banale, approfondire è bello, è positivo, dà una carica vincente. E questo è uno degli elementi che può essere la base per il contrasto alla pedagogia dell'odio: dare scariche positive, far vivere esperienze emozionanti, far capire che il pensiero è eccitante come lo sono la volontà e il desiderio di costruire un paese aperto a tutti che sia davvero lo spazio per una convivenza civile e felice per gli esseri umani.



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