GRAMMATICA CIVICA
Educare alla cittadinanza /4
Raffaele Mantegazza
(NPG 2021-05-77)
Io non ti voglio, ti pretendo
È inutile che dici di no
Io questo amore lo pretendo
Sei l'unico diritto, l'unico diritto che ho
(Raf, Ti pretendo)
Chissà come si sentirebbe una ragazza nel momento in cui il suo fidanzato le dedicasse questa canzone di Raf che abbiamo utilizzato come esergo per questo nostro articolo. Il giovane protagonista della canzone dice che quella donna è un suo diritto, che lui la pretende, che deve essere cosa sua; è inutile che lei dica di no perché lui ha già deciso, non è prevista una volontà della ragazza così come non chiediamo a un’automobile se vuole essere nostra quando andiamo dal concessionario. Ci viene in mente un’altra canzone, di Gianni Bella, Questo amore non si tocca: “È sempre un'avventura rimettersi con te/Ma io non ho paura, del porno sono il re/Un re senza corona/Quante nevrosi ho/Un re che te le suona se mi dirai di no”. Ovviamente siamo nel campo dell'arte e della musica per cui non vogliamo applicare discorsi moralistici, ma non possiamo fare a meno di pensare che in Italia ogni tre giorni una ragazza viene picchiata o uccisa proprio perché non vuole essere “cosa” di un uomo, perché dice di no, perché non vuole piegarsi al ricatto: “se non puoi essere mia, non puoi essere di nessun altro”. Ti pretendo, appunto, come un diritto; e te le suono se dici di no.
Il problema semmai è che l'amore di un uomo per una donna dovrebbe dire “Io sono tuo” e non “tu sei mia”; o forse l'amore dovrebbe disinteressarsi dei pronomi possessivi, e pensare a coniugare il verbo “essere” e non il verbo “avere”.
Ricordiamo le parole di Pablo Neruda nel Sonetto LXIX:
Forse non essere è esser senza che tu sia,
(…)
e da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo.
Se rinuncio a possedere l’altro come cosa, mi gioco al futuro insieme all’altro; solo vedere l’amore come rifiuto del possesso porta a possedere insieme qualcosa, a costruire una casa, a condividere un libro, un pasto, un letto. E ciò vale per tutti rapporti umani: i figli non sono cose dei genitori, le sorelle non sono cosa dei fratelli, i dipendenti non sono cose dei datori di lavoro (anche se è stata coniata l’orrenda espressione “capitale umano”) semplicemente per il fatto che le persone non sono cose e dunque non appartengono a nessuno.
Il problema della proprietà privata è stato oggetto di innumerevoli discussioni nel dibattito filosofico e politico. Ovviamente nessun pensatore è stato così folle da proporre che una persona non possa possedere un vestito, un libro, un oggetto d'affezione. La caricatura dell’idea di superamento della proprietà privata ha presentato questa strana situazione nella quale tutto, anche gli oggetti più intimi debba essere collettivo. In realtà si è sempre parlato di qualcosa di diverso, ovvero si è sempre messa in discussione la possibilità che beni di per sé collettivi come l'acqua, le energie, l'aria, possano essere intesi come proprietà privata fino ad arrivare al brevetto industriale della mappa del genoma di cui si parla tanto negli ultimi anni.
È opportuno a questo proposito ricordare le parole di Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti scritta nel pieno centro del dramma del Covid 19:
In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica.
Non è la prima volta che il magistero della Chiesa affronta questa questione; sono rimaste giustamente famose le parole usate da Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, all’Angelus del 27 settembre 1978, due giorni prima della sua morte:
La proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile e assoluto. Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio, oltre il bisogno, quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente… anche noi privati, specialmente noi di chiesa, dobbiamo chiederci: abbiamo davvero compiuto il precetto di Gesù che ha detto ama il prossimo tuo come te stesso?
Funzione sociale della proprietà: ciò che è mio non è mai solo mio, anche per il semplice fatto che esisteva prima di me e che mi sopravviverà: con quale arroganza un uomo può dire “sua” una sequoia, un tratto di mare, una montagna che lo precede di secoli su questo pianeta? E chi può dire “suo” il pianeta, la Galassia, l’Universo?
Per educare a questa concezione della proprietà, a questa idea una destinazione sociale della proprietà privata, ma anche all'idea di un superamento dell'ossessione per l’avere in funzione di una rivalutazione dell'essere, possiamo per esempio iniziare a riconsiderare lo strano incontro che il Piccolo Principe fa su uno dei pianeti che visita; questo pianeta è abitato da una persona che continua a contare le stelle perché afferma di esserne il proprietario:
"E che te ne fai di queste stelle?"
"Che cosa me ne faccio?"
"Si".
"Niente. Le possiedo io".
"Tu possiedi le stelle?"
"Si".
"Ma ho già veduto un re che..."
"I re non possiedono. Ci regnano sopra. È molto diverso".
"E a che ti serve possedere le stelle?"
"Mi serve ad essere ricco".
"E a che ti serve essere ricco?"
"A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova". [1]
L'ossessione per l'avere porta le persone ad essere prigioniere di un circolo vizioso: più si ha più si desidera possedere, più si possiede più si hanno mezzi per possedere ancora di più: un grande delirio all'interno del quale si rischia di perdere la propria identità, riflessa dalle innumerevoli cose che si possiedono ma rispetto alle quali non si ha un rapporto profondamente umano.
In realtà ciò che è veramente mio è ciò di cui sono responsabile, come la rosa per il Piccolo Principe. Mio non è ciò di cui posso disporre a piacimento in una specie di parodia dell'ideale prometeico, ma ciò che mi costringe dolcemente a dedicare il mio tempo e le mie risorse alla sua crescita, o alla sua tutela se si tratta di un oggetto inanimato (e forse solo le cose possono davvero essere “mie” perché questo pronome non è applicabile alla vita sotto qualsiasi forma essa si presenti). In questo senso tra il “mio” e il “nostro” c'è poca differenza perché le altre persone entrano sempre nella mia vita come possibili aiuti nella tutela delle mie cose, come possibili partner nel far crescere ciò che è nostro, ciò che è di tutti.
Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa. [2]
Ma ad essere “mio” è anche il mio professore, il mio amico, la mia mamma: persone che hanno un significato per me perché hanno dedicato il loro amore e la loro tenerezza alla mia persona, e il loro essere “mie” non significa affatto un possesso o un rapporto esclusivo. Il “mio” maestro è “mio” perché è anche maestro di tutti gli altri e sa essere speciale per ciascuno di noi. E allora anche la mia vita e “mia” solo in un senso particolare, non è un possesso come una giacca o come un libro dei quali posso liberarmi quando voglio: la mia vita è il mio stesso essere, non mi è stata data da me stesso, non l'ho acquistata e quindi non posso liberarmene come.se si trattasse di una proprietà.
E comprendere tutto ciò per quanto riguarda la propria vita significa poterlo applicare anche alla vita dell'altro: non posso disporre della vita dell'altro perché la vita è un bene indisponibile, e questa è la principale obiezione contro qualunque legittimazione della condanna a morte. La sfera dell'essere prevale su quella dell'avere, la legittima e la fonda: solo se “sono” posso anche “avere” e solo in quel caso ciò che è mio, ciò che è tuo, ciò che è nostro diventa il sostegno di un'identità individuale e collettiva, diventa la base materiale per una convivenza serena.
NOTE
[1] Antoine de Saint Exupèry, Il Piccolo Principe, Milano, Garzanti, 2015, pp. 65-66.
[1] Ivi, p. 78.











































