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    La terza missione dell’università: contenuti, obiettivi e percorsi /1


    TEMI DI PASTORALE UNIVERSITARIA /15

    A. Vincenzo Zani *

    (NPG 2020-01-62)


     

    Negli ultimi anni, a livello nazionale e internazionale, non pochi esperti si sono interrogati sulla necessità di un rinnovamento dell’idea di università e della vita accademica, intesa come strategia culturale dentro la società moderna. Ed è in tale senso che occorre chiedersi se le tradizionali funzioni delle istituzioni universitarie rispondono alle sfide che attraversano la società attuale o, se non lo stanno facendo, quali scelte strategiche è necessario mettere in campo. Alle diffuse considerazioni che su questo tema sono state fatte sotto molti punti di vista, aggiungo qualche riflessione avendo presenti alcuni dei passaggi che si leggono nella recente Esortazione post sinodale Christus vivit (221-223), di Papa Francesco, e tenendo conto delle molteplici esperienze che vengono messe in atto dalle Università Cattoliche presenti in tutto il mondo. Ovviamente queste riflessioni si devono porre anche nell’ottica degli studi teologici.
    Si può dire che l’università, nell’evoluzione della sua storia a partire dal XII secolo, in modi e forme diversi si è sempre posta in rapporto con la società e la cultura. Ma oggi la terza missione, cioè il servizio che è chiamata a svolgere per il contesto non più solo circostante ma anche internazionale in cui opera e che si aggiunge a quello dell’insegnamento e della ricerca, è diventato più urgente e pressante e interpella l’istituzione accademica in quanto tale, come pure ogni percorso disciplinare e di ricerca in essa proposto.

    Le professioni

    Un tema attraverso il quale si può osservare come si sia evoluta, lungo la storia dell’università, la terza missione, cioè l’apertura della funzione degli studi alle esigenze della cultura e della società, è senza dubbio quello delle professioni. Secondo tale prospettiva, le università si possono considerare come un laboratorio dentro il quale si sono sviluppate nel tempo visioni culturali, etiche e giuridiche, aperture scientifiche e idee di professioni, modellate secondo la legge morale cristiana e le norme inizialmente elaborate dalle comunità monastiche, intese come vere e proprie cittadelle costruite sulla regola: “ora et labora”. L’idea di professione, che conseguentemente tocca ogni attività lavorativa, si svolge nello spirito dell’assunto cristiano secondo cui la povertà come scelta è un valore, ma la povertà subìta è un male che va combattuto;[1] e il lavoratore/professionista è impegnato in questo senso non solo per sé e per la propria famiglia, ma più ampiamente per il bene comune. Il divorzio tra valori/saperi, promossi dall’università, e le professioni comincia ad apparire in piena età moderna: il termine professione, mentre mantiene nel linguaggio ecclesiastico i significati ristretti sia di confessione della fede sia di pronuncia dei voti in un istituto religioso, trasmigra nel linguaggio secolare perdendo progressivamente radici e senso originari. La professione indica un’attività lavorativa, esprime la manifestazione di una specifica competenza in un certo ambito dell’attività manipolativa del reale; col divenire del tempo acquisterà un senso ancora più ristretto: si parlerà di professioni liberali, per intendere le attività lavorative intellettuali e scientifiche, e con esse di confraternite e di corporazioni. E quando il processo di secolarizzazione si sarà, su questo terreno, definitivamente compiuto, resterà pur sempre una radice indicativa delle origini religiose del termine: si parlerà, soprattutto per certe attività lavorative, di una vocazione propria di quella professione. Il laboratorio, in cui i saperi professionali vengono lungo i secoli elaborati e trasmessi alle giovani generazioni perché li esercitino nella società, è l’Università la quale, sin dalle sue lontane origini storiche, porta inscritta nella sua natura la terza missione. In tale processo storico va situata ovviamente anche la funzione e la comprensione dei saperi teologici, in relazione agli altri saperi scientifici. L’unità iniziale e il rapporto reciproco tra tutti i saperi sono entrati profondamente in crisi a partire dal secolo XVII, prima con la questione galileiana, poi con l’Illuminismo, con l’imporsi del modello napoleonico e l’impostazione accademica di von Humboldt, fino alla affermazione dello spirito utilitarista. L’istituzione universitaria oggi, sotto la pressione dello specialismo sempre più avanzato, tende ad invertire l’originaria idea fondativa: dal moto iniziale destinato a far convergere i vari saperi in un senso unitario di fondo (uni-versum: donde il nome di università), al moto centrifugo di saperi sempre più frammentati e distanti l’uno dall’altro (pluri-versum). In questo contesto i saperi filosofici e teologici, così come ogni sapere, hanno difficoltà crescenti a dialogare con gli altri saperi[2]. Mentre è in atto questo processo di divaricazione, oggi l’Università è obbligata a dialogare con il mondo che è attraversato da profonde trasformazioni e problemi e da molteplici crisi di varia natura: crisi economiche, finanziarie, del lavoro; crisi politiche, democratiche, di partecipazione; crisi ambientali e naturali; crisi demografiche e migratorie, ecc. I fenomeni prodotti da queste crisi, come scrive la Congregazione per l’Educazione Cattolica nel suo documento “Educare all’umanesimo solidale”, rivelano quotidianamente il loro carattere drammatico. La pace è continuamente minacciata, aumenta l’insicurezza generata dal terrorismo internazionale, si sviluppano sentimenti populistici e demagogici che rischiano di radicalizzare lo scontro fra culture diverse, si accentuano le sperequazioni economiche[3].

    Le sfide

    La questione sociale, come disse Benedetto XVI, è diventata oggi una questione antropologica, che chiama in causa una funzione educativa non più rinviabile. Per questa ragione, è necessario “un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà, piuttosto che della marginalizzazione”[4].
    È in tale orizzonte che si deve collocare la terza missione dell’Università perché questa istituzione, fedele alla propria natura specifica, si ponga seriamente a confronto con le nuove sfide epocali. In Italia sono sempre più numerosi i segnali di riconoscimento dell’importanza della terza missione, sia in termini di contributo allo sviluppo delle economie regionali sia come strumento di riorganizzazione e rivitalizzazione delle università e delle funzioni degli accademici. Anche nei criteri dell’ANVUR (l’Agenzia di valutazione) si nota che nel giro di pochi anni si è allargato in modo significativo l’orizzonte della valutazione delle attività incluse nella terza missione. Nel prossimo articolo analizzeremo obiettivi e contenuti per la terza missione.

    * Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica.

     
    NOTE

    [1] Cf. G. Boni, Chiesa e povertà. Una prospettiva giuridica, prefazione di G. Dalla Torre, Cinisello Balsamo 2006.
    [2] Sul dialogo tra teologia e altri saperi sono sempre attuali le considerazioni di J.H. Newman, L’idea di università, a cura di A. Bottone, Introduzione di V. Cappelletti, Roma 2005.
    [3] Cf. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Educare all’umanesimo solidale. Per costruire una civiltà dell’amore a 50 anni dalla Populorum progressio, Città del vaticano, 2017, 4-6.
    [4] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 53.



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