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    Ancora destra-sinistra?



    Il binomio destra-sinistra si presenta oggi come un enigma della modernità politica: simultaneamente indispensabile e insufficiente, onnipresente e contestato, radicato nella storia eppure continuamente ridefinito dalle trasformazioni del presente. Come una mappa antica di un territorio che cambia forma, questa distinzione conserva valore orientativo mentre perde precisione descrittiva.

    L'archeologia di una distinzione

    La nascita topografica di destra e sinistra nell'Assemblea Nazionale francese del 1789 non fu casuale: rappresentò la cristallizzazione spaziale di un conflitto più profondo sulla natura del cambiamento sociale. A destra sedevano i sostenitori dell'Ancien Régime, della tradizione, dell'ordine costituito; a sinistra i fautori della rivoluzione, dell'uguaglianza, del progresso. Quella disposizione geografica traduceva in forma visibile una tensione filosofica che attraversa tutta la modernità: il rapporto tra conservazione e trasformazione, tra stabilità e movimento.
    Ma sarebbe riduttivo leggere quella prima distinzione solo in chiave sociologica. Essa rifletteva orientamenti antropologici profondi: concezioni diverse della natura umana, del ruolo della tradizione, del significato della storia. La destra originaria guardava all'uomo come essere radicato in comunità organiche, portatore di doveri prima che di diritti, inserito in un ordine cosmico che trascende la volontà individuale. La sinistra nascente immaginava l'individuo come soggetto autonomo, capace di autocostruzione attraverso la ragione, protagonista di una storia che può essere riscritta secondo progetti umani.

    Metamorfosi ottocentesche

    L'Ottocento complica il quadro introducendo nuove variabili. La questione sociale irrompe con la rivoluzione industriale, ridefinendo i termini della contrapposizione. La sinistra si identifica progressivamente con le classi lavoratrici, con la critica al capitalismo, con l'ideale dell'emancipazione sociale. La destra si frammenta tra conservatorismo tradizionalista e liberalismo economico, tra nostalgia dell'ordine antico e pragmatico adattamento alle logiche del mercato.
    Karl Marx introduce una lettura materialistica che pretende di svelare la "vera" natura della distinzione: dietro le apparenze ideologiche si nasconderebbero interessi di classe. Borghesia e proletariato diventano i soggetti reali del conflitto politico, mentre destra e sinistra ne sarebbero solo le espressioni sovrastrutturali. Questa interpretazione, pur geniale nella sua forza analitica, rischia di ridurre la complessità del fenomeno a puro determinismo economico.
    Alexis de Tocqueville offre una chiave di lettura più sottile, individuando nella tensione tra uguaglianza e libertà il nodo centrale della democrazia moderna. La sinistra privilegerebbe l'uguaglianza anche a costo di limitare la libertà; la destra difenderebbe la libertà anche se produce disuguaglianza. Questa intuizione rimane feconda per comprendere molti dibattiti contemporanei.

    Il Novecento: radicalizzazioni e sintesi

    Il Ventesimo secolo porta alle estreme conseguenze le logiche ottocentesche. La sinistra si radicalizza nel comunismo sovietico, sperimentando la possibilità di costruire società egualitarie attraverso la pianificazione statale. La destra si cristallizza nel fascismo e nel nazismo, proponendo sintesi inedite tra nazionalismo, autoritarismo e mobilitazione di massa.
    Ma il secolo produce anche tentativi di sintesi: la socialdemocrazia europea cerca di coniugare democrazia politica e giustizia sociale, mercato e welfare, libertà e uguaglianza. Il liberalismo americano del New Deal sperimenta forme di intervento pubblico nell'economia mantenendo il quadro costituzionale democratico. Queste esperienze mostrano che destra e sinistra non sono destini immutabili ma progetti politici che possono contaminarsi e ibridarsi.
    Antonio Gramsci introduce il concetto di "egemonia", svelando come la distinzione destra-sinistra non si giochi solo sul terreno delle istituzioni ma su quello più sottile della cultura. Chi riesce a far diventare "senso comune" la propria visione del mondo conquista un'egemonia più salda di quella ottenuta solo attraverso la forza. Questa intuizione aiuta a comprendere perché certe distinzioni ideologiche sopravvivano ai mutamenti strutturali.
    La riflessione di Norberto Bobbio: una distinzione irriducibile
    Nel 1994, dopo la stagione di Mani pulite e la fine della Prima Repubblica, Norberto Bobbio pubblica il saggio "Destra e sinistra", sostenendo che "la distinzione tra la destra e la sinistra, per la quale l'ideale dell'eguaglianza è sempre stato la stella polare, è nettissima". La sua tesi è tanto semplice quanto profonda: la destra guarda più a ciò che rende gli uomini diseguali, mentre la sinistra si concentra su ciò che li rende uguali e si adopera per "rendere più uguali i diseguali".
    Bobbio risponde così a chi proclama la "fine delle ideologie" dopo il crollo del muro di Berlino. La distinzione non sarebbe superata ma anzi più necessaria che mai, perché fondata su un criterio oggettivo: l'atteggiamento verso l'uguaglianza. Questa non è solo una questione economica ma antropologica: riguarda la concezione dell'essere umano, il valore attribuito alle differenze, il rapporto tra individuo e comunità.
    La forza dell'analisi bobbiana sta nel riconoscere che destra e sinistra sono "concetti relativi": non esistono posizioni assolute ma orientamenti che si definiscono per contrasto. Quello che è sinistra in un contesto può essere destra in un altro. Ma questa relatività non invalida la distinzione; anzi, ne conferma la natura dinamica e storicamente determinata.

    Le sfide contemporanee

    Il panorama politico contemporaneo presenta scenari che complicano il quadro tradizionale: "la cosiddetta crisi delle ideologie ha creato un vuoto di senso nella discussione politico-sociale contemporanea", mentre "molti esponenti della sinistra contemporanea sembrano in declino nel lungo termine".
    La globalizzazione ha ridefinito gli spazi della politica. I partiti tradizionali di sinistra, storicamente legati agli Stati nazionali e alle politiche redistributive, faticano a trovare strumenti efficaci in un mondo dove i capitali si muovono liberamente oltre le frontiere mentre i lavoratori rimangono ancorati ai territori. I partiti di destra sfruttano questo disorientamento cavalcando ansie identitarie e promesse di ritorno a un ordine perduto.
    L'emergere di nuovi cleavage complica ulteriormente il quadro. La contrapposizione tra "aperturisti" e "chiusuristi" sull'immigrazione attraversa trasversalmente destra e sinistra tradizionali. La questione ambientale introduce logiche che non si lasciano facilmente ricondurre al paradigma novecentesco. I movimenti populisti mescolano elementi di destra (nazionalismo, autoritarismo) e di sinistra (critica alle élite, difesa del "popolo") in sintesi inedite.
    La rivoluzione digitale trasforma i modi della partecipazione politica. I social media frammentano l'opinione pubblica in "bolle" autoreferenziali, rendendo più difficile la costruzione di narrazioni condivise. La politica si personalizza e si spettacolarizza, privilegiando la comunicazione emotiva rispetto all'elaborazione programmatica.

    Persistenze filosofiche e nuove sintesi

    Eppure, sotto la superficie delle trasformazioni, persistono orientamenti profondi che giustificano il mantenimento della distinzione. Di fronte alle crescenti disuguaglianze globali, alle crisi ambientali, alle sfide dell'intelligenza artificiale, ritornano domande fondamentali: quale società vogliamo costruire? Come bilanciare libertà e uguaglianza? Quale ruolo attribuire al mercato e allo Stato? Come gestire le differenze culturali?
    Su queste questioni continuano a emergere sensibilità diverse che richiamano le antiche distinzioni. Chi privilegia soluzioni di mercato, valorizza il merito individuale, enfatizza la responsabilità personale tende a collocarsi a destra. Chi chiede interventi redistributivi, sottolinea il peso dei condizionamenti sociali, privilegia la solidarietà collettiva si orienta a sinistra.
    Nascono anche tentativi di superamento. Il "radicalismo di centro" di Emmanuel Macron promette di andare "al di là di destra e sinistra" coniugando efficienza economica e giustizia sociale. I movimenti ecologisti propongono paradigmi che trascendono le categorie novecentesche, ponendo al centro la sostenibilità e il rapporto con l'ambiente. Le filosofie comunitariste cercano terze vie tra individualismo liberale e statalismo socialista.

    Prospettive pedagogiche: oltre la polarizzazione

    Come educare i giovani a orientarsi in questo paesaggio complesso? La tentazione è duplice: o rifugiarsi nella nostalgia delle certezze ideologiche novecentesche, o proclamare l'irrilevanza di ogni distinzione in nome di un pragmatismo che rischia di essere solo indifferenza.
    L'educazione politica dovrebbe invece aiutare a comprendere che destra e sinistra non sono squadre sportive per cui tifare, ma orientamenti di valore che attraversano la storia e che ciascuno è chiamato a ripensare criticamente. Ogni generazione deve fare i conti con la tensione tra conservazione e innovazione, tra libertà e uguaglianza, tra particolarismo e universalismo.
    I giovani hanno bisogno di strumenti concettuali per decifrare la complessità del presente senza perdere la capacità di scegliere e di impegnarsi. Questo significa educare al pensiero critico ma anche alla passione civile, alla capacità di analisi ma anche al coraggio dell'azione.
    La distinzione destra-sinistra, depurata dalle incrostazioni ideologiche e ripensata alla luce delle sfide contemporanee, può ancora offrire una bussola preziosa. Non per dividere il mondo in campi nemici, ma per riconoscere che le scelte politiche hanno sempre una dimensione etica, che dietro i programmi si nascondono antropologie, che la politica è sempre, in ultima istanza, decisione su che tipo di società vogliamo costruire per noi e per chi verrà dopo di noi.
    In questa prospettiva, la distinzione tra destra e sinistra non è un residuo del passato ma una risorsa per il futuro: non per perpetuare conflitti sterili, ma per mantenere viva quella tensione creativa che è il cuore stesso della democrazia.


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