Pastorale Giovanile

    Alzati e vai
    Proposta pastorale 2025-26


    Il numero di NPG
    luglio-agosto 2026
    cover speciale 2026


    Newsletter
    luglio-agosto 2026
    NL luglio-agosto 2026

     P. Pino Puglisi
    e NPG


    Post it


    Le ANNATE di NPG 


    I DOSSIER di NPG 


    Le RUBRICHE di NPG 


    Gli AUTORI di NPG


    Gli EDITORIALI di NPG 


    VOCI TEMATICHE 


    I LIBRI di NPG 

     


    IN VETRINA


    Rubriche on line


    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani 


    Semi di spiritualità


    Recensioni e Segnalazioni


    Letti & apprezzati


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV





    La mediazione della Parola


    Tra il Cristo evangelizzatore e la Chiesa evangelizzatrice

    Rossano Sala

    (NPG 5/2026, pp. 4-10)



    Il Dossier di questo numero estivo è dedicato alla parola di Dio, ovvero all’autorevole, definitiva e permanente testimonianza dell’azione di Dio in mezzo a noi. Insieme con i sacramenti, essa è la grande mediazione che ci è offerta per mantenere la Chiesa in presa diretta con l’evento della rivelazione. La Chiesa trova nella Bibbia il luogo proprio di ascolto della verità di Dio. Per questo è imprescindibile passarci attraverso per rimanere ancorati con il Dio dell’alleanza e dell’amore.
    Ciò implica per noi la necessità di una riflessione teologica seria su alcuni concetti-chiave che guidano la teoria e la pratica della pastorale in generale e di quella giovanile in particolare. A questo proposito il secondo capitolo del Quadro di riferimento della pastorale giovanile salesiana propone esplicitamente una riflessione di questa indole, così motivata:

    Un’aggiornata impostazione della Pastorale Giovanile Salesiana richiede una riflessione non solo di tipo carismatico ma di tipo teologico. La pastorale giovanile come azione della comunità ecclesiale ci spinge ad un approfondimento teologico ed ecclesiologico. Questo secondo capitolo espone tre convinzioni di fondo: Gesù Cristo, evangelizzatore e annunciatore della comunione con Dio e della comunione tra gli uomini (amore fraterno), che è la rivelazione piena di Dio Comunità-Amore; la Chiesa, “Mistero di comunione e di missione”, animata e sostenuta dallo Spirito di Dio; la Congregazione salesiana condivide con la Chiesa la missione evangelizzatrice con la specifica scelta giovanile[1].

    Qui si parla di tre convinzioni, che in realtà sono ben rappresentabili da tre cerchi concentrici, che stanno uno nell’altro. Il primo, più interno, è cristologico; il secondo, intermedio, è ecclesiologico; il terzo, più esterno, è pastorale. Il primo è generativo del secondo e del terzo, e questi ultimi ne sono una conseguenza logica. Non si tratta quindi di tre realtà parallele, ma di una sequenza logica: dalla ricchezza infinita della grazia cristologica è generata la Chiesa come grande diamante ricco di tante sfaccettature, e dentro la Chiesa sgorgano le diverse azioni pastorali attraverso la mediazione dello Spirito Santo, e mai senza l’aiuto di Maria.
    Conviene quindi approfondire i tre diversi livelli di riflessione per avere sempre le idee chiare in vista di un’azione ordinata, sapiente e ben organizzata.

    Rivelazione ed evangelizzazione

    I due più grandi documenti del post Concilio sul tema dell’evangelizzazione sono Evangelii nuntiandi di Paolo VI ed Evangelii gaudium di papa Francesco. Il primo testo, dell’8 dicembre 1975, afferma che

    molto spesso nel corso del Sinodo, i Vescovi hanno ricordato questa verità: Gesù medesimo, Vangelo di Dio, è stato assolutamente il primo e il più grande evangelizzatore. Lo è stato fino alla fine: fino alla perfezione e fino al sacrificio della sua vita terrena.

    Evangelizzare: quale significato ha avuto questo imperativo per Cristo? Non è certo facile esprimere, in una sintesi completa, il senso, il contenuto, i modi dell’evangelizzazione, quale il Cristo la concepiva e l’ha realizzata. D’altra parte questa sintesi non potrà mai essere terminata. Ci basti ricordare alcuni aspetti essenziali[2].
    I numeri successivi non fanno altro che approfondire la realtà secondo cui il Signore Gesù è il primo e il più grande evangelizzatore[3].
    Evangelii nuntiandi rimane il primo e più importante documento sull’evangelizzazione che il post Concilio ha prodotto. È un punto fermo: è ispirato e radicato nella parola di Dio, ha un ampio respiro teologico ed ecclesiologico, è infine anche pastorale e operativo. Lì si trovano tutti gli ingredienti necessari per un radicamento cristologico ed ecclesiale della missione pastorale della Chiesa.
    A detta di papa Francesco, con cui ho potuto avere vari dialoghi personali sul tema, Evangelii gaudium non era altro che il tentativo di riproporre nella Chiesa del terzo Millennio quelle grandi intuizioni di Evangelii nuntiandi, quasi un suo “aggiornamento” per l’oggi. Infatti Evangelii gaudium parte dal medesimo spirito e dalle stesse convinzioni:

    Sebbene questa missione ci richieda un impegno generoso, sarebbe un errore intenderla come un eroico compito personale, giacché l’opera è prima di tutto sua, al di là di quanto possiamo scoprire e intendere. Gesù è “il primo e il più grande evangelizzatore” (Evangelii nuntiandi, n. 7). In qualunque forma di evangelizzazione il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a collaborare con Lui e stimolarci con la forza del suo Spirito. La vera novità è quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che Egli ispira, quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi. In tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di Dio, che “è lui che ha amato noi” per primo (1Gv 4,10) e che “è Dio solo che fa crescere” (1Cor 3,7). Questa convinzione ci permette di conservare la gioia in mezzo a un compito tanto esigente e sfidante che prende la nostra vita per intero. Ci chiede tutto, ma nello stesso tempo ci offre tutto[4].

    Da questi testi è evidente che l’azione pastorale della Chiesa si radica nella vita del Signore e inizia con il suo comando. Si tratta del “mandato missionario”:

    18Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”[5].

    Vi è dunque una derivazione diretta dell'azione della Chiesa dalla rivelazione portata da Gesù Cristo, perché nel Vangelo troviamo non solo l'inizio storico, ma l’origine permanente della missione evangelizzatrice. Ecco che l’evangelizzazione, logicamente, dipende in tutto e per tutto dallo stile e dai contenuti della rivelazione.
    Se vogliamo quindi definire l’evangelizzazione, possiamo dire così: essa non è la semplice diffusione di un messaggio, la trasmissione di un insegnamento teorico, o una tecnica di marketing religioso. È molto di più: è l’irradiarsi dell’evento della rivelazione attraverso la vita di chi l’ha accolta, cioè di chi è stato chiamato per grazia a vivere la sua esistenza come l’ha vissuta Gesù e quindi diventa parte viva del corpo del Signore, che è la Chiesa.
    Le conseguenze di questa impostazione sono molto rilevanti, perché è l’esistenza del Signore che plasma l’evangelizzazione, gli dà forma e gli indica il destino. Lo dice con chiarezza un celebre e insuperato passaggio della Lumen gentium, dove emerge che la Chiesa, se vuole essere fedele al suo Signore e rilevante per la storia degli uomini, è chiamata a imparare e imitare la storia di Gesù e a riproporla all’umanità:

    Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo “che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo” (Fil 2,6-7) e per noi “da ricco che era si fece povero” (2Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre “ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito” (Lc 4,18), “a cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo[6].

    Qui ci sono i criteri evangelici di valutazione della nostra azione pastorale. Sono controcorrente, come si può ben vedere: non parlano di successo mondano, di numeri eclatanti, di trionfi. Ma fanno riferimento alla vita del Signore, al suo farsi piccolo, alla sua umiliazione, alla sua donazione, al suo amore sino alla fine. In sintesi: al seme che è consapevole della necessità di dover morire per poter portare a tutti vita piena e abbondante.

    Missione e pastorale

    Facciamo ora un secondo passaggio, cercando di comprendere l’unità e la differenza tra “missione” e “pastorale”, che trova sempre nella parola di Dio i suoi riferimenti fondativi.
    La prima, la “missione”, è qualcosa di permanente, che accompagna la Chiesa in ogni epoca della storia e in ogni territorio del mondo. Il mandato missionario di Gesù, a cui abbiamo fatto riferimento sopra, è valido per sempre e per tutti: si basa su due indicativi – il potere e la presenza di Gesù – e si esprime attraverso due imperativi – andare e fare discepoli.
    La “pastorale” è invece la sua incarnazione nella storia e nel tempo. È quindi sempre diversa, perché risente sempre della situazione concreta dei destinatari evangelici e della forma storica della Chiesa. La pastorale è la declinazione e la traduzione sociale-storica della missione sia in termini diacronici – perché è diversa nelle differenti epoche della storia – che in termini sincronici – perché è differente nei diversi luoghi geografici. L’agire pastorale è la concretizzazione storica della missione della Chiesa in un determinato contesto culturale e in un determinato tempo, quindi con dei precisi destinatari.
    Se leggiamo il racconto degli Atti degli Apostoli ci rendiamo conto di questo passaggio tra missione e pastorale, perché si tratta del primo momento di mediazione tra la rivelazione cristiana e la missione ecclesiale. È quindi la stessa parola di Dio che ci istruisce sulla necessità di annunciare il Vangelo tenendo conto della condizione dei destinatari di questa buona notizia.
    Nella pastorale si tratta di declinare nel contesto la missione, di tradurre il messaggio evangelico in modo che sia comprensibile per gli uomini di oggi, di aggiornare il nostro linguaggio in modo che sia adeguato per i suoi destinatari reali, di concretizzare qui e adesso le esigenze della chiamata alla vita cristiana, di incarnare il messaggio di Gesù nell’oggi della storia. In sintesi: di inculturare il Vangelo e insieme di evangelizzare la cultura.
    Riprendendo l’intuizione che san Giovanni XXIII ha utilizzato per orientare il compito del Concilio Vaticano II, c’è necessità di un continuo “aggiornamento”. Ma non certo di un superamento, perché le parole del Vangelo hanno un valore perenne. Il Concilio ha ben sviluppato questa convinzione quando afferma, a proposito dell’evangelizzazione, che la verità del Vangelo va sempre “adattata” e “modulata” in base alla situazione concreta e alla capacità di comprensione di coloro che ne sono destinatari:

    Fin dagli inizi della sua storia, [la Chiesa] imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue diversi popoli; e inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo, cioè, di adattare, quanto conveniva, il Vangelo, sia alla capacità di tutti sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione[7].

    Questa “legge di ogni evangelizzazione” ci invita a saper distinguere gli elementi permanenti da quelli che invece necessitano cambiamento. È questo in fondo il lavoro di “aggiornamento” che ci è continuamente richiesto nel nostro discernimento pastorale, che è il modo concreto in cui si realizza nel tempo l’unica missione della Chiesa.

    Pastorale giovanile e parola di Dio

    La “pastorale giovanile”, in conseguenza di quello che abbiamo detto finora, non è altro che la realizzazione della missione cristologica attraverso la pastorale della Chiesa che si rivolge in maniera specifica alle giovani generazioni. Io la definisco nei seguenti termini:

    La pastorale giovanile è l’insieme delle azioni che la comunità dei credenti, abitata e animata dallo Spirito Santo, compie per e con i giovani, incontrandoli nel punto in cui si trova la loro libertà, per accompagnarli consapevolmente verso la maturità nella fede e renderli così discepoli e apostoli del Signore Gesù.

    Questa definizione contiene tutti gli elementi di cui abbiamo parlato finora, e vale per tutti coloro che nella Chiesa si occupano dell’evangelizzazione e dell’educazione dei giovani. E per rendere i giovani “discepoli e apostoli del Signore Gesù” non possiamo fare a meno della mediazione della parola di Dio. Essa è necessaria prima di tutto per coloro che sono chiamati a divenire evangelizzatori.
    Vorrei quindi rilanciare il primato della parola di Dio attraverso tre testi di grande rilevanza per lo specifico modo di essere apostoli di coloro che si occupano della pastorale giovanile.

    Il radicamento cristologico: la vite e i tralci (Gv 15,1-11)
    Il primo testo è quello della vite e dei tralci. Senza radicamento cristologico, senza unione con Dio, senza meditazione e preghiera, noi diventiamo facilmente pelagiani, ovvero rischiamo di pensare che la pastorale (giovanile) dipenda esclusivamente da noi, dalle nostre qualità, iniziative, programmi, azioni. La disconnessione con Gesù è il primo rischio di un “missionario dei giovani”. Essa si manifesta in due modi assai eloquenti: la superficialità spirituale e la conseguente autoreferenzialità pastorale.
    Nel testo biblico vi è una continua insistenza sul verbo “rimanere”, ripetuto molte volte in pochi versetti. Colpisce poi il fatto che se non si è uniti a lui non possiamo fare “nulla”. Faremo tante cose, ma senza peso specifico, senza efficacia evangelica, senza capacità generativa. Non sono pericoli teorici, ma molte volte realtà che viviamo quotidianamente. Se manca questa radice rischiamo di fare tante cose senza fare nulla, un po’ come un criceto che gira tutto il giorno a vuoto sulla sua ruota.

    L’identità apostolica: il buon pastore (Gv 10,11-18)
    Un secondo testo biblico fa riferimento al nostro modo specifico di essere sensibili al Vangelo, e ha a che fare con la nostra identità caratteristica di “apostoli dei giovani”.
    Il riferimento del buon pastore è imprescindibile e normativo per ogni operatore di pastorale giovanile e per ogni educatore, e rimane carico di profezia per ognuno di noi.
    Il testo biblico si caratterizza per una grande attenzione al tema dell’intenzionalità pastorale e del dono di sé come spazio proprio per la realizzazione della missione. Proprio l’intenzionalità differenzia il mercenario dal pastore: il primo pensa a sé e ai suoi interessi, il secondo è tutto orientato al bene delle pecore, agisce perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Per questo è pronto a dare la vita: balza all’occhio che nel testo per ben quattro volte è specificato che il buon pastore offre la sua vita per il bene delle pecore. Lo fa con liberalità, spontaneamente, con gioia. Per questo egli è amato dal Padre, perché condivide la sua stessa passione.

    I dinamismi operativi: i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35)
    La terza narrazione neotestamentaria riguarda il nostro servizio pastorale, che vive della grazia inclusiva tra educazione ed evangelizzazione: sono questi i due polmoni con cui respiriamo, le due ali con cui voliamo, i due occhi con cui guardiamo e le due orecchie con cui ascoltiamo. È il testo scelto dal Sinodo sui giovani per sintetizzare il compito della Chiesa verso le nuove generazioni:

    Abbiamo riconosciuto nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) un testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni. Questa pagina esprime bene ciò che abbiamo sperimentato al Sinodo e ciò che vorremmo che ogni nostra Chiesa particolare potesse vivere in rapporto ai giovani. Gesù cammina con i due discepoli che non hanno compreso il senso della sua vicenda e si stanno allontanando da Gerusalemme e dalla comunità. Per stare in loro compagnia, percorre la strada con loro. Li interroga e si mette in paziente ascolto della loro versione dei fatti per aiutarli a riconoscere quanto stanno vivendo. Poi, con affetto ed energia, annuncia loro la Parola, conducendoli a interpretare alla luce delle Scritture gli eventi che hanno vissuto. Accetta l’invito a fermarsi presso di loro al calar della sera: entra nella loro notte. Nell’ascolto il loro cuore si riscalda e la loro mente si illumina, nella frazione del pane i loro occhi si aprono. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino in direzione opposta, per ritornare alla comunità, condividendo l’esperienza dell’incontro con il Risorto[8].

    I passaggi sono chiari e definiti: prima di tutto viene detto che il cammino di Gesù con i discepoli di Emmaus è un testo cristologico che ci inserisce nella missione della Chiesa, chiedendoci di declinarla nell’oggi della storia. Poi ci viene offerto un metodo tripartito, costituito da tre verbi: riconoscere, interpretare, scegliere. È un cammino che parte dall’ascolto, passa dall’annuncio e arriva alla missione.
    Emmaus è una matrice permanente per la pastorale giovanile di tutta la Chiesa, e quindi adeguata anche per l’oggi della nostra missione educativa e pastorale con e per i giovani.
    Questo testo illumina i diversi dinamismi di ascolto e di annuncio, e ci offre una corretta metodologia pedagogica. Ci vengono consegnati gli elementi fondamentali per realizzare nel migliore dei modi la nostra missione: in questo testo Gesù non è solo il primo e più grande evangelizzatore, ma è insieme il primo e più grande educatore, quindi il vero e unico maestro di coloro che vivono immersi nell’opera educativa e pastorale verso le nuove generazioni.


    NOTE

    [1] Dicastero per la Pastorale Giovanile Salesiana, La Pastorale Giovanile Salesiana. Quadro di riferimento, SDB, Roma 20143, 41.
    [2] Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 7.
    [3] Ivi, nn. 6-16. Per approfondire cfr. F. Badiali - G. Tanzella-Nitti (ed.), Prospettive di teologia dell’evangelizzazione. Verso una nuova disciplina teologica, Queriniana, Brescia 2026.
    [4] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 12.
    [5] Mt 28,18-20.
    [6] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, 21 novembre 1964, n. 8.
    [7] Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 44.
    [8] XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, 28 ottobre 2018, n. 4.



    IN PRIMO PIANO

    La voce dei lettori


    Oratorio: noi ci crediamo!
    Tutto quello che... sull'oratorio


    SNPG
    La Chiesa italiana per i giovani


    RUBRICHE NPG 2026


     Infosfera, AI
    e pastorale giovanile 


     PG oggi in dialogo
    con G.B. Montini 


     Accompagnamento 
     e proposta di fede 


     Incontrare Gesù
    nel Vangelo di Giovanni


    I sensi come
    vie di senso nella vita


    PG negli USA
    Sfide culturali e percorsi innovativi


    Pillole letterarie
    pillole letterarie


    Playlist generazioneZ
    I ragazzi e la loro musica


    Generazione Z
    Ultimi studi e ricerche
    adolescente


     Ragazzi e adulti
    pellegrini sulla terra


    CONTINUA DAL 2025


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano nella letteratura


     Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Sport e vita cristiana


     Passeggiate nel
    mondo contemporaneo


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi