Pillole letterarie
Paolo Alliata
(NPG 5/2026, pp. 2-3)
«Gli uomini – disse il piccolo principe – si imbucano nei rapidi, ma non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano, e girano intorno a se stessi…» E soggiunse: «Non ne vale la pena». […] Non volevo che facesse uno sforzo. «Lasciami fare», gli dissi, «è troppo pesante per te». Lentamente issai il secchio fino all’orlo del pozzo. Lo misi bene in equilibrio. Nelle mie orecchie perdurava il canto della carrucola e nell’acqua che tremava ancora, vedevo tremare il sole. «Ho sete di questa acqua», disse il piccolo principe, «dammi da bere». E capii quello che aveva cercato! Sollevai il secchio fino alle sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come una festa. Quest’acqua era ben altra cosa che un alimento. Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un dono. Quando ero piccolo, le luci dell’albero di Natale, la musica della Messa di mezzanotte, la dolcezza dei sorrisi, facevano risplendere i doni di Natale che ricevevo. «Da te, gli uomini», disse il piccolo principe, «coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…» «Non lo trovano», risposi. «E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua…» «Certo», risposi. E il piccolo principe soggiunse: «Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore».
(A de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, XXV)
Siamo creature in cerca di amore. Sotto il velo dell’acqua al pozzo, nel cuore del deserto, cerchiamo la vicinanza di chi ci vuol bene. L’aviatore, l’adulto rimasto prigioniero del deserto a causa dell’avaria del suo aeroplano, impara un po’ per volta a scendere a quel livello di profondità, accompagnato dal piccolo principe. Il misterioso bambino lo apre ad una visione più consapevole della vita: si può cercare nutrimento nell’accumulo, nel possesso di cinquemila rose, e restarne frustrati, oppure accogliere da quel che la vita ci offre il po’ di amore che ci conserva e ci rilancia nell’avventura di vivere.
Al cuore del suo Discorso della Montagna (i capitoli 5-7 di Matteo) Gesù si impegna ad aprire chi lo ascolta ad uno sguardo che sappia riconoscere quanto amore è in gioco sotto la superficie delle cose. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono né raccolgono nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre.” (Mt 6,26) Il Dio vivente si prende cura delle creature più spensierate del mondo, volete che non si dia da fare con voi?
Riconoscere dietro il secchio d’acqua le mani e la cura dell’adulto. Scorgere dietro la spensieratezza degli uccelli del cielo e la precarietà dei gigli del campo l’affidabilissima presenza del Padre dei cieli. Riconoscere che vive davvero non chi si preoccupa di sé, chi vive nell’affanno di dover fare solo da se stesso, come se tutto nella vita dipendesse solo da lui. Vive davvero – dice Gesù - chi sa che il Padre è affidabile e innamorato della vita, e impegnato a coltivarla e custodirla. Se sai che il Padre è affidabile, allora puoi davvero occuparti della tua vita, e non preoccupartene.
“Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 635), dice Gesù. “Bisogna cercare con il cuore”, dice il principe bambino. Chi cerca il Regno e chi guarda oltre la superficie si riconosce nella sfera di influenza del Padre, oggetto della sua opera, accompagnato dal suo amore. E questo lo rende forte nell’impegno di seminare vita attorno a sé, lo rende sorgente d’acqua viva per la sete di chiunque.









































