Luigi Fioretti
(NPG 1968-02-26)
Esercizi, momento privilegiato della predicazione
Gli esercizi spirituali sono un momento specifico della predicazione e, per conseguenza, un momento di quella storia della salvezza sempre in atto che investe le persone e le comunità per portarle sempre più profondamente nel piano di Dio a condividerne i beni e a dare alle persone e alle comunità il senso vivo della loro missione.
Come momento della predicazione, oggi gli esercizi subiscono una crisi profonda che è senza dubbio crisi di crescenza nella misura nella quale le difficoltà stimoleranno i responsabili ad una autentica qualificazione che superi schemi un po' soliti e penetri, attraverso la riflessione teologica, in una visione rinnovata della realtà.
Chi non avverte oggi il grave decadimento della parola come strumento di dialogo tra le persone, fino a non percepirla più come interscambio e rivelazione degli interlocutori?
Ed è anche facile denunciare un momento di crisi di tutta la predicazione per le ragioni generali dell'«eclissi del sacro», per la «laicizzazione delle coscienze» a cui ci si trova di fronte, per lo «stordimento» nel quale vivono i nostri contemporanei stimolati da infinite suggestioni immediate, per gli equivoci creati dalle ideologie, ma anche l'urgenza di una ricerca del valore teologico della predicazione stessa, dei suoi ruoli nella storia della salvezza, delle sue specificazioni nell'arco della vita delle persone e delle comunità, dei suoi contenuti, per i suoi metodi. È anche vero che gli «annunciatori del messaggio cristiano» debbono ridare primarietà a questo servizio ecclesiale, coscienti della sua forza superiore proveniente dalla natura profonda di Parola di Dio, comunque efficace.
Solo nel superamento dello squilibrio tra predicazione e sacramenti, noi potremo ridare alle coscienze cristiane quell'armonia che si traduce in una presa di posizione perché nasce dalla percezione dell'Avvenimento salvifico, determinante per l'esistenza. E non si potrà ignorare che l'annuncio di questo avvenimento - l'ingresso di Dio nella vicenda umana con la morte e la resurrezione del Signore Gesù - non può se non avvenire in una «situazione storica concreta» per risolverla in un momento di storia salvifica: la mancanza di questo senso della situazione (degli uditori della parola) è pure una di queste crisi a cui la predicazione in genere e gli esercizi in specie sono soggetti.
Incontro con la Parola che salva
Precisiamo qualche cosa ora per aiutare ad una puntualizzazione di questo «momento della vita della Chiesa» d'oggi che sono gli esercizi spirituali.
a) Se gli esercizi sono una predicazione, sono un servizio alla Parola di Dio e quindi un momento di quella attualizzazione della rivelazione che è «automanifestazione di Dio in una confidenza d'amore», è uno strumento dell'intervento di Dio nella storia e quindi «il luogo» del l'esperienza dell'azione della potenza sovrana di Dio che «modifica» il corso normale della storia e dell'esistenza individuale.
Non è l'esercizio di una «sapienza umana», di una «oratoria» più o meno forbita, ma un momento e una forma del dialogo di Dio con delle persone alle quali viene annunciato un piano divino, decisivo per la loro esistenza. È un «annuncio» che è in intima comunione con Dio stesso che nella parola umana interpella la coscienza dell'uditore per imprimere alla vita il senso della missione risolvendo così una situazione concreta di esistenza.
b) Per sua natura tende quindi all'opzione della fede. Ed anche qui gli esercizi entrano nel gioco del mistero. Il finalismo intrinseco alla predicazione non è altro se non la decisione dalla fede, della mentalità di fede, della vita di fede.
Questo è chiaro nelle scritture. Se Paolo annuncia la Parola ai pagani e ai giudei, è «per condurli all'obbedienza della fede» (Rom 1.5; 15.18; 16.19.26), perché «la fede nasce dalla predicazione (Rom 10.16-17) ed «è la parola della fede che noi predichiamo» (Rom 10.8). Se Egli continua in questo ministero presso i convertiti, è per «completare ciò che manca alla fede» (1 Tes 3.10), perché la fede deve «crescere» e «fare frutti» sempre maggiori (2 Cor 10.15; 2 Tes 1.3), proprio in forza della Parola, che è la Parola interiore «che resta attiva in voi, i credenti» (1 Tes 2.19) e la Parola del predicatore che attraverso la quale il Signore corrobora e custodisce dal Maligno (1 Tes 3.2). Per questo Paolo chiede: «pregate per noi, affinché la Parola di Dio si diffonda e sia glorificata» (id.).
Perché l'incontro con la Parola generi veramente questa fede, occorrerà che essa dia la chiara consapevolezza di fondare l'unica possibile sicurezza dell'esistenza che rimane precaria, nonostante ogni umano progresso. Proprio nel corso degli esercizi allora si terrà presente che questa fede è un atto vitale che investe tutta la persona ed è estremamente complesso: include «la conoscenza (anche dell'attualità) dell'Avvenimento salvifico, la fiducia nella Parola di Dio che salva, l'obbediente autodonazione dell'uomo a Dio che parla, l'intima comunione di vita dell'uomo con Dio, l'aspirazione alla piena intimità con Dio stesso dopo la morte» (Alfaro). In altre parole non ci sarà autentica predicazione se non si terrà presente che essa tende alla fede come «risposta di tutto l'uomo a Dio che rivela se stesso quale salvatore in Cristo e per mezzo
di Cristo».
Un incontro che esige una presa di posizione
In questo grande servizio alla Parola, «segno» ecclesiale dell'avvenimento di salvezza vitale e radicale (Dondeyne), occorrerà porre attenzione che gli esercizi spirituali sono un momento ben preciso: non ogni predicazione costituisce gli esercizi. Qui il problema giunge al suo punto cruciale.
La Parola di Dio nella predicazione della Chiesa è annunciata su tutto l'arco della vita di fede: per il suo nascere, per il suo svilupparsi in mentalità, per il suo tradursi in abito operativo, per il suo impegnarsi in responsabilità specifiche nella comunità ecclesiale, per il suo attingere dalla celebrazione dell'Alleanza nell'Eucaristia la grazia di quel momento della storia della salvezza che si opera nella liturgia e per il mondo.
Ora, a nostra modesto avviso, perché gli esercizi assumano un ruolo ben preciso in questo aspetto del servizio ecclesiale alla Parola di Dio che è la predicazione, debbono puntualizzarsi sul momento dell'opzione di fondo di una persona in una situazione precisa: è l'opzione che è determinante nel passaggio dalla «non-fede» alla fede; dal peccato che è fede rattrappita nella sua vitalità alla grazia che è vita d'intimità; dalla «tiepidezza» all'impegno, all'assunzione della responsabilità specifiche nella storia della salvezza.
In altre parole - a nostro modesto avviso - gli esercizi si finalizzano a quel momento della fede che è la «conversione» dagli idoli vani «per servire il Dio vivo e vero e aspettare il suo Figlio dai cieli, che Egli ha ridestato dai morti, Gesù che ci libera dall'ira che viene» (1 Tes 1.9-10). È il momento del «cambiamento dei principi che comandano la sintesi o la direzione della vita nostra» (Congar), o meglio è il momento dell'assunzione di un altro stile, quello che conviene al Regno di Dio e che si riassume in un atteggiamento di «non-possesso», di purezza, di disponibilità e di fiducia, un «a priori» di apertura affettuosa, insomma, un atteggiamento spirituale d'infanzia» (id.). È il momento nel quale la persona, nella sua situazione concreta, è posta davanti all'unica soluzione possibile che è quella dell'avvenimento salvifico. Per conseguenza è momento di incontro profondamente personale e personalizzante che pone davanti all'atto di morte e di risurrezione del Signore e comporta la decisione di un radicale cambiamento.
A nostro avviso, oggi la comunità cristiana ha una profonda carenza di questo «momento» decisivo della predicazione. Ieri per la massa dei cristiani era costituita dalle «missioni»; oggi sappiamo che queste passano un momento difficile. Sembra a molti che proprio anche per questa realtà gli esercizi debbano essere intensificati e qualificati, debbano entrare nel piano normale della comunità di fede, debbano puntualizzare i tornanti della vita delle persone e dei gruppi.
Quale annuncio, durante gli esercizi?
Ma quale annuncio allora sarà specifico degli esercizi? E quali condizioni esigerà nell'uditore della Parola? Sono due problemi che sfioreremo soltanto in questa sede e che avrebbero comunque bisogno di un approfondimento.
Anzitutto ci sembra che l'annuncio da darsi sia quello del Kerygma nella sua forma globale come è possibile trovare soprattutto negli Atti degli Apostoli: l'annuncio dell'attualità dell'avvenimento di salvezza nella morte e risurrezione di Cristo per la salvezza necessaria e indispensabile alla persona in quella situazione (cf Atti, 2.14-29; 3.12-26; 10.34-43; 13.14-52; 17.22-31; 24.24-25). È «il primo annuncio di Cristo nelle profezie messianiche del Vecchio Testamento, in Giovanni Battista, negli avvenimenti della vita pubblica e soprattutto della morte e della risurrezione di Cristo» (D. Grasso). È l'annuncio dato con la forza della testimonianza della Chiesa che si fa presente in particolare nella persona del predicatore e che si cala nella situazione specifica dell'ascoltatore della Parola.
Si pensi, per esempio, questo momento dell'annuncio nei grandi momenti della vita giovanile: nell'adolescenza che assume le linee di forza della vita ed è per sua natura «stato di vita» come missione nella Chiesa e nel mondo, nel momento del grande ingresso nella professione ecc.
È evidente che «oggi l'aumento della popolazione pagana nel mondo rende la predicazione missionaria di un'attualità enorme e costituisce il compito fondamentale della Chiesa del nostro tempo» (D. Grasso). Proprio per questo, però non ci sarà ascolto di questo messaggio se non in uno stato nel quale la coscienza sia sbloccata, sia strappata alla sua autosufficienza, sia posta in cammino alla ricerca di una «salvezza» nella sua situazione, sia resa incipientemente «povera». Senza queste condizioni non ci potrà essere ascolto efficace della Parola. È l'opera di pre-evangelizzazione oggi tanto carente quanto urgente. Opera che funzione ecclesiale determinante di una Chiesa che vive nelle persone e nei gruppi, mescolata al mondo e facente «problema» al mondo. È l'opera che inquieta il mondo sollecitando le profonde vene di apertura sul mistero del Dio che viene, che sono nel mondo stesso per opera di Dio.
A gente resa inquieta dalla testimonianza, forza d'interrogazione e di discrezione, l'annuncio del Kerygma entra come risolutivo di situazione attraverso l'incontro con una Persona attualmente presente e testimoniante l'amore fino alla donazione totale che genera la sicurezza aperta sul futuro.








































