Secondo Moretti
(NPG 1968-02-37)
Ancora silenzio?
«Non farà mica conto di imporci ancora il silenzio durante gli esercizi», dichiarò categoricamente un gruppo di seminaristi al proprio rettore, nel novembre scorso, quasi si trattasse di cosa «superata» o da medioevo. C'era un tono di sufficienza e di convinzione, tra quei giovani che si preparano a diventare sacerdoti (si tratta di chierici di teologia), quasi intendendo relegare tra i «matusa» chi osa ancora pensarla diversamente.
Ho potuto parzialmente assistere, nel dicembre scorso, a due corsi di esercizi per signorine, che si tenevano contemporaneamente in una nuovissima casa costruita in modo che, appunto, fossero funzionalmente compossibili, senza reciprocamente disturbarsi, due corsi. Due corsi, due predicatori. Uno manteneva, senza fatica, la prassi del silenzio (le ragazze non davano affatto l'impressione di mal sopportarlo); l'altro, efficace non meno del primo, lo riteneva semplicemente «disumano» (per usare la sua stessa espressione).
Il dibattito attorno al silenzio si va facendo intenso e appassionato negli incontri di spiritualità e nei convegni di studio su la pastorale degli esercizi. Si citano documenti della Chiesa ed esperienze moderne, ci si rifà a correnti di spiritualità antiche e moderne, per sostenere indirizzi, almeno apparentemente, contrastanti. Così, se da una parte andiamo assistendo a una imprevedibile ricerca entusiastica del silenzio (mentre sono in crisi le vocazioni religiose, specialmente femminili, sono abbondanti quelle contemplative), dall'altra si va facendo strada la convinzione che un lavoro ascetico efficace sia impossibile al di fuori della vita comunitaria, in senso ecclesiale e, quindi, biblico-liturgico.
Credo che, in ultima analisi, a questo si riduca il discorso attorno al silenzio nel nostro tempo: si tratta di due esigenze ugualmente valide e sentite, quella di contemplazione e quella comunitaria. Forse va maturando il tempo in cui si possano esprimere forme nuove di ascesi e di contemplazione nel mondo: di questo nuovo messaggio i giovani soprattutto sono epifania e anticipazione, anche se talora in modo irriflesso e istintivo, per il modo così acuto con cui esprimono il bisogno di riflessione e, nello stesso tempo di socialità. Del resto, se facciamo attenzione alle più indicative orientazioni ascetiche del nostro tempo, scopriremo facile convalida di questo asserto: basti pensare al fascino che largamente esercita - anche al di fuori dell'ambito diretto della propria istituzione - l'esperienza dei «piccoli fratelli» e delle «piccole sorelle» di Charles De Foucauld, che si sintetizza nel programma di «contemplazione nel mondo». Si leggano le belle pagine di Carlo Carretto in Lettere dal deserto, specialmente le pagg. 23-24. Tutto ciò può sembrare stranamente contraddittorio in un secolo in cui la parola diventa altisonante e pare identificarsi con la vita stessa: opacità circonda l'atteggiamento di chi non sa parlare o esprimersi (si pensi allo studente interrogato che non sa rispondere) così che la morte appare la consumazione definitiva del silenzio, priva di catarsi redentrice.
Silenzio e morte - al di fuori e prima di Cristo - sono un binomio irreversibile. Per l'opposto lo strepito scomposto di molte masse giovanili diventa espressione di vitalità: parlare è vivere, gridare è esuberanza di vita.
Che la parola contenga un fascino misterioso pare indubitabile, se la Scrittura stessa identifica la Parola con Dio: «In principio era la Parola». E quella Parola fu creatrice e redentrice. Ma un altrettanto innegabile fascino accompagna - da sempre - l'estasi del silenzio contemplante, in cui si va sperimentando un linguaggio nuovo e sublime - imprevedibile soprattutto - che parola umana non sa esprimere. Anche la civiltà umana pre o extra cristiana conosce l'esperienza del silenzio e della fuga dal mondo: si tratta tuttavia di una resecazione a volte sdegnosa e irritata (la «divina indifferenza» di una lirica di Montale, quasi muro di cinta che circonda e difende coperto di cocci di bottiglia), oppure di una torre orgogliosa eretta sul mondo per meglio dominarlo; in ambedue i casi si tratta di una sprezzante separazione che rifugge la contaminazione dal mondo.
Silenzio e isolamento
Variante del silenzio è l'isolamento: sia considerato in forma ossessiva e opprimente, sia ricercato con superbo atteggiamento di evasione e di vittoria. «Ognuno è solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera», dice malinconicamente Salvatore Quasimodo. Ripenso alla folla sterminata e convulsa con cui mi sono incontrato l'estate scorsa a New York, nel centro di Manhattan, all'incrocio tra Brodway con la 42a strada e la settima Avenu: un immenso senso di vuoto e un'opprimente sensazione di isolamento; tutti mi sembravano uomini soli in un oceano immenso di altri uomini altrettanto soli, attraversati e percossi dalla frenetica ricerca di «qualcuno». Appunto come cantano i Nomadi: «Ho visto la gente andare via - lungo le strade che non - portano mai a niente; - cercare il sogno che conduce alla pazzia; - nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già»; e ancora: «Fra tanta civiltà - è un Dio che è morto! - Ai bordi delle strade, Dio è morto! - Nelle auto prese a rate Dio è morto. - Nei miti dell'estate Dio è morto!».
Isolamento. Parola. Silenzio. Angoscia. Contemplazione. Chiasso. Tutte componenti di un mondo psicologicamente lacerato e contraddittorio che i nostri giovani portano con sé quando vanno a «fare gli esercizi».
Qual è il parere del Signore?
Interroghiamo la Scrittura.
Il silenzio di Dio è prefazione. prelude l'annuncio misterioso della Parola che crea e redime. L'Apostolo ci parla di un «segreto nascosto nei secoli in Dio» e che - nella pienezza dei tempi - viene rivelato. Già Mosè aveva conosciuto l'inebriante intimità con Dio sul monte: folgorato dalla Parola dell'Onnipotente, ne era uscito col volto illuminato e trasformato; aveva parlato con Dio nel silenzio delle potenze umane, lontano da esse: ed era stato reso capace di comunicare quella Parola agli uomini. Prendeva così forma e religiosità quella concezione ancestrale, non priva di verità, del caos primordiale che precede la creazione, in un'inerzia glaciale attraversata dal brivido creatore della Parola. Quella concezione diventerà la struttura portante dei primi capitoli della Genesi, così densi di verità e di mistero.
Al concetto biblico del silenzio di Dio quale prefazione all'annuncio della salvezza, si allinea quell'altro di profezia. L'etimologia è identica. Il silenzio non vi appare più come sdegnoso isolamento dal mondo, bensì come condizione per l'annuncio della Parola che salva: non fine a se stesso di un'ascesi tortuosa e nichilista, ma respiro di vita e condizione di salvezza. Il profeta - o il monaco - non si isolano dal mondo che per tornare ad esso: non muro il silenzio, bensì «torre d'avorio», eretta non dall'orgoglio, ma dall'umiltà, rifugio e rifornimento per il mondo «che Dio ha amato». Ci auguriamo che qualche studioso di teologia biblica sappia approfondire tutta la «significazione» contenuta sotto le parole «deserto» o «monte», mistero di saggezza della divina pedagogia. Si leggano, in proposito, le belle pagine scritte su Bibbia e spiritualità (Edizione Paoline), specialmente i capitoli La Chiesa del deserto nell'Antico Testamento, di Bovo, e Il tema dell'Esodo nella tradizione monastica, di Penco. I concetti di «deserto» e di «monte di Dio» contengono imprevedibili insegnamenti: Dio ha formato il suo popolo nel deserto; la liturgia di Israele è tutta un ricordo dell'epopea del deserto. Anche la Chiesa del Nuovo Testamento si prepara alla folgorazione dello Spirito attraverso il silenzio del cenacolo.
Già dalla Scrittura abbiamo la chiave di soluzione anche dell'altro problema: se l'incontro con Dio debba avvenire in un silenzio individuale o comunitario. Tutte due le esperienze sono presenti nella Bibbia: Mosè, Elia, Gesù conoscono il silenzio individuale («ipse solus»), attraverso l'esperienza dei quaranta giorni di deserto (non siamo soli ad auspicare che l'iniziazione ignaziana degli esercizi di trenta giorni possa estendersi più biblicamente a quaranta); v'è pure l'esperienza del silenzio comunitario del deserto (i quarant'anni), del Tabor e del Cenacolo (il primo corso di esercizi della Chiesa cristiana).
Volendo sintetizzare, concluderemo che il «Dio nascosto», «salvatore», di Isaia (45, 15) e colui che salva il mondo: «Tutte le cose, avvolte nel silenzio, erano tranquille; a notte aveva trascorso metà della sua corsa quando la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, balzò come un guerriero in mezzo a quella terra di sterminio, portando, quale spada aguzza, il tuo ordine inesorabile» (Sap 18, l4-15). Ed è la Parola di risurrezione annunciata da Ezechiele su le «ossa aride». Parola che salva. Davanti ad essa l'uomo deve tacere, mettersi nell'ascolto. Poi si farà «voce» («voce di colui che grida nel deserto»), quasi privandosi di parola umana, in un atteggiamento di umiltà che si fa portatore della Parola di salvezza.
I secoli cristiani svilupperanno questa ascesi del silenzio che è antica quanto la Chiesa: sempre nella scia di un silenzio concepito come momentaneo isolamento dal mondo per poterlo salvare. «O solitudine! Colui che in te dimora, si eleva sopra se stesso, perché l'anima avendo forma di Dio, s'innalza sopra tutto ciò che è terreno» (san Basilio, De laude vitae solitariae).
Il silenzio nel monto della tecnica
Il nostro tempo ha sete della parola di Dio. Si sta nuovamente avverando la profezia di Amos: «Ecco, i giorni verranno - oracolo del Signore Iahvè - quando invierò la fame sul paese, non fame di pane né di sete d'acqua, ma di ascoltare la parola di Iahvè» (8, 11-12).
E allora ci chiediamo perplessi: perché molti giovani non vogliono più il silenzio negli esercizi? Io credo che i giovani d'oggi non siano incapaci di silenzio: anzi. Ma sentono fortemente anche il bisogno di comunità. Sono estremamente concreti e sinceri: non sanno concepire un'esperienza religiosa di gruppo che eriga tra i membri mura di incomunicabilità. Si ponga attenzione al fatto che oggi si va diffondendo la pratica degli esercizi individuali (la casa dei gesuiti di Parigi ospita circa ottocento «corsisti» individuali ogni anno): a noi sembra che questa sia una indicazione per il futuro (è un ritorno al sant'Ignazio più genuino), e un «segno dei tempi». Si tratta di un indirizzo che non va trascurato, bensì incoraggiato. Bisognerà che i monasteri e le case di esercizi si attrezzino a questa nuova forma di ascesi. Bisognerà che sacerdoti si specializzino nel seguire corsi di esercizi individuali, certo i più veri e i più efficaci, sempre avendo presente che il «corsista» non si isoli dal mondo che rituffarvisi arricchito di luce e di grazia.
Ma quando il corso di esercizi è fatto a gruppo (ed è la maggior parte dei casi), sembra non potersi sopprimere l'esigenza ogni particolarmente sentita dell'azione comunitaria. Bisognerà dosare bene le cose affinché momenti di impegno comunitario (le «revisioni di vita» si vanno dimostrando particolarmente efficaci) si alternino con saggio dosaggio a momenti di isolamento individuale (qualcuno alterna nella stessa giornata i due momenti; altri preferiscono una susseguenza di giorni: un giorno o due «comunitari», seguiti da due o tre in silenzio assoluto, per terminare con un altro giorno, o mezzo giorno, comunitario). Certo bisogna porre attenzione a non sostituire la «mitologia» del silenzio assoluto alla «mitologia» del gruppo: «Il a raison enfin de nous dire que les célebrations communautaires ne doivent pas nous faire mettre au rancart la recherche du silence et de la solitude. Et que la génereuse dépense de soi dans les oeuvres et un insessant dialogue avec tout le monde ne doit pas nous délivrer d'un effort de concentration intellectuelle» (J. Maritain, Le paysan de la Garonne).
Sembra non potersi negare - dice il n. 49 della Rivista Christus dei gesuiti di Francia - «che un rapporto effettivo tra i membri di un gruppo (di esercitanti) sia divenuto, nelle circostanze attuali, una necessità». E ancora: «sembra indispensabile sperimentare delle forme di ritiro in cui la preghiera personale si alterna con gli scambi di gruppo». E ciò sembra ai gesuiti di Francia non una rinuncia all'ideale del silenzio, bensì un suo adattamento alle esigenze del nostro tempo: si tratta pur sempre di una forma di raccoglimento in cui la meditazione avviene in forma comunitaria e «ad alta voce». Può diventare addirittura - dice Christus - un'esperienza di «rinnegamento di sé» e di risurrezione interiore a livello comunitario che conduce alla vera libertà interiore: umiltà è infatti il riconoscersi davanti a tutti con il fardello dei propri difetti («confitemini alterutrum peccata vestra»).
Il silenzio crea ed esige maturità
Certo occorre molta maturità sia negli esercitanti che in chi dirige il gruppo. Nell'accusa facile di «rilassamento» verso queste forme comunitarie si suole citare frequentemente la lettera di Paolo VI al card. Cushing su gli esercizi («Sarebbe un errore diluire il ritiro degli esercizi con innovazioni che, per quanto buone in se stesse, riducessero l'efficacia del ritiro chiuso. Queste iniziative - come: attività di gruppo, discussioni religiose e ricerche di sociologia religiosa - hanno il loro posto nella Chiesa, ma il loro posto non è quello del ritiro chiuso, in cui l'anima, sola con Dio, riceve abbondantemente l'incontro con lui»). Pare tuttavia, dal contesto del documento pontificio, che si debbano escludere quegli incontri che «riducono l'efficacia del ritiro chiuso»: non tali sembrano essere quelle forme di meditazione collettiva in cui non la discussione per la ricerca di Dio, senza intendimenti di indagine teologica o sociologica, bensì di studio vitale della Parola e di «conversione», in azione fraterna.
Le forme principali del rapporto di gruppo saranno la meditazione biblica, meglio se in un contesto liturgico (celebrazioni della parola e celebrazione eucaristica) e le «revisioni di vita», Di sorprendente efficacia si stanno dimostrando le iniziative di «intronizzazione della Bibbia» all'inizio del corso, e di «penitenza comunitaria», il canto o la recitazione di Lodi e di Vespro nella nuova forma prevista dall'Istruzione del 29.6.1967 (tre salmi, lettura prolungata della Bibbia in luogo del capitolo, omelia, inno, preghiera dei fedeli). Si deve fare attenzione a non trasformare gli esercizi in celebrazione liturgica che appaghi il folklore o il sentimento: tuttavia le esperienze fatte hanno largamente dimostrato che queste iniziative sono capaci di suscitare, a livello comunitario e con efficacia personale dei singoli, autentici risultati di «conversione».
Le «revisioni di vita» abbisognano di un «direttore» molto preparato, perché non si trasformino in conversazione o in discussione intellettuale. Il dialogo tra i corsisti è ammissibile solo a scopo spirituale. Non è da escludersi neppure qualche momento di sollievo, a condizione che non venga violato il clima di raccoglimento (si conosce, del 1585, un corso di esercizi di gesuiti tedeschi in cui il tempo della ricreazione era trascorso conversando su i temi del ritiro e su le esperienze personali).
Riteniamo tuttavia doversi incoraggiare un provvidenziale pluralismo di impostazione degli esercizi (esercizi individuali, esercizi comunitari, esercizi di silenzio assoluto, esercizi con silenzio alternato al dialogo): ciò soddisfa le diverse esigenza degli esercitanti.
La presenza del cristiano nel mondo d'oggi domanda comunque nuove esperienze del silenzio (non il silenzio programmato e imposto), che preparino il credente a trasformare lo stesso chiasso della folla e la solitudine da cui è circondato in luoghi privilegiati per l'incontro con Dio e con i fratelli.








































