Giancarlo Negri
(NPG 68-08/09-11)
1. CATECHESI COME CONVERSIONE Dl COSCIENZE
Innanzitutto intendiamoci sui termini. Per catechesi o settore catechistico non si intende la semplice lezione di religione settimanale. Se ci limitiamo alla lezione di religione, basta prendere il programma di un testo, aggiungervi la data di esami o prove finali, qualche collegamento con gli esercizi a metà anno e saremmo a posto. Ma «insegnare la religione» è qualcosa di più ed occorre cogliere con chiarezza l'ambito di questo obbiettivo. Trasportiamoci per prima cosa nel mondo interiore di ogni persona, cioè di ogni giovane a noi affidato. I contenuti della fede devono diventare in quel mondo come il centro della terra, il nucleo di cristallizzazione, devono diventare una nuova coscienza di se stesso, delle cose, dei fatti, delle vicende, sostanziata di Parola di Dio e dei suoi misteri. Non si tratta semplicemente di far imparare la dottrina, si tratta di riorganizzare la mente dei giovani (conversione): il loro modo di vedere, il loro modo di valutare, il loro modo di maturare le decisioni e le scelte. La lezione di religione è un elemento: attorno ad essa ruota tutto ciò che in qualche modo forma le coscienze, crea mentalità nel collegio o nell'oratorio: buone notti, prediche, sermoncini, ammonizioni pubbliche e private, modo di pensare dominante tra educatori ed educandi, senso dei valori, ecc. Chiunque apre bocca e si rivolge ad un educando oppure semplicemente esprime a parole il suo modo di pensare diventa un fattore di formazione della coscienza.
E' chiaro che non si intende solo la coscienza morale, ma la coscienza delle realtà della propria vita, il modo di concepirle e di dare ad esse un volto, un significato: lo studiare, il pregare, il proprio io, i vari impulsi istintivi, i compagni, le loro proposte, gli adulti, gli avvenimenti lieti e tristi. Viste così le cose, è chiaro che occorre pensare ad una programmazione adeguata, dove, come per un piano di battaglia, sono coordinate forze diverse, mosse successive, interventi da diverse direzioni per giungere ad un risultato.
2. COME SORGE IL PROBLEMA Dl UNA PROGRAMMAZIONE
Dall'esperienza esaminata si può giungere a descrivere alcuni modi di fare una programmazione che vanno scartati.
a) una programmazione superficiale
Alcuni impostano la programmazione a partire dal calendario semplicemente e da tradizionali iniziative, che bisogna ripetere: come facciamo la tre giorni del rientro al collegio? come impostiamo la ripresa autunnale dell'oratorio? che cosa facciamo per la festa dell'Immacolata? che cosa facciamo per il Natale? le vacanze del Natale? e così via.
Di valido qui vi è il fatto del fare attenzione alle date obbligate. Non si può ignorare questo calendario di scadenze, attorno alle quali vi è negli educandi come l'attesa di una nostra iniziativa. Ma questo non è che un fattore della programmazione. Se si vuole, è un fattore materiale ma molto importante, come le rotaie per un treno. Il discorso circa la programmazione allora appare come i problemi del treno che si fa correre su quel binario, con tutti i suoi connessi: che tipo di treno, che velocità, come intrattenere i viaggiatori. Fuori della metafora occorre spostare l'attenzione dalle scadenze tradizionali agli alunni, cioè al loro «viaggio» interiore, al loro svilupparsi e procedere di domenica in domenica, di festa in festa, di Natale in Natale secondo direzioni diverse e, per esempio, in seguito ad eventi, come può essere l'incontro casuale con un bravo ragazzo o invece con un cattivo compagno, che sono «date» immensamente-più determinanti di quelle fisse a cui badiamo quasi esclusivamente noi.
b) una programmazione senza programmi
Presi dal fatto che si parla tanto di «programmazione» alcuni la riducono ad un elenco di cose da farsi, spesso ben articolato, con intelligenti direzioni dell'attenzione verso fattori da altri trascurati ma che invece sono determinanti. Si mettono in cantiere contemporaneamente o quasi diverse iniziative, che implicano attività, tempo, energie e che vengono a interferire con l'inevitabile succedersi di date importanti (Feste dell'Immacolata, Natale, quaresima, Pasqua), facendoci assistere allo spettacolo commovente di educatori che attraverso acrobazie autentiche cercano di soddisfare alle esigenze nate dalle ricorrenze tradizionali e insieme alle esigenze nate dalle iniziative messe in cantiere e che devono essere portate avanti in qualche modo. Al termine dell'anno sono tutti spossati, qualche bene è stato compiuto, ma proprio qui nasce il discorso della programmazione.
La programmazione porta avanti il discorso circa il far bene, l'educare cristianamente. Essa supera lo stadio in cui si diceva «una buona parola fa sempre bene» e cerca di orchestrare, di accordare, armonizzare, coordinare l'insieme delle iniziative e delle attività in modo da arrivare ad un bene ben costruito, ben organizzato e quindi solido, duraturo.
La perseveranza del bene di solito noi cerchiamo di ottenerla mediante aggiunta di esortazioni e raccomandazioni finali, prima di lasciare partire i giovani per le vacanze. Invece si potrebbe ottenerla con una buona programmazione.
c) una programmazione o troppo formale o troppo scientifica
Altre forme di programmazione parziale o controproducente sono le seguenti: la programmazione strutturalistica nella quale al principio si pianificano con precisione di dettaglio gli orari, le incombenze, la suddivisione del lavoro, i diversi ruoli: il direttore fa questo, il consigliere intanto fa questo, il catechista pensa a questo, i leaders faranno questo, per i problemi economici abbiamo l'economo, uno è incaricato del suono della campana ed uno di dirigere le preghiere. Tutto è previsto e ordinato, ma l'insieme appare una semplice struttura, che non forma se non è superata, animata da una vera orchestrazione di funzioni, di interventi, di forze per ottenere progressivi risultati educativi.
La programmazione scientifica nella quale a forza di tener conto di tutti i fattori, di tutti gli aspetti, si finisce con l'avere lunghe liste di obbiettivi, di valori, di attività nelle quali ci si perde fino allo scoraggiamento o fino a programmazioni troppo macchinose ed astratte, perdendo il contatto con l'evolversi spirituale delle personalità.
Sono certamente veri tutti i fattori elencati: dal fattore inconscio, al fattore astrologico in qualche modo tutto il cosmo influisce sullo sviluppo educativo, ma l'educatore farà bene a limitarsi ai fattori controllabili dalla sua azione e programmazione, facendo bene attenzione - e questo è un altro apporto della scienza della programmazione - a intervenire sui punti giusti, al momento giusto nel moto giusto, senza logorarsi su fattori secondari anche se tradizionali.
E proprio per aiutare a dirigere le proprie batterie sui punti nevralgici sono state scritte queste pagine. Dalla lettura degli articoli paralleli in questo numero si giunge facilmente a capire come non si deve attendere una programmazione già fatta da applicare, ma dei principi e degli avviamenti a farla in modo che sia su misura della propria realtà educativa.
3. UNA PROGRAMMATA FORMAZIONE DELLE COSCIENZE:
ELEMENTI E FATTORI
Per fare una buona programmazione quanto alla formazione delle coscienze occorre avere sott'occhio i fattori più direttamente influenti su questo tipo di sviluppo. E prima ancora avere un'idea della programmazione stessa, cioè in che cosa consiste, che cosa porta di nuovo, a che cosa fa attenzione soprattutto.
a) Compiti della programmazione
Una buona programmazione cerca di mettere ordine tra la massa degli elementi inclusi nel processo educativo.
I - il compito della orchestrazione
Il padre Jungmann già molti anni fa scriveva che secondo lui il catechista era come un direttore d'orchestra, che armonizza insieme diversissimi strumenti secondo parti diverse quasi per ciascuno di essi, in modo da ottenere un determinato risultato sonoro. Nel momento della programmazione si è come nel momento in cui un musicista scrive la partitura, assegnando a ciascun elemento la sua parte più o meno simultanea. Ad esempio: dobbiamo ottenere una profonda emozione religiosa per la festa dell'Immacolata (come è di tradizione tra i salesiani ma ancor più perché è apparso funzionale in un ordinato piano educativo della comunità). Si orchestreranno le cose in modo allora che:
- la lezione di religione già settimane prima operi in un certo senso (questionari e discussioni tipo «revisione di vita»);
- le pratiche di pietà (celebrazioni della parola, pellegrinaggio, novena, «buone notti», ecc.) operino in un certo modo progressivamente preparatorio;
- le esperienze di scuola abbiano appropriate evidenziazioni coordinate con i valori da celebrarsi il giorno della festa;
- le esperienze di vita comune fino agli aspetti disciplinari (motivazioni soprattutto) e le esperienze di tempo libero (incontri occasionali, attività spontanee, clima ed atmosfera della comunità) vanno coordinate al fine.
II - il compito della direzione degli interventi
Di solito si pensa alla direzione come fattore attivo, come la direzione del tiro in artiglieria perché i colpi vadano a segno e cadano nei punti giusti. E' cioè un'opera di indicazione, che sorge dalla prudenza di uno e che coglie nell'insieme dei fattori quello su cui battere. Bisogna saper distinguere tra gli innumerevoli fattori che intervengono:
- fattori dipendenti, che cioè sono presenti e si modificano quasi automaticamente con il cambiare dei fattori determinanti: ad esempio lo studiare le lezioni è un fattore dipendente, che viene modificato dal fattore «clima ed atmosfera» a cui invece bisognerà badare con più cura.
- fattori concomitanti, che influiscono, possono creare attrito, ma vengono coinvolti o superati se i fattori determinanti funzionano. Ad esempio la minoranza dei contrari ad un'iniziativa, se la maggioranza ha un clima di entusiasmo, oppure un individuo traumatizzato, se viene curato individualmente.
- fattori determinanti, che fanno da motrice dei vagoni, che portano avanti, anche se il buon funzionamento dei fattori precedenti facilita tutto il processo. Ad esempio un clima di cordialità, di entusiasmo, di avventura, provocato dagli educatori, è un determinante per la pietà, per lo studio, per i costumi.
III - il compito della diversificazione dei fini
Di solito vi è il rischio dei doppioni e delle lacune: doppioni perché tutti battono sullo stesso chiodo generando noia e repulsione persino, lacune perché così nessuno dà neppure un colpo sugli altri chiodi. Fuori della metafora formare una coscienza comporta almeno tre aree distinte di lavoro, anche se complementari:
- l'assimilazione di contenuti nuovi, cioè la dottrina, le idee nuove da far circolare, la descrizione persuasiva dei valori (prediche, catechesi, dialoghi, ammonizioni)
- la forma di possesso di essi, cioè l'esercizio, l'applicazione ai propri casi di vita, le `attività corrispondenti, le esperienze quindi, la riorganizzazione dei sentimenti, degli affetti, della fantasia, dell'anima e del corpo in rapporto ai nuovi valori assimilati
- la socializzazione in rapporto ai nuovi contenuti, cioè il viverli in rapporto agli altri, il prendere posizione rispetto ai valori nei confronti della comunità, il comunicarli, il diffonderli, il difenderli.
Tutto ciò va curato dagli educatori, in modo che quasi contemporaneamente le diverse facoltà dell'uomo siano fatte reagire. Allora vi è probabilità che venga sostanzialmente compiuta quella riorganizzazione della personalità in logica coerenza con la Parola di Dio proposta, di cui si è parlato al principio.
Questo vuol dire che la programmazione curerà affinché sia dato, come si dice, un colpo al cerchio e un colpo alla botte, cioè siano attivizzati i vari settori, poiché solo così vi è probabilità che avvenga la crescita verso nuove riorganizzazioni della personalità. Se si fa solo dialogo e non si fa esperienze e non si fa gruppo a proposito di un certo valore da assimilare (la devozione a Maria ad esempio) è molto improbabile che un qualche risultato sia raggiunto.
Si dirà che in pratica si fa già: alcune lezioni sulla Madonna e poi una funzione religiosa. Che cosa manca? Notiamo una lacuna abbastanza comune: mancano le esperienze indirette, cioè umanistiche, correlative al valore religioso. Bisogna pensare ad alcune componenti che non saltano all'occhio ma che sono spesso determinanti per la riuscita; ad esempio la devozione a Maria ha le sue componenti umanistiche in un certo stile di gentilezza e di riguardo sia verso di sé che verso il gruppo e la comunità e in un certo discorso sulla figura materna, sui valori estetici e di tenerezza che la letteratura, la storia, la cronaca possono offrire. Secondo alcuni autori bisogna proprio distinguere:
- formazione diretta, cioè l'azione esplicitamente indirizzata all'obbiettivo voluto (la festa dell'lmmacolata)
- formazione indiretta, cioè il lavoro su settori non chiaramente collegati all'obbiettivo, ma tali da creare nel soggetto le disposizioni favorevoli all'interesse e alla tendenza verso l'obbiettivo voluto.
Molti ritengono che è quasi più producente lavorare sulla formazione indiretta che logorarsi preferibilmente sulla formazione diretta, anche se si impiega più tempo.
IV - il compito del rispetto alle categorie
La programmazione ha di mira la massa, cioè la maggioranza della comunità. In base alla maggioranza si stabiliscono i fini, gli obbiettivi, i metodi, i tempi ed i ritmi di procedimento. Ma la massa è composta di categorie diverse, una delle quali appunto comprende la maggioranza. Se non si fa un'azione per ciascuna categoria, l'insieme non funziona. Quindi la programmazione differenzia i discorsi da farsi, le esperienze, i raggruppamenti secondo le esigenze delle diverse categorie, impedendo così reazioni negative di una categoria sull'altra.
In particolare si fa attenzione:
- ai contrari, cioè al gruppo che proviene da famiglie contrarie e che possono rimanere agli aspetti umanistici dei valori programmati. Anche gli operatori su di essi devono essere scelti, nonché i momenti. Molte volte si tratterà di colloqui individuali, poiché la comunità deve avere una vita comune in certi limiti
- ai casi clinici, che sempre ci sono e che possono creare vaste zone di reazioni negative. Anche qui bisogna programmare tempestivi interventi di dialogo o anche delle varianti del programma adatte ai singoli
- all'élite psicologica, cioè a quanti sono influenti per natura sulla massa
- all'élite religiosa, cioè a quanti sono più maturi e impegnati e che devono né disturbare la maggioranza con atteggiamenti urtanti né isolarsi da essa invece di esserne il lievito.
V - il compito dell'ordinata successione degli obbiettivi
La programmazione affronta poi il fattore tempo di esecuzione. Si sa quanto sia essenziale in un'azione bellica l'esatta e scrupolosa osservanza dei tempi programmati per ciascun intervento. Qualcosa di simile viene pensato in fase di programmazione. La successione deve essere ordinata secondo tre criteri:
- disposizione scalare degli obbiettivi. Non è pratico mettersi davanti degli obbiettivi globali, come far diventare devoti dell'Eucaristia, oppure portare i giovani all'impegno di evitare i films esclusi oppure l'abitudine della confessione settimanale. Ciascuno di questi obbiettivi è un insieme di obbiettivi e noi dobbiamo tener presenti i fini ultimi ma intanto, come scalatori, gradinare sul ghiaccio un passo alla volta in quella direzione. Evidentemente niente è più difficile che precisare il primo, il secondo, il terzo obbiettivo da raggiungere, perché poi alcuni sono di un carattere ed altri di un altro carattere: ad esempio prima una bella esperienza di un valore, magari un cineforum, la visita ad un gruppo di fedeli ferventi, poi l'obbiettivo successivo sarà una riflessione, una specie di ruminazione dei valori esperimenti e quindi una nuova esperienza, nella quale si prova a fare e non si è soltanto spettatori e così via. In fondo il processo è molto logico ed a molti viene naturale. Occorre rifletterci quando non viene spontaneo.
- proporzione dei gradini nell'ascesa. La delicatezza della programmazione sta nello stabilire volta per volta un passo che non sia più lungo della gamba. Sappiamo bene che «natura non facit saltus», ma siamo facili cionondimeno a decidere per una data obbiettivi sproporzionati nel desiderio di salvare tutti, di salvarli presto e bene. Vi è una pericolosa impazienza negli educatori e ancor più negli apostoli, per cui vorrebbero ansiosamente che tutti «si confessassero» o facessero silenzio agli Esercizi. Quando ciò non viene ottenuto «con le buone», cioè con i metodi cosiddetti moderni, invece di reagire con la pazienza, esasperati e disgustati, ci si appiglia a metodi non più ortodossi, come l'amaro rimprovero, la minaccia, i fattori emozionali, o peggio il prestigio della scuola e simili. E' vero che vi è un'anima di verità in questo, poiché se la maggioranza fallisce, tutta la comunità ne risulta sconcertata. Ma bisognerà allora proporsi degli obbiettivi che possano essere raggiunti dalla maggioranza, anche se alcuni andranno più in su ed alcuni resteranno più in giù, come è naturale.
- tempestività degli interventi successivi. Vogliamo qui alludere al proverbio: battere il ferro finché è caldo. Ciò significa che i vari interventi che portano avanti un discorso iniziato verso l'obbiettivo successivo devono essere tempestivi sia nel non strafare e sia nel non ritardare. Una esperienza entusiasmante ad esempio apre gli animi all'interesse per approfondimenti dottrinali (catechesi) e bisogna che la programmazione preveda e pianifichi tempi e modi di questo approfondimento che suggella e fa attecchire un germe, altrimenti troppo debole per resistere da solo. L'arte di questa vera «orchestrazione» che sa trovare l'intervento di rincalzo o di sviluppo o di ribadimento attraverso altre vie, altri modi, altri operatori è proprio la grande arte educativa, che offre al delicato svilupparsi, degli animi il nutrimento giusto ad ogni momento.
VI - il compito della ripetizione
Infine bisogna prevedere nella programmazione che per formare delle virtù, delle abitudini, dei meccanismi interiori non basta mai una unità di interventi, bisogna pianificare le ripetizioni, i ritorni, l'esercizio, facendo in modo che i temi degli obbiettivi raggiunti ritornino presenti e rimeditati procedendo verso nuovi sviluppi. Qui è implicita tutta una impostazione dei valori e delle virtù in forma concentrica, in modo che ogni sviluppo è come un anello concentrico, dove certi elementi restano costanti, vengono ripetuti ed approfonditi. Lo schema del Nuovo Catechismo Italiano, in via di preparazione, avrà più o meno questa impostazione ed essa permette veramente quell'indispensabile esercizio che favorisce il consolidarsi di abitudini e quindi garantisce la perseveranza.
b) Suggerimenti pratici della programmazione
Davanti a questo insieme si è tentati di andare avanti alla buona, lasciando a Dio di ordinare e sistemare. Ma alcuni suggerimenti pratici possono facilitare il lavoro.
I - i molti aspetti delle feste e ricorrenze
Un primo elemento chiarificatore è quello desunto dalla grande varietà di aspetti che ha una festa liturgica come il Natale o una ricorrenza come gli Esercizi. Questa varietà di aspetti è preziosissima perché permette di perseguire continuativamente certi obbiettivi anche se sopraggiungono date fisse e inevitabili, come ad esempio la feste liturgiche.
Nel Natale possiamo vedere o l'amore di Dio, o la salvezza dei peccati, o l'invito alla collaborazione, o il valore del culto, o l'impegno missionario, o la povertà, ecc.
Evidentemente è necessaria una profonda conoscenza teologica per conoscere i vari aspetti e vederne l'intima organicità. I catechisti, i professori di religione sono specializzati per questo ed intervengono nella programmazione per identificare l'aspetto del mistero e della ricorrenza che verrà messo in luce in concordanza con un organico programma di sviluppo spirituale della maggioranza.
II - il senso della domenica
Un altro suggerimento pratico è quello di muoversi dividendo il lavoro secondo unità di lavoro, che possono essere le settimane di un procedimento imitato dalla didattica. Le settimane hanno una loro logica compiuta e la domenica ne è il ritmo a un tempo terreno e celeste. Il perseguimento di un certo sviluppo, di certi gradi di virtù umane e divine, di certe condizioni di spirito, necessarie per aderire entusiasticamente a Cristo, può essere pianificato in una o più unità di lavoro, come ad esempio due settimane per preparare gli animi agli Esercizi. Sarà allora facile ai vari settori portare il proprio contributo secondo la propria caratteristica: le esperienze scolastiche, l'insegnamento religioso, le pratiche di pietà, le attività di vita comune, le esperienze di tempo libero, il clima della casa.
III - convergere su un punto dominante
L'importante è stabilire tra i numerosi fattori di intervento quel fattore che deve dare il tono, che deve essere in certo senso servito dagli altri, in una convergenza ben orchestrata, come proprio nell'orchestra il tema passa ad uno strumento e tutti gli altri lo sostengono o lo servono, come si dice.
Evidentemente c'è già un fattore che deve dominare: quello dello sviluppo personale nelle virtù, poiché coincide con lo scopo della nostra vita, cioè santificare e far progredire nello sviluppo della personalità. E gli educatori programmano nel senso che, partendo dalla reale e spontanea situazione della maggioranza (il comportamento tipico e le tendenze spontanee) determinano un ideale verso cui dirigersi e successivamente i diversi gradini possibili per giungere al completo possesso dell'ideale, con l'aiuto di Dio.
Ma quanto noi diciamo riguarda anche i fattori di intervento, i mezzi, i metodi: si intende dire che alle volte ciò che viene servito da tutto il resto è la lezione di religione, alle volte è il clima di entusiasmo nella casa, alle volte è l'andamento disciplinare della vita comune.
Proprio come in un orchestra uno stesso tema passa da uno strumento all'altro in successive dominanze che tutti gli altri servono.
Ci si domanderà allora quale può essere o meno l'ordine da seguire per essere efficaci in questa distribuzione nel tempo degli interventi?
Qui è proprio il segreto educativo. Possiamo accennare con il Colomb ad una scala ordinata di fasi attraverso cui passare:
- la fase indiretta dell'atmosfera. In essa si creano le condizioni positive, si crea quell'entusiasmo che l'educazione greca sottolineava come primo mezzo per la virtù, quell'ambiente affiatato, dove gli individui sono nella maggioranza disposti a collaborare. Insieme si fanno circolare elementi dell'idea che si vuole far assimilare o della virtù che si vuole sviluppare.
- la fase dell'esperienza. Segue poi il periodo in cui si fa esperienza dai valori, cioè si fa incontrare la massa con incarnazioni persuasive dei valori attraverso le molte tecniche della comunicazione e della esplorazione dell'ambiente e della storia. E' il momento in cui l'élite è mobilitata a rappresentare con il buon esempio la possibilità di vere esperienze del valore.
- la fase della riflessione. Segue poi il periodo in cui si discute, ci si interessa, si dialoga, si studia, si analizza, si riflette e si valuta il mistero o la virtù, che furono oggetto della esperienza precedente. E' il momento in cui l'elemento scuola ha la prevalenza e l'intelligenza è più attivizzata.
- la fase della attivizzazione. Segue un periodo in cui si mette in pratica, si agisce, si incarna, si prova, si partecipa attivamente, si ricrea per proprio conto il valore scoperto. E' il momento in cui sono attivi i gruppi, in cui attività liturgiche, attività umanistiche, attività sociali, ecc. hanno il sopravvento.
- la fase della socializzazione. Segue un periodo in cui possono persino nascere gruppi, oppure nei gruppi esistenti si prendono degli impegni a lunga scadenza, si entra in fase di apostolato, di diffusione, di organizzazione, di conversione di vita. E' il tempo in cui tutta la massa prende delle buone abitudini e comincia a viverle abitualmente. E' il tempo delle revisioni di vita, dei confronti tra gli ideali incontrati ed i propri standard di vita per riprese, ripetizioni, ringaggi e in conclusione solidificazione di quanto è stato assimilato.








































