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    Giovani operai nell'«autunno caldo»



    Guido Bodrato  

    (NPG 1969-12-04)

    È da qualche tempo ormai che si parla di «autunno caldo». I giovani, con cui siamo a contatto ogni giorno, sono immersi - molte volte più di quanto noi crediamo - in queste lotte quotidiane. Sono realtà che studiano, che vivono, per cui soffrono.
    Spesso, gli unici veri «stranieri e pellegrini» siamo noi, educatori preoccupati di mille grossi problemi, forse più urgenti in una scala assoluta di valori, ma certo meno «incarnati».
    C'è il pericolo di fare d'ogni erba un fascio: catalogare le inquietudini del momento in assurdi giochi di potere e farsi paladini decisi dell'ordine costituito (così spesso parente prossimo del disordine).
    Oppure è facile soffocare paternalisticamente l'ansia giovanile di un mondo più umano, nascondendoci dietro un atteggiamento di gente «pratica della vita».
    Incombe anche la tentazione, non meno pericolosa. di abbracciare acriticamente, ogni nuova stimolazione.
    L'On. Guido Bodrato, deputato e sindacalista di valore, ha tutte le qualità per darci una visione chiara, anche se necessariamente sintetica, delle forze in gioco, oggi.
    Le sue riflessioni tracciano un quadro aderente alla realtà sociale, e ci offrono così un valido strumento per non smarrirci di fronte alle polemiche, alle contraddizioni e al fluttuare degli avvenimenti che viviamo.
    Evidentemente, questo non è un discorso pastorale. Ma il piano tecnico è la piattaforma su cui costruire ogni pastorale, per non farla disincarnata e solo «dai tetti in su». Ci tratteggia solo il volto della realtà, su cui intervenire (cf gli articoli pastorali di Boschini). Tanto più che le tensioni sono più profonde delle situazioni particolari, che ci auguriamo superate, quando queste pagine saranno lette.

    Nell'autunno del '69 scadono 36 contratti collettivi di lavoro; in complesso sono interessati ai rinnovi contrattuali oltre 5 milioni di lavoratori ed in particolar modo i lavoratori appartenenti ad uno dei settori economici più importanti, sia per la dimensione della occupazione metalmeccanica (poco meno di 2 milioni di unità lavorative), sia perché questo settore è caratterizzato da alcuni dei principali complessi produttivi del paese: la Fiat e l'Olivetti nell'ambito privato, le imprese dell'IRI in quello pubblico. È pertanto naturale che, in questa «prova di forza» rappresentate dal conflitto sindacale, si trovino di fronte le organizzazioni dei lavoratori le organizzazioni degli imprenditori: da un lato, quindi, la CGIL, la CISL e l'UIL; e dall'altro la Confindustria (industrie private) e la Intersind (imprese pubbliche). La lotta per il rinnovo del contratto mette a confronto peraltro non solo le richieste sindacali del fronte operaio e del fronte padronale, ma riguarda anche la politica economica nel suo complesso, e così pure alcuni problemi rilevanti della politica sociale. In genere l'opinione pubblica è sollecitata ad esprimere il proprio giudizio più che non sul contenuto del contrasto, sulle modalità della sua espressione, ed è così essenzialmente interessata agli scioperi (dal «picchettaggio») o, in minor misura (dato il controllo che sui giornali hanno grandi gruppi economici), alle «pratiche anti-sindacali», cioè a quel operazioni «interne» promosse dagli industriali (promozioni, spostamenti, licenziamenti, ecc.) volte ad indebolire l'organizzazione dei sindacati. In questo articolo non si esamina il contenuto dei contratti attualmente in discussione, né i problemi generali relativi alle vertenze di lavoro e della organizzazione sindacale (art. 39 e 40 della Costituzione); cercherà soltanto di ordinare qualche osservazione su alcuni fenomeni tipici dell'autunno di quest'anno, che differenziano sensibilmente la presente situazione sindacale da quelle verificabili alla scadenza di precedenti contratti.
    I fenomeni specifici ci paiono i seguenti:
    a) più alto grado di unità sindacale;
    b) vivo interesse alle tensioni sociali, oltre che al conflitto sindacale;
    c) polemica tra organizzazioni sindacali e gruppi esterni (spontanei, rivoluzionari, ecc.).

    Il sindacato ad una svolta

    Proprio in ragione dell'importanza di questi fenomeni, si può dire che il sindacato è ad una svolta, e che questa sua evoluzione è destinata ad avere profonde ripercussioni sull'assetto sociale e politico italiano; d'altra parte si deve osservare che una linea di tendenza simile a quella che si afferma in Italia è presente nella situazione di altri paesi a struttura industriale avanzata dell'Europa Occidentale: Francia, Inghilterra, e, in certa misura, anche nella Germania Occidentale.

    La situazione occupazionale

    Prima di esaminare i tratti caratteristici dei fenomeni sopra indicati, è ancora opportuno sottolineare che il conflitto sindacale si inquadra in una realtà occupazionale fortemente contraddittoria.
    Mentre il livello della occupazione si mantiene al disotto delle posizioni del piano economico nazionale per l'insieme del sistema produttivo (ed in particolar nel settore industriale), si verifica una accentuata espansione in alcune aree metropolitane del Nord (Torino, Milano) ed anche in ristrette fasce di sviluppo del centro-nord, e ciò determina una vivace ripresa, dopo la parentesi congiunturale del 1964-67, dei movimenti migratori dalle regioni del Mezzogiorno. D'altra parte il processo di «ristrutturazione» del sistema industriale propone - nello stesso tempo - situazioni di forte concentrazione (con le conseguenti tensioni anche nella organizzazione del lavoro) e di smobilitazione industriale, e quindi di riduzione della manodopera occupata.
    Queste situazioni contrastanti accendono motivi di lotta che possono anche apparire contraddittori, ma che in realtà si riconducono poi - come motivo essenziale - ad una polemica «globale» contro la «logica del sistema capitalistico», che opera scelte di sviluppo produttivo senza una adeguata valutazione del fattore umano; e contro il sistema politico, che si dimostra incapace di guidare lo sviluppo e di attuare una efficace programmazione economica.

    Verso l'unità sindacale

    La spinta all'unità sindacale è presente nel movimento operaio fin dal momento della scissione del 1947; la scissione - determinata dall'egemonia partitica della corrente comunista e dalla sua strumentalizzazione delle lotte sindacali a fini politici - indebolisce la forza contrattuale dei lavoratori e subordina ulteriormente la loro azione sindacale alla strategia delle diverse parti politiche.
    La strada per tornare all'unità sindacale si presenta assai lunga, poiché deve superare obiettive difficoltà, oltre che rimarginare le ferite, assai profonde, apertesi tra le diverse confederazioni a seguito della rottura dell'unità. L'idea di una organizzazione unitaria, libera da ipoteche di partito, camminerà quindi soprattutto con le gambe delle nuove generazioni di lavoratori, che non sono condizionate dalle polemiche; una importante funzione è svolta dalle ACLI, che propongono con insistenza una piattaforma unitaria, e per garantirla da interferenze o da incomprensioni, lanciano la proposta della «incompatibilità» tra responsabilità sindacali e responsabilità nei partiti e - quindi - della «fine del collateralismo» dei movimenti sindacali e sociali dei lavoratori nei confronti dei partiti, come espressione concreta della loro autonomia.
    Questa linea, per una «unità sindacale democratica», è in pratica la linea che si afferma nei Congressi Nazionali della CISL e della CGIL, che si svolgono nella prima metà del 1969, ed è nella pratica quotidiana la linea sulla quale si articola nelle fabbriche la presenza dei sindacati lungo l'arco della attuale stagione sindacale.
    Ciò non significa affatto che le posizioni siano - all'interno di ciascun sindacato e tra i diversi sindacati - perfettamente omogenee; vi sono infatti vivaci polemiche tra «innovatori» e «conservatori» sia nella CISL che nella CGIL, ma queste discussioni si svolgono all'interno di una tendenza di fondo che è quella indicata.
    Il punto di forza di questa spinta unitaria - che vuole un incontro che parta dalla base operaia e non erede alla validità di accordi tra i vertici sindacali - sono i sindacati metalmeccanici: in questo settore a fianco della FIM (CISL) e della FIOM (CGIL) troviamo anche la UILM e - addirittura - organizzazioni «aziendali» quali il SIDA, che fino a due anni orsono rappresentavano (alla Fiat) il momento di più acuta divisione tra i sindacati, ed erano accusati di esprimere gli interessi padronali (sindacato «giallo»).
    È però necessario dire - sin da ora - che le argomentazioni fatte in queste pagine non vogliono far credere che il grado di partecipazione dei lavoratori al movimento sindacale sia alto: si deve anzi costatare che la cosiddetta «sindacalizzazione» è molto bassa sia per ragioni di individualismo tradizionale, sia perché la attuale fase è ancora una fase di industrializzazione (un'alta quota di operai è ancor di tradizioni «rurali»), sia in conseguenza di una certa sfiducia (non si può esaminare qui quanto motivata e quanto qualunquistica) nell'organizzazione sindacale.

    Dalle rivendicazioni sindacali alle questioni sociali

    Si è già accennato ad una polemica di ordine generale contro il sistema, che unifica le diverse rivendicazioni sindacali, dando ad esse un significato «politico»; questa è la seconda caratteristica dell'autunno sindacale. Non a caso gli scioperi per il contratto di lavoro si sono alternati - ed in qualche caso sono confluiti - in scioperi generali sul problema della casa, assunto come indicatore di una situazione di conflitto sociale di ordine generale che unisce i lavoratori anche al di fuori della fabbrica. Vi è - in questa generalizzazione del conflitto sindacale in contrasto sociale - una estensione dei temi propri della rivendicazione contrattuale (difesa del valore degli aumenti salariali dal logoramento del costo della vita), ma anche un motivo diverso e particolare, che allarga la discussione ai modi ed ai valori che guidano lo sviluppo delle società industriali avanzate, di volta in volta definite «società opulente», «società consumistiche» o «società del benessere».
    Il confronto si stabilisce allora con il momento politico, e si ha una effettiva «politicizzazione» dell'azione sindacale; anche se questo fatto, realizzandosi attorno a problemi concreti che interessano la generalità dei lavoratori, tende ad escludere il collegamento con una determinata «parte» politica ma si propone come termine di confronto e di dialogo con tutto il sistema dei partiti e le istituzioni pubbliche responsabili della gestione della società.
    Due esempi concreti di questa strategia, nella quale il sindacato tende ad essere la guida di una azione di massa, riguardano la riforma delle pensioni e il blocco dei fitti, che come è noto si sono conclusi in Parlamento con l'approvazione di importanti documenti legislativi.
    Anche in rapporto a questa caratteristica dell'attuale fase sindacale, è interessante notare la posizione di avanguardia assunta dalle nuove generazioni; si può forse dire che attraverso questo movimento si determina un incontro tra i giovani e la politica, ed una intensa mobilitazione attorno a temi che sono - in qualche misura - politici.
    Bisogna però osservare che l'attuale crisi delle strutture politico-partitiche emerge in modo ancora più chiaro da questo confronto; mentre una mobilitazione - anche se intensamente partecipata - su temi settoriali, od una accentuazione di questi temi, fino a giudicare attraverso la loro dimensione (particolare) ogni questione politica di ordine generale, fa correre rischi di qualunquismo e di massimalismo sin troppo evidenti perché sia possibile allargare su questo punto un discorso che è nel suo insieme necessariamente breve.

    Sindacati e gruppi spontanei e rivoluzionari

    Il terzo ordine di problemi è forse quello che - per alcuni aspetti di maggiore attualità - ha più intensamente interessato l'opinione pubblica e, in particolare, i giovani. Esso rappresenta, assieme, un punto di forza ed un momento di crisi del movimento operaio: un punto di forza perché registra una diffusa iniziativa «di base» nelle questioni contrattuali e perché offre l'occasione di un importante reclutamento per il sindacato (dopo un lungo periodo di logoramento e di invecchiamento dei quadri sindacali; un momento di crisi perché si registrano tentativi di «scavalcamento» delle organizzazioni tradizionali (specie attraverso nuove forme di lotta: es. «scioperi a gatto selvaggio») che pongono gravi problemi sia nella gestione dell'azione contrattuale, sia a livello teorico, poiché è rimesso in discussione il ruolo del sindacato oltre che il modo di lotta.
    La prima osservazione riguarda la eterogeneità e la frantumazione tra i gruppi spontanei che cercano di esprimere questa nuova forma di lotta; si potrebbe dire che l'ampiezza (in verità non trascurabile) del fenomeno, è in diretta relazione con la numerosità delle «sette» che lo compongono. Sempre in ordine a questa prima osservazione si può anche osservare che la vita dei gruppi è tanto più breve-quanto più è intensa; ma nell'insieme il movimento di questa «contestazione» si esprime in ondate che hanno fortemente caratterizzato le vicende sociali, sindacali e politiche degli ultimi due anni. Voglio dire che la sconfitta che pare debba caratterizzare inevitabilmente l'esperienza di questi diversi gruppi (fatti quasi esclusivamente di giovani) non comporta la sconfitta complessiva di questo «movimento», che appare - in qualche modo - una esperienza irreversibile e capace di segnare profondamente la realtà.
    Poiché non è possibile riassumere le vicende di questo «movimento», né le diverse posizioni teoriche che si agitano nel suo interno (in polemiche che portano spesso a posizioni tra loro inconciliabili) mi limiterò ad indicare alcune questioni che si riferiscono in modo più diretto al conflitto sindacale ed ai rapporti con le organizzazioni tradizionali dei lavoratori.
    È comune a questi gruppi (che i sindacati definiscono «esterni», in quanto operano soprattutto fuori dalla fabbrica; e che si autodefiniscono «rivoluzionari» poiché propongono una lotta generale al sistema neocapitalista e democratico-borghese) la polemica contro la tendenza burocratica dei sindacati e contro il loro «riformismo», e la proposta di un ritorno radicale alla lotta di classe.
    Alcuni di questi gruppi ritengono però che l'azione per un rinnovamento del sindacato si possa condurre operando all'interno dell'organizzazione; mentre altri gruppi contestano la stessa funzione del sindacato, considerandolo un elemento del sistema capitalistico (al servizio del padrone) e quindi - in quanto tale - da abbattere.
    Contro la tendenza burocratica che prevarrebbe nel sindacato (come in ogni istituzione: si noti la radice «anarchica» del discorso) si propongono i «comitati unitari di base» (CUB), l'alleanza tra studenti ed operai, i «delegati di linea», ecc.
    Contro la linea «riformista», che farebbe del contratto una «gabbia» per contenere la spinta rivoluzionaria della classe operaia, si propone la «lotta continua», cioè si rifiuta la tregua con il padronato che sarebbe implicita negli accordi contrattuali.
    Gli episodi più importanti della polemica tra questi gruppi e le organizzazioni sindacali, si sono avuti alla Fiat ed alla Pirelli; ed in entrambe le situazioni i sindacati hanno dimostrato di poter riassumere il controllo delle agitazioni operaie, anche se assorbendo alcuni aspetti della «linea» proposta dai gruppi rivoluzionari, specie in rapporto all'inasprimento del conflitto sindacale conseguente alla «serrata» decisa dalle aziende.
    È interessante notare che nella misura in cui il conflitto si è fatto più duro, tra sindacati e gruppi esterni si è svolta una polemica tendente ad individuare - reciprocamente - nel contraddittore lo strumento della repressione padronale: i sindacati hanno individuato nell'astratto massimalismo e nella quotidiana pratica della provocazione dei gruppi «rivoluzionari» una funzione «oggettivamente» favorevole al padrone, perché porterebbe alla «divisione» dei lavoratori, senza comprendere i termini concreti della lotta sindacale; i «rivoluzionari» hanno ritenuto invece che gli industriali abbiano interesse ad avere una controparte sindacale che ferma e regola la classe operaia.
    Pare peraltro - anche in questo caso - fondata una riflessione che è stata fatta in riferimento a situazioni politiche generali: è costato troppe sconfitte al movimento operaio il miscuglio di illusioni rivoluzionarie e l'opportunismo pratico che caratterizza i movimenti estremistici; è tempo di prendere coscienza di ciò che si può fare e cercare di portarlo a termine realmente.
    Anche se «ciò che si può fare» non è un dato immutabile del sistema, ma un obiettivo che dipende anche dalla cosciente volontà degli uomini.

    L'autodisciplina degli operai

    Concludiamo con un'ultima osservazione sullo stato della questione: attualmente il conflitto sindacale è in pieno svolgimento, anche se alcune categorie di lavoratori hanno già firmato i nuovi contratti nazionali.
    Ma è importante notare che, almeno sino ad ora, e per quanto riguarda l'azione di diretta responsabilità delle organizzazioni sindacali, l'«autunno caldo» si è mantenuto nei binari di un confronto democratico - anche se aspro. A Torino cinquantamila metalmeccanici hanno manifestato senza incidenti; a Milano oltre centomila operai hanno invaso il centro della città senza alcun scontro con le forze dell'ordine; l'«autodisciplina» proposta dal Ministro del Lavoro ha dato buona prova, ed in rapporto a questa esperienza - nell'insieme positiva per la evoluzione democratica del paese - non è stata certo indifferente la posizione assunta dal governo che:
    - riconoscendo l'iniziativa sindacale di base nella fabbrica,
    - considerando legittimo lo sciopero e negativo la serrata,
    - positivo lo sviluppo della contrattazione articolata
    ha in effetti detto ai lavoratori che non c'è un «blocco di potere», che comprenda Governo e Confindustria, alleati contro la classe operaia, ma che i responsabili della vita politica intendono muoversi - anche in questo caso - secondo le linee della Costituzione Repubblicana.
    Ne è una riprova la discussione - in corso al Senato - sul disegno di legge riguardante «norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro»: è il documento noto come «Statuto dei lavoratori».
    Diverso è il discorso riferito a disordini provocati da gruppi estremisti; ma nei confronti di questi fatti e delle polemiche che hanno determinato, vale quanto già detto con riferimento alla polemica apertasi tra sindacati e gruppi esterni.



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