Giuseppe Clementel
(NPG 1969-12-13)
Scrivo queste considerazioni in un momento drammatico della pastorale delle vocazioni, segnato da contestazioni e da fatti di grande rilevanza, che interessano appunto le vocazioni, il seminario, il sacerdote.
I fatti: la costituzione in Italia del Centro Nazionale Vocazioni; il Simposio di Cardinali e Vescovi d'Europa a Coira e la convocazione della Commissione Teologica a Roma, che ha messo nell'agenda dei lavori, con altri tre, l'argomento del sacerdozio.
Centro Nazionale Vocazioni: anno zero. La Commissione CIVER (Vescovi-Religiosi) ha approvato lo Statuto. Mons. Paolo Carta, Arcivescovo di Sassari, è stato eletto dalla CEI a Presidente del Centro. Si tengono incontri tra responsabili regionali e diocesani, per la nomina dei rappresentanti OVE, Religiosi e Religiose al Consiglio Direttivo, alla Segreteria Esecutiva.
È un Centro Nazionale Vocazioni che, lo si può affermare, non risulta certo da un'operazione di vertice, soltanto; perché è assai più il risultato di una pressione della base, cioè dei Direttori Diocesani dell'Opera Vocazioni, Promotori ed Orientatori, cioè Religiosi e Religiose presenti ed operanti da anni in alcune diocesi, nell'ambito regionale, o a livello vocazionale, secondo lo spirito e gli ordinamenti di una pastorale organica ed unitaria, i cui princìpi ed indicazioni sono stati accettati ed attuati con soddisfazione di tutti e con qualche risultato pastorale.
QUALI «VOCAZlONI»?
Non è una domanda oziosa, o un espediente per introdurre alcune riflessioni. Si potrebbe affermare che, come è in crisi il concetto e la testimonianza della fondamentale vocazione cristiana, così è in discussione il significato, il valore ed il rapporto alla comunità cristiana di alcune vocazioni particolari nella Chiesa, come il sacerdozio e la vita religiosa e la vita consacrata, in genere.
Deve essere il prete di ieri, o di domani? I Religiosi e le Religiose devono subire l'accusa di estraneità, disimpegno e mancanza di senso di sfida oppure accettare le conseguenze di una desacralizzazione, carica di pericoli...?
Per di più: tanto meno la Chiesa è intesa come un'istituzione, un giuridismo, o una gerarchia, tanto più essa è considerata comunità, Popolo di Dio, con doni e carismi molteplici, con servizi vari; e tanto più diminuisce il prestigio del servizio sacerdotale e aumenta il valore del servizio dei laici, dei carismi di persone consacrate alla vita ecclesiale; e della stessa comunità cristiana, che è la mediatrice tra l'uomo e il Cristo; ed è il sacramento, che conduce gli uomini alla loro comunione con Dio.
VOCAZIONE GLOBALE DEL POPOLO DI DIO
In questa Chiesa «sacramento» tutte le vocazioni sono sacre, anche perché sono espressione e realizzazione della comune vocazione battesimale, cristiana; vocazione di consacrazione alla santità ed all'apostolato. Perciò la catechesi delle vocazioni nella Chiesa deve essere globale. Non si può presentare una vocazione o l'altra se non nel contesto della vocazione cristiana; perché non si possono presentare delle differenziazioni, se non sulla base di ciò che è comune. E per catechesi vocazionale qui intendo, come tutti intendono, qualunque tipo di intervento: catechesi biblica e liturgica, predicazioni, insegnamento, conferenze o colloqui personali; o letture, o mezzi di comunicazione, che contengano un messaggio o una proposta vocazionale nella Chiesa.
Al contrario, un centro pastorale non può essere globale, perché non può essere generico. E tanto meno può proporsi l'astrattezza e l'universalità, se vuole adottare la chiarezza e la concretezza pastorale; e diventare veramente efficiente. Non può quindi, impegnarsi su tutte le vocazioni nella Chiesa, perché equivarrebbe a impegnarsi su tutta la Chiesa, e la sua stessa vocazione nel mondo.
IL CENTRO NAZIONALE VOCAZIONI
Ora, quest'opera di sensibilizzazione sulla comunità cristiana, perché questa viva con fedeltà e generosità la sua vocazione, che è quella di essere anima del mondo, è più propriamente compito dei centri di pastorale di base, come le comunità cristiane locali; o dei centri di pastorale settoriali - come, ad esempio, la gioventù - , ma sempre generici, perché impegnati a far vivere la fondamentale vocazione cristiana, che non escluda, anzi includa la prospettiva di una maturazione nel senso della vocazione «sacra».
Il centro di pastorale delle vocazioni, invece, ha un compito importante, ma particolare, che è quello di approfondire e diffondere la conoscenza del significato dinamico della vocazione fino al risveglio della coscienza vocazionale, sia negli educatori che orientano, sia di quella gioventù, che si orienta nel senso della vita come vocazione, come un dono da ricevere e da mettere a disposizione degli altri, nei modi propri delle vocazioni particolari nella Chiesa.
È una pastorale importante e difficile, che tende a sviluppare degli approfondimenti teologici, e allo stesso tempo a cogliere le correlazioni psicologiche e sociologiche di una missione di iniziativa divina, che si incarna e vive nell'esistenza di una persona umana e in una situazione «storica» di tempo e di luogo...
Essa perciò impone una pedagogia attentissima, naturale e soprannaturale; e un'azione apostolica complessa, sugli educatori e sui giovani, organica e unitaria, con intese, coordinamenti e convergenze diverse, ma unificate. Quali debbano essere, poi, gli interventi pastorali ed educativi, con quali criteri, con quali metodi, in quali strutture procedere; e se queste debbano essere ambienti educativi speciali, che accolgano già dei ragazzi preadolescenti; o piuttosto una forma di assistenza sistematica a gruppi di adolescenti e di giovani, i quali, restando nel loro ambiente di vita, fanno «gruppo» a scopo di orientamento vocazionale; o se debbano ricondursi invece, ad una più consapevole ed impegnata corresponsabilità da parte dei naturali, fondamentali educatori-orientatori, che sono i genitori, gli insegnanti, gli animatori di comunità, gruppi, incontri giovanili... questi sono problemi specifici, attualissimi di pastorale delle vocazioni.
EDUCAZIONE ALLA VOCAZIONE
La vocazione, infatti, attraversa la struttura personale, si costruisce e si sviluppa con essa, fino alla capacità di decisione oblativa, consapevole ed autonoma, perciò libera. La Chiesa infine interviene, autentica questa decisione e accetta questa offerta di sé, appunto perché ogni vocazione sacra ha la sua destinazione nella comunità cristiana.
Perciò la realizzazione della vocazione non è solo problema di «struttura personale», da affidare quasi esclusivamente all'inchiesta sociologica o alla diagnosi psicologica o all'intervento educativo; e per di più con la preoccupazione di selezionare, che è contraria all'impegno di orientare ciascuno dei ragazzi, come famiglia e scuola (come del resto ogni altro ambiente educativo...) devono proporsi di fare.
Si tratta però di orientare in senso cristiano, fino alla maturazione di una vocazione personale, cioè di condurre ragazzi e ragazze ad un'adesione di pensiero, di sentimento e di vita al piano di Dio, al suo disegno storico e manifesto di salvezza; partecipando con un «servizio» particolare alla vita della comunità cristiana, con carismi della vita religiosa, o con il ministero liturgico, la formazione ed il governo della comunità locale, che sono funzioni proprie del sacerdozio.
Come preparare, infine, a questo «servizio»? Ecco il problema. L'introdurre la formula «vocazioni adulte» non risolve certo il problema; anche se aumentasse il numero degli adulti, che abbiano veramente una vocazione «adulta», cioè una vocazione cristiana, pronta a specificarsi nella vita religiosa o nel sacerdozio.
Perché vi saranno vocazioni di adulti nella misura in cui vi siano dei giovani, degli adolescenti, e ancor prima dei fanciulli, che vengano educati alla vocazione cristiana, e ad avere informazioni, contatti ed esperienza delle vocazioni specifiche «sacre» nella Chiesa.
Qui sta il punto, perché il problema non venga eluso, invece che affrontato.
«Le vocazioni sacre diventano più rare, perché la vita ed il ministero sono presentati in modo diverso, da quello che sono in verità e nella realtà. Perciò è necessario prodigarsi nel presentare, nella luce sua propria, l'autentica natura del sacerdozio, perché gli adolescenti, conoscendola con chiarezza, aspirino al ministero sacerdotale come ad una ulteriore, superiore pienezza di vita, avendo il sacerdote la grazia, alla quale nessun'altra è paragonabile, di rappresentare al vivo Cristo, e di assolvere nel mondo le sue stesse funzioni, affinché il nome, la parola, la grazia del Cristo sia portata agli uomini» (Lettera di Paolo VI al Congresso Direttori Nazionali Vocazioni dei Paesi d'Europa, Roma, 1967).
La prima traccia dello statuto del Centro Nazionale Vocazioni (pubblicata con altri documenti e comunicazioni nel volume Ruolo dei Laici nella pastorale delle vocazioni, IV Conv. Naz., ed. CISM, Roma, 1969) si ispira a queste indicazioni del Papa.
La pastorale delle vocazioni però non affronta soltanto il problema dell'educazione e dell'orientamento della gioventù fino al risveglio della coscienza vocazionale, ed all'avvio agli ambienti di formazione.
Va oltre. Comprende anche il secondo tempo, quello della formazione; il tempo in cui, attraverso l'educazione alla fondamentale vocazione cristiana, i ragazzi vengono guidati alla ricettività ed alla disponibilità, alla ricerca della vocazione personale particolare.
In questo tempo le loro disposizioni, le loro iniziali inclinazioni, devono essere verificate e confermate. I «segni» vanno ulteriormente scoperti e confrontati. E la prima intuizione deve concretarsi in un progetto d'esistenza, diventare un'opzione fondamentale di uno stato di vita di consacrazione a Dio, di identificazione al Cristo per la santità personale e l'edificazione sociale, del Corpo Mistico.
Dove? In «seminario»?
QUALE «SEMINARIO»?
Questa è senz'altro già una domanda polemica. I giudizi sul «seminario», quasi mai positivi, e spessissimo negativi, si accumulano con rapidità ed anche con leggerezza, espressi a volte in maniera giornalistica.
Lo scopo del «seminario», per tutti i ragazzi che vi accedono, e che accettano i suoi ordinamenti ed il suo stile di vita, è quello di condurli al dominio di sé, all'apertura agli altri, all'identificazione al Cristo, che è la vocazione propria di ogni cristiano, per la santificazione e l'inserimento apostolico nella vita della Chiesa. Questa esperienza educativa e religiosa porta alcuni dei ragazzi a riconoscere gradualmente in se stessi e nei segni provvidenziali l'intenzione e la volontà di Dio di associarli alla missione di salvezza con una chiamata speciale ad una risposta totale nel sacerdozio (o nella vita religiosa).
E questo senza nessun pregiudizio alla libertà; anzi nel senso della conquista della libertà, cui la gioventù va educata, guidandola a liberarsi dai condizionamenti interiori ed esteriori, che le impediscono di arrivare alla maturazione vocazionale; e quindi con interventi attivi, che condannino a parole ed a fatti un «attendismo» educativo e pastorale, che, più che un rispetto, è un attentato alla libertà.
Nessuno pensa che sia un attentato alla libertà di un uomo in formazione l'ordinamento familiare, l'obbligo scolastico, il servizio civile o militare (nuovo progetto di legge Fracanzani, e altri), che la patria gli impone, per addestrare e qualificare la sua partecipazione sociale...; come non lo è il mettere un adolescente in condizione di scoprire e realizzare una vocazione, anche molto impegnativa, nella Chiesa.
IL SEMINARIO NELLA EDUCAZIONE DEI CHIAMATI
Infatti il «seminario» per tutto il periodo dell'adolescenza è, né più né meno (ma se lo è, è già tutto), un seminario della vocazione cristiana; perché sono i «noviziati» ed i seminari «maggiori» le istituzioni proprie per maturare le vocazioni particolari, sacre.
Nessun pregiudizio, dunque alla libertà.
Anzi. «A forza di ripetere ad un ragazzo che è libero di non diventare sacerdote, gli si toglie la libertà di diventarlo» (Card. Renard, al I Congresso Internazionale per la pastorale delle vocazioni, Roma 1961).
Ora, questa esperienza seminaristica è in crisi, perché giudicata poco realizzatrice, per la continua diminuzione di ragazzi che entrano in seminario; e per la scarsissima percentuale di giovani che continuano nei noviziati, nel seminario maggiore. È ritenuta quasi inutile per una discutibile incidenza pedagogica vocazionale, che spiegherebbe le numerose defezioni, anche di giovani religiosi e sacerdoti. Ed è perfino considerata dannosa a molti altri, che abbandonano l'istituzione senza neppure aver realizzato una buona formazione umana...
C'è forse una scarsa attenzione all'ambiente sociale, da cui gli allievi provengono? a situazioni psicologiche difficili, in cui vengono a trovarsi?
una certa artificiosità pedagogica?...
Allora non basta, certo, come fa qualcuno, rinviare a giudizio i «seminari», processarli e condannarli alla morte civile, con la critica o con il disprezzo.
Occorre sapere con grande chiarezza e concretezza cosa in un «seminario» c'è da ritenere e cosa da cambiare; con che cosa sostituire tenendo conto, però, che tutto il problema va affrontato e risolto con la formula della gradualità.
Essa è imposta non solo dalle caratteristiche di ciascun momento dell'età evolutiva, ma dalle esigenze di sviluppo stesse della personalità e di quell'elemento umano della vocazione divina, che è l'adesione personale al piano provvidenziale di Dio.
CRITERI EDUCATIVI
Quali criteri` educativi, quale metodo, quali strutture?
Occorre prima di tutto riconoscere il principio che l'ascetica cristiana è valorizzante per la persona umana; e che essa non impedisce lo sviluppo armonico ed integro della personalità; e questo per tutto il tempo della sua costruzione e della sua identificazione nella vocazione personale. Resta, poi, aperta la ricerca del sistema educativo. Perché il «seminario» non è tanto un edificio, quanto una comunità educativa di adulti educatori e di giovani da educare, che adotta un sistema, sceglie dei procedimenti, per realizzare uno scopo.
Qui, appunto, si discute: su questo sistema educativo, perché sia valido per ciascuno e per tutti; e sul modo di operare un intervento educativo veramente personalizzante, con il metodo attivo del rapporto umano, del dialogo, della partecipazione e della corresponsabilità; con l'educazione all'oblatività, alla vita di grazia ed all'azione missionaria, apostolica. E poi: trovare un'applicazione del sistema, che permetta di guidare i preadolescenti all'incontro disordinato ed ansioso, ma necessario, con gli «interessi»; di condurre gli adolescenti all'interiorizzazione, i giovani alla responsabilità; e che, quindi, dia un'interpretazione esatta ed una forma concreta alle affermazioni, veramente nuove, del documento conciliare: curare il frequente contatto con la famiglia, la conveniente esperienza delle cose umane, la pratica dell'apostolato.[1]
LE NUOVE ESPERIENZE?
È necessario bloccare interpretazioni ed esperienze che siano personalistiche, arbitrarie, e spesso più emotive che razionali, da parte di persone impreparate, le quali si improvvisano riformatori o innovatori, senza conoscere gli elementi della pedagogia fondamentale e delle sue applicazioni alla maturazione vocazionale; senza sapere cosa ci sia veramente da riformare; cosa di nuovo vi sia da introdurre, non perché l'ambiente diventi come quello degli altri istituti, o collegi, pensionati, o centri giovanili, o oratori...; ma perché sia quello che deve essere: per ragazzi, che si trovano in condizione diversa rispetto alla grande maggioranza degli altri, sia per una maggiore, più sicura idoneità personale, sia per particolari esigenze di orientamento; o per la loro maggior recettività e disponibilità; o perché si ritengono già - o lo sono - «in stato di vocazione». Allo stesso tempo è necessario vincere una tentazione di inerzia, per non restare insensibili ed inattivi davanti alle indicazioni nuove, circa i «seminari» e le istituzioni e gli ambienti simili (O.T., n. 3), ma ristrutturati con soluzioni diverse da quelle tradizionali, e per la frequenza scolastica, e per altro.
Perché è necessario anche saper studiare e voler esperimentare soluzioni nuove per i problemi nuovi, di oggi; e per gli aspetti nuovi dei problemi di ieri, di domani e di sempre.
Perciò ritengo che una grande attenzione dovrebbero suscitare oggi quelle forme di assistenza sistematica a ragazzi, adolescenti e giovani, che, interessati all'orientamento o alla ricerca attiva della loro personale vocazione, anche «sacra», non sono e non entreranno per un certo tempo, almeno fino ai 15-17 anni di età, in una istituzione seminaristica; perché disposti al compromesso personale di dichiararsi «in stato di vocazione» a qualche persona di fiducia, lo sono assai meno a compromettersi socialmente, a legarsi ad una istituzione, prima di fare delle scelte concrete ed esprimersi su decisioni definitive.
Sono raccolti in «gruppi» chiamati: clubs vocazionali nei Paesi Anglosassoni; gruppi-diaspora (cioè fuori seminario) in Francia; gruppi KIM (circoli di giovani missionari) in Germania; gruppi apostolici, altrove; e presenti, in forme diverse, anche in Italia.
Sono organizzati in istituzioni cattoliche, con iniziative a raggio regionale, e nell'ambito delle attività diocesane e parrocchiali, con formule diverse.
Hanno come base dei raduni periodici, per le diverse categorie giovanili, per un ciclo di «conferenze» sull'orientamento vocazionale specifico - la vocazione cristiana e le vocazioni nella Chiesa - ; o per una serie di incontri «revisione di vita» con esplicito riferimento anche alle vocazioni particolari nella Chiesa.
Questi raduni formativi sono alternati nel trimestre, o nell'anno, ad altri incontri ricreativi, culturali, religiosi con attività caritative, missionarie, liturgiche; giorni di vacanza insieme, e campi estivi, per fare il più possibile «comunità», che è elemento tanto necessario, come oggi si osserva, allo sviluppo vocazionale.
Così si va incontro ad un maggior numero di ragazzi, si fa più fronte alle responsabilità pastorali per l'orientamento vocazionale, ci si adegua alle nuove situazioni; e ci si muove anche verso eventuali radicali trasformazioni, con un grande senso di prudenza e di pazienza; e con immutabile spirito di fede.
«Si tratta di tener a contatto la luce tradizionale e permanente che ha ricevuto dal Concilio un aumento di intensità, con la realtà confusa e sconcertante del mondo d'oggi... Non vi è nessuna speranza di soluzione al problema delle vocazioni, se non lo si è risolto affrontando l'uno e l'altro dei due aspetti del problema... Tutto ciò che potrà essere fatto per mettere in migliore rilievo la natura del servizio sacerdotale nella Chiesa e tutto ciò che potrà essere fatto per analizzare con più lucidità e franchezza la realtà del nostro tempo, sarà a beneficio delle vocazioni». Così il Card. Garrone alla conclusione del Congresso Direttori Nazionali Vocazioni dei Paesi d'Europa a Roma, nel dicembre del 1967, sulla situazione della pastorale delle vocazioni.
QUALE «SACERDOTE»?
La pastorale delle vocazioni non si ferma ai problemi così vivi, così drammaticamente sentiti, sia dagli educatori sia dai giovani, sui modi di realizzare la maturazione vocazionale.
Va ancora oltre. Si estende al terzo tempo, quello della piena attuazione della vocazione, la quale, comunque, è sempre una risposta alla chiamata di Dio da verificare e confermare ogni giorno, per tutta la vita, con vivo intento di autenticità, fedeltà e generosità.
Oggi la Chiesa s'interroga: come devono operare i laici? In quale modo i religiosi, le religiose possono vivere la loro fedeltà alla Chiesa, oggi? L la Chiesa, quale sacerdote configura per la comunità cristiana, per l'avvenire?
Oggi e domani; però, anche se siamo suggestionati dalla trasformazione, veramente inarrestabile ed irreversibile, che è in atto nella società, non è necessario oggi prevedere e preoccuparsi di come sarà il sacerdote del 2000.
«Non possiamo tracciare lo schizzo di ciò che sarà o deve essere il prete di domani. Determinare a priori questa immagine, sarebbe arrestare la vita, paralizzare in anticipo l'azione dello Spirito Santo. Credo all'inedito di Dio, alle prese della sua azione nascosta e della sua ispirazione creatrice. Credo all'opera dello Spirito Santo, all'opera, ieri, oggi e domani». Così il Card. Suenens al simposio di Coira, nel luglio scorso.
UN NUOVO PRETE?
Allora, avremo una Chiesa senza preti, o con pochi preti, per cui la rarità sarà il loro prestigio? - non sposati, o sposati; sradicati o inseriti nel contesto sociale, che siano - (scritti di Illich, Oraison, e di Jacques Duquesne) o una Chiesa con un limitato numero di preti, ed un gran numero di diaconi? (articolo di Carlo Carretto su «Il Regno» del 1 giugno) o la comunità cristiana che designerà, secondo la necessità, la persona da ordinare sacerdote, o quelle da ordinare alle funzioni diaconali, o consacrate ai vari servizi missionari educativi, assistenziali, caritativi... nella Chiesa locale? (senso di un intervento di Mons. Loris Capovilla al Convegno Regionale Vocazioni, a Pescara, il 15 marzo)...
«Nessuno ha in mano la figura del "nuovo prete". Perciò, se non sono più soddisfacenti le risposte tradizionali, neppure convince la troppa sicurezza con cui i sacerdoti europei, per esempio, parlano del "dovere essere" del prete domani».
Con queste parole «Il Regno» att. (1 settembre), introduce un primo, ampio servizio sul Simposio di Coira, per continuarlo nel numero successivo (15 settembre) con il testo integro degli interventi.
Altri interessanti interventi sul senso del sacerdozio e della vita religiosa nella Chiesa sono in alcune relazioni del XXVII Corso di Studi Cristiani di Assisi «Quale Chiesa» (agosto 1969), anticipati in un inserto speciale di «Rocca», mentre sono in via di pubblicazione gli Atti. Un convincente intervento è senza dubbio l'articolo «Sacerdozio in crisi», su «La Civiltà Cattolica» del 5 luglio 1969.
Il discorso resta aperto.
Dopo il convegno di Lucerna, il simposio di Coira e la prima riunione della Commissione Teologica a Roma, che ha messo in agenda tra i massimi problemi di studio l'argomento «Il sacerdozio», c'è da restare in fiduciosa attesa che la Chiesa, dopo il già ampio contributo conciliare, precisi e definisca la natura del «Sacerdozio» in rapporto al «Laicato» ed alla «Vita Religiosa» e del suo esercizio nella Chiesa; e che dia una risposta agli interrogativi posti dalla ricerca e anche dal dialogo e dalla contestazione... sulla connessione o la dissociazione tra celibato e sacerdozio; la possibilità o meno dell'esercizio delle funzioni sacerdotali nel contesto di un ruolo professionale, o sociale, o politico: e l'opportunità di una sua scadenza, a un certo momento della vita, dell'esercizio delle funzioni sacerdotali ministeriali.
IL PENSIERO DEL PAPA
Ho qui sotto gli occhi un'ampia documentazione dei meno e più recenti contributi alla ricerca ed alla discussione (e anche alla contestazione), che sono in atto nella Chiesa.
Ma preferisco ritornare su alcuni interventi, veramente competenti, oltre che assolutamente autorevoli, di Paolo VI.
- Essi affermano la necessità assoluta di moltiplicare i sacerdoti, i religiosi e le religiose nella Chiesa.
«E fortuna che dobbiamo al Concilio, quella dell'onore reso al sacerdozio regale dei fedeli; ma sarebbe sfortuna per la santa Chiesa se questa provvida e doverosa esaltazione del sacerdozio comune a tutto il Popolo di Dio ci facesse porre in ombra il sacerdozio ministeriale, o gerarchico, La cui quello comune deve essere valorizzato, tanto più che esso ha bisogno del ministero del sacerdozio gerarchico, e tanto più la funzione a questo affidata mostra la sua imprescindibile necessità...
Quanto diciamo si applica tanto alle vocazioni al sacerdozio ministeriale, quanto alle vocazioni religiose, di cui la Chiesa ha pure immenso bisogno...» (il 17 aprile 1968 nel Messaggio alla Chiesa, per la Giornata Mondiale Vocazioni).
- Indicano i pericoli della cosiddetta desacralizzazione, per assicurare integrazione sociale.
(Questo desiderio d'inserire il sacerdote nel complesso sociale, in cui si ;volgono la sua vita e il suo ministero, è buono, ma da proposito generoso li uscire dal guscio d'una condizione cristallizzata e privilegiata, può radursi in una suggestione erronea gravissima, la quale può paralizzare La vocazione sacerdotale in ciò che ha di più intimo, di più carismatico, di più fecondo; e può demolire di colpo l'edificio della funzionalità pastorale...» (il 17 febbraio 1969, nel discorso ai Parroci e Quaresimalisti di Roma).
- Denunciano, infine, i sintomi di «gravi malanni».
«Non pochi sintomi sembrano preludere a gravi malanni»; e questi sintomi il Papa li ha individuati soprattutto «in una certa flessione nel senso della ortodossia dottrinale in alcune scuole e presso alcuni studiosi» e nella «facilità con cui si contravviene a quella virtù ecclesiale che è il principio costitutivo del disegno stabilito da Cristo».
«Forse si è andati oltre il limite consentito nello sforzo pur lodevole di inserire il sacerdote nella compagine sociale, secolarizzando del tutto il suo abito, il suo modo di pensare e di vivere, risospingendolo nel sentiero non suo delle competizioni temporali, svigorendo così la sua vocazione e la sua funzione di ministro del Vangelo e della grazia; troppo si è messo in libera discussione il celibato; e troppo si va indebolendo il vigore dell'ascetica cristiana ed il carattere irreversibile degli impegni sacri, assunti davanti a Dio ed alla Chiesa; e forse troppo si è fatto ricorso a forme eccessive di pubblicità, di inchieste, di esperimenti irregolari, di pressioni di opinione pubblica, perché la via giusta del rinnovamento fosse trovata con senso di responsabilità e con lume di sapienza cattolica» (il 17 settembre 1969, nell'udienza generale).
NOTE
[1] Per queste riflessioni, ho tenuto presenti anche le recenti opere sull'argomento: Educhiamo i chiamati (Igino Silvestrelli, ed. Mondadori, 1967); Seminario e famiglia (1968) e Il Seminario e le sue strutture (1969) (Serafino da Postioma, ed. Istituto Pedagogico Francescano, Roma); La fabbrica dei preti (Lorenzo del Zanna, ed. Fiorentina, 1969).








































