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    I giovani nella Chiesa, oggi



    José Ramos-Regidor

    (NPG 1969-08/09-04)

    «Quando il dito punta verso la luna, l'imbecille guarda il dito» dice un proverbio cinese che apparve scritto sui muri del Conservatorio di Parigi nel maggio 1968. Capita a volte che gli adulti accettino la gravità dei problemi posti dai giovani. Ma molte volte si tratta di una accettazione puramente teorica. In pratica sono molto più preoccupati dei giovani stessi: non tanto della loro indifferenza o assenteismo, ma soprattutto della loro irrequietezza, delle loro intemperanze, delle loro parzialità. Noi non intendiamo parlare dei giovani come «problema» esistente al di dentro della Chiesa: sarebbe considerarli un po' come cose, come oggetti. Cercheremo piuttosto di essere attenti ai problemi che i giovani pongono oggi alla Chiesa.
    Nella stragrande maggioranza, sono problemi che pongono alla Chiesa anche parecchi degli adulti, problemi derivanti dalla situazione del mondo contemporaneo, dall'enorme accelerazione che il movimento storico registra oggi sotto tutti gli aspetti. Ma i giovani, che sono attualmente la forza traente della società, sentono forse più acutamente il travaglio di ricerca di una società che è in gestazione e a cui vogliono portare un loro contributo. Non sempre sanno esprimere con precisione e correttezza le loro inquietudini, le loro intuizioni, le loro istanze. Ma, assieme agli altri che sentono più vivamente il fluire della storia, ci segnalano una direzione, ci fanno prender coscienza di reali difetti, fanno arrivare più vivamente alla Chiesa l'appello della storia.
    Il nostro compito è presentare alcune riflessioni teologiche che possano aiutare a leggere quest'appello che viene alla Chiesa dal momento storico attuale. Data la complessità dell'argomento, che investe un po' tutta la problematica del rapporto Chiesa-mondo contemporaneo, ci azzardiamo a proporre alcune prospettive generali che possano servire di stimolo o di aiuto nell'ulteriore sforzo di ricerca.

    PROBLEMI CHE I GIOVANI PONGONO OGGI ALLA CHIESA

    È un fatto che la contestazione è passata dalla società civile alla Chiesa. Non ci sentiamo competenti per farne una sia pur breve ma accurata fenomenologia. Sottolineeremo solamente alcuni dei tratti caratteristici, che servano a situare le ulteriori riflessioni teologiche.
    Malgrado le diversità che le distinguono, le nuove generazioni paiono avere in comune, specialmente nei più impegnati, un certo tipo di accostamento ai problemi della società, fortemente critico, di tipo contestativo, con prevalenza della denuncia delle disfunzioni sulla proposta costruttiva, che pure è presente (almeno in forma germinale), di un nuovo ordinamento.
    Anche la contestazione nella Chiesa ha questa caratteristica generale. Ma la Chiesa si trova in condizioni peculiari. I documenti del Concilio Vaticano II contengono delle idee-forza, delle premesse dottrinali, teologiche, capaci di ispirare ampie e talvolta radicali riforme non solo di mentalità ma anche di struttura. Invece mancano ancora, in grandissima parte almeno, dei programmi operativi in grado di assumere quelle idee-forza come princìpi animatori di nuove e concrete strutture. E questo forse per due motivi:
    - Per «la difficoltà, la lentezza, diciamo pure il ritardo nel tradurre in nuove leggi canoniche e in nuove strutture operative le linee dottrinali: un ritardo che ha pure una sua motivazione proprio nella vastità e profondità innovatrice di quelle linee rispetto ad abitudini mentali e giuridiche, nonché a strutture, difese e protette dall'inerzia di un lungo e accreditato passato».[1]
    - Per l'accelerazione storica che scuote oggi la società ecclesiale non meno di quella politica; oggi infatti dobbiamo riconoscere che «non si può attendere il passaggio di una generazione, le cose vanno molto più in fretta anche nella coscienza dei semplici cristiani e il pericolo di situazioni almeno psicologicamente scismatiche incombe».[2]

    Le strutture in appoggio al sistema

    In ogni caso i contestatori, specialmente i più giovani, denunciano nella Chiesa, come nella società politica, una vera incapacità a trasferire le mutazioni reali delle coscienze in mutamenti di struttura. Tale incapacità genera una frattura fra le esigenze (di gran parte almeno) di una base che è più sensibile ai cambiamenti del mondo e ai problemi che essi pongono alla missione della Chiesa, e le strutture portanti della società ecclesiale che sono mantenute in atto dai responsabili del vertice. Sorge così e si sviluppa una contestazione che non è diretta alle persone quanto al «sistema» all'insieme di strutture e di categorie, di modi di pensare e di agire nei quali si esprime e si realizza visibilmente la Chiesa.
    In questa situazione si avverte nettamente il rifiuto di una trasmissione puramente passiva della «sistemazione teologica» dei valori evangelici. I giovani non accettano più una cultura prefabbricata, della quale dovrebbero essere i consumatori. Intuiscono la profondità dei valori evangelici, ma vogliono essere attivi nella scoperta di una loro formulazione che espliciti il loro senso e la loro efficacia per il mondo di oggi. Rifiutano il linguaggio con cui viene presentato il Vangelo nella teologia e nella predicazione corrente. Lo giudicano anacronistico e perciò esso non ha incidenza sulla loro vita. Un linguaggio che sfugge i veri e concreti problemi che si pongono oggi al cristiano. Un linguaggio che non esprime la realtà, che non esprime più l'appello della Parola di Dio all'uomo di oggi. E quindi un linguaggio che non è più strumento di comunicazione e di comunione, e serve piuttosto a «mantenere» e difendere il «sistema». In fondo, però, non rifiutano totalmente il predicatore e il teologo. Forse ne sentono anche il bisogno. Ma vogliono un nuovo tipo di rapporto con loro, chiedono che si parta da un mutuo ascolto della Parola di Dio e da una reciproca interrogazione, vogliono essere compartecipi e corresponsabili nella ricerca e nella penetrazione della intelligibilità e dell'efficacia dei valori evangelici.

    Una chiesa legata ai centri di potere

    Questa ricerca di efficacia li porta a sottolineare l'impegno sociale derivante dalla fede nel Vangelo. Essi hanno una acuta coscienza della solidarietà esistente tra tutti gli uomini. Sanno che la fede in Cristo esige i1 rispetto e l'amore di tutti gli uomini e di ogni uomo: «Ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l'avete fatta a me» (Mt 25,40). Vogliono quindi che questa fede sia uno stimolo a vivere ogni giorno in condizione di conflitto e di lotta con tutto ciò che opprime e limita l'uomo, per costruire le condizioni che rendano possibile la promozione di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. Non accettano che il progresso tecnico-scientifico non vada accompagnato da una progressiva umanizzazione di tutta l'umanità. Perciò contestano a tutte le Chiese di oggi di essere gravemente compromesse col capitalismo, al quale offrirebbero una sorta di copertura morale, divenendo in tal modo una delle strutture portanti del sistema capitalista, facendosi anche complici dello sfruttamento che il capitalismo oggi compie a danno dei poveri, particolarmente di quelli che sono ancora in via di sviluppo. E per le stesse ragioni fondamentali contestano alla Chiesa di essere legata e compromessa col potere civile, anche quando questo si esercita in forme dittatoriali e non rispettose della libertà e della coscienza. Per i contestatori un cristianesimo non impegnato per la promozione dell'uomo, una Chiesa che ha paura di «sporcarsi le mani» (= di compromettersi, di perdere la sua posizione di «potenza», il suo «influsso», il suo «prestigio») difendendo gli oppressi, è una Chiesa non verace, una Chiesa che (in parte almeno) ha tradito la sua missione.

    La secolarizzazione

    Tutte le esigenze fin qui accennate sono anche alla sorgente della contestazione della prassi cultuale o liturgica della Chiesa attuale. Dopo l'utilizzazione del volgare nei riti cristiani, è apparsa più chiaramente la radice della crisi della liturgia: i gesti e le parole che costituiscono gli attuali riti, nati come espressione della fede in una civiltà in prevalenza agricola, sono difficilmente comprensibili per l'uomo tecnico, secolarizzato ed urbanizzato dei nostri giorni. Perciò è difficile cogliere e vivere l'intima unità che ci dovrebbe essere tra liturgia e vita. La liturgia appare oggi a molti così lontana dalla vita ordinaria che può anche favorire una concezione della religione come evasione e alienazione dalle responsabilità e dall'impegno nella vita di ogni giorno. E non di rado genera una partecipazione puramente passiva, formale e legalistica, oppure una concezione magica e meccanica del rito. Molti si domandano perciò se si deve partecipare ad una celebrazione di cui non riescono a cogliere il significato.
    Come abbiamo già accennato, la contestazione si centra sul problema delle strutture e del modo di esercitare l'autorità nella Chiesa. Ecco come è presentata questa contestazione in un recente editoriale de La Civiltà Cattolica: «Il carattere "autoritario" della Chiesa apparirebbe evidente dal fatto che nella Chiesa di oggi il "popolo di Dio" conterebbe poco o nulla: non parteciperebbe, infatti, all'elaborazione delle decisioni che lo riguardano; d'altra parte, non si terrebbe conto di quello che esso pensa né si farebbe attenzione ai suoi carismi. Insomma, la Chiesa sarebbe ancora troppo "clericale", perché tutto il potere è nelle mani della gerarchia, essa stessa eletta dall'alto, senza che il "popolo di Dio" possa intervenire nella scelta dei suoi Pastori».[3] E l'editoriale continua ancora così: «L'istituzionalismo si manifesterebbe nel prevalere della Chiesa-istituzione sulla Chiesa-mistero, della Chiesa della legge sulla Chiesa dei carismi, della Chiesa-gerarchia sulla Chiesa-popolo di Dio: insomma nel prevalere dell'istituzione in ciò che essa ha di fisso, di statico, di legalistico, di sclerotizzato, sull'avvenimento, che è presenza continuamente rinnovantesi della grazia degli inizi, quando la Chiesa era libera da strutture soffocanti, aperta al nuovo».[4] Forse si può aggiungere che i giovani insistono perché il rispetto della persona sia posto al di sopra del rispetto delle strutture, che devono essere al servizio delle persone.

    Tutti i giovani, così?

    Diciamo subito che non tutti i giovani portano avanti questo discorso nei riguardi della Chiesa. Forse non sono moltissimi oggi i giovani completamente conformi con le strutture e il modo di agire della Chiesa. Più numerosi, molti forse, sono indifferenti, perché trascinati dall'ambiente borghese della società oppure perché la Chiesa non dice loro più niente o perché ne sono stati delusi. Altri le sono decisamente contrari, per pregiudizi' ambientali, per risentimento o, forse, per princìpi e opzioni contrarie, formulati più o meno riflessamente. Ci sono poi dei rivoluzionari assoluti o radicali: negano ogni forma di istituzione nella Chiesa negano dei valori che sono stati sempre considerati come essenziali fin dal tempo degli apostoli, vogliono partire da zero, vogliono in definitiva un'altra Chiesa. Ci sono infine quelli che contestano la Chiesa perché vogliono vivificarla dal di dentro, con un impegno più o meno intenso di riflessione e di azione, animato da un rinnovato sforzo di purificazione e di conversione, a livello personale e comunitario. Alcuni di essi corrono forse il rischio di abbandonare la Chiesa e di perdere la fede, perché si vedono con una mentalità diversa.

    ALCUNE PROSPETTIVE PER UN RINNOVAMENTO DELLA CHIESA

    La gioventù pone con particolare efficacia delle istanze e dei problemi derivanti in gran parte dall'accelerazione del momento storico presente. Queste istanze costituiscono un accorato appello alla Chiesa per un profondo e tempestivo rinnovamento. Il rinnovamento è la legge della vita della Chiesa come segno per il mondo del Regno futuro che si costruisce già nel presente. Non possiamo proporre un programma concreto per la realizzazione di tale rinnovamento: questo stesso programma è da creare inserendosi e interpretando alla luce del Vangelo il movimento stesso della storia. Ci permettiamo però di presentare alcune prospettive, che andrebbero ulteriormente approfondite e precisate, ma che hanno il compito di avviare quest'ulteriore sforzo di riflessione.

    Rinnovamento della teologia (e della predicazione)

    La teologia più biblica e pastorale, voluta dal Vaticano II, si può descrivere come «la riflessione scientifica della Chiesa sul mistero di Cristo che si compie nella storia degli uomini, per verificare la conformità della sua predicazione con la Parola di Dio e per annunziarla più efficacemente agli uomini di oggi».
    Essa parte quindi dalla Parola di Dio come viene creduta e predicata nella Chiesa e tende ad una maggiore penetrazione ed efficacia del mistero che tale parola ci rivela e ci comunica.

    * La teologia è una riflessione scientifica, con metodo e categorie adatte al suo fine. Essa si trova sempre in una tensione dialettica tra due poli o momenti: la fedeltà alla Parola di Dio come si è cristallizzata nella Bibbia e viene vissuta e trasmessa nella Chiesa, e lo sforzo di traduzione del suo messaggio in formule e categorie adatte alle diverse situazioni socioculturali della storia, per far sì che questo messaggio possa arrivare a tutti gli uomini.
    Essa ha quindi una funzione critico-costruttiva. Una funzione critica nel liberare il messaggio dalle immagini, dai simboli e dalle categorie che non sono più capiti dagli uomini di oggi, nel purificare il messaggio da incrostazioni non essenziali, accumulatesi in certi momenti della storia nel relativizzare le formule e le categorie utilizzate dalla stessa teologia e dalla Chiesa, in una determinata situazione storica. Una funzione costruttiva nell'interpretare il messaggio religioso racchiuso in quelle immagini, in quelle formule e categorie che oggi non sono più intelligibili, per esprimerlo con fedeltà in un nuovo linguaggio capace di arrivare esistenzialmente agli uomini di oggi, facendo loro possibile una vera confessione di fede.
    Nell'esercizio di questa funzione, la teologia deve affrontare con coraggio ed onestà gli interrogativi scomodi che ci pone la situazione attuale della Chiesa e dell'umanità, senza evadere in comode soluzioni di ripiego. I Cristiani primitivi dovettero passare dal mondo giudaico al mondo ellenista. I primi eretici furono quelli che vollero restare attaccati al giudaismo, che non volevano fare il passaggio e la traduzione del messaggio in una nuova situazione socio-culturale. Furono seguiti da quelli che ellenizzarono troppo il messaggio evangelico. Oggi ci troviamo in una situazione di passaggio da una cultura ellenista occidentale ad una cultura antropologica e pluralista. I due pericoli incombenti sono simili a quelli dei primi cristiani: voler restare attaccati ad ogni costo ad una formulazione di marca piuttosto ellenista, e voler mondanizzare troppo il messaggio cristiano riducendolo ad una antropologia o ad una sociologia.
    Tutto questo vuol dire che accanto alla teologia delle certezze circa i punti veramente essenziali, c'è posto per una teologia delle ipotesi che, umilmente, con il metodo che le è proprio, si presenta alla ricerca delle soluzioni ai nuovi e gravi problemi, pronta a criticare, a correggere e a rinunciare alle ipotesi proposte.

    * Ma si tenga ben presente che la teologia è una riflessione ecclesiale. Perché il soggetto è la Chiesa e non l'individuo isolato. Tutto il popolo di Dio, con il suo sensus fidei, trasmette e fa progredire nella storia l'intelligenza del messaggio ricevuto (cf Dei Verbum, 8G; Lumen Gentium, 12a). I teologi devono quindi saper ascoltare il popolo di Dio, devono elaborare la loro riflessione teologica con metodo rigorosamente scientifico, ma in collaborazione e in dialogo con il popolo di Dio, nel senso del quale ha una sua missione specifica il Magistero. È il Magistero vivo della Chiesa che ha il carisma dell'interpretazione autentica della parola di Dio scritta o trasmessa, benché esso non sia superiore alla parola di Dio, dovendo ascoltarla piamente, custodirla santamente ed esporla con fedeltà (cf Dei Verbum, 10). Perciò lo stesso Magistero deve ascoltare sia il sensus fidei di tutto il popolo di Dio sia l'elaborazione dei teologi. Ciò posto, bisogna dire che le definizioni del Magistero fanno progredire veramente la conoscenza del dogma, perché aggiungono allo stesso consenso del popolo di Dio una nuova certezza infallibile. Ma a questo proposito è interessante notare «che nella storia dei dogmi non riscontriamo uno sviluppo che abbia la sua prima origine in un'iniziativa della gerarchia. I movimenti dottrinali che condussero alla formulazione dei vari dogmi, procedevano sempre dalla riflessione teologica e dalle tendenze carismatiche del popolo cristiano. Il Magistero tendeva piuttosto ad arginare questi movimenti, a reprimere le esagerazioni, e così ad eliminare sviluppi non autentici».[5]
    Ci sembra che una teologia così concepita (sarebbero, naturalmente, da sviluppare tutti i punti elencati) sarà in grado di aiutare la Chiesa a compiere la sua missione di rimanere fedele alla parola di Dio e di esprimerla in un linguaggio più adatto agli uomini di oggi, sarà, in una parola, una teologia che assume in pieno la storicità, con la sua continuità e la sua novità, come una dimensione essenziale della Chiesa e quindi dello stesso teologizzare.

    Riconoscimento della dimensione sociale della fede cristiana

    Risulta dalla stessa nozione di Regno futuro-presente. Esso si costruisce infatti con il sì e la fedeltà degli uomini all'Alleanza a cui Dio li ha chiamati. Ma secondo la carta dell'Alleanza, il Decalogo, l'amore di Dio e l'amore dei fratelli sono due aspetti inseparabili dell'unico «sì» al Dio dell'Alleanza. Perciò i profeti, quando richiamano il popolo alla fedeltà all'Alleanza, condannano l'idolatria e denunciano insieme le ingiustizie che avvengono tra il popolo. Dio aborrisce un culto, anche splendido, ma superficiale e formalista, che non sia accompagnato dal senso della giustizia e dal rispetto degli altri uomini (cf Am 5,21-25- e anche Am 2,6-8; 4,1; 5,11-13; 8,4-6; Os 6,1-9; 4,1-3; Mich 6,18; Is., 1,14-17; 5,7; 10,1-4; ecc.). E anche per il Nuovo Testamento il vero amore di Dio è quello che si rende efficacemente visibile nell'amore degli altri (cf 1 Gv 3,10-16; 4,7-12.16-21; Gv 15,9-13; Giac 2,15-16; ecc.), mentre d'altra parte il vero amore del prossimo è fondato nell'amore di Dio, giacché «l'amore viene da Dio» (1 Gv 4,7).
    Orbene, l'amore verso gli altri non può essere ridotto ad un fatto della vita privata, senza dimensioni politico-sociali, come un incontro privato tra un io ed un tu. Oggi è assodato che lo sviluppo integrale, umano e cristiano, dell'uomo è condizionato dalle strutture economiche, politiche e culturali della società contemporanea. Perciò il vero amore per il prossimo, che implica il rispetto e la promozione della sua dignità, della sua libertà, si manifesta nell'impegno per trasformare le strutture ingiuste ed oppressive della vera dignità dell'uomo (cf Populorum Progressio, 30, 32,44,66-75,76) Bisogna quindi superare le categorie puramente individualistiche della teologia corrente, anche di quella di tipo esistenziale e personalista. Ciò aiuterà i cristiani e la Chiesa a scoprire meglio la loro responsabilità nell'ordine sociale. Una responsabilità che pur nel rispetto dell'autonomia propria dell'ordine temporale di cui abbiamo parlato sopra, si manifesterà in un impegno critico-costruttivo: impegno critico in quanto denuncia e lotta contro il peccato in sé e negli altri lotta contro le ingiustizie, le alienazioni e la disumanizzazione di fatto esistenti nella società, che non saranno mai totalmente dominate nel corso della storia, per cui il cristiano deve criticare e lottare contro ogni assolutizzazione sia dello status quo sia di ogni ideologia puramente intramondana; impegno costruttivo per far trionfare l'amore di Dio nell'amore degli altri, per una umanizzazione delle strutture sociali, consci che mai arriverà alla sua pienezza se non nel Regno escatologico che si va già costruendo nel presente.

    Rinnovamento della chiesa-istituzione

    L'innovazione più profonda del Vaticano II in questo punto è stata quella di mettere in primo piano ciò che è comune nella Chiesa, cioè l'essere popolo di Dio, incorporati a Cristo per il Battesimo, e quindi tutti responsabili, ognuno a modo suo, della missione della Chiesa. Nel seno di questa comune responsabilità è distinta poi la missione propria del sacerdozio ministeriale o gerarchico, esplicitamente voluta da Cristo. In realtà però non si è visto ancora molto chiaramente, nella pratica, il frutto di questo asserito primato della Chiesa popolo di Dio, al servizio del quale la gerarchia ha ricevuto la sua propria e necessaria missione. Orbene, per bloccare «l'estendersi del rifiuto contestativo al sacerdozio ministeriale in quanto elemento immutabile ed essenziale della Chiesa, occorre procedere con estrema sollecitudine all'applicazione concreta del principio koinonale e di quello diaconale, in una più acuta coscienza della storicità, quindi della mutabilità, che investe anche le strutture umane della Chiesa».[6]
    Così, per esempio, benché la missione propria del sacerdozio ministeriale venga da Cristo e non per delega del popolo, dal punto di vista teologico, niente vieta che la designazione dei Pastori possa essere fatta dalla comunità, come accadeva anche nel passato. Questo, almeno in certe situazioni, renderebbe forse più facile il riconoscimento della loro autorità come derivante non dal basso ma da Dio, mediante la consacrazione sacramentale.
    Occorre anche cambiare i modi dell'esercizio dell'autorità che nella Chiesa attuale risentono ancora parecchio dell'influsso di un certo ordinamento politico-sociale ormai superato. Sia l'autorità che l'obbedienza non sono degli assoluti, ma sono al servizio della scoperta e dell'adeguamento alla volontà di Dio per il singolo e per la comunità. A questo fine occorre relativizzare l'arbitrio del singolo, anche del singolo superiore o pastore, che non può essere competente in tutti i problemi che si pongono alle singole comunità. La complessità di questi problemi esige una collaborazione franca e leale tra i pastori e il resto del popolo di Dio. Secondo Lumen Gentium 37, i laici devono avere il coraggio di esporre con franchezza e carità le loro proposte ai pastori, e questi sono tenuti a promuovere la responsabilità attiva e la libertà di iniziativa dei singoli. Ma non basta parlare di corresponsabilità e poi non cercare o non dare troppa importanza al parere e alle proposte e iniziative dei laici veramente impegnati. D'altronde, a risolvere questi problemi tendono i vari consigli previsti dai decreti conciliari e stabiliti dal motu proprio Ecclesiae sanctae, sia pure in via sperimentale. Ma appare abbastanza chiaro in molte occasioni l'urgenza di anticipare la riforma ufficiale del diritto canonico. Soprattutto è urgente far funzionare in modo realistico, e non semplicemente burocratico, la corresponsabilità e la collaborazione del popolo di Dio all'adempimento efficace della missione della Chiesa Tutto questo è richiesto dalla stessa missione della gerarchia di essere al servizio della vera unità, non monolitica, del popolo di Dio.

    Rinnovamento della liturgia

    Essendo realtà vive, inserite nel divenire storico della Chiesa, i sacramenti si sono rinnovati nel corso della storia, pur rimanendo sostanzialmente gli stessi sacramenti. Così la Penitenza, la Cresima, l'Ordine, il Battesimo, ecc. Questo vuol dire che vi potrà essere anche un cambio nel futuro, che non possiamo prevedere totalmente e che potrà essere, in parte più o meno notevole, distinto dal passato e dal presente. Purché rimanga il loro significato proprio, possono quindi e devono cambiare i riti, i gesti e le parole che esprimono tale significato fondamentale.
    Per evitare che la celebrazione liturgica possa favorire un'evasione dall'impegno del cristiano nel mondo, nella vita di ogni giorno, bisognerà rinnovarla tenendo presente che essa deve costituire un vero evento salvifico ecclesiale, cioè un momento importante nella storia dell'individuo e della comunità ecclesiale, un incontro con Dio in Cristo e nella Chiesa, nel quale siamo salvati dal nostro egoismo e dalla nostra fragilità, nel quale quindi siamo rilanciati a compiere con nuovo ardore la nostra missione nel mondo.
    Ci sembra poi che nella ricerca dei nuovi riti che facciano possibile questo evento religioso si dovranno tenere presente i seguenti princìpi operativi:
    - Sobrietà, ricerca cioè della semplicità che superi ogni ritualismo esagerato ed eviti ogni trionfalismo e superficialità, ricerca inoltre della qualità più che della quantità.
    - Si richiede inoltre un vero pluralismo di riti, in rapporto alla tradizione e in rapporto alla concreta situazione storico-culturale della comunità che celebra la liturgia, tenendo conto delle diversità nazionali e regionali nonché delle differenze tra diversi gruppi o comunità, offrendo la possibilità di riti diversi per le comunità piccole e per quelle più numerose. In ogni caso però è da evitare il doppio eccesso di voler una piena e monolitica uniformità stabilita dalla legge (la quale non può prevedere tutte le situazioni, anch'esse mutevoli) e di voler lasciare totale libertà (giacché non tutti sono ugualmente preparati per creare o capire i nuovi riti, e si potrebbe arrivare alla confusione e all'anarchia). Una certa disciplina è necessaria, e il cambiamento in questo senso deve essere accompagnato dalla creazione di una mentalità e di una coscienza nella comunità.
    - Finalmente è da tener presente la provvisorietà e flessibilità dei riti, che devono essere al servizio della realizzazione dell'Alleanza, dell'incontro con Dio in Cristo attraverso la mediazione ecclesiale. Ogni cambiamento deve essere orientato a questo fine, senza assolutizzazione delle conquiste o delle forme già raggiunte.

    Il coraggio degli esperimenti

    Nella attuale situazione, caratterizzata da così profondi mutamenti nella società e nella Chiesa, non possiamo pretendere di avere dei modelli perfetti di nuove strutture da sostituire a quelle che ci sembrano non più adeguate. Per trovare quelle nuove che sono necessarie la Chiesa deve avere il coraggio di favorire esperimenti, assumendo tutti i rischi che questo porta con sé e tenendo presenti queste direttive concrete:
    * Il principio operativo fondamentale è che il cambio di forme o di strutture deve essere ispirato e motivato dal servizio all'Alleanza nella concreta situazione della comunità che vi è chiamata a rispondere. Ciò che è buono in un paese può non esserlo in un altro. Ciò che vale per un piccolo gruppo può non valere per tutti. In ogni caso, però, bisogna avere il coraggio di cercare, con impegno veramente creativo, al servizio della comunità che celebra l'Alleanza.
    * Bisogna evitare il pericolo di un nuovo integrismo o trionfalismo (di sinistra), accettando e facendo posto, realmente, alla autocritica, alla critica degli altri e al pluralismo. Perciò questi esperimenti devono essere ben ponderati e studiati prima di intraprenderli, e studiati in équipe, in comunità, per evitare e relativizzare il nostro personale arbitrio. Devono poi essere scientificamente vagliati nella loro efficacia, essendo anche disposti a cambiare e a far marcia in dietro, perché non siamo al servizio di noi stessi, ma della Chiesa e del mondo, per il quale dobbiamo essere segno. Nel fare la programmazione e l'ulteriore verifica occorre assolutamente servirsi delle conquiste della psicologia, della sociologia, dei tecnici di gruppo, ecc. E tutto questo senza paura di dover ricominciare sempre da capo, quando fosse necessario per il servizio del Regno che si costruisce attraverso la legge di una continua morte-risurrezione.

    CONCLUSIONE

    La stessa presentazione, sia pure appena accennata, delle prospettive di rinnovamento della Chiesa, può aiutarci a cogliere quali siano i valori e i limiti della contestazione in atto all'interno della Chiesa.
    * Tra i valori positivi portati avanti da questa contestazione, ci sembra si possano annoverare i seguenti: l'acuto senso della dignità della persona umana e dei pericoli che la minacciano, l'emergere di una chiara coscienza della corresponsabilità di tutti gli uomini nella costruzione della storia, una relativizzazione di certe forme falsamente considerate come intoccabili e quasi assolute, un pressante appello alla Chiesa per la realizzazione effettiva, a livello personale e comunitario, di quel rinnovamento di forme e di strutture, che è una dimensione della stessa sua esistenza nella storia. Si tratta in fondo di autentici valori evangelici che, come abbiamo visto, sono stati anche affermati dal Vaticano II. Riconoscere questi valori significa accettare la dimensione profetica della contestazione giovanile. Lo sforzo per realizzare questi valori, sempre più efficacemente, nella Chiesa, renderà possibile credere realmente nella gioventù di Dio, che si rinnova e rinnova, credere nel «Cristo eternamente giovane» (Messaggio del Concilio ai giovani) con una fede giovane, scevra da formalismi, che va diritta all'essenziale ed è fedele al suo impegno.
    * Però bisogna subito aggiungere che il modo e la forma della contestazione sono a volte esasperati: per l'impazienza propria dei giovani, per l'accelerazione dell'attuale momento storico, e anche per reazione ad un esagerato immobilismo. Questo rivela anche quali siano i rischi e i limiti insiti nella stessa contestazione.
    * C'è innanzitutto il rischio del cosiddetto «orizzontalismo», che vorrebbe ridurre il cristianesimo all'impegno per la promozione sociale dell'uomo e la Chiesa ad una forza di rivoluzione e di progresso sociale a favore dei poveri e degli oppressi. Bisogna riconoscere che si tratta di un vero pericolo di parzialità ed unilateralità che si deve evitare. Si noti però che tale pericolo di orizzontalismo non minaccia solo i contestatori. Questi, precisamente in nome della trascendenza del Vangelo, possono dire ai cosiddetti «conservatori»: se noi corriamo il rischio di ridurre il Vangelo alle esigenze storico-sociali del momento presente, voi l'avete già ridotto, di fatto, alle situazioni storiche, economiche, politiche e sociali nelle quali siete vissuti.
    * Un altro limite e pericolo della contestazione ecclesiale è il disancoramento dal passato, il voler quasi ripartire da zero. Sarebbe una negazione della dimensione storica della Chiesa, come lo sarebbe ugualmente il voler prescindere dalla costruzione di un futuro, almeno in parte, nuovo. La vera tradizione è la presenza vivente dei valori del passato nel presente come apertura e possibilità di un nuovo futuro. Il rinnovamento vero della Chiesa esige una purificazione da ciò che non è essenziale e che ormai è inutile o anche di ostacolo all'adempimento della sua missione; esige uno sforzo continuo per essere più efficace incarnando il suo messaggio in forme nuove e funzionali; ma esige anche che si mantenga la continuità: anche se il cambio non deve essere necessariamente evolutivo (può essere anche «revolutivo» in certe situazioni), deve essere tale da garantire l'identità del soggetto che cambia.
    * Il terzo rischio che ci sembra presente nella contestazione è la possibile perdita o svigorimento dell'unità della Chiesa. Le vera unità non esclude il pluralismo delle forme, ma non si riduce nemmeno a una semplice comunione interiore o di singoli gruppi, a tendenza più o meno carismatica. Questi gruppi possono essere una promessa nella misura in cui rimangono veramente uniti con la comunità ecclesiale, per esserne come lievito e spinta al rinnovamento. Ma sono una minaccia dal momento che diventano piccoli ghetti chiusi in se stessi, staccati, in gradi diversi, dalla comunione con il vescovo e con la Chiesa universale. A questo proposito giudichiamo tempestiva l'osservazione di Mario Gozzini: «Certi discorsi di cattolici, oggi, nel tono e nella sostanza, ricalcano schemi almeno in parte già noti e sperimentati storicamente: tali anzi da non raccogliere l'assenso di quei protestanti che si muovono invece verso un'ecclesiologia più articolata e istituzionale, cercando l'unità oltre la diaspora».[7]

    Concludiamo queste riflessioni con un appello alla speranza cristiana. Speranza che non è passiva attesa dell'al di là, ma tensione attiva verso il futuro che si costruisce già nel presente sulla base dei valori del passato. Speranza che è suscitata dalla fede in Cristo che ha già vinto il peccato e che ci manda il suo Spirito per aiutarci a collaborare alla costruzione del futuro Regno escatologico. Speranza quindi che sboccia nella carità, come impegno efficace nella costruzione del futuro promesso da Dio a tutti gli uomini, e del quale la Chiesa deve essere segno efficace. Questa speranza ci fa coscienti di trovarci tra un già e un non ancora, fondati nel passato e protesi alla costruzione di un nuovo futuro, impegnati in uno sforzo di continua purificazione e rinnovamento, che mantenga anche la necessaria continuità. Ognuno di noi è responsabile di questo rinnovamento, personale ed ecclesiale, che è necessario per la maggiore efficacia della missione della Chiesa nel mondo di oggi. Non possiamo scaricare la nostra responsabilità accusando gli altri di immobilismo o di progressismo. Dobbiamo cercare di rispondere alla chiamata di Dio in questo momento storico evitando un doppio eccesso, quello di considerare come eterodosso tutto ciò che è nuovo, e quello di amare troppo e senza discernimento il rischio della novità.

    NOTE

    [1] M. Gozzini, L'autorità contestata, in Rivista di Teologia Morale, 1 (1969), pag. 114.
    [2] Ib., pag. 115.
    [3] La Chiesa contestata (editoriale), in La Civiltà Cattolica, 120/2847, pag. 209-210.
    [4] Ib., pag. 210.
    [5] Z. Alszeghy-M. Flick, Lo sviluppo del dogma cattolico, Brescia, Queriniana, 1967, pag. 115.
    [6] Gozzini, o. c., pag. 117-118.

    [7] Ib., pag. 115.


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