Maurizio Costa
(NPG 1970-01-44)
VERSO UNA DEFINIZIONE FUNZIONALE
Nel mondo della Pastorale in Italia, ma non solo in Italia, stiamo assistendo oggi ad un dilagare di forme e di esperienze apostoliche che si qualificano tutte come Esercizi Spirituali, o almeno vengono designate col nome di Esercizi Spirituali. È un segno dei tempi; è un segno della vitalità della Chiesa che esplode in un pluralismo dinamico di forme nuove per un servizio agli uomini del nostro tempo sempre più adattato alle loro esigenze e sempre più incarnato nella storia.
Tuttavia, proprio per un migliore e più concreto servizio e aiuto spirituale agli uomini del nostro tempo, sembra opportuna una chiarificazione de] termine «Esercizi Spirituali». È questo pure un segno dei tempi: dalle più diverse regioni d'Italia, in ogni ambiente e in ogni ceto, soprattutto da parte di quanti sono impegnati e vogliono impegnarsi nel campo della pastorale degli Esercizi, si domanda con insistenza: «Che cosa sono gli Esercizi Spirituali?».
Nel rispondere a chi pone questa domanda, bisogna evitare di lasciare l'impressione che gli Esercizi siano una cosa, una realtà statica che possa essere oggetto di definizione o di investigazione scientifica strettamente intellettuale. Si tratterà piuttosto invece di individuare alcune linee essenziali-fondamentali che facciano evitare pericolose confusioni sia nei direttori che negli esercitanti di modo che ognuno saprà cosa l'aspetta quando è chiamato a dirigere o a fare un corso di Esercizi Spirituali, che permettano utili scambi di impressioni e di esperienze al di là di equivoci molto facili se già è equivoco il termine stesso di «Esercizi Spirituali», e che insieme, però, permettano - dentro l'unità di indirizzo a un piano generale - un sano pluralismo di forme.
Inoltre l'aver presente quali siano gli elementi fondamentali, renderà più facile cogliere il carattere funzionale (cioè in funzione di queste linee più profonde e stabili) di molti altri elementi (p.e. penso al «silenzio», a «esperienze comunitarie»...) e conseguentemente l'uso che in pratica ne dobbiamo fare nell'esercizio stesso dell'attività pastorale. Sarà infine proprio alla luce di questi elementi fondamentali che sarà possibile operare un continuo lavoro di adattamento, di rinnovamento e di aggiornamento efficace, come ci invitano i più recenti documenti del Papa Paolo VI e di numerosi Vescovi e come è richiesto dalle necessità dei tempi.
UNA ESPERIENZA FORTE DI DIO...
Gli Esercizi Spirituali considerati nel loro nucleo più centrale, sono una esperienza forte di Dio.
- Non sono solo un contenuto, non sono una teoria, un complesso di idee da comunicare, di temi da svolgere, di «predicabili» seppure organicamente e logicamente concatenati; e neppure sono solo un metodo: non sono infatti una realtà astratta puramente formale, ma una realtà esistenziale, viva e concreta, sono una storia, un ritmo, un movimento, sono un'esperienza personale, un incontro personale, vivo e vitalizzante con Dio. Esperienza personale sotto un duplice aspetto:
* soggettivo (da parte cioè dell'esercitante, dell'«io» che incontra Dio): è un'esperienza di totalità che investe non questa o quella facoltà, ma tutta la persona globalmente presa, secondo tutte le sue dimensioni naturali e soprannaturali, affettive e conoscitive, individuali, sociali e cosmiche e che si «gioca» proprio là dove le singole facoltà umane sono ricondotte all'unità, all'«io», al «cuore» dell'uomo-cristiano. Esperienza pertanto non solo sensibile, oggetto di investigazione della sola psicologia umana naturale, ma anche nella fede e attraverso la fede, e quindi oggetto pure della scienza teologica;
* oggettivo (da parte cioè di Dio, oggetto fondamentale e primario dell'esperienza dell'esercitante):[1] è un'esperienza di Dio Uno e Trino, delle Tre Persone divine; non del Dio dei filosofi, ma del Dio della Salvezza, del Dio che è entrato ed entra nella Storia dell'umanità e di ciascun individuo singolo, del Dio - però anche - absconditus, del Dio misterioso e trascendente e pertanto, anche sotto questo punto di vista, gli Esercizi Spirituali sono una esperienza di Dio nella fede e conseguentemente va vissuta come «dono», prima ancora che come «conquista».
- È Dio il personaggio principale, è Lui che viene incontro, è Lui che si muove per primo, che inizia il dialogo e si autocomunica all'esercitante. Gli Esercizi Spirituali sono interscambio esistenziale di amore iniziato dal dono gratuito di Dio all'«io»: sono Orazione.
Gli Esercizi Spirituali sono un'unica grande orazione all'interno della quale posso distinguere momenti particolarmente intensi di preghiera: momenti di preghiera personale e momenti di preghiera liturgica, tutte e due evidentemente. Al centro però sempre la celebrazione del Mistero Eucaristico: l'esperienza qui diventa incontro, diventa comunione strettissima, diventa compenetrazione di vita. Qui Dio, che negli Esercizi autocomunicandosi reincarna per così dire nell'esercitante in modo concentrato il ritmo normale della sua pedagogia attraverso la quale nella Rivelazione si è comunicato una volta per tutte nella storia a tutti gli uomini, e lo chiama a vivere pertanto in modo pieno la storia della salvezza, associando a Sé ora nel Sacrificio Eucaristico l'esercitante e donandosi in cibo a Lui, lo chiama a vivere in modo intenso il Mistero Pasquale che non solo è il nucleo più interiore della Storia della Salvezza e la «chiave» per poterla «capire», ma anche la primaria sorgente di forza per poterla di fatto reincarnare nella sua vita concreta secondo il piano eterno di Dio.
- Precisamente perché gli Esercizi Spirituali sono come un'unica grande orazione ed un'esperienza di Dio e del Suo piano di salvezza, precisamente perché sono come un concentrato in breve tempo del Mistero di Cristo e un concentrato pure di tutte le dimensioni della persona che fa gli Esercizi, è proprio e specifico di essi quello di essere un'esperienza forte di Dio. Con questo aggettivo vogliamo cioè evidenziare e sottolineare alcuni caratteri di questa esperienza: intensità qualitativa, concentrazione nel tempo e nello spirito, rottura col ritmo normale della vita, una certa quale «artificialità», una certa quale «anormalità-straordinarietà»...
Evidentemente queste caratteristiche che riprendono quanto dicono i documenti recenti di Paolo VI e dei Vescovi Italiani a proposito degli Esercizi Spirituali là dove parlano di «interiorità» - «dimensione interiore intensa» - «concentrazione» - «raccoglimento» - «separazione» - «ritiramento» - «solitudine» - «deserto» - «silenzio» - «Esercizi chiusi»..., vanno spiegate per evitare fraintesi, equivoci o dare un'idea falsa dell'esperienza di Dio che sono gli Esercizi Spirituali, ponendola in una sfera di astrazione, di artificialità e di alienazione. Ricordandosi che gli Esercizi sono una pedagogia attiva e aperta sul futuro, sul ritmo normale della vita che da essi precisamente deve essere investito, e non una fuga dalla realtà o un'esperienza chiusa e fine a se stessa, bisogna evidenziare il senso positivo di queste molteplici esperienze soprattutto per la realizzazione nel «post esercizi» di quella spiritualità di comunione in nome della quale invece oggi da alcune parti si vorrebbe contestare il valore degli Esercizi Spirituali. Si deve mostrare come gli Esercizi sono ad un tempo un momento di eccezionalità della normalità e come è normale l'eccezionalità anche nella vita spirituale di fede.
È chiaro che oggi in clima di contestazione contro il primato della dimensione verticale negli Esercizi... per non dire contro la dimensione verticale stessa, è molto difficile realizzare gli Esercizi Spirituali come esperienza forte di Dio! È difficile far capire, e ancor più far vivere, gli Esercizi come un momento in cui il passato e il futuro vengono per così dire concentrati nell'incontro con Dio al presente, e l'orizzontalità della storia passata e del futuro vengono coniugati con la verticalità del rapporto con Dio che si autocomunica nel presente all'esercitante operando in lui la salvezza.
... IN UN CLIMA DI ASCOLTO DELLA PAROLA...
Questa esperienza avviene in un clima di ascolto della parola. Se il punto culminante dell'esperienza di Dio negli Esercizi è il momento eucaristico, accanto a questa mediazione strettamente sacramentale che richiede l'intervento del sacerdozio ministeriale, pure essenziale è il contatto con la Parola viva ed efficace di Dio contenuta nella S. Scrittura. Essa, ancor di più di quanto non avvenga per la parola umana, non è solo veicolo di trasmissione di fredde idee, di concetti astratti, ma è donazione personale di se stesso all'altro, di Dio che parla all'esercitante, è comunicazione interpersonale. Essa gode di una forza germinativa intrinseca e di una efficacia oggettiva che crea l'esperienza, ma che - come per i sacramenti - esige una disponibilità, un atteggiamento di ascolto, un'accoglienza, una «passività attiva» da parte dell'esercitante. L'ascoltazione della Parola deve essere non solo un prestare materiale ascolto ad essa, un comprenderla, ma anche un lasciarsi da essa trasformare rispondendo, all'interrogativo che pone, secondo la linea della Volontà di Dio che ci viene a manifestare. Per questo oltre alla funzione creativa dell'esperienza di Dio, negli Esercizi la Parola ha pure una funzione normativa: è faro, è criterio reale in base al quale l'esercitante può e deve misurare la validità e l'autenticità sia dell'esperienza di Dio nel corso stesso, sia della propria posizione rispetto al piano eterno di Dio che concretamente si attualizza nella storia, di modo che non vi sia sdoppiamento tra ciò che si conosce e ciò che si vive.
- Affinché però questa mediazione della Parola contenuta nella S. Scrittura possa esplicarsi nella misura migliore, è necessaria una equilibrata e dosata mediazione da parte della Chiesa.
Si richiede una mediazione in conformità a tutta l'economia sacramentale del piano di Dio e della storia della salvezza e questa la Chiesa, universale sacramento di salvezza, la realizza generalmente negli Esercizi attraverso «colui che dà gli Esercizi»: il contatto con la Parola, con il Vangelo, non è in principio immediato, ma si snoda e si sviluppa attraverso la mediazione di un altro.
Si richiede che questa mediazione sia equilibrata e dosata affinché non capiti che mediando troppo la Parola, si finisca per far da schermo ad essa. È di Dio e non di colui che dà gli Esercizi che l'esercitante deve fare l'esperienza! Pertanto la funzione di chi dà gli Esercizi più che «predicare» sarà quella di «suggerire» e di «guidare», e conseguentemente più che nome di predicatore, sembrerebbe che meglio esprima la sua realtà e la sua funzione il nome di guida e parallelamente in questa linea nella sua funzione concreta sembrerebbe che, più di quanto generalmente si faccia, oggi debba essere attribuita maggiore importanza al momento del colloquio piuttosto che al momento dell'esposizione della materia da meditare spesso impropriamente definito col nome di «predica».
... PER UNA CONVERSIONE
L'esperienza di Dio negli Esercizi Spirituali non è fine a se stessa. Ogni corso ha una propria specifica finalità: sarà cura del buon direttore e dell'esercitante individuarla fin dall'inizio pur nell'assoluta disponibilità alla grazia di Dio. Tuttavia nel pluralismo di finalità particolari e specifiche, si può individuare una linea generica senza cui non possono darsi veri e autentici Esercizi Spirituali (a meno che in nome di un pluralismo di forme sempre più aperto non si voglia svuotare la parola Esercizi Spirituali di ogni senso!).
- Gli Esercizi Spirituali sono ordinati ad una conversione nel senso più ampio ed esteso della parola, in tutta la sua gamma!
L'aspetto penitenziale, per le note dottrine sulla defettibilità della grazia e dell'impossibilità su questa terra di uno stato di amore puro, è essenziale in ogni corso d'esercizi: l'esercitante dovrà morire a se stesso, rinnegarsi fin nelle strutture più profonde della sua persona: tutto questo, però, non come fine a se stesso, ma per realizzare l'esperienza forte di Dio come un Esodo, una Pasqua, un passaggio, un salto che lo faccia risorgere, che lo purifichi perché possa incontrare più profondamente Dio in modo concreto, perché di fatto incontri e risorga in Cristo, Verbo fatto carne, morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra salvezza.
- Per questo la conversione negli Esercizi si specificherà come una donazione di sé a Cristo: consacrazione e donazione personale (engagement franc.-entrega spagn.) nell'amicizia intima a Cristo.
L'esperienza di Dio si attua e si concretizza nell'orizzonte cristologico. L'esercitante prima di sapere a cosa si dà, deve sapere a chi si dà; prima di darsi a «qualcosa» (impegni apostolici, esercizio di determinate virtù, pratiche spirituali...), deve darsi ad una persona, a Cristo. Pertanto l'incontro personale con Dio negli Esercizi Spirituali si realizza fondamentalmente come approfondimento della propria vocazione originaria del Battesimo, della nostra primordiale e radicale inserzione in Cristo.
- Trattandosi però di un'esperienza viva di Cristo, l'esercitante si dà concretamente al Cristo vivo e risorto, al Cristo glorioso, al Corpo Mistico di Cristo, a Cristo dilatato nel tempo e nello spazio, a Cristo vivo oggi nella Chiesa. Pertanto la donazione a Cristo negli Esercizi Spirituali da parte dell'esercitante si specificherà e si incarnerà nella Chiesa come donazione di sé alla Chiesa. È nella Chiesa che Cristo assegna all'esercitante la missione specifica e particolare che egli dovrà realizzare per situarsi al posto giusto nello sviluppo della Storia della Salvezza secondo il piano di Dio. Per questo negli Esercizi è necessario superare ogni forma di spiritualità individualistica e, in clima di cattolicità ed ecclesialità, sensibilizzare nell'esercitante il senso comunitario e lo zelo apostolico della sua personalità di uomo e di battezzato.
E L'ASPETTO COMUNITARIO?
Certamente, più che nel passato, è necessario sottolineare oggi negli Esercizi l'aspetto comunitario. Date le frequenti discussioni al riguardo, vale la spesa - mi sembra - spendervi qualche parola in più: ciò ci darà l'occasione di chiarificare meglio le linee essenziali degli Esercizi.
Parlando di aspetto comunitario (o dimensione comunitaria) degli Esercizi, è da farsi - a scanso di equivoci oggi frequenti in molte discussioni al riguardo - una fondamentale distinzione tra senso comunitario ed esperienze comunitarie.
* Che gli Esercizi debbano avere una dimensione comunitaria in quanto debbono sviluppare il senso e lo spirito comunitario, sensibilizzare la persona ai problemi della società e della Chiesa, aprirla ad una oblatività sempre crescente verso gli altri, non è contestato da nessuno e non è nemmeno contestabile: anche chi facesse i suoi Esercizi individualmente è tenuto a realizzare questa dimensione comunitaria.
* Il discorso si fa invece diverso quando ci domandiamo se la presenza di esperienze e di manifestazioni comunitarie siano essenziali, siano convenienti, siano opportune in un corso di Esercizi Spirituali. Il fatto che siano utili, e per taluni anche necessarie, non ci obbliga a ritenerle essenziali in un corso di Esercizi Spirituali. Chi non ritiene parallelamente che siano utili e necessarie per lo sviluppo della vita di fede del cristiano delle esperienze apostoliche? Forse per questo allora dovremmo trasformare gli esercizi e introdurre in essi esercitazioni ed esperimenti apostolici perché diventino - come di fatto devono essere - non solo scuola d'orazione ma anche di apostolato? Nemmeno dobbiamo sentirci obbligati a pensare che esperienze comunitarie, o analogamente esperienze apostoliche, possano trovare posto nei veri ed autentici Esercizi Spirituali in forza del rispetto al principio del pluralismo delle forme. Anche in questo caso, se non vogliamo vanificare il nome di «Esercizi Spirituali», se non vogliamo cadere in uno sterile nominalismo, dobbiamo ammettere evidentemente che il pluralismo degli Esercizi Spirituali non coincide con il pluralismo di forme apostolico-pastorali nella Chiesa. Gli Esercizi Spirituali sono «uno» strumento con una loro specifica struttura e finalità: l'area pastorale degli Esercizi Spirituali è certamente ampia, ma pur sempre determinata entro limiti propri. Essi non hanno la pretesa di risolvere tutti i problemi della Chiesa o dell'esercitante in concreto sotto tutti i punti di vista; non hanno la pretesa di sostituirsi ad altre forme o ad altre esperienze che nell'area pastorale della Chiesa hanno a loro volta una loro funzione specifica: c'è alterità, non opposizione.
Pertanto per giudicare dell'opportunità di tali esperienze in un corso di Esercizi Spirituali, mi sembra che esse debbano essere misurate in concreto su quanto sopra affermato: la linea essenziale degli Esercizi Spirituali come esperienza forte di Dio in ordine ad una conversione che si specifica ulteriormente come donazione totale di sé a Cristo nella Chiesa è faro e il criterio per ammettere o rifiutare tali esperienze, il cui valore è funzionale. Bisogna dunque distinguere per una giusta soluzione:
1. tra esperienza ed esperienza
2. tra tipo e tipo di Esercizi Spirituali
3. tra l'ideale e la realtà concreta.
1. Distinzione tra esperienza ed esperienza
- Sembra evidente che il fare delle espressioni e manifestazioni comunitarie (come p.e. il dialogo e la discussione comunitaria, la revisione di vita, la correzione fraterna, gruppi di studio, carrefours ecc...) come il perno principale dei giorni di ritiro non permetta quella concentrazione dello spirito e quell'esperienza di Dio a tu per tu, quel senso della linea verticale, quel raccoglimento di orazione, quell'ascolto profondo e personale della Parola, quella personalizzazione ed incarnazione del ritmo oggettivo della Storia della Salvezza nella propria vita concreta, di cui abbiamo parlato sopra. Utili e anche necessarie in altri momenti per alcuni, più utili anzi degli stessi Esercizi per determinate persone, sono «altre» esperienze, «altre» cose: non sono Esercizi Spirituali.
- Se si tratta di esperienze singole in momenti particolari tenendo fondamentalmente presenti le necessità dei singoli esercitanti (se cioè aiutano o non aiutano la loro esperienza personale e forte di Dio) tali esperienze comunitarie sembra che siano ammissibili tanto più facilmente
* quanto più avvengono in clima di preghiera: p.e. l'omelia comunitaria durante la S. Messa
* e, a parità di livello spirituale degli esercitanti, quanto più numerosi sono i giorni di esercizi perché è più facile avviare allora ad un atteggiamento interiore di libertà e di indipendenza in clima di raccoglimento che permetta di approfittare di quanto di positivo l'incontro comunitario offre, attenuando il «peso» e la «direttività» della massa o del gruppo sul singolo;
* quanto più il gruppo è omogeneo, piccolo (10-12 esercitanti al massimo) e composto di gente molto matura spiritualmente e umanamente, aventi una finalità concreta e una meta da raggiungere comune a tutti e che si conoscano già bene e in profondità, di modo che lo scambio comunitario non si attardi su un piano oggettivo e conoscitivo, ma faciliti direttamente l'esperienza forte di Dio nel «cuore» del gruppo che vive come un «quid unum», come se fosse una persona (circostanze parecchio difficili a realizzarsi di fatto, eccetto il caso classico degli Esercizi ai coniugi).
- Al limite, non lo dobbiamo dimenticare, c'è un tipo di esperienza comunitaria che non solo è ammissibile, ma addirittura molto conveniente e necessaria e deve essere curata nel migliore dei modi: è il momento liturgico. Evidentemente non bisogna eccedere: non sono Esercizi Spirituali una «Tre Giorni» o una settimana passata in un monastero di benedettini. Anche riguardo a questo dovremmo ripetere ancora una volta che gli Esercizi Spirituali, avendo una specifica funzione, occupano una ben determinata parte dell'area pastorale della Chiesa.
2. Distinzione tra tipo e tipo di corso di esercizi
Diverso poi è l'impiego di queste esperienze comunitarie a seconda dei tipi di esercizi:
- in Esercizi di scelta dello stato o comunque orientati verso un'opzione importante o verso la risoluzione di un problema vitale concreto, è maggiormente necessario un clima di «deserto», di indipendenza e di libertà interiore. Discussioni e incontri comunitari, anche se interessanti e ben condotti, possono disturbare l'esercitante nel suo lavorio di discernimento dei segni dei tempi. Se è già difficile per la guida che conosce bene interiormente l'esercitante offrire un aiuto efficace e al tempo stesso discreto e «non direttivo» perché l'esercitante da Dio conosca quale posto deve occupare nel piano di salvezza, come concretamente si debba realizzare nella Chiesa la sua donazione personale a Cristo, quanto più sarà difficile ottenere questo aiuto da un gruppo di persone che, oltre ad avere una maggiore carica e forza direttiva in sé, non potrà conoscere altrettanto bene le necessità personali del singolo! Senz'altro questo tipo di Esercizi necessita più di ogni altro una sottolineatura di quanto detto presentando l'esperienza di Dio negli Esercizi Spirituali come «forte».
- In altri tipi di Esercizi Spirituali di iniziazione, di formazione o di crescita, di maturazione e di approfondimento si dà un maggiore possibilismo e tutta una gradazione di forme diverse. Si può passare da forme ancora propedeutiche agli Esercizi Spirituali, a forme di veri Esercizi Spirituali e, pertanto, il significato e la funzione di «esperienze comunitarie» può assumere sfumature ben diverse! Bisogna che sia lasciata al Direttore la possibilità di vedere, di giudicare e di scegliere in concreto quello che maggiormente aiuta un'esperienza personale di Dio sempre più profonda e una donazione a Cristo nella Chiesa sempre più totale (nel corso stesso o in un corso successivo nel futuro rispettivamente se si tratta di veri Esercizi Spirituali o di Esercizi propedeutici) senza cessare di essere concreta nelle circostanze attuali. A questo fine è necessario che sia presente nella guida e in genere in chi si occupa di Esercizi Spirituali una chiara.
3. Distinzione tra ideale e realtà concreta, non però per opporle, ma per meglio coniugarle e integrarle in un armonico equilibrio
- La guida deve conoscere l'ideale a cui tendere e quale è la gerarchia di valore tra le varie forme di Esercizi Spirituali, sapendo distinguere quelle che oggettivamente sono le più impegnative e nutrienti, da quelle che lo sono meno e non esigono nell'esercitante altrettanta maturità umana e spirituale e devono essere considerate piuttosto come forme propedeutiche e preparatorie alle prime (per queste forme a scanso di equivoci sceglierei però un'altra denominazione: non Esercizi Spirituali, ma ritiri, incontri...). Ci si troverà di fronte ad una forma migliore quanto più si potranno verificare le linee essenziali sopra descritte e perciò quanto più nel centro dell'«io» si realizza l'esperienza di Dio, quanto più interiormente si lascerà «rimbalzare» la Parola di Dio e sarà conseguentemente possibile una più profonda e vera conversione nelle strutture della persona dell'esercitante e una donazione di se stesso a Cristo in una crescita sempre più autentica di apertura apostolica e comunitaria, quanto più, in una parola, intensa e concentrata nello spirito sarà l'esperienza di Dio da parte dell'esercitante.
- Ma l'ottimo è nemico del bene! La guida deve avere anche un senso vivissimo della realtà concreta e delle necessità particolari dell'esercitante. È secondo le loro esigenze che il corso va impostato. Bisogna «leggere» e «vedere» il corso attraverso l'esercitante, partendo dall'esercitante, avendo però sempre presente alla mente l'ideale, non come forma a priori o stampo su cui modellare l'esercitante, bensì come meta ultima a cui indirizzare e gradatamente disporre l'esercitante perché gli si possa progressivamente avvicinare.
La guida non può indicare un cammino troppo sublime, o offrire un cibo troppo forte e poco digeribile: alcune forme di mal di testa, squilibri nervosi, stati acuti di ansietà e traumi psicologici di qualche esercitante, o senso di ripulsa e di avversione al solo sentire parlare di Esercizi Spirituali in ex-esercitanti, non possono talora dipendere anche dal fatto che si è offerto loro un cibo superiore alle loro possibilità, una medicina superiore alle loro forze e dal fatto che li si è instradati verso una esperienza sproporzionata rispetto alla loro maturità umana e spirituale?
È essenziale per gli Esercizi Spirituali che siano aggiornati secondo i tempi e adattati secondo le persone e i gruppi di esercitanti. Ed è in questa linea, quasi anche come conferma di quanto detto sopra a riguardo della funzione di colui che dà gli Esercizi Spirituali e della opportunità di chiamarlo «guida» piuttosto che «predicatore», che diventa elemento essenziale e ottimale il colloquio personale della guida con l'esercitante.
- Ma d'altra parte la guida non deve neppure svigorire e innacquare la forza di questo strumento apostolico. L'adattamento alle singole persone non deve essere fatto a scapito della tensione verso una maggiore maturità, verso una esperienza cristiana sempre più adulta: sarebbe tradire il cristianesimo che non è solo incarnazione ma anche escatologia.
Mi sembra che oggi in tante discussioni sugli Esercizi Spirituali rivivano tradotte a livello di pastorale le dispute ideologiche antiche riguardo al mistero del Verbo incarnato tra Monofisiti e Nestoriani.
* Non si deve essere dei «nestoriani» che, presi dal senso concreto della storia, dimenticano che insieme con il lavorio di adattamento bisogna parallelamente favorire nell'esercitante la sete di un'esperienza più forte, il desiderio e la ricerca di qualcosa di più senza mai accontentarsi di quanto già raggiunto e trovato, e saper sviluppare le potenzialità latenti nei singoli fedeli in modo da renderli atti in numero progressivamente sempre crescente a poter affrontare l'esperienza degli autentici Esercizi Spirituali. Nemmeno bisogna essere dei «nestoriani» così preoccupati dalle necessità concrete del momento da non accorgersi che numerose forme utili, ottime e oggi spesso necessarie, di ritiri e di incontri spirituali in una pastorale degli Esercizi Spirituali devono essere viste come forme propedeutiche ai veri Esercizi, e pertanto in tensione ascensionale verso di essi, e non come forme sostitutive o, peggio, competitive con gli Esercizi Spirituali sopra descritti. Questo è di grande attualità soprattutto nel campo della pastorale degli Esercizi Spirituali al livello giovanile. Gli Esercizi sono un'esperienza di maturità. Personalmente non ritengo che la maturità richiesta per fare gli Esercizi non possa trovarsi anche tra giovani: argomenti a priori contrari non ve ne sono e, soprattutto, l'esperienza dimostra che di fatto giovani di 16-18 anni hanno affrontato e affrontano anche oggi con frutto tale esperienza forte di Dio. Tuttavia anche per la maggioranza di quanti in Italia frequentano oratori, parrocchie, collegi cattolici ecc... data l'atmosfera di poca fede, si richiedono spesso altre esperienze per focalizzare meglio l'aspetto oggettivo e dottrinale del vivere cristiano prima di passare all'esperienza personale e più vitale degli Esercizi Spirituali. In questa luce incontri comunitari con dialogo e discussione possono apportare un grande aiuto. La difficoltà per la guida in questi casi, non è tanto quella di saper condurre l'incontro in modo che risulti vivace e interessante e impegni i giovani, quanto piuttosto quella di saper orientare proprio attraverso questi incontri verso un'esperienza più impegnata e interiore.
* Nemmeno si deve essere dei «monofisiti» che in norme di un ideale disincarnato finiscono per proporre forme alienanti dall'alto della loro posizione e dimenticano l'esigenza di concretezza e il riferimento alla vita concreta di ogni giorno.
Non si deve essere del numero di coloro che all'8° piano di un edificio godono di un ottimo panorama e non scendono al 1° piano ad aiutare quelli che non vedono che nebbia, come non bisogna essere del numero di coloro che all'opposto, per essere vicini agli uomini, restano con quelli del 1° piano e non salgono e non aiutano a salire all'8°.
CONCLUSIONE
Realtà ed ideale, come la natura umana e quella divina in Cristo, sono da distinguersi, ma per coniugarli in un'unità superiore. In Cristo l'unità tra la natura divina e la natura umana si fa vitalmente al livello della persona che è divina; negli Esercizi Spirituali l'unità tra ideale e realtà in ogni corso deve essere trovata continuamente dalla guida in un equilibrio dialettico. E quello che vale per la guida singola in un corso determinato, mi sembra che valga pure per la Chiesa, per il Popolo di Dio nel suo insieme, nella sua riflessione su questa esperienza degli Esercizi Spirituali: anch'essa deve restare continuamente alla ricerca di un equilibrio, di un'unità tra ideale e realtà concreta al di là della distinzione coscientemente assunta e superata senza essere annullata.
Pertanto questa coscienza del limite, mobile all'indefinito, ci renderà attenti dal voler troppo specificare e determinare che cosa sono gli Esercizi Spirituali. Per questo abbiamo sempre parlato di «elementi e linee fondamentali», piuttosto che di «definizione».
Giunti alla conclusione potremmo esprimere come in un'unica frase, di cui però conosciamo ora meglio la portata e il valore approssimativo, queste linee essenziali degli Esercizi Spirituali dicendo che:
gli Esercizi Spirituali sono
un'esperienza forte di Dio,
in clima di ascolto della Parola,
in ordine ad una conversione
che è donazione sempre più totale a Cristo nella Chiesa,
nelle circostanze attuali concrete.
[1]Quanto si dirà in seguito farà prendere coscienza dell'inesattezza della distinzione posta, meglio della terminologia «soggettivo-oggettivo» che in questa esperienza che chiamiamo «Esercizi Spirituali» attribuisce all'esercitante la funzione di soggetto e a Dio quella di oggetto. Trattandosi di interscambio personale di fatto non c'è oggetto: la persona non può essere oggetto! Anzi, semmai, di fatto essendo Dio che inizia e dà il «la» all'esperienza, Lui ancor più dell'esercitante è «soggetto».
La distinzione considera gli Esercizi dal punto di vista dell'esercitante che non coincide propriamente con la visione «in se».








































