Gian Paolo Meucci
(NPG 1970-05-04)
LA CONTESTAZIONE CI OBBLIGA A CAMBIARE STRADA
L'esplosione della contestazione giovanile ha lasciato fra attonite e stupite le generazioni degli adulti, tanto più sorprese perché vivevano nella beata convinzione di aver creato per i figli una situazione socio-economica immensamente migliore di quella del passato.
Credevano e credono di aver dato il massimo di «felicità» (facilità di vivere, non-sofferenza) e si sono trovati avvolti dal risentimento, dalla reazione, dall'odio dei figli, qualche volta.
Alla sorpresa iniziale e alla iniziale tolleranza (pensavano di trovarsi di fronte ad una specie di nuovo goliardismo) è seguito e sta seguendo un atteggiamento di reazione, di repressione sempre più dura e manifesta. Questi giovani non sanno cosa vogliono: saremo noi a volere per loro: per intanto ristabiliamo l'adattamento di questi giovani, costringendoli a riprodurre passivamente determinati modelli sociali.
Sulla contestazione giovanile esiste ormai una letteratura imponente.[1] Non ci sembra, però, che siano stati adeguatamente posti in luce certi aspetti della contestazione a livello del rapporto educativo. Ci si è, cioè, in gran parte dei casi, limitati a descrivere il fenomeno, a dare atto delle componenti socio-psicologiche dei comportamenti giovanili, ad ampliare il discorso fino ad investire l'analisi e la critica della società contemporanea, ma non ci si è posto il problema degli apporti positivi di tale fenomeno, a livello dell'impegno educativo.
Cosa, insomma, rimane dell'esplosione contestatrice ai livelli del rapporto di educazione, come sollecitazione a dargli uno spessore, una incisività, un significato nuovo?
Verso un impegno nuovo
Lo spettacolo offerto dopo il periodo acuto della contestazione appare oggi, ad un occhio poco penetrante, quello di una specie di campo di battaglia pieno di caduti, di rottami, di rovine, sul quale vagano i giovani in preda alla paura, senza sapere ove andare; e sul quale fanno rapide incursioni gli adulti per ripristinare un ordine formale: raccogliendo i feriti, riparando i danni, per rendere ancora possibile la vita ordinaria. Sono mutati profondamente i termini del rapporto di educazione fra giovane e adulto, ma ancora non se ne ha la percezione, e si rischia così di defraudare, ancora per molto tempo, le attese educative dei giovani. Essi, invece, avvertono sempre più acutamente il bisogno di apporti educativi positivi per arrivare a scoprire la propria identità, in una ricerca resa sempre più difficile e drammatica dalla civiltà urbana in continua trasformazione.
Ci sembra, quindi, utile richiamare la comune attenzione sulla novità del rapporto di educazione, quale si è venuta manifestando in questi tempi, per sollecitare in coloro che hanno responsabilità educative la razionalizzazione del loro comportamento (comprendere cioè quali modifiche vadano attuate urgentemente nel proprio impegno educativo).
È INDISPENSABILE L'IMPEGNO POLITICO
A nostro parere occorre, a tal fine, partire da questa presa di coscienza: non può esistere un valido rapporto educativo (e, quindi, anche un valido rapporto catechetico) se esso non abbia una dimensione, uno spessore «politico».[2]
Non esiste, cioè, oggi la possibilità di stabilire un valido rapporto di educazione ove l'educatore (nel senso più vasto del termine si identifica nell'adulto) non riesca a trasmettere termini di interpretazione della realtà, e modelli che superino l'ambito angusto del rapporto interpersonale a livello familiare o del gruppo di cui si ha diretta sperimentazione.
Perché non è possibile in tal modo far partecipare il giovane alla cultura globale (rendergli cioè possibili delle scelte significative e valorizzanti, nel quadro della ricerca della propria identità).
Oggi più che mai
In altri tempi tale tipo di impegno non era necessario: era sufficiente inserirsi in una cultura dagli ambiti, diremmo, socio-spaziali estremamente limitati (per la quasi assenza del fenomeno della socializzazione); ciascun gruppo poteva fare opera di isolamento del ragazzo, impedendogli così l'acquisizione di esperienze e cognizioni non desiderate dal gruppo stesso.
Oggi tutto questo non è più possibile. Ogni messaggio educativo-culturale non può prescindere dalla interpretazione di dati che superano la stessa esperienza personale e familiare dell'educatore e che investono l'intera nostra civiltà.
«Fare della politica»: esiste quasi una venatura di critica e di disprezzo nell'uso di una tale affermazione. Si criticano il genitore, l'educatore, il professore, il prete che «fanno politica». Ci si vanta di non fare mai politica (e si dimostra con questo non solo di non comprendere la propria missione educativa, ma di non rendersi conto che, in realtà, si fa la più deteriore e pericolosa delle politiche, quella della negazione della necessità di responsabilizzare il giovane; e quindi, quella del conformismo passivo e docile a modelli sociali superati. Il che costituisce il terreno più fecondo per l'insorgere dell'istinto gregario, e in sostanza di un senso di insicurezza che produrrà distorsioni e disadattamenti).
Insomma oggi l'educatore, l'adulto, deve risolvere il proprio impegno educativo in un impegno anche a «far politica», se vuol stabilire un valido rapporto di educazione. È questo - ci sembra - l'aspetto più singolare e importante del tempo, sul quale occorre por mente al fine di ristrutturare il proprio modo di essere educatori.
I giovani hanno «riscoperto la politica»: questo il fatto nuovo e rivoluzionario. Hanno acquistato la coscienza della correlazione necessaria di tutti i rapporti sociali esistenti e la loro riconducibilità ai problemi di potere della struttura socio-economica: non è possibile tradire questa presa di coscienza,[3] proprio nel momento in cui è necessario sollecitare l'inserimento di ogni elemento significante per una costruzione efficiente e autonoma della loro personalità.
CRISI IN ATTO E EDUCAZIONE
È ormai un dato accettato quello della esistenza di una nuova condizione dell'uomo di fronte alle nuove dinamiche socio-culturali derivanti dal procedere della civiltà industriale.
Tale novità ha` provocato soprattutto l'impossibilità ad assimilare e a partecipare alla cultura globale, da parte di un crescente numero di uomini, con la conseguenza che si sono, per così dire, inceppati i meccanismi della «eredità verbale».
Il conflitto fra generazioni non è più un conflitto fisiologico, ma patologico, in quanto l'eredità verbale degli adulti non si presenta più come credibile e matura così una situazione di permanente negativo conflitto. Anche perché diventa sempre più difficile operare delle libere scelte, di fronte al fatto che i miti del produttivismo e del consumismo, nella società opulenta, finiscono per condizionare fortemente un tale impegno (lo rendono quasi «incomprensibile»)
Se prestigio, lusso, successo, sono considerati le uniche mete appetibili alle quali condizionare ogni sforzo, non è realizzabile un minimo di impegno diretto a trascendere la realtà e, quindi, ad assimilare criticamente i dati dell'esperienza. Da essa si è piuttosto travolti.
La ricerca del benessere come unico fine spinge a ricercare, sul piano psicologico, la sicurezza che si crede unicamente collegata alla soppressione di ogni alternativa e alla staticità delle posizioni individuali e sociali (con ciò stesso precludendosi ad ogni spinta a superare l'ambiente e a ricercare le dinamiche significative della realtà): a precludersi ad essere, di fatto, adulti ed educatori.
Tanto più evidenti e mutevoli sono i processi di trasformazione delle attuali società tecnico-industriali, quanto maggiore è il rifiuto a porsi su di un piano di ricerca delle «ragioni» della vita, nell'angoscioso sentimento del rischio di mettere in discussione gli elementi della fragile sicurezza del benessere. Sicché - ad esempio - mentre da una parte si avverte una più diffusa nostalgia dell'esperienza religiosa, dall'altra ci si sottrae ad impegni in tal senso.[4]
* In particolare, la ricordata crisi mette in discussione ogni tipo di normatività. L'uomo si trova a vivere, come mai nel passato, in un contesto di anormatività (= incapacità a formulare giudizi di valore, ad accettare norme-guida dalla società).
* Tutto ciò comporta un pesante aumento di difficoltà per raggiungere una reale consapevolezza della propria autonomia, e, quindi, del senso della propria identità. La fragilità della personalità dei nostri giovani, la loro corruttibilità (= possibilità di lasciarsi «comprare»), il loro infantilismo, sono conseguenze della ricordata difficoltà. Ad essa non sono in grado di opporsi gli adulti, capaci solo di sfuggire alle proprie responsabilità assumendo ruoli fittizi, abbandonandosi al conformismo e al ritualismo, alla fuga dalla realtà (per riparare nei miti di una eredità culturale del passato che non trova più alcuna verifica nel presente).
* L'uomo (che rifugge da ogni forma di finalità interiorizzata, che è incapace di stabilire la liceità o meno di molte alternative, che è, quindi, incapace sia di disciplina come di esercizio di autorità) finisce per essere un etero-diretto, sempre sollecitato dalla società socio-economica a regredire a livelli dell'infantilismo.
Il ruolo educativo
Eppure quest'uomo deve svolgere un ruolo educativo. È, in ogni caso, chiamato a intervenire nel processo di crescita educativa del giovane. È chiamato cioè a collaborare nella formazione del giovane, orientandolo verso la razionalizzazione dei dati della esperienza, verso la accettazione di fini e di norme oggettive e sollecitandolo alla creatività, attraverso un continuo, intelligente richiamo alle forze della sua immaginazione.
Il lavoro educativo dell'adulto è, quindi, una attività di decifrazione e di decodificazione dei segnali che la realtà sociale offre, al fine di identificare gli scopi naturali e metanaturali della esistenza.[5]
Si rilancia il discorso dell'autorità, nell'educazione.
L'autorità non è qualcosa che si aggiunga all'uomo; quasi - machiavellicamente - un vestito che si indossa nel momento in cui deve annunziarsi il messaggio educativo. È (o dovrebbe essere) il modo di essere di ogni adulto. L'uomo è autorità per se stesso, in quanto è capace di esprimere, con la testimonianza dei fatti, una vita razionalizzata in iniziative che dimostrino una loro correlazione, ed una loro capacità di identificazione della personalità del soggetto.
LE DIMENSIONI DELL'IMPEGNO POLITICO
Come si è accennato, per le caratteristiche della nuova civiltà e per la presa di coscienza della «riscoperta della politica» da parte delle masse giovanili, la trasmissione dell'eredità verbale di una generazione all'altra non può oggi prescindere dalla capacità di trasmettere anche una visione di valori significativi che investano la globalità dei rapporti sociali esistenti (in modo concreto, collegandoli quindi alla drammatica problematica dei rapporti di potere esistenti in tutte le strutture).
Indifferenza per la politica
L'indifferenza per la politica, caratteristica dei giovani nel passato (per la sensazione che le cose, i rapporti sociali, sono stati e saranno sempre decisi da altri) risulta oggi un dato negativo della personalità del giovane. Eppure ancora oggi molti adulti considerano favorevolmente una tale situazione e deprecano che la politica abbia fatto irruzione nelle scuole, nelle famiglie, nei gruppi, nella stessa Chiesa.
Indifferentismo politico significa, oggi, in sostanza, per un giovane, non riuscire ad apprezzare la libertà responsabilizzante; e ciò costituisce la base di ogni disadattamento e dell'imporsi di un senso di gregarismo che frustrerà per sempre la possibilità di raggiungere i traguardi di una valida personalità.
L'adulto-educatore deve, quindi, proporsi espressamente il problema del modo di educare «politicamente» il giovane.[6]
L'adulto si trova, però, nella drammatica situazione di non avvertire nemmeno i problemi avvertiti e denunziati dai giovani, trovandosi con ciò stesso fuori giuoco. Troppe volte ritiene suo dovere intervenire autoritativamente per distogliere i giovani da certi interessi e tensioni, che ritiene aberranti: qualcosa di estraneo al processo educativo, frutto di stimoli artificialmente creati da chi, a suo parere, vuol distruggere le basi stesse dell'etica, della convivenza familiare e sociale, di ogni gerarchia di valori.
Il recupero della validità del rapporto fra generazioni, quale mezzo determinante per l'acquisizione della propria identità, potrà avvenire solo se l'adulto riuscirà a presentare il suo messaggio educativo, pieno della dimensione politica, essenziale elemento della globalità della cultura.
Il messaggio di Cristo è politico
Il messaggio di salvezza del Cristo è un messaggio globale, politico: le caratteristiche del Regno e della presenza del cristiano nella storia sono legate proprio alla percezione della esistenza di problemi di potere, delle cose e delle strutture totali sull'uomo. «Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo da mangiare; assetato e ti demmo da bere... In verità vi dico che quanto avete fatto ad uno di questi minimi, miei fratelli, l'avete fatto a me...» (Mt 25,37-40).
L'incontro con Cristo è un incontro non di potere (come il cristianesimo non è un codice di leggi); né la misura del bene o del male un dato di certezze astratte: Cristo è il bene (cioè una realtà viva, una Persona) e la volontà di Dio vissuta nel quotidiano è l'unica struttura di libertà.
Autorità e potere
I giovani non accettano un messaggio educativo che non parta da una riflessione culturale sui problemi caratteristici del potere politico e non presenti modelli significativi a livello politico. Non è possibile al giovane eludere i problemi dell'angoscia e della alienazione derivanti da situazioni socio-politiche che sente determinate dalla repressione, anche se rivestita dei panni della tolleranza.
Ma come potrà l'adulto rispondere a certe esigenze, lui che è precluso a questa sensibilità dalla incomprensione di fondo del problema della riconducibilità di ogni rapporto sociale ai problemi dei giochi di potere frutto della determinata struttura socio-economica esistente?
È evidente che non è più tollerabile nell'adulto una simile incomprensione. La crisi del ruolo paterno è soprattutto crisi in ordine alla capacità di svolgere un tale compito educativo, perché non è possibile autorità ove non esista presa di coscienza della reale e concreta situazione dei problemi di potere. Nel caso contrario, ogni suo intervento apparirà, a ragione, come autoritario, perché acritico e «impuro» (cioè sorretto da motivazioni insufficienti). Quando le cose stanno così, è evidente il rigetto dei giovani.
L'anarchismo giovanile, di cui ci si lamenta, è la conseguenza della mancanza di autorità. Ma è inutile reagire attraverso la instaurazione di rapporti repressivi: essi sono solo capaci di aumentare la carica di aggressività e di insicurezza, elementi disgregatori della personalità.
Solo dopo aver compreso e costruito assieme (giovani e adulti) la consapevolezza di quanto i rapporti reciproci siano inquinati dagli apporti negativi della attuale struttura socio-economica si potrà tentare un nuovo incontro che possa ripristinare la credibilità di un intervento educativo anche di contenuto autoritario.
Nuovo ruolo dell'educatore
Occorre, quindi, che l'adulto si renda conto della esigenza di fondo di una educazione anche politica ed inizi col giovane un cammino comune. Nella impossibilità, infatti, di avere modelli da accettare e da proporre (ognuno ben sa che molte strutture attualmente esistenti offrono il fianco a gravi e insuperabili critiche), il ruolo dell'educatore diventa soprattutto l'accettazione di un comune impegno di analisi e di critica. Spetta all'educatore, in questo impegno, la duplice funzione di sollecitare un approfondimento degli aspetti di ambivalenza delle strutture e di richiamare alle esperienze storiche del passato; perché la ricerca autonoma del giovane sia stereoscopica e non viziata dalla accettazione acritica di miti.
Si pensi alla infatuazione verso il regime assembleare delle masse studentesche: gli insegnanti non sono stati capaci di far comprendere quello che di ambiguo e di fallace esiste in simile tipo di struttura politica. I giovani non hanno (a ragione) dato credito alle loro critiche, perché hanno avvertito che queste critiche erano collegate ad atteggiamenti illiberali e ben lontane dalla consapevolezza dello stato di oppressione di molti dei rapporti sociali esistenti nell'attuale tipo di civiltà.
Ma qui il discorso dovrebbe ampliarsi fino a comprendere l'esame dei rapporti di poteri esistenti, fino alla critica degli stessi rapporti familiari nella società borghese, per comprendere adeguatamente i termini di un impegno educativo orientato nel senso sopra visto. Il che non è possibile.
Applicazione ai problemi di rieducazione
Vogliamo, allora, concludere con alcune osservazioni in merito a due particolari situazioni di rapporto educativo di nostra diretta esperienza. È nota la costante lamentela degli operatori nel settore della assistenza sociale e della rieducazione. Avvertono la scarsa incidenza del loro operare, perché sono pensati (e lo sono di fatto) i rappresentanti di poteri costituiti: cosa che impedisce la possibilità di instaurare un rapporto significativo e libero con i loro «clienti».
È vano pensare alla possibilità di esistenza di operatori del tutto liberi da ogni finalizzazione d'ordine socio-politico, perché, oltretutto, è vano ipotizzare possibilità di intervento su giovani che pienamente e liberamente accettino interventi rieducativi.
L'impegno dell'educatore dovrà, allora, essere essenzialmente rivolto a chiarire al giovane i limiti della propria opera, gli stessi condizionamenti di potere che derivano da una certa struttura: questo vuol dire fare insieme un cammino di chiarificazione liberante.[7]
Il giovane potrà naturalmente rifiutare ogni intervento, sostenendo il suo desiderio di vivere al di fuori di un certo tipo di struttura esistente, riempiendo magari i suoi vuoti con la droga; ma rimarrà almeno, come dato significativo, la sincerità e la validità di un certo modo di approccio e di dialogo con l'operatore: una testimonianza reale di comunicazione affettiva, attraverso la forma dell'amore.
D'altronde, non è possibile un altro modo per instaurare un valido rapporto rieducativo oggi; come non è possibile un rapporto di educazione che prescinda dalla trasmissione di una visione globale della tradizione e dei dati del presente, nelle loro incidenze «politiche».
Si tratta, insomma, di proporsi al livello del processo educativo i termini di quel problema che è alla base dei sussulti sociali di questa stagione politica: quello della partecipazione. E non può esistere partecipazione se non si pongono, in via pregiudiziale, i termini per un comune consentire sui fini e sui condizionamenti di un impegno conoscitivo ed operativo.
La difficoltà di un simile compito è evidente; ma non è certo continuando a proporre, da parte di adulti rigidi o di adulti infantili, modelli di comportamento non soddisfacenti, conformisti, che è possibile sollecitare una maturazione di personalità per un giovane di oggi.
Applicazione ai problemi della catechesi
Un'ultima osservazione relativa al problema della catechesi, intesa come educazione alla esperienza cristiana.
Le necessità sopra proposte devono essere soddisfatte anche in questa sede, ed a maggior ragione.
Potrà essere accettato da un giovane il Messaggio solo se gli è offerto nella sua purezza, senza collegamenti condizionanti da parte della struttura ecclesiastica (di cui il giovane avverte la crisi). Questo impone che siano, in comune, ricercate e smascherate le correlazioni fra il rapporto di Chiesa e gli altri rapporti sociali, nella loro possibile riconducibilità ai problemi di potere propri ad ogni struttura. Si impone una radicale spoliazione di tutte le ambiguità che la storicità della Chiesa si trascina dietro e che ha cercato di mimetizzare.
«Il povero» della Bibbia potrà essere identificato in sé e negli altri esclusivamente attraverso i volti del potere via via presenti nella storia. La diffidenza verso il Messaggio e addirittura il suo rigetto da parte di giovani, sono conseguenze dirette di una catechesi che riduceva il cristianesimo ad un codice astratto di norme dell'operare individuale, privo di ogni spessore di comunione, facendolo quasi un gesto rituale etico. I giovani non possono più accettarlo: essi esigono una visione realmente globale del cristianesimo.
NOTE
[1]O meglio sulla contestazione studentesca, cioè su quella contestazione che ha saputo darsi una voce e manifestarsi in atti di «rivolta», la cui ampiezza è andata via via crescendo, passando dai livelli dell'università a quelli dalla scuola media. Un fatto questo che è conseguenza del prolungamento e della diffusione della scolarità, per il quale si è verificato una quasi identità fra fenomeno giovanile e fenomeno studentesco, in altri tempi non ipotizzabile.
Non si dimentichi che la scolarità prolunga nel tempo il periodo di dipendenza totale del giovane dall'adulto, cioè mantiene nel tempo i termini di un rapporto nel passato temporalmente assai limitato per le necessità di un precoce avviamento al lavoro del giovane.
[2]Intendo la politica come elaborazione di una sintesi, personale ed originale, delle relazioni che esistono fra le strutture della propria personalità e le strutture della società, non più riducibile alla società familiare e neppure alla società nazionale.
[3]Questa presa di coscienza è diffusa ormai anche a livello della adolescenza.
[4]Anche perché la Chiesa ha - finalmente - cessato di proporsi come supporto di consolazioni di ordine psicologico, ed anche la fede è diventata «più difficile», per usare la felice espressione di un noto scrittore.
[5]Questa attività si fonda sul principio di autorità, su una dimensione cioè la cui entrata in crisi è l'aspetto più marcatamente evidente del nostro tempo.
[6]L'adulto è costretto a fare quelle scelte, a proporsi quel discernimento fra alternative di cui si diceva, anche a proposito dei problemi di potere della società. E prima di tutto degli stessi problemi di potere che esistono nell'ambito familiare. La famiglia come società politica, come gruppo nel quale rifluiscono gli stessi problemi di potere della struttura socio-economica costituita.
[7]Per evitare che certi interventi siano oppressivi e, quindi, non educativi, non si deve favoleggiare di operatori e di interventi liberi, non condizionati; ma ci si deve proporre la chiarificazione delle loro caratteristiche, razionalizzando il loro collegamento con un certo tipo di struttura sociale.








































