Intervista con Carlo Carretto
(NPG 1972-12-53)
SPELLO: UNA ESPERIENZA DI PREGHIERA
I giovani vanno a Spello
L'esperienza di Spello è tra le più note in Italia. Se ne parla da tante parti. Quando un giovane incomincia a scoprire la preghiera nella sua vita, gli nasce un po' di nostalgia per Spello. Numeri alla mano, quanti sono i giovani che vengono a Spello?
È difficile dare delle cifre. Anche perché noi non teniamo... contabilità. Posso dire che vengono dai 3.000 ai 4.000 giovani all'anno. Devo aggiungere che cerchiamo di difendere Spello, per difendere il silenzio.
Evitiamo la massa, la folla. Nonostante questo, il pericolo è il «troppo». Su dieci richieste, almeno a metà do risposta negativa: aspetta ancora vieni il prossimo anno, non c'è più posto...
Cerchiamo anche di non accettare persone troppo giovani. L'esperienza di Spello ha senso dopo la vita militare: dai 20 ai 30 anni.
Vengono in molti, d'accordo. Ma che cosa cercano? Perché, secondo te, ci vengono?
Direi che i giovani che vengono a Spello, ci vengono, nella quasi totalità, per pregare, per fare un'esperienza di preghiera.
Spello è diventato sinonimo di «andiamo a fare un'esperienza di preghiera». È stato impostato così fin dall'inizio, dal mio ritorno dall'Africa. D'altra parte, il messaggio di P. De Foucauld è centrato sulla realtà misteriosa della preghiera.
È raro che ci sia qualcuno che viene per altri motivi. Quando capita, il più delle volte viene inesorabilmente preso dall'ambiente e alla fine accetta di fare fino in fondo questa esperienza.
Questa ricerca di preghiera che spinge i giovani a Spello, ti pare sia una realtà seria, un qualcosa che li prende veramente nel più profondo di se stessi... o è soltanto una moda, quasi sulla linea di un certo superficiale ritorno misticheggiante?
Mi pare, in base alla mia esperienza, di poter affermare che si tratta di una cosa seria. Nei giovani che vengono a Spello c'è onestà.
P. De Foucauld ha le carte in regola: chi viene a Spello deve fare quattro ore di duro lavoro, ogni giorno... Questa prospettiva esclude chi non ha voglia di fare cose serie. Inoltre, l'ambiente è molto povero. La vita è rude. Si dorme male. Manca tutto e bisogna supplire a molte cose. Una vera penitenza.
Più o meno tutti lo sanno. Ma vengono proprio per questo e si trovano bene. Credo di poter affermare che nella maggior parte ci sia decisa autenticità.
C'è una cosa interessante, che conferma la mia impressione.
A Spello vengono i giovani che hanno fatto esperienza di campo di lavoro o di campo-scuola. Hanno avvertito, i più sensibili, che oltre al lavoro all'impegno sociale... c'è qualcosa d'altro.
Quando un ragazzo è generoso, quando si butta a faticare in un lavoro gratuito per gli altri... vuol dire che è aperto allo Spirito. Avvertono, questi giovani, che c'è un mistero, più grande, più profondo: quello della preghiera. Un mistero che implica tutto il proprio modo di rapportarsi con Dio e con i fratelli.
Una giornata a Spello
I giovani vengono a Spello perché ci trovano qualcosa che li prende, li interessa. Vengono per pregare, d'accordo. Ma potrebbero pregare benissimo anche standosene a casa propria.
Che cosa la fraternità offre loro? Che cosa trovano che li affascina?
Prima di tutto l'Umbria; meglio: un ambiente adatto, inserito in una natura meravigliosa. Spello è in quella parte dell'Umbria che è rimasta... vergine, non ancora sofisticata dal turismo. Nel Subasio, che è oggi come era al tempo di S. Francesco.
Sulle pendici del Subasio ci sono una dozzina di eremi: lì si fa vera esperienza di comunità. La prima cosa che offriamo è una esperienza di comunità. Coloro che vengono da soli, li inseriamo nella nostra comunità: vivono con noi, a Spello. Fanno comunità con noi.
Quelli che invece sono già una «comunità», una comunità unita, con un sacerdote, trascorrono il tempo negli eremi. Lì fanno la loro esperienza di preghiera.
Abbiamo anche eremi individuali. Se qualcuno vuole ritirarsi in un eremo, da solo, per passare qualche giornata in solitudine, lo può fare. Ma non prima di aver provato l'esperienza comunitaria.
Perché insistete tanto sulla esperienza di comunità, anche per la preghiera?
È una esigenza di oggi. Ma prima di tutto è una esigenza di chiesa. Analizziamo la chiesa primitiva: la chiesa degli apostoli, di Gerusalemme. Vi ritroviamo i quattro elementi a cui noi cerchiamo di essere fedeli. Primo segno: «erano fedeli all'insegnamento degli apostoli». Non bisogna discutere molto: è importante scoprire la chiesa nel desiderio di unità. Quando la preghiera si trasforma in un luogo di contestazione e di discussione, scompare la calma, la pace. La preghiera è un atteggiamento di maturità: ha bisogno di pace. Quando l'anima è in polemica, la preghiera è agitata, a sussulti.
Inoltre, continuano gli Atti: «erano fedeli alla preghiera, alla frazione del pane e mettevano tutto in comune».
La chiesa si fa sulla preghiera, sullo studio della Parola, nello spezzare il pane: quando c'è Cristo in mezzo.
Per questo noi insistiamo molto sulla Parola di Dio: la meditiamo al mattino e nella liturgia della sera: «fedeltà» significa per noi restare lungamente in silenzio, sulla Parola. Poi «mettere in comune i propri beni». È un affare serio. Non si tratta solo di mettere una percentuale in comune: ci sono dei religiosi che mettono tutto in comune e non sono comunità...
Mettere in comune significa vivere per un momento il mistero di Cristo in mezzo a noi. Significa mettere assieme le proprie debolezze, le proprie ricerche, le proprie miserie. Pregare in comune. In una parola: mettere in comune il nostro bene fondamentale: la tensione a vivere il Vangelo. Vivere insieme il Vangelo.
Quando noi fratelli vogliamo sentirci veramente uno vicino all'altro, dobbiamo pregare molto. È la cappella che fa l'unità. Non il refettorio, o l'impegno, o l'apostolato.
Le vostre giornate hanno un ritmo ben preciso. Comunità e «spazio» offrono un supporto preciso alla esperienza di preghiera. Ci vuoi descrivere, ora, come si svolge una giornata «tipo», a Spello?
A Spello cerchiamo di realizzare il binomio che caratterizza tutti i contemplativi: lavoro e preghiera. Assieme: lavoro e preghiera.
La preghiera è irrazionale se non è legata alla vita. Prima di tutto sarebbe disumano... chiedere di restare 24 ore su 24 in chiesa. E nemmeno restare soli in camera, a meditare. Ma non è solo per questo. Noi crediamo alla fatica: il lavoro del mattino serve a farci guadagnare il pane, partecipando così alla volontà di Dio.
Dunque, al mattino si lavora: 4 ore di duro lavoro manuale. Accettiamo lavori in appalto: aggiustare strade, aiutare i contadini nei campi... Faticare, insomma. Cerchiamo lavori di fatica piuttosto che lavori intellettuali perché sentiamo il bisogno di una ferita nel corpo.
Nel pomeriggio, dopo un po' di riposo, un secondo impegno forte: 3-4 ore di preghiera. Si tratta di un intenso ripensamento sulla Parola di Dio presentata nella liturgia del mattino, l'adorazione; la celebrazione dell'Eucaristia, lo spezzare il pane insieme è uno dei punti più importanti della giornata: conclude solennemente la preghiera del pomeriggio. Questo ritmo, per i gruppi che vengono a Spello per una esperienza di preghiera, dura 8 giorni. Non accettiamo per periodi più brevi. Ci vuole un po' di tempo per entrare nell'ingranaggio...
SPELLO: UNA PROPOSTA DI EDUCAZIONE ALLA PREGHIERA
I giovani hanno riscoperto la preghiera: preghiera e vita
Da molte parti si piange sulla crisi della preghiera. Si dice che non si prega più. E forse c'è del vero. L'esperienza di Spello... conferma però il contrario. I giovani hanno riscoperto la preghiera.
Su quali strade corre questa riscoperta? La domanda ha un doppio taglio: l'esperienza di Spello può indicare agli educatori le piste più significative per guidare alla preghiera.
Il discorso è lungo e complicato. Bisogna risalire più a monte della questione.
Accennavo poco fa che molti dei giovani che vengono a Spello sono passati attraverso una esperienza di impegno sociale e politico. Hanno avvertito l'importanza delle loro azioni ma anche la loro parzialità. Hanno sentito il bisogno di qualcosa di più.
«Al di là delle cose» ho intitolato un mio libro. Quasi per dire agli uomini che cominciano ad entrare nelle cose... che le cose non sono tutto. Non è possibile alienarsi, né da una parte né dall'altra. L'uomo vive le cose, è dentro alle cose, è lì che impasta il suo regno. Ma non può fermarsi. Nella mia giovinezza nell'Azione Cattolica e dopo, nel deserto, ho lottato contro il verticalismo puro. Ho lavorato per uscire dalla alienazione di una spiritualità slegata dalla vita, da una spiritualità non impegnata. Oggi, invece, vedo incombente l'altra tentazione: quella opposta. Non c'è un giovane che non ti dica, appena incominci a parlare di preghiera: «Attenzione: è necessario impegnarsi, agire!...».
D'accordo. Ma c'è di più. C'è qualcosa che trascende le cose. Le cose sono un segno che mi indica un'altra casa, un altro padre, al di là della mia casa che un buldozer ha spazzato via e di mio padre e di mia madre che da tempo mi hanno lasciato.
L'escatologia rimane il messaggio fondamentale di Gesù.
La città terrena, ciò che rimarrà quando New York sarà solo una collina di polvere, che cosa lascerà nei cieli nuovi e nella terra nuova? Lascerà l'amore che abbiamo messo nel costruirla, la giustizia per cui abbiamo sofferto... Il regno, però, non si costruisce sopra lo sforzo umano. Ogni atto umano, per diventare escatologico, deve passare dall'altra parte.
Anche perché chi costruisce di più sono proprio coloro che non costruiscono affatto: un malato legato al suo letto, un rivoluzionario chiuso in carcere... Il regno si costruisce sull'impotenza, sulla povertà.
Il Signore ci dà la povertà, perché tendiamo verso la ricchezza che è lui. Ci dà la prigione, perché sentiamo la gioia della liberazione.
Gesù ci pone la beatitudine di Francesco: la vera beatitudine, di cui le cose umane sono un segno. Il povero che muore di fame... che segno è? È segno che lui è salvo e che io devo salvarmi, diventando povero. Questa è vera profezia: i poveri sono salvi e avranno il senso della realtà. Siamo noi ricchi, noi missionari che annunciamo la salvezza pensando di portare qualcosa di nostro, che dobbiamo essere salvati, perché la rovina è vicina.
È a partire da queste scoperte, impressionanti, che molti giovani giungono alla preghiera. Dalla povertà e dalla impotenza, toccata con mano, si giunge alla preghiera. La strada, però, è lunga. Ci vuole fede: la fede della chiesa.
Spello è una testimonianza in questa linea. Aprendo Spello, si pensava ad una fraternità di preghiera e di adorazione per noi fratelli. E ci siamo trovati invece invasi di giovani.
Più l'uomo non prega e più fatalmente si sente assetato. Presto o tardi, o denuncia la sua povertà o muore di sete.
Ho conosciuto dei giovani che sono partiti per il Brasile, per farsi promotori di liberazione, per fare la rivoluzione. Affermavano che la presenza di Dio è solo nella storia.
I più generosi... sono tornati indietro vomitando: non ne potevano più. Avevano tradito la propria vocazione religiosa, la vocazione dello Spirito, riducendola a dimensioni solamente umane. Abbracciando l'uomo fino a farne un idolo, si sono accorti che l'uomo non può essere un idolo: per nessuno. Nemmeno il povero, nemmeno l'oppresso. Chi ha afferrato la storia come un idolo, si è presto accorto che era veramente e solamente un idolo: aveva le mani e non toccava, i piedi e non camminava, gli occhi e non vedeva...
Permettimi di aprire una parentesi. Tu parli spesso di «al di là delle cose». L'hai ripetuto anche poco fa. Noi, in redazione, preferiamo parlare di «al di dentro». In un articolo (cf 1972/4) G. Negri ha un po' criticato il tuo «deserto», quasi tu volessi sfuggire dalla realtà. Forse, qualche battuta delle precedenti potrebbe confermare questa impressione. Il tema è importante, anche a proposito di preghiera. Vuoi precisare meglio il tuo pensiero?
Qualcuno mi ha contestato il titolo del mio libro. Ho l'impressione però che si sia fermato al titolo. Non abbia letto il libro. Soprattutto non l'abbia letto pensando alla mia esperienza, alla mia vita. La domanda mi permette veramente di chiarificare un grosso equivoco. Ho provato tristezza, leggendo l'interpretazione falsata che è stata data del mio pensiero.
Parlare di «deserto disincarnato», opponendolo all'«impegno per il terzo mondo» è negare la realtà o parlare per sentito dire.
Io non vado mai sulle dune a pregare prima di trascorrere la giornata sotto le tende dei beduini o dei Thuareg. Il mio deserto è il deserto del P. De Foucauld: non è mai staccato da un villaggio, da una bidonville, da una periferia di poveri. Noi, piccoli fratelli, andiamo a pregare dopo esserci guadagnati duramente il pane coi poveri e vissuto con loro.
Sarebbe una sbruffonata di cattivo gusto parlare oggi di preghiera senza partire dalla piattaforma della sofferenza universale, dalla incarnazione nella storia, dalla partecipazione alla liberazione dei popoli e dalla realtà della vita. Il P. De Foucauld ci ha insegnato ad andare a pregare stanchi, quando la schiena ci fa male per la fatica del giorno. Lui, che se ne intendeva di preghiera, non ha preteso di dirci altro se non questo: «Quando andate a pregare, imitate Gesù». E Gesù andava a pregare di notte, o nel deserto quando voleva restar solo, o nel Getsemani quando era oppresso dall'angoscia.
Pregare sul serio è cercare in Dio solo, la componente essenziale dell'esistenza, che, volenti o nolenti, passa attraverso la morte, sempre solitudine, anche se la subisci tra la folla.
Il deserto per il P. De Foucauld (quello che ho cercato di seguire) non è mai fine a se stesso, non è mai una finale; è tappa, è strumento di ripresa, è respiro. È Gesù che prega solo nella notte, per tornare all'alba nella sua comunità; è il Cristo che si isola per dialogare con il Padre. Perché opporlo al terzo mondo? Non è offensivo per Gesù?
A chi mi dice: «Perché ti isoli? Che cosa serve pregare? Non è meglio agire?», do la risposta che è nel Vangelo: «E Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto dove rimase per quaranta giorni» (Lc 4,1).
È difficile eliminare questa riga... Gesù, anche nel deserto, non era disincarnato.
Verso una educazione alla preghiera
Non tutti i gruppi giovanili potranno venire a Spello, per «imparare a pregare». Ma tutti devono... imparare a pregare.
Puoi suggerire qualche indicazione per questi giovani, e per i loro educatori, che hanno voglia di far qualcosa, ma non sanno da che parte iniziare?
È giustissimo. Il luogo normale della preghiera è il proprio ambiente di vita. Spello, come altre esperienze, ha una funzione di «avviamento». Come, allora, imparare a pregare, a casa propria?
La risposta che io do è sempre una: riprodurre, nel proprio ambiente, le condizioni della chiesa di Gerusalemme, di cui ho parlato prima. Prima di tutto: una comunità. È difficile pregare da soli. Una comunità che diventa chiesa, perché prega, perché spezza il pane, perché mette in comune i propri beni, perché ci si ama, perché si cerca l'unità.
I giovani che hanno toccato con mano, a Spello, il gusto della preghiera, prima di partire, mi chiedono: adesso che cosa facciamo?
Rispondo: portate questo spirito nella vostra parrocchia, nella vostra diocesi; trovatevi insieme una volta alla settimana, a proclamare la Parola di Dio, a dire i salmi.
Abbiamo riscoperto la Messa, dopo il Concilio. Ora dobbiamo riscoprire i salmi, il breviario.
Il gruppo deve riscoprire la gioia di dire l'ufficio assieme: le lodi, al mattino; il vespro, alla sera. Il prete con i laici, con il suo gruppo. L'inno, tre salmi, adagio adagio, la Parola di Dio, la preghiera.
Un'altra riscoperta da fare: la Parola di Dio, in tutta la sua pienezza. L'ultima cosa molto importante: restare un po' fermi. Che significa? Significa meditare, interiorizzare la Parola ascoltata, l'Eucaristia mangiata. Nel silenzio. Una mezz'ora, quasi per «digerire» il sacramento, perché aderisca nella mia vita.
Don Bosco era un grande contemplativo, come sua mamma, Mamma Margherita. Diceva: «Volete grazie? Visitate il Santissimo Sacramento. Volete più grazie? Fate più visite». Sentiva la preghiera al fiuto. La viveva. E lui aveva a che fare con ragazzi abbandonati. Tutto questo significa: imparare a fare silenzio.
Ti interrompo. Hai parlato di silenzio. Tu sai quanto sia un problema oggi, il silenzio. Come fare ad educare al silenzio?
Si tratta di creare un clima. Ricordo che, quando facevo scuola, obbligavo i ragazzi a portare le pantofole. Ogni ragazzo teneva nel cassetto le pantofole. Arrivato a scuola, toglieva le scarpe e calzava le pantofole. Il silenzio era una nota, una musica: era tremendo... Nessuno osava più parlare.
Bisogna creare l'ambiente. A Spello è così: ci sono dei giorni in cui respiriamo silenzio. In alcune ore, ogni giorno, qui c'è silenzio assoluto. Bisogna avere il coraggio di farlo. Bisogna avere il coraggio... di lasciare la paura del silenzio.
Educare alla preghiera significa anche risolvere le difficoltà, rispondere alle obiezioni contro la preghiera.
Molti giovani, oggi, rifiutano di pregare, perché hanno razionalizzato con motivazioni questo loro rifiuto.
Tu ne incontri tanti di giovani. Quali sono le obiezioni più frequenti contro la preghiera?
Ci sono delle obiezioni di rito, di moda. La preghiera, dicono, è una alienazione, è una cosa inutile: bisogna assumersi le proprie responsabilità, bisogna agire.
La risposta è semplice. Non gli chiedo se prega. Chiedo se ama. Se tu ami, se tu hai scoperto Dio come persona... l'amore porta a stare assieme alla persona amata. In altre parole, si tratta, prima di tutto, di riscoprire la presenza e la persona di Dio.
Un'altra obiezione, più sottile. Una di quelle che... nessuno dice. La preghiera obbliga alla purificazione. La preghiera non è migliore della vita e la vita non è migliore della preghiera. Se uno urta sistematicamente contro la preghiera, è perché ha una vita non consona. Se uno ha una vita in sintonia con la preghiera, per lui le cose sono naturali. La preghiera vuole la purificazione del cuore. Non si prega quando si accetta di conservare il pasticcio nel cuore, nel corpo, nella intelligenza.
Un ragazzo che ha due o tre fidanzate... quando dovrebbe averne una sola... non prega. Se accetta questo stato di cose non può pregare. Quando sente il bisogno e la voglia di uscirne, allora piange e prega. La sua preghiera è calda, perché è nella conversione.
Ancora: un pasticcio nell'intelligenza. L'uomo che non ha sofferto, l'uomo orgoglioso, l'uomo sicuro... non prega. Per alcuni: la mancanza di povertà. Chi non ha ancora scoperto il proprio limite, non prega.
lo credo che Dio lascerà sempre all'uomo la povertà, perché è il crocicchio in cui lui incontra l'uomo. Se non ci fosse la povertà, noi diventeremmo satana.
Alcuni giovani non pregano perché dicono di non credere, di essere in stato di ricerca, di «buio». Come vedi questa difficoltà?
C'è il buio dell'uomo che non ha fede. Ma non sempre il buio coincide con la mancanza di fede. È difficile, oggi soprattutto, dire quando si crede e quando non si crede... Ci sono dei giovani che dicono di non credere e sono generosissimi, andrebbero in prigione per gli altri, sono estremamente vivi... Evidentemente hanno fede, anche se non sufficientemente chiarificata.
Questo buio è propedeutica alla fede: si è in una situazione in cui si annuncia Gesù come verità, senza averlo ancora scoperto come persona. C'è poi il vero buio, quello di cui parla S. Giovanni della Croce. Questo prende soprattutto gli uomini maturi. Ed è più difficile. Serve da correttivo alla sensibilità. Abbiamo vissuto troppo sulla corda della sensibilità, anche nella preghiera: per riuscire a liberarci dei nostri complessi, della paura, per liberarci da tutto... dobbiamo passare al di là del buio e della sensibilità.
Come uno che per non avere più paura di morire, accetta di morire. Chi accetta di soffrire, non ha più paura di soffrire. È importante, anche per quanto riguarda la preghiera dei giovani. Si tratta di volere. Ma è duro uscire da questa mescolanza tra sensibile e fede.
Formalismo o spontaneità? Una preghiera liberata
Anche nella preghiera si avverte oggi il problema più vasto, delle istituzioni: integrazione o eversione? Molti giovani rifiutano nella preghiera tutto ciò che è preordinato dall'alto e sono per uno spontaneismo ad oltranza. Qualche educatore vorrebbe invece il contrario: la sicurezza che proviene dalle formule e da ciò che è sempre stato fatto.
Come avverti il problema? Quali soluzioni ti sembrano prospettabili?
È vero. Anche nella preghiera si ripercuote la crisi di istituzioni che attraversa la chiesa, oggi. Ma c'è una cosa che va premessa, subito. Quando io pronuncio la parola «chiesa», pronuncio il mio nome. È necessario cioè identificarsi con la chiesa, non vedendola più dal dl fuori ma dal di dentro di me stesso. I difetti della chiesa sono i miei difetti. Dobbiamo lavorare per contestare prima noi e poi gli altri, per purificarci prima noi e poi gli altri. Ma come io contesto i miei difetti così devo contestare quelli degli altri. Non è sbagliata la contestazione purché abbia origine dal di dentro.
Un'altra cosa. La prima istituzione... siamo noi stessi: io divento istituzione a me stesso. Dopo aver premesso questo, passo alla domanda. Le istituzioni sono in crisi: è un fatto.
È chiaro che anche la preghiera è andata in crisi, perché anche essa è stata istituzionalizzata. Ma chi l'ha istituzionalizzata? Io, tu, noi che preghiamo male, che abbiamo ridotto la preghiera ad un fatto burocratico, al dover dire qualcosa, comunque... Tutti insieme abbiamo cooperato. Ora si tratta di liberarci dalle istituzioni e di ridare alla preghiera la sua freschezza. È difficile, evidentemente. Finché siamo su questa terra, non apriamo la bocca senza fare... un'istituzione.
Oggi molti non pregano più. Perché? Perché non vogliono assolutamente più ripetere parole e formule e gesti burocratizzati e stantii. E non sanno quali altri gesti inventare.
Dobbiamo ricostruire. Ciascuno deve mettersi a ricostruire, nella libertà. Dobbiamo liberare la preghiera dalle forme vecchie, ritrovando però i contenuti autentici: il rapporto di amore tra me e Cristo, tra me e lo Spirito. Dobbiamo ricomporre il nostro rapporto con Dio, se vogliamo inventare di nuovo la preghiera.
Ma il pericolo è proprio qui: nell'instaurare un rapporto autentico con Dio. Saremo tentati nella fede... Me lo sento in gola. Chi ha vissuto come me 10 anni nel deserto, sa cosa significhi la solitudine della fede. È una cosa terribile.
Oggi sappiamo tante cose. La Bibbia la conosciamo in lungo e in largo. Ma di fronte all'immoralità che dilaga, ai giovani che rotolano nella droga, alla ricerca spasmodica del piacere... ci si chiede: che cosa farà il Signore in questa situazione? E poi, più nel profondo: perché io sono qua? Perché mi sono fatto religioso? Perché sono sacerdote, suora, consacrato?
Crisi di fede e crisi di identità. Questo è spaventoso. Fa paura.
È necessario ritrovare assieme, come chiesa, il rapporto con Dio, un rapporto di amore e di speranza. E allora sarà ritrovata anche la strada per la preghiera, per inventare una preghiera «liberata», in cui i giovani del nostro tempo possano sentirsi a proprio agio.








































