(NPG 1973-08/09-42)
PERCHÉ UN'EDUCAZIONE AGLI ATTEGGIAMENTI?
Può sembrare un discorso strano. Tanto da far dire a prima impressione che si vuole partire troppo da lontano, con il rischio evidente di slittare nel generico e di non concludere nulla.
Abbiamo tutti chiara la percezione che solo ribaltando i singoli problemi in un quadro di globalità, è possibile avere tra mano gli strumenti concettuali per cercare qualche soluzione.
Ma, tra questa costatazione, condivisa e motivata, e lo sforzo di individuare una batteria di atteggiamenti tanto a monte dell'educazione all'amore da sembrare quasi «fuori tema»... c'è un abisso.
L'«accusa» sembra non fare una grinza: davvero c'è il rischio di intellettualizzare tutti i discorsi, svuotandoli così di significato e di presa. Nonostante tutto ciò, le riflessioni sugli atteggiamenti per un'educazione all'amore integrata con la vita, ci paiono di estrema importanza. Tanto da diventare un'opzione metodologica preferenziale.
Ci spieghiamo.
Cosa sono gli «atteggiamenti»
Non vogliamo addentrarci in un'analisi scientifica. Ci basta affermare alcuni elementi «centrali» per cogliere una definizione descrittiva del fatto.
Ciascuno di noi «scatta» all'azione attraverso una sintesi armonica di scelte di volontà e di attrazioni legate all'emozione. Non siamo puro sentimento ma neppure puro raziocinio. La libertà sta nella faticosa sintesi dei due fattori (motivazione ed emozione), attraverso una decisione, inventata momento per momento, sotto la pressione di quanto ci attira (sia in senso positivo che negativo) nello sforzo di cogliere il «peso» preciso della proposta sullo sfondo di quel progetto di sé che ciascuno si va costruendo.
L'atteggiamento è questa «disposizione all'azione», una strutturazione cioè del proprio dinamismo psichico che orienta il comportamento a riguardo di un oggetto «proposto».
La strutturazione, come si diceva sopra, è una sintesi dinamica di aspetti legati all'emozione e di aspetti legati alla motivazione (quindi di ordine razionale).
Perché questo discorso tecnico?
Le singole scelte che descriveranno con i fatti la vita quotidiana della «famiglia» futura di un giovane, dipendono, in buona misura, da questa «strutturazione psicologica». Se di fronte ad un oggetto proposto la reazione è immediatamente in una certa linea (la disabitudine al sacrificio, per esempio, fa rifiutare istintivamente tutto ciò che ne ha un po' il sapore); se prevale la parte emozionale, su quella razionale; se il confronto con un sistema motivazionale è sempre e solo molto superficiale... facilmente «domani» le scelte saranno di questo stile, con tutte le conseguenze che uno può supporre.
La libertà è stata guidata e incanalata verso una precisa direzione, grazie alla batteria di atteggiamenti che ci si è costruito.
Il tutto è ribaltabile, in chiave positiva. L'abitudine facilita il comportamento: ce lo ricordano anche i nostri «nonni», senza aver consultato i grossi volumi di psicologia.
Il domani, insomma, si prepara nell'oggi. Meglio, si vive nell'oggi.
Il modo di rapportarsi con le cose e con le persone, cui ci si abitua oggi, determina - con intensità variabile, con possibilità di ripresa e di conversione, d'accordo! - il nostro essere futuro.
Educazione agli atteggiamenti
Se le cose stanno così, il problema dell'educazione agli atteggiamenti è veramente rilevante.
Dobbiamo fare un discorso chiaro.
Nessuno vive in una campana di vetro: non si dà neutralità nei confronti degli atteggiamenti. Il modo con cui ci si rapporta alla realtà oggi, non è mai neutrale nei confronti del domani.
Ci sono sociologi che hanno studiato i motivi del successo nella carriera, in rapporto all'educazione ricevuta a scuola. Hanno concluso con dati che ci fanno pensare. Una percentuale molto alta (in alcuni casi fino al 90%) dipende dagli atteggiamenti appresi sui banchi di scuola (competitività, arrivismo, individualismo... nei confronti della società dei consumi). Solo una minima parte è relativa al bagaglio di conoscenze teoriche e tecniche che uno ha appreso.
Agli atteggiamenti ci si educa comunque: attraverso le piccole cose che formano la trama dei nostri rapporti interpersonali quotidiani.
Se non vogliamo che l'educazione indiretta cancelli quella diretta offerta con tanto amore e passione, siamo costretti a mettere sul tappeto il discorso degli atteggiamenti.
Assodato questo, inizia la fase positiva.
L'amore, il tipo di famiglia di domani sarà - in grossa o piccola parte - quello che un giovane si è costruito oggi. Il modo di rapportarsi con gli «oggetti» psicologici proposti dipende molto dal tipo di educazione ricevuta. Il grosso nodo degli «atteggiamenti» è nelle mani degli educatori.
Il domani, in altre parole, non si costruisce prima di tutto attraverso le mille esaltanti proposte «verbali» e neppure attraverso la presentazione di modelli concreti di persone che hanno scelto.
Il domani si forgia, in buona parte, attraverso lo stimolo educativo, come «liberazione della libertà», ad acquistare una buona batteria di atteggiamenti.
Nell'educazione indiretta (quella che passa l'impianto educativo come dato di fatto: famiglia, scuola, comunità educative, parrocchia...), se si lavora per abituare ad una capacità critica tale da «permettere» di essere liberi nei confronti dei condizionamenti negativi e se si riesce a creare un clima educativo positivo (un clima in cui riscuotano l'approvazione sociale atteggiamenti «maturi» umanamente e cristianamente).
Nell'educazione diretta (le singole proposte fatte a ragion veduta, con la toga addosso dell'ufficialità educativa...), se si guida davvero ad una presa di coscienza sulla linea dei discorsi che stiamo facendo, evitando la facile retorica e la controtestimonianza.
Quali atteggiamenti
Il discorso si allarga a macchia d'olio. D'altra parte, quando si hanno tra mano persone, non si può viaggiare sull'ali del solo entusiasmo o del genericismo.
Partiamo da un esempio, classico dell'impostazione teologica cristiana. S. Giovanni dice che non è possibile amare veramente Dio se non si ama il prossimo: la motivazione è legata alla «visibilità» (Dio che «non si vede» nel prossimo che «si vede»). È un chiaro discorso sugli atteggiamenti.
Vivere nella carità teologica significa apprendere a rapportarsi con gli altri in atteggiamento d'amore. L'educatore della fede è preoccupato soprattutto di stimolare il giovane ad un atteggiamento di amore-servizio nei confronti degli altri. Questo modo di intessere i rapporti interpersonali (servizio o sopraffazione) dipende in buona misura dalla educazione; un modo o l'altro è il frutto di un tipo di educazione o di un altro, nell'ordinaria amministrazione dell'economia di salvezza.
Educare all'amore di Dio significa perciò stimolare a mettersi in atteggiamento di reciproco servizio e «annunciare» che in questo servizio umano è all'opera un progetto d'amore ontologicamente diverso: la carità soprannaturale.
L'insistenza sull'aspetto soprannaturale dell'amore di Dio senza una correlativa educazione alla dimensione umana-naturale dell'amore interpersonale porta a quella disintegrazione tra fede e vita, che RdC denuncia come uno dei «tarli» della vita di fede.
L'esempio ci aiuta a comprendere alcune cose importanti nel quadro dei discorsi che stiamo facendo:
* è necessario partire dal lato «educabile» («umano», se si vuole: ma il termine è inadeguato perché pone separazioni assurde), per giungere alla pienezza della vita;
* questo lato «educabile» lo chiamiamo «atteggiamento»;
* è necessario individuare atteggiamenti che siano corrispettivi, correlativi alla meta che si vuole raggiungere (si pensi al rapporto tra amore umano e amore di Dio);
* l'elenco degli atteggiamenti è variabile, perché relativo alla meta, tenendo conto però delle modalità di tempo, di spazio, di «cultura» generale (la ricerca va fatta sempre «in situazione», cioè nel contesto socioculturale all'interno del quale si è chiamati a spendere la propria vita).
La ricerca che stiamo impostando sugli atteggiamenti in vista dell'educazione dei giovani all'amore e alla «famiglia aperta», dovrà quindi commisurarsi con questi fattori:
* il contesto culturale in cui i giovani oggi vivono: esso impone di preferire alcuni atteggiamenti ad altri, scegliendo e privilegiando quelli che sono o in disuso oggi o contestati dal tipo di clima che si respira (si pensi, tanto per fare un esempio su cui torneremo, al grosso nodo della capacità di riflessione e di silenzio, urgente oggi, mentre un tempo era abbastanza diffusa nell'aria e quindi assimilata quasi istintivamente);
* le mete cui la proposta educativa tende: nel nostro caso, una famiglia «aperta», come è stata descritta in questa monografia. Si tratta di individuare quegli atteggiamenti che siano maggiormente in sintonia (come prima si parlava di amore umano e amore divino) con le problematiche che una tale modalità di famiglia comporta;
* l'amore investe la globalità della vita: non è un momento né un aspetto parziale.
La ricerca sugli atteggiamenti dovrà quindi tener conto anche di questa dimensione di globalità: dovrà cioè afferrare e sottolineare aspetti del modo di essere e di rapportarsi, nel quadro di tutto il processo educativo. Risolvere il problema dell'educazione all'amore sul solo fronte dell'«amore» significa precludersi ogni possibilità di soluzione seria e duratura.
Il contrappeso educativo
Ma tutto questo ancora non basta. È necessario aggiungere un'ulteriore osservazione che si allaccia direttamente alle ultime cose scritte.
Il progetto di famiglia aperta, e quindi il discorso sui valori, non nasce in astratto né si sviluppa in una campana di vetro. Esiste un clima culturale «di fatto» all'interno del quale si sfaccetta e si consolida.
Oggi la riflessione sugli atteggiamenti deve commisurarsi con due esigenze diverse, proprio per quella «storicità» di cui si accennava poco sopra:
* il tono individualista e borghese con cui si pensa alla famiglia («i due cuori e una capanna», per intenderci) costringe a progettare un'educazione indiretta tesa a costruire un nuovo modo di vivere la propria famiglia, in prospettiva cristiana: famiglia aperta come promotrice della pasqua di liberazione;
* è saltato però il contesto culturale (l'insieme dei valori socialmente premiati) e strutturale (con l'introduzione del divorzio) per un sostegno spontaneo alle caratteristiche fondamentali di una famiglia cristiana: l'unità-fedeltà e la indissolubilità-definitività. Quindi è necessaria un'attenta opera di ricostruzione indiretta. La «famiglia aperta» potrebbe diventare la traduzione cattolica... delle facili avventure o del divorzio.
Vanno progettati atteggiamenti in linea di continuità con questa nuova inderogabile urgenza, fino a ricreare quel clima culturale che permetta la spontanea filtrazione dei valori caratterizzanti il progetto cristiano di famiglia.
È necessario spiegarci.
La famiglia nucleare borghese, decisamente chiusa in un gretto egoismo, sfonda le sue pareti verso un'apertura che parte da interessi diversi, impegni di lavoro diversi, «vacanze» separate... per giungere alla permissività sessuale. L'introduzione del divorzio crea la valvola di sicurezza, per arginare queste tensioni.
La famiglia cristiana è chiamata ad essere aperta, per il continuo rimbalzo sociale, conservando però «chiusi» inderogabilmente i suoi valori-cardini: indissolubilità e fedeltà.
È facile notare come i due progetti siano specularmente contraddittori:
chiusura sociale per apertura «sessuale», contro l'apertura sociale legata alla «chiusura» sessuale.
Il giovane cristiano, che progetta la sua famiglia, ha già assorbito, con l'aria che respira, questi pseudo-valori (attraverso la nuova cultura, sostenuta dalla nuova normazione sull'istituto familiare). Si trova quindi a dover lottare per attingere l'obiettivo (apertura) senza perdere l'identità (fedeltà e indissolubilità).
Come raggiungere questa meta? È essenziale il discorso sugli atteggiamenti: i metodi educativi che facilitano il passaggio verso l'ideale.
Con questa riflessione diventa comprensibile l'annotazione d'apertura. Quali atteggiamenti per un'educazione alla famiglia cristiana aperta? Quelli che sono funzionali alla dimensione di apertura e nello stesso tempo quelli che sono un indispensabile «contrappeso culturale» per non ridurre l'«apertura» ad un «divorzio» o ad una «comune» intonata sulla lunghezza d'onda cattolica.
Ci pare importante aggiungere un'indicazione a carattere metodologico. I due momenti sono distinti solo «logicamente». Non possono formare due preoccupazioni cronologicamente separate. Giungeremmo, anche qui, a quella pericolosa disintegrazione tante volte denunciata in altri contesti. L'attenzione posta ad un aspetto diventa vera, reale, proprio perché è impastata con il corrispettivo contrappeso.
L'accento di preferenza dipende dal concreto «giovane» con cui si tratta e dal clima in cui egli di fatto vive.
QUALI ATTEGGIAMENTI?
Quali atteggiamenti? Per rispondere all'interrogativo abbiamo cercato di riflettere sull'argomento, con tutte queste istanze sul tappeto. Le pagine seguenti danno il punto cui siamo pervenuti. Le trascriviamo ricordando, come sempre, che si tratta di una proposta tesa a mettere in movimento la ricerca personale di ogni educatore. Anche perché le nostre sono battute da «media»: non quindi di peso sintonizzabili con il mondo concreto, storico, dei giovani, spesso diverso situazione da situazione.
L'elenco che segue è per scelta, più un insieme di intuizioni a flash che un lungo ed organico «ragionamento». Ci pare che questa modalità di trascrizione sia più rispettosa della originalità di ogni situazione e della necessità di un lavoro personale di inventività e fantasia, di fede e disponibilità allo Spirito.
Nell'elenco, inoltre, non esiste nessuna gerarchia in base ad una scala di priorità (le battute che precedono non sono più o meno importanti di quelle seguenti) e soprattutto nessuna pretesa di esaustività, sia a livello di «apertura» che di «contrappeso»: l'elenco ha più la funzione di rassegna di esempi che di proposta di modelli completi e ben strutturati. Alle mani degli operatori è affidata la ricerca di «incarnazione» e, questa volta, anche tutta la parte metodologica: le nostre proposte si situano su una frontiera prevalentemente contenutistica.
Per... serietà professionale, elenchiamo quindi, prima di aprire la rassegna, il lavoro che resta da fare:
* verifica e articolazione degli atteggiamenti in base al proprio ambiente concreto di azione: la nostra proposta è solo esemplificativa;
* organizzazione, secondo un quadro strutturato, dei vari atteggiamenti e delle modalità all'interno di ciascuno: la proposta è frammentaria;
* progettazione di una precisa metodologia educativa, attraverso tempi, metodi, mete intermedie, strumenti: la proposta è quasi sempre a carattere contenutistico e quindi troppo spesso inadatta ad essere tradotta in pratica se non è rivestita di un buon metodo.
La scoperta del quotidiano
La vita è fatta di tante piccole cose. Prese ad una ad una, sembrano banali, inutili, quasi una ripetizione noiosa di gesti meccanici. Montate in un progetto d'amore diventano grandi. Sono queste piccole cose che danno il sapore di verità ai rari gesti «grandi» cui una persona è chiamata nell'arco dell'esistenza.
Questa costatazione ha una rilevanza tutta particolare nella vita a coppia, nel matrimonio.
Non s'improvvisa la capacità di dare «nomi grandi» alle piccole cose quotidiane.
Educare a questo atteggiamento significa:
* scoprire che il quotidiano è il luogo in cui si vivono i grandi progetti;
* abituarsi perciò a cogliere al volo il significato di ogni piccola cosa;
* riuscire a collegare i grandi progetti con le piccole cose che l'incarnano, sia in fase «ascendente» (questa piccola cosa è banale solo in apparenza, perché di fatto traduce in moneta spicciola il progetto che dà senso alla vita) e in fase «discendente» (amare significa... il lungo elenco delle cose che quotidianamente si ripetono con una cadenza che può annoiare);
* riuscire a dar sapore di novità e di «avventura» alle piccole cose, attraverso «piccoli» gesti e soprattutto il collegamento con un sistema motivazionale portante;
* «illuminare» con la luce della fede il rapporto «quotidiano-mistero», altrimenti illeggibile in una prospettiva unicamente consumista.
Il gusto della vita in una dimensione di speranza
Nell'aria, a tutti i livelli, è spesso decifrabile un rassegnato pessimismo. Ci si trascina in avanti, passo dopo passo, nell'attesa sofferta di qualche oscura minaccia che incombe.
Con tutte le conseguenze: mancanza di interessi, di obiettivi capaci di scaldare il cuore, apatia e abulia; e quindi fame di sapori forti per addormentare il senso di frustrazione che ci si porta addosso.
La radice è molteplice. Non è certo questo il luogo per approfondire l'esame.
Un solo «perché» vogliamo sottolineare. Chi è abituato a cercare nelle cose la loro spiegazione, in una chiusa immanenza, molto spesso si trova a mani vuote. Chi sente la vocazione a lavorare per la liberazione dell'uomo e segna tra le entrate-uscite solo i successi e gli insuccessi misurabili con il metro di ciò che appare, troppo spesso si trova in passivo. Quindi, se continua a lottare, lo fa rassegnato, arrabbiato, incredulo dell'efficacia dei suoi sforzi.
Questa stanchezza riportata in famiglia apre a due prospettive, opposte ma terribilmente complementari: l'evasione o la chiusura.
Per noi, educare al «gusto della vita», significa:
* dare un senso profondo di speranza. Una speranza seria, laboriosa: teologica. In altre parole, guidare ad avvertire che la «spiegazione» delle cose è trascendente. Le cose, l'impegno, la riuscita, la vita, la lotta... hanno senso non unicamente perché in se stesse sono significative ma per un progetto di amore e di salvezza in cui sono inserite;
* Cox - in «La festa dei folli» - parla di due categorie di uomini: coloro che non fanno nulla e vivono felici in una danza perenne (li chiama i «mistici») e coloro che lottano per la rivoluzione e sono profondamente scontenti, arrabbiati perenni.
La speranza porta alla sintesi, la sovrapposizione delle due categorie in una: «i mistici-rivoluzionari»;
* guidare a leggere la realtà con occhio semplice, quello del bimbo che sa ancora entusiasmarsi;
* guidare a sentirsi «dominatori» degli avvenimenti e non ad esserne dominati: la banderuola che il vento agita e sconvolge ad ogni folata;
* abituare a cogliere gli aspetti positivi prima di quelli negativi, in un rispetto alla verità misteriosa che è ogni persona, mai comprensibile nello sguardo fugace di cui possiamo farla oggetto.
Capacità di «fare silenzio»
Viviamo in un mondo dominato dalla fretta. La superficialità, l'irrequietezza, l'incapacità di «capire» le cose è la tassa che dobbiamo pagare, per conservare il diritto di un posto al sole in questa nostra società, ammalata da assenza di silenzio.
Eppure se si vuole dar spazio, nella vita quotidiana, alla speranza e alla gioia di esistere, se si vuole sopravvivere come uomini (e quindi come cristiani), il silenzio, la meditazione, la riflessione sono indispensabili. Certamente non raccomandiamo un silenzio vuoto, fatto di fuga dalle cose per paura di contaminarsene. Il silenzio è la capacità di andare nel profondo della realtà, per comprenderla e innamorarsene: il banale diventa grande solo quando è afferrato in quei risvolti meravigliosi che non sono percettibili se non all'occhio abituato a guardar le cose nel loro intimo. In prospettiva di fede, Cristo è accolto, se è «avvertito come evento salvifico presente nelle vicende quotidiane» (RdC 55), quindi se è sentito operante nel profondo degli avvenimenti che fanno il quotidiano.
In altre parole, ci pare importante curare un'educazione tesa a:
* abituare ad avvertire quanto sta attorno, con il cuore attento della persona profondamente interessata a cambiare la realtà dal di dentro;
* programmare momenti forti di silenzio e riflessione, stati di calma pro gettata per un'abitudine alla contemplazione da tradursi poi nella vita quotidiana;
* apprendere quel silenzio e riflessione che è «ricerca condotta in tanti»: un silenzio ed una riflessione «collettiva». Ci si dà la mano, tra amici, per riuscire, assieme, a svelare qualcosa di più nella realtà;
* verificare abitualmente ogni avvenimento mediante un processo al rallentatore che permetta di avvertire i passaggi, le scelte, i condizionamenti che nella fretta di vivere erano forse sfuggiti;
* utilizzare il quotidiano come materiale di riflessione costante e come luogo dove compiere la riflessione: chi ha bisogno di fuggire dalla realtà per riflettere, difficilmente riuscirà a trovare lo spazio per il silenzio;
* cogliere, attraverso una continua attenta riflessione, il mistero sconvolgente di ogni persona, per saperlo «adorare», toccando con mano in verità, al di dentro degli aspetti contingenti, che ogni uomo è «uno per cui Dio è morto»;
* abituarsi a scoprire che il significato delle cose non è immanente ma trascendente, per educarsi ad un atteggiamento di gioiosa speranza che non frana sotto l'incalzare delle contraddizioni;
* per quest'insieme di esigenze, la revisione di vita diventa momento privilegiato per apprendere ad essere in stato di «revisione di vita» permanente.
Capacità di smitizzare e sdrammatizzare...
Abbiamo imparato a prendere le cose sul serio. E questo è un gran bene. Ma, qualche volta, le prendiamo troppo sul serio. Soprattutto prendiamo eccessivamente sul serio il nostro ruolo. La coscienza di una responsabilità irrinunciabile nella gestione della storia costringe a pensarci indispensabili e infallibili.
Da cosa nasce cosa. Questa coscienza sbocca nell'incapacità di autocritica, nell'assenza di disponibilità a cambiar programma, nella difficoltà a... prendere con un pizzico di filosofia se stesso e gli altri.
C'è il rischio di pretendere che ciascuno viva in stato di punta: sull'attenti ad ogni passo.
Anche perché non è sempre facile trovare le posizioni intermedie tra il disimpegnato cronico e l'impegnato sempre arrabbiato.
L'atteggiamento che vogliamo sottolineare si situa in questo quadro: è difficile trovare elementi descrittivi, come è difficile definire il buon senso... quando è vero buon senso.
Da una parte, la necessità di cogliere la dimensione globale delle cose e di progettare una risposta proporzionata, «politica»; dall'altra, l'innegabile urgenza a momenti di distensione, di sproblematizzare, di «dimenticare il marcio che c'è fuori per continuare a sorridere».
La sintesi non sta nell'alternare i momenti: sta nel fare, in ogni gesto, un sapiente missaggio. Se non fosse retorica, si potrebbe dire: sta nel saper dar la vita col sorriso sincero sulle labbra.
Questo modo di sentire le proprie responsabilità e di rapportarsi con la storia non si matura di punto in bianco. È frutto di lento faticoso rodaggio. Non è solo questione di «padronanza di sé». C'è di mezzo, come sempre, fede e speranza divenute il sale che dà sapore a tutti gli avvenimenti quotidiani.
La non-violenza nei rapporti interpersonali
Si tratta di un atteggiamento di fondamentale importanza, proprio perché l'esigenza diffusa è vivissima.
Generalmente valutiamo le cose a livello macroscopico. Per questo difficilmente ci sentiamo colpevoli di violenza nei rapporti interpersonali.
Eppure spesso, la cultura, la maggiore età, un certo linguaggio, una qualsiasi fetta di potere, la freschezza intellettuale... rendono incombente la tentazione della violenza.
Nella logica dei consumi, l'altro è un oggetto da conquistare, cui «togliere lo scalpo», per arricchire la galleria delle proprie prede.
Questo smog ci ha invaso i polmoni: lo respiriamo e lo esprimiamo anche senza accorgercene.
Ma così facendo, salta l'amore, se è vero che l'amore è capacità di mettersi al servizio dell'altro, accettandolo per quello che è.
In termini operativi, si potrebbe sintetizzare l'atteggiamento sottolineato, parlando di esigenza a:
* educarsi all'ascolto rispettoso, incondizionato dell'altro;
* educarsi ad un rapporto interpersonale in cui sia assente ogni tentativo di sopraffazione e di manipolazione;
* educarsi all'esperienza di una vita associativa in cui il reale rispetto reciproco significa controllo attento a tutti quei fenomeni di «plagio» che caratterizzano gli scambi tra le persone;
* utilizzare il potere (a tutti i livelli: cultura, autorità, simpatia, capacità...) come servizio «fino a dare la propria vita»;
* educarsi ad una sensibilità così attenta da avvertire le attese dell'altro e ad un amore così pronto da saper prevenire i suoi desideri;
* rendersi capaci di profondo realismo: lo scarto tra reale e ideale spesso butta in crisi i rapporti tra le persone. Solo una coltivata progettazione verso il «possibile», verso una meta che sia più avanti delle possibilità concrete quel tanto che basta per far camminare le cose, senza stroncare
il fiato alle persone; solo questa «attenzione realistica alle persone» permette uno scambio sincero e reciprocamente maturante.
Disponibilità al sacrificio
La società dei consumi ha fatto perdere il sapore del sacrificio: ha eliminato la parola stessa dal proprio vocabolario.
Senza capacità al sacrificio l'amore diventa consumo, manipolazione egoistica dell'altro.
Se per noi il progetto più vero d'uomo è Cristo «colui che ha dato la vita per amore», siamo costretti a recuperare questa dimensione essenziale. Il sacrificio è strada alla vita. La morte apre alla vita; non c'è alternativa. Ancora una volta, è nel rodaggio gestito nelle piccole cose quotidiane che è possibile recuperare una dimensione così «strana» tanto da non figurare mai sul tavolo che sostiene i regali di nozze; ma profondamente caratterizzante e qualificante la concezione umanamente e cristianamente matura di «amore».
Definitività contro la superficialità
È un discorso serio. Potrebbe, se si vuole, fornire il quadro di rilettura della lunga batteria di atteggiamenti.
Il contesto culturale entro cui i giovani d'oggi progettano la loro famiglia è segnato dal divorzio e dal clima che ne consegue: il fatto ha un peso almeno potenziale per tutti. Il divorzio è un'invenzione della società industrializzata e trova il suo massimo consumo logicamente nella borghesia urbana. Infatti il divorzio è la difesa, la valvola di sicurezza, il margine di devianza socialmente ammesso, della famiglia nucleare urbana.
Sulla stessa sponda, con i ridimensionamenti necessari per ottenere il diritto di cittadinanza in campo cattolico, potrebbe stare la «famiglia aperta», intesa unicamente a livello di correttivo contro l'anonimato o la «nuclearità» cui è condannata la famiglia urbana. Potrebbe diventare una evasione dalle mura ristrette di casa, socialmente premiata perché «autorizzata» e retoricamente etichettata da grossi nomi (impegni apostolici servizio, impegno politico...). Potrebbe essere lo spazio in cui si allarga il giro affettivo compensatorio, con l'alibi dei «gruppi di spiritualità»... Evidentemente non è questo il progetto di «famiglia aperta» che ipotizziamo. Ma non basta la buona volontà di partenza. Come non bastano gli interventi «solenni» per arginare il divorzio o le avventure extrafamiliari.
Ritorna il discorso sull'educazione condotta più a monte: sugli atteggiamenti. Quali? Forniamo qualche indicazione:
* abitudine a considerare la dimensione globale dei problemi, per non lasciarsi mai catturare acriticamente da piccole soluzioni non proporzionate alla vastità dei problemi o per non spendere un fascio di energie su fronti inadeguati. Con altri termini, si potrebbe parlare di abitudine alla dimensione «politica» di ogni fatto umano;
* coscienza del peso reale che le persone e le strutture hanno, nei rapporti sociali. Non c'è spazio alla neutralità. Ogni gesto, dal più piccolo al più grande, è una scelta. Non ci sono «affari privati», da risolvere quindi al chiuso delle proprie pareti. Qualsiasi soluzione richiede il rimbalzo sociale, per non essere falsa soluzione o soluzione contro la liberazione propria e altrui. La lunga esperienza di individualismo, da cui tentiamo di uscire, costringe ad una considerazione attenta a questo problema, in ogni intervento educativo;
* abitudine alla definitività dei rapporti interpersonali. È un discorso terribilmente serio. La società centrata sul consumismo e sull'utilitarismo spinge al ricambio continuo di proposte e di interessi. Si parla di facile obsolescenza. I beni offerti sono più transitori di quelli di un tempo: in fretta cambiano, si distruggono, vengono superati. Lo stesso ritmo, per spontanea trasposizione, si riporta nei rapporti interpersonali. Con uno sfarfalleggiamento di persone, di gruppi, di comunità, impressionante. Si giunge a questa abitudine solo attraverso il recupero del «valore in sé» presente nelle cose e nelle persone, al di là di un puro soggettivismo consumista (valore-per-me). La strada è difficile perché è decisamente controcorrente;
* coraggio di un continuo confronto con un progetto trascendente, capace di «contestare» quotidianamente ogni progetto personale. La scoperta del valore nella soggettività può far smarrire ogni confronto con l'oggettivo. Il soggettivo diventa «autonomo»: principio di bene e di male. Un simile atteggiamento apre all'etica dell'utile e del piacere; quindi mina alla radice ogni definitività di rapporti;
* dominio della sessualità a livello emotivo. È possibile intavolare dei rapporti interpersonali «onesti» (nel senso più ampio del termine) solo quando si giunge al rispetto, all'«adorazione» della persona, colta come globalità (una persona-sessuata, evidentemente, ma «persona» sempre e dovunque...). Ritorna, attraverso una reinterpretazione che sintonizza maggiormente con la sensibilità giovanile, il sempre necessario discorso sulla «mortificazione» personale, sul controllo. Se si vuole, sull'autenticità;
* scoperta della tensione necessaria tra persona e collettività. Ci sono giovani cui i primi bagliori di amore fanno perdere ogni capacità di stare con gli altri: l'affetto consuma ed elide il gruppo. Altri, all'opposto, utilizzano il gruppo come fuga, come alibi per un mancato rapporto interpersonale.
Nell'un caso e nell'altro, salta ogni reale possibilità di «famiglia aperta». È necessario ritrovare la contemporaneità e la reciproca integrazione dei due momenti, nell'esercizio di un rodaggio quotidiano: il «tu-ideale» che lentamente ci si costruisce, attraverso il confronto con mille proposte, come «tramite» di un rapporto più vero e più maturo con tutti.
Gli altri nell'amore
Concludiamo invitando ad una scelta radicale. Non può essere fatta una volta per sempre, perché non è possibile vivere di rendita nei rapporti interpersonali. E non può essere fatta solo in astratto.
I fatti segnano la verità della propria opzione.
Le persone umane sono «interiorità nascoste» che comunicano attraverso gesti esteriori, corporei, ossia attraverso «segni sensibili». I segni per essere «veri» devono corrispondere al sentimento, alla volontà interiore e devono essere inseriti nell'orientamento globale della persona.
Le relazioni delle persone possono essere basate:
* Sul piacere. Le persone che basano il loro rapporto sul piacere rivelano una fondamentale tendenza egocentrica a possedere, a incorporare, a fare proprio ciò che viene da fuori, per assimilarlo e farne qualcosa di sé. Non trattano la realtà, le altre persone per quello che sono, ma le fanno oggetto di rapina.
Con questa conseguenza: il piacere quando è realmente e totalmente ricercato per se stesso, sfugge all'uomo. L'edonista radicale è un angosciato. Negli altri casi più blandi, la ricerca del piacere conduce alla asocialità all'egoismo: su di esso può fondarsi solo un'etica della violenza, dello sfruttamento, del disimpegno.
Il fondamentale «disordine stabilito» della società in cui viviamo ne è una chiara dimostrazione.
* Sull'utile. In genere gli adolescenti vivono in questo tipo di rapporto: cercano l'approvazione degli altri, dei compagni, del clan e la preferiscono alla libera espressione dei propri impulsi che vengono rimossi repressi o sublimati. Le stesse relazioni affettive sono dominate dall'opportunismo e dal convenzionale, perché dipendenti dal bisogno di approvazione da parte dei coetanei, del clan o della società. Malgrado tutte le sdolcinature romantiche, quanti ragazzi e quante ragazze vengono scelti come partners solo per valorizzarsi e farsi belli di fronte agli altri.
* Sul valore. E perciò sull'amore.
L'altro non è mai ridotto al livello di cosa, di oggetto di conquista e di occasione, di piacere o di utilità. Ma viene percepito come persona carica di valori. Allora il ragazzo o la ragazza valgono non per la distribuzione armonica delle masse muscolari, non per i soldi, non per la spider o per la mini, non per la potenza degli ormoni. Un uomo o una donna valgono per la capacità di scoprire, dire e realizzare la verità. Valgono per la capacità di collaborare, di amare e di guardare gli altri con fiducia e speranza. Valgono per la libertà cercata ed offerta, per la gioia che sanno coltivare dentro di sé anche nei momenti oscuri e che sanno far germogliare negli altri.
Nelle piccole cose di tutti i giorni ci si abitua a preferire un parametro piuttosto di un altro. Ci si costruisce, cioè, quel modo di entrare in rapporto con gli altri che fornirà la piattaforma della famiglia di domani.
CONCLUSIONE
Aprendo la rassegna, eravamo preoccupati di segnalarne la frammentarietà e il carattere semplicemente esemplificativo.
Una lettura attenta della proposta ha messo in movimento la sensibilità e l'amore pastorale del lettore.
È a questo livello che il discorso si fa operativo: con le integrazioni e le traduzioni al concreto che ciascuno ha saputo costruirsi, nel sudore di una propria personale ricerca.
Un'ultima cosa va detta, a conclusione.
Il giovane vuole vivere: rifiuta ogni costrizione al parcheggio «in attesa di...». I discorsi intessuti di «attendi», «preparati», «non è ancora il tempo: vedrai dopo», spingono al rifiuto deciso e categorico. Chi ha il cuore gonfio di amore non può sostare ai bordi, in attesa che il tempo passi.
D'altra parte, nella vita, la scalarità è legge fondamentale. Il fiore intristisce se una mano frettolosa lo dischiude.
Proporre una batteria di atteggiamenti cui educarsi per essere uno capace di amore - oggi e domani - significa «costringere» a vivere intensamente nell'oggi la propria disponibilità all'amore, accettando la provvisorietà e la permanente tensione verso un futuro che è meraviglioso proprio perché ci supera.








































