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    Un cammino assieme verso una meta che è in avanti



    Pino Scabini

    (NPG 1973-08/09-78)

    Nell'attuale problematica che riguarda i fidanzati,[1] due dilemmi ricorrono con frequenza: fidanzati o sposi prima del matrimonio? preparazione al matrimonio o iniziazione cristiana al sacramento dell'amore? Ci si chiede, in altre parole, se due giovani che si avviano al matrimonio debbano essere considerati soltanto amici oppure siano già sposi ai quali manca soltanto la ratifica istituzionale e comunitaria del matrimonio. Inoltre si domanda - la connessione tra i due interrogativi è più stretta di quello che appare - se il fidanzamento sia il tempo nel quale si acquisisce una patente di abilitazione per una nuova professione, quella di sposi, oppure sia un tempo di «grazia», di doni e di compiti già in atto dei quali i fidanzati sono, nel contempo, destinatari e soggetti responsabili.[2] Come sempre i dilemmi non risolti creano confusione e rischiano di approfondire il fossato dei contrasti. Da una parte coloro che considerano i fidanzati eterni minorenni ai quali è indispensabile l'obbedienza a norme precise e l'accoglienza dei «maggiori» che si autoproclamano «esperti»; dall'altra i propugnatori della spontaneità, del superamento di ogni quadro di riferimento, dell'auto-responsabilità che mette fuori gioco ogni altra persona che non siano i fidanzati stessi.

    «CERCATE IL REGNO DI DIO»

    Più che a dilemmi e ad antinomie, siamo forse di fronte, nel caso del fidanzamento, ad un paradosso irriducibile a facili enunciati. Ora, un paradosso non lo si risolve, lo si assume e lo si vive. Isolandone questo o quell'aspetto, lo si svuoterebbe della sua forza. Cosa più grave ancora, lo si priverebbe della verità alla quale il disagio suscitato ci fa accedere. Un paradosso è comprensibile se lo si pone in riferimento a qualcosa che lo trascende e lo porta a compimento.
    Il punto di convergenza e di orientamento dell'esperienza vitale di due fidanzati è il Regno, al quale si accede per una via angusta e stretta ma da cui nessuno è escluso e nel quale si realizza l'amore, la pace e la giustizia, la verità e la vita, la santità e la grazia. Occorre dunque cercare il Regno e la sua pienezza; il resto viene dato in aggiunta (cf Mt 6,33). Assumendo il Regno di Dio come quadro di riferimento globale, ci sembra possibile presentare oggi ai fidanzati una proposta di spiritualità, di «vita nello Spirito», altrimenti indigesta anche per le numerose storture imputabili in pari misura ai cristiani che l'hanno resa sinonimo di devozionalismo e di pratiche cosiddette edificanti e a una mentalità che, sull'onda della secolarizzazione, risuscita, spesso senza volerlo, una contrapposizione tra l'uomo e Dio, tra terra e cielo, superata definitamente dal mistero dell'Incarnazione.

    Dimensioni del regno

    La riflessione biblico-teologica sul Regno, particolarmente vivace negli ultimi tempi,[3] sottolinea due aspetti. Anzitutto il Regno non è tanto il luogo o l'estensione, come parrebbe suggerire il vocabolo italiano «reame», ma è il fatto che Dio è Re; si celebra la signoria di Dio, la sua iniziativa di alleanza e di comunione, grazie alla quale tutti gli uomini sono abilitati a realizzare, fin d'ora, la «famiglia di Dio» dove tutti sono fratelli fra loro perché in Cristo sono figli del Padre. È ciò che la tradizione orientale ha sempre espresso con la formula liturgica: Dio Filantropo, Dio cioè che ama gli uomini: il suo amore è teso verso il grado sommo della comunione, della quale una anticipazione è l'Eucaristia, il «memoriale» della Pasqua di liberazione e di vita nuova.
    Inoltre, il Regno va cercato: nel Regno si entra non automaticamente ma a determinate condizioni, riassunte nel pentimento-conversione e nella fede; «Il tempo è compiuto, il Regno è prossimo: pentitevi e credete all'evangelo» (Mc 1,15).
    Il Regno dunque è «dato» a coloro che l'aspettano, lo cercano e vi aspirano come al loro unico tesoro; è donato ai «poveri», a coloro che si rendono «umili come bambini piccoli» (Mt 18,3-4), a colui «che nasce di nuovo» (Gv 3,3-5), che lascia tutto per causa sua (Mt 19,28-30) e che accetta di farsi discepolo, di «seguire» Gesù sulla via della rinuncia e del sacrificio (Mc 9,47; Mt 19,12; Lc 9,60-62). Povertà, infanzia, umiltà non sono solo «virtù» che rendono degni dell'ingresso nel Regno, ma sono i segni e i frutti del vero pentimento e della fede autentica che la promessa del Regno, la parola stessa di Gesù, fanno sorgere nel cuore dell'uomo.[4]
    Bisogna notare a questo punto che l'ingresso nel Regno non può essere capito se non come evangelo, lieto messaggio non solo predicato ma già compiuto in Cristo. L'entrata nel Regno s'identifica con il movimento e la decisione di fede in colui che ne è il Re, Cristo Signore, nella relazione con la persona e il mistero di Gesù Cristo.

    SPIRITUALITÀ DELL'AVVENTO

    La ricerca del Regno è una costante di tutta l'esistenza cristiana e, nel caso dei fidanzati, sottolinea che essi diventano un «lieto annuncio» per il popolo di Dio quando hanno coscienza di avere già in dono l'amore che li chiama a uscire da se stessi per realizzare l'alleanza, la comunione, cioè il disegno stesso del Padre e, nel contempo, si rendono conto di dover camminare verso il Regno, assumendo gli atteggiamenti del viandante, del migrante che si avvia verso la casa della pace senza fine.
    Si profila così una proposta di vita che, riesumando termini biblici sempre attuali, si potrebbe chiamare «spiritualità dell'avvento» dove spiritualità richiama l'azione incessante e prioritaria dello Spirito, primo dono dato da Cristo ai credenti, e di conseguenza uno stile di accoglienza, di fedeltà, di docilità e di apertura e avvento indica una condizione di attesa-certezza, una speranza di grazia che è già presenza di grazia in forza di questa speranza, simile alla condizione di coloro che fecero l'esperienza dell'esodo, del deserto, dell'esilio, della migrazione e della Terra promessa. Ci si ritrova a vedere con meraviglia come non esista che una storia sola: quella degli uomini si intreccia con quella di Dio, la «mia» si incrocia con la «tua», ieri e domani acquistano significato nell'oggi, il «piccolo resto» è nel cuore dell'umanità.
    A parte la difficoltà di trovare un linguaggio accessibile per uomini del nostro tempo, sempre più afflitti da un analfabetismo religioso di ritorno di dimensioni macroscopiche, riteniamo che la proposta di una spiritualità dell'avvento, nei suoi contenuti e nelle sue esigenze di atteggiamenti esistenziali, contribuisca grandemente alla preparazione dell'amore, centrando l'attenzione su una condizione di provvisorietà-certezza che è caratteristica del periodo del fidanzamento e molto vicina alla sensibilità dei giovani, ma nello stesso tempo è aspetto fondamentale per la dimensione cristiano-ecclesiale della vita.
    Si diceva del linguaggio e della sensibilità dei giovani; non sono essi oggi i propositori della «condizione della strada», della ricerca senza conclusioni prefabbricate ma verso un progetto che dia garanzie? La parola di Dio, sempre nuova, è forse più incidente e più comprensibile di quanto appaia a prima vista.[5]
    La nostra proposta si fa comprensibile se esodo, deserto, esilio, migrazione, terra promessa, alleanza s'impregnano di attualità, riducendo la trama di una esistenza che non vive d'episodi o di ricordi ma si costruisce nel quotidiano come realizzazione di un progetto al quale Dio associa l'uomo in qualità di con-creatore. A questa esigenza ubbidiscono le note che facciamo seguire, in verità assai affrettate e schematiche, intese a far emergere una ricchezza di contenuti e di prospettive che esigeranno una puntuale traduzione a misura delle persone e delle situazioni in cui si vive.

    «SPOSARSI NEL SIGNORE»

    «Non avete letto che il Creatore, agli inizi, fece un uomo e una donna e disse:...l'uomo lascerà il padre e la madre e s'unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola?». Alla perplessità dei discepoli: «se così stanno le cose, non merita sposarsi», il Signore replica brevemente: «agli inizi non era così» e questo lo «comprenderà chi può» (Mt 19,1-2).
    Il punto fondamentale d'una preparazione al sacramento dell'amore sta nell'avere la visione d'un progetto, la intelligenza d'un disegno al quale si è chiamati a dare una realizzazione. In altre parole, la scoperta fondamentale che dà un senso compiuto al periodo del fidanzamento è la risposta dei due all'interrogativo: perché ci sposiamo? La risposta ultima, quella che scolpisce la crosta delle apparenze e rimescola il gioco delle sicurezze, non è opera delle vibrazioni sentimentali, dell'estro momentaneo o anche delle spinte di fervori religiosi artificiosi. Ugualmente non servono le «sicurezze» rappresentate dalle tradizioni o dalle innovazioni degli uomini. La luce che illumina viene dall'alto ed essa sola ha il potere di svelare il disegno degli «inizi», nella sua originale purezza (cf Gv 3,7). Senza la luce della fede, all'uomo sfugge il senso profondo e la destinazione ultima del matrimonio e della vita familiare. Per questo gli viene chiesto anzitutto di lasciare la terra delle proprie sicurezze e delle proprie visuali per camminare verso la visione e il disegno di un Altro. La fase della preparazione al matrimonio è un'occasione privilegiata di impatto nella fede e della crescita in essa, mutando la propria mentalità e la propria vita per assumere la mentalità e la vita di Dio, manifestatesi in Cristo.
    Il momento focale di una vera educazione all'amore coincide con il lasciare gli egitti dei propri idoli, dei condizionamenti oppressivi, interiori ed esterni, per accedere a una fase di liberazione e di novità nella quale amare diventa «amare nel Signore» e sposarsi significa «sposarsi nel Signore» (1 Cor 7,39).
    C'è bisogno dunque che, già nel periodo che precede il matrimonio, si acquisisca la coscienza che l'amore umano è destinato a diventare «agape», amore di Dio che si manifesta in Cristo che ama la sua Chiesa e che l'esperienza di coppia si riduce a una convivenza fine a se stessa se non diventa una cellula vitale, una comunità d'amore e di vita che ha in sé il germe della vita di tutti gli uomini.[6]

    «Perché sposarci nella chiesa?»

    Le domande oggi così frequenti, e non banali, «perché sposarci?» e «perché sposarci nella Chiesa?» non sopportano risposte superficiali e immotivate. Ci si sposa in ordine al Regno, alla attuazione già ora possibile d'una condizione umana riscattata dai limiti dell'egoismo, della solitudine e della divisione per diventare un'esperienza, sempre limitata ma reale, di unione profonda tra l'uomo e la donna, tra il corpo e l'anima, tra il singolo e gli altri, tra l'uomo e Dio. Il matrimonio s'intravede allora come prima esperienza di comunità di persone e di comunione di tutti i beni delle persone che, al di là di quello che è in se stesso, diventa segno rivelatore e efficace d'una realtà alla quale gli uomini radicalmente aspirano: il Regno, cioè la comunione, la pace, la vita.
    Tutto questo avviene in Cristo. Vuol dire che coloro che scelgono di sposarsi, sanno che prima e durante il matrimonio, il loro amore ha bisogno di «fare pasqua» innestandosi nella morte e nella risurrezione di Cristo mediante la fede nella Parola e nel sacramento. Parola e sacramenti sono la via che il Signore ha tracciato e la porta che egli ha aperto: è appunto passando per questa porta che Lui viene verso gli uomini e gli uomini vanno verso Lui.

    CAMMINARE SECONDO LO SPIRITO

    Si delinea un itinerario che riguarda sia la «conversione del cuore» ossia un radicale e quotidiano cambiamento di se stessi, sia lo stile di una esistenza che s'esprime in atteggiamenti qualificanti.

    In ascolto

    S'inizia con l'ascoltare la voce che invita a prepararsi con le proprie mani la propria storia, a uscire dalle angustie di un egitto che offre qualche sicurezza (cipolle e case di mattoni, il proprio sentimento e la gioia della tenerezza) ma non offre un avvenire. Si dà un senso alla propria vita costruendosi un progetto di futuro che è non tanto da inventare ma piuttosto da scoprire.
    Un clima di meditazione, di consapevolezza, di riflessione appare indispensabile, unitamente alle esigenze di dare tempo... al tempo. «La chiarezza non sarà solitamente il lampo di un istante felice e improvviso in mezzo ad un'esistenza gretta, disimpegnata e areligiosa. Si porrà come il coagularsi graduale di elementi (attrazione sentimentale e sessuale, l'età, la condizione sociale, la salute, gli interessi, il tipo di formazione, le convinzioni religiose dei due, ecc.) che devono essere vissuti con intensità, «dal di dentro». Senza pretendere ciò che Dio non vuole: né un tempo stabilito, né una direzione prefissata da noi».[7]

    Una storia a due

    Si prosegue costruendo la propria storia «a due». Il periodo che precede il matrimonio non è la storia di una solitudine accanto ad un'altra solitudine ma l'avvio di una comunione. Ivi s'incontrano e s'incrociano due progetti ai quali si chiede non di sommarsi ma di fondersi armonizzandosi. Ai due è già data una grazia che li riguarda non quasi «in solido» giacché la grazia è sempre un dono personale, ma non indipendentemente l'uno dell'altro. Tende infatti a preparare nei due la vita comune in qualche misura già in atto.[8]
    La dinamica di questo «costruire in due» passa attraverso il dialogo come stile di vita, dove la condizione basilare è la lealtà unita alla volontà di comprendere l'altro e di restare a lui fedele. Espressione e frutto progressivo del dialogo (una vita di alleanza) è la capacità di «unirsi», cioè di pensare e agire insieme, soprattutto in due direzioni: pregare insieme e aprirsi insieme agli altri.
    Pregare per l'altro, con l'altro e - se fosse possibile dirlo - nell'altro. Amare il prossimo in due, portando a compimento la carità che, nella sua pienezza, è sempre comunione: vivere per l'altro ma, meglio, con l'altro a favore degli altri.

    Verso il futuro

    Si vive nell'attesa-preparazione di un futuro certo e grande: la terra promessa. Il fidanzamento, letto alla luce della fede, non può pretendere di porsi nella comunità cristiana come segno compiuto dell'amore di Cristo per la Chiesa (cf Ef 5,25). Può però e deve essere vissuto come attesa e preparazione che non costituisce tanto un tratto di tempo passato quanto piuttosto una dimensione costante nel tempo della Chiesa.
    I fidanzati rivivono, per se stessi e per tutta la comunità, le esperienze del deserto, dell'esilio e della migrazione che furono d'Israele e di Cristo e sono tuttora dei cristiani. Il bene promesso non è ridotto alla sessualità, come alcuni giovani pensano progettando il matrimonio, ma la comprende in tutto il suo significato di comunicazione e di donazione reciproca dell'uomo e della donna. Il bene promesso è piuttosto l'unione in Cristo e, in lui, con Dio e con gli uomini; ma la sessualità non è indifferente a questo se intesa come una forma di carità a livello di corpo e di anima intimamente associati: mediante questa intima solidarietà d'amore vicendevole, i fidanzati vanno verso la casa del Padre, riproducendo l'immagine di Dio, secondo cui sono stati creati (cf Gen 1,27) cioè vivendo in Cristo, immagine del Padre (cf Col 1,15).
    Il fidanzamento diventa cammino in senso biblico, ossia tempo di «passaggio» quindi di prova e di coraggio, animato dalla speranza che non è semplice orientamento o forzata attesa. Si vede già «per fede» e si possiede «in speranza», nella provvisorietà avviata alla compiutezza. Un elemento essenziale di questo cammino è il deserto, ossia un'esperienza di solitudine e di silenzio, nella quale si incontra di solito la prova della propria fede unitamente a una speciale rivelazione di Dio, la prova della debolezza congiunta all'esperienza della riconciliazione. Lo stile di vita più pertinente è quello dei «poveri» dell'evangelo, per i quali è gioia morire a se stessi per donarsi con sempre maggiore compiutezza e libertà, riconoscersi bisognosi di salvezza che nessuno dei due possiede e vivere nella sobrietà interiore ed esteriore dei gesti e dell'uso dei beni.
    È evidente il richiamo a uno stile di vita che ha nell'elemosina (intesa ancora una volta in senso biblico, come privazione di ciò che non è essenziale per donare agli altri e per aprirsi alla visione dell'essenziale) e nella castità i suoi momenti forti. Un amore casto, lungi dall'essere una riduzione dell'amore e un non fare oggi in attesa del domani, è una affermazione di libertà che sceglie di amare quando e come si deve, nell'attenzione alla crescita d'assieme e alla maturazione di due persone.
    L'attesa dunque non è «aspetta, preparati, non è ancora tempo», ma una faticosa marcia - pregando, piangendo e cantando (cf salmo 38) - verso una liberazione già in atto che si manifesterà compiutamente alla fine.
    Vi è già la certezza che non si è soli: Dio si fa presente in Cristo e questi si fa presente in mezzo ai due che si vogliono riunire nel suo nome, in molteplici modi, tutti riassunti nell'Eucaristia. I viandanti conoscono la presenza in loro del «liberatore» quando collegano e orientano la loro convivenza verso la comunione eucaristica, simile ai due di Emmaus che, nello spezzare del pane, comprendono il significato profondo della Parola, hanno la gioia del non sentirsi soli e vincono la paura della sera incombente (cf Lc 24,13-35).

    In tanti - nella chiesa

    Il cammino in avanti è convissuto da un popolo-in-marcia. La storia che ci si costruisce matura e si sostiene in seno ad una comunità: la famiglia, un gruppo, la Chiesa locale. I fidanzati non sono - e non dovrebbero essere - i tollerati ai quali nessuno rivolge parola, ma sono i membri riconosciuti di un popolo, ai quali si offre solidarietà e dai quali si riceve una ricchezza originale. La solidarietà offerta è la messa a disposizione dei doni che la comunità possiede: la Parola che converte, la grazia che vivifica e la carità che edifica. Tra le maggiori carenze di una chiesa locale oggi è la mancanza di momenti di meditazione, di una liturgia appropriata, di una testimonianza vissuta e di un «consiglio» adeguato da offrire ai fidanzati.
    Ma, a loro volta, i fidanzati non sono sempre accoglitori di una grazia particolare che li corrobora perché non si concentrino su se stessi, superino una impostazione di vita egoistica a due e non cedano alle pressioni anonime dell'ambiente sociologico in cui sono immersi.
    Quando mettono a frutto il dono ad essi concesso, si aprono al servizio della comunità sia sul piano civile che sul piano ecclesiale.
    Una tipica forma di servizio ci sembra quella di fare gruppo con altre coppie di fidanzati e di sposi, non solo per dialogare su problemi vivi e di immediato interesse, ma per rendere testimonianza agli altri nella speranza che è in loro.

    UNA PROVOCAZIONE

    La molteplicità dei richiami concreti e delle prospettive operative sono evidenti anche dietro una esposizione, come la nostra, per nulla organica e ancora bisognosa di esplicitazioni.
    Vorremmo riassumere comunque con alcune convinzioni che offriamo ai lettori come una provocazione.
    * Educare all'amore è essenzialmente educare all'incontro con Cristo, un itinerario nella fede. Se la comunità cristiana a coloro che cercano il matrimonio, non offre, nei modi adeguati, l'esperienza della fede, è simile a chi aiuta a costruire sulla sabbia. Si rende colpevole perciò di ignavia o di speculazione.
    * Il fidanzamento non è una scuola professionale; è piuttosto il tempo di una esperienza unica nella vita, mediante la quale si vive in modo forte la dimensione pellegrinante della Chiesa, l'attesa e la venuta del Regno. È dunque tempo di scelta di vita, di ricerca, di gioia e di speranza, di povertà e di perdono, di cammino nella fede.
    * I fidanzati non sono singole persone che, domani, per incanto si troveranno coppia coniugale. Essi fanno una esperienza di coppia incipiente; non ancora famiglia ma già chiamati a camminare in due. La loro spiritualità è quella della provvisorietà avviata alla compiutezza che richiede a loro l'impegno, il coraggio e la prova della povertà. Ma i poveri hanno bisogno di trovare perdono, riconciliazione, accoglienza gioiosa in una casa «aperta».
    * Nessuno cresce nell'amore da solo. I fidanzati hanno bisogno di una comunità in dialogo, cioè che sappia donare e accogliere. L'impegno di tutta la comunità va sostenuto e si esprime con la presenza in essa di educatori, di testimoni e di «consiglieri» che mettono a profitto ciò che hanno ricevuto. Se ciascuno risponde ai doni ricevuti dallo Spirito, tutti sono aiutati a camminare secondo lo Spirito.

    NOTE

    [1] Per una essenziale bibliografia, rimandiamo a P. SCABINI, G. CAMPANINI, Pastorale dei fidanzati, AVE, Roma 1970, pag. 171-176.
    [2] L'espressione «tempo di grazia» appare nel documento pastorale della CEI, Matrimonio e famiglia, oggi, in Italia, n. 18. Cf S. MAGGIOLINI, Sessualità umana e vocazione cristiana, Morcelliana, Brescia 1970, pag. 183-209; D. TETTAMANZI, Fidanzamento, tempo di grazia, Milano 1966; I fidanzati nella comunità cristiana. Contributi al rinnovamento della pastorale prematrimoniale, AVE, Roma 1972 (a cura del gruppo permanente per la pastorale familiare), pag. 47-58 (cogliamo l'occasione per segnalare quest'ultimo volumetto, degno di attenzione); La préparation au mariage, Fleurus, Paris, 1968; Giovani, amore e famiglia, «Quaderni di pastorale giovanile», ottobre 1972.
    [3] Cf R. SCHNACKENBURG, Signoria e Regno di Dio, Il Mulino, Bologna 1971, con amplissima bibliografia. Per una sintesi, cf Regno, in J.J. VON ALLMEN, Vocabolario biblico, AVE, Roma 1969, voce a cura di H. Roux, pag. 399-403.
    [4] H. ROUX, Regno cit., pag. 401.
    [5] Cf J. KEROUAC, Sulla strada, Mondadori, Milano 1969, pag. 309-321 (E.H. ERIKSON, Memorandum sulla gioventù); G.E. RUSCONI, Giovani e secolarizzazione, Vallecchi, Firenze 1969. Per i temi biblici, segnaliamo le voci: Deserto, Esodo, Esilio, Emigrazione, delle «Schede bibliche pastorali», Dehoniane, Bologna.
    [6] Cf G. PATTARO, La coscienza cristiana del matrimonio in «Presenza pastorale» XLII (1972), n 9, pag. 793-812.
    [7] S. MAGGIOLINI, op. cit., pag. 194.
    [8] Cf I fidanzati nella comunità cristiana, cit., pag. 56.



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