Giuseppe Mattai
(NPG 1976-12-38)
OSTACOLI PSICOLOGICI E STRUTTURALI ALL'AUTOREALIZZAZIONE NELL'ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE
Gli ostacoli a livello psicologico
Il giovane che, dopo più o meno lungo «parcheggio» scolastico, ha la ventura di entrare nel mondo del lavoro porta con sé un bagaglio interiore di aspirazioni ed attese che, a seguito del duro impatto con una realtà contrassegnata da dure costrizioni, non tarda a subire fortissime amputazioni o dolorosi ridimensionamenti. Il rapporto tra aspirazioni ideali ed esperienza vissuta definisce appunto il grado della sua soddisfazione e quindi dà la misura reale della sua autorealizzazione.
Per il giovane operaio e professionista come si configura nel nostro Paese tale rapporto?
Quando si tenga presente la complessità dell'odierna situazione del lavoro, la sua eterogeneità e differenziazione, tipica della organizzazione industriale, aggravata dalla «giungla retributiva» e dall'emergenza di nuove classi proletarizzate, è ovvio che ogni risposta univoca risulterebbe aprioristica e mistificatoria. Le ricerche empiriche in materia, pur con i loro limiti, ci aiutano ad uscire da luoghi comuni o «precomprensioni» che, se non vengono dimostrati, decadono in «pregiudizi». Orbene tali ricerche, proprio a livello di operai dipendenti e non qualificati, ci offrono spesso un quadro di soddisfacimento (e di autorealizzazione) superiore a quello che, nell'ambito della situazione conflittuale dell'impresa e della divisione del lavoro, potremmo attenderci.[1]
Quando però si prendono in considerazione situazioni professionali, dove il grado di divisione del lavoro è più accentuato e frustrante (catene di montaggio), classi particolari di lavoratori (braccianti, edili, minatori...), categorie nuove (come tecnici intermedi) o antiche ma che vivono una forte crisi di identità e di prestigio (come gli insegnanti) il livello di soddisfazione tende ad abbassarsi in maniera notevole. E ciò avviene non solo per motivazioni economiche, ma piuttosto per ragioni psicologiche: tali categorie, infatti, non si sentono artefici delle decisioni che li coinvolgono, ma strumentalizzate dalla burocrazia di un apparato (industriale o statale) che toglie loro ogni potere ed ogni «gusto» nell'esercizio di una professione, privata di possibilità creative.
Ostacoli all'autorealizzazione nelle strutture produttive organizzate sulla base della «gerarchia» r della divisione del lavoro
L'alto grado di insoddisfazione che accompagna il lavoro dipendente e ripetitivo della grande impresa (insoddisfazione rivelata anche dal fenomeno dell'assenteismo), sembra doversi attribuire innanzitutto a situazioni strutturali: il rigido apparato gerarchico dell'impresa e l'altrettanto rigida divisione tra lavoro «direttivo» e «lavoro esecutivo» determinano, infatti, sentimenti, prima inconsci e poi palesi, di non-realizzazione o peggio di «alienazione». Per quanto i due concetti non coincidano, le situazioni obiettive dell'impresa favoriscono il passaggio dal sentimento di non-realizzazione a quello più complesso e negativo di «alienazione». Sulla base di un'attenta - e sotto molti aspetti ancora valida - ricerca empirica, il Touraine ravvisa nell'alienazione operaia i seguenti elementi:
- l'impotenza, l'impossibilità avvertita di non poter agire sui risultati ottenuti;
- l'assurdità, l'assenza di significato dell'intera situazione in cui ci si trova immersi;
- l'anomia, adozione di mezzi che sono in contrasto con valori e norme vigenti;
- l'isolamento dalla costellazione di valori culturali dominanti;
- la reificazione, sentirsi cioè uomo-separato-da-se-stesso, dai prodotti del proprio lavoro, eterodiretto e mercificato.[2]
È abbastanza ovvio che tali situazioni strutturali, unitamente al fenomeno dell'alienazione operaia, generino uno stato di «conflittualità permanente» nelle aziende.[3]
IL SUPERAMENTO DELLE FRUSTRAZIONI
Come, in tale situazione, i lavoratori tentano di superare i complessi di frustrazione e raggiungere un certo grado di autorealizzazione?
Sarebbe certo interessante, sulla base di ricerche empiriche che purtroppo mancano o risultano in larga misura carenti, rispondere a questo interrogativo e precisare per quali vie - nelle molteplici e differenziate situazioni professionali - i lavoratori e, in particolare, i giovani operai tentano di superare il senso, più o meno grave, di frustrazione che s'accompagna all'esercizio dell'attività professionale.
Azzardiamo come ipotesi di lavoro - verificabile o falsificabile in base a più attente osservazioni - una tipologia che prospetta le vie più frequenti - talora in simbiosi - di superamento della mancata autorealizzazione professionale:
- via «familistica»
- rifugio nelle dimensioni del «tempo libero»
- interiorizzazione degli obiettivi del movimento operaio - dinamica vissuta alla luce della spiritualità cristiana del lavoro.
Il superamento per via «familistica»
Là dove ancora prevale una condizione sociale «familistica» è abbastanza ovvio che il lavoratore ricerchi un compenso alle carenze di autorealizzazione, da lui sperimentate nell'ambiente di lavoro, immergendosi nel contesto familiare. Tuttavia è appena necessario notare che il rapporto famiglia-società appare oggi in fase di radicale cambiamento e, di conseguenza, la famiglia attraversa una grave crisi di identità.[4] Oltre a non assolvere più le funzioni di un tempo, la comunità familiare «subisce» tutti i contraccolpi delle situazioni in cui è inserita e dei problemi da cui è investita. Il «compenso» perciò a livello di famiglia non tarda a rivelarsi illusorio. Anche per i militanti operai, di cui subito parleremo diviene difficile contemperare le necessità della «lotta in fabbrica» con la convivenza familiare, generalmente ispirata all'ideologia borghese e consumistica.
Il rifugio nella dimensione del «tempo libero»
È noto che un numero abbastanza elevato di operai e professionisti cerca di autorealizzarsi fuori dell'ambiente di lavoro, negli spazi che il cosiddetto «tempo libero» sembra offrire come alternativa alle costrizioni di ogni giorno. È tuttavia altrettanto noto che la «grande speranza» suscitata dalla nuova dimensione del «tempo libero» sta incontrando grosse delusioni. L'apparato tecnocratico, infatti, esercita forti condizionamenti sulle scelte anche a questo livello. Inoltre chi non vive «libero» nelle ore di lavoro ben difficilmente sa improvvisarsi «libero» in altri spazi (attività ludiche, turistiche, associative e culturali).
È importante avvertire a questo punto che, una certa fascia di lavoratori, cristianamente ispirati, tentano di autorealizzarsi non attraverso la professione, ma fuori di essa, anzi nonostante essa. Alla radice di questo atteggiamento, purtroppo ancora diffuso, oltre una carente coscientizzazione sindacale e politica, si riscontra una valutazione manichea dell'ambiente di lavoro, giudicato irrecuperabile, del tutto negativo ai fini della propria santificazione e quindi, sopportato come necessità inevitabile.
Il superamento attraverso la «coscienza operaia»
Diverso (e senz'altro più positivo ed autentico) si presenta il processo di superamento delle alienazioni professionali da parte di quei lavoratori che, attraverso l'interiorizzazione delle mete e degli strumenti del movimento operaio, giungono ad una matura «coscienza operaia». Essi infatti, pur avendo una consapevolezza più chiara e sofferta delle difficoltà psicologiche e strutturali che i luoghi di lavoro, e la società nel suo insieme, oppongono all'autorealizzazione professionale, riescono a superare atteggiamenti di adattamento conformista, di rassegnazione passiva, di evasione familistica, come anche di ribellismo inconcludente che si verificano quando la coscienza operaia non giunge a maturazione.
Nella coscienza operaia che tende a divenire nel militante «coscienza di classe» sono ravvisabili, infatti, delle componenti che consentono di giungere ad atteggiamenti diversi, consapevoli del proprio ruolo e della collocazione dell'attività professionale nell'ambito comunitario. Nello studio già ricordato in Alain Touraine, quali elementi costitutivi della «coscienza operaia» (che l'autore distingue dalla «coscienza proletaria») vengono indicati:
- la «coscienza di sé», quale essenziale fattore della produzione;
- la «coscienza degli altri», il riconoscimento cioè degli avversari;
- la «coscienza della società», la concezione cioè dell'organizzazione sociale come sistema di potere che controlla l'utilizzazione del lavoro e la ripartizione del prodotto.
A questi tre elementi corrispondono tre «princìpi»:
- principio d'identità
- principio di opposizione
- principio di totalità i quali tuttavia mutano i loro rapporti nelle diverse fasi evolutive della dinamica sociale.[5]
L'autorealizzazione attraverso l'interiorizzazione dell'etica cristiana
Infine, si riscontrano - in numero crescente - lavoratori aperti ai valori cristiani che scoprono la via dell'autorealizzazione attraverso la professione. Essi, infatti, riescono nell'intento - tutt'altro che facile - di comporre dialetticamente, ma senza mutilazioni o riduttivismi, le istanze della «coscienza operaia» e della «coscienza di classe» con le motivazioni ideali dell'etica sociale cristiana.
Entro le coordinate di tale prospettiva morale vediamo ora come possa delinearsi un'autorealizzazione ottimale a livello professionale e quali vie l'ispirazione cristiana proponga al fine di superare le distanze che intercorrono tra le mete ideali e la realtà effettuale del lavoro.
GLI ORIZZONTI DELL'AUTOREALIZZAZIONE NELL'ETICA CRISTIANA
La nuova teologia del lavoro
Le nuove prospettive teologiche sul valore dell'attività umana in genere, e professionale in particolare, sono maturate attorno agli anni cinquanta. Hanno poi conosciuto ulteriori sviluppi in seguito al loro recepimento nel documento conciliare Gaudium et Spes. Si tratta di una visione positiva ed ottimistica che affonda le sue radici in una rinnovata antropologia, cosmologia, ecclesiologia e cristologia.
La teologia del lavoro, infatti, prendendo come prototipi le elaborazioni sistematiche di Chenu e di J-M. Aubert, che sviluppano (e talora ridimensionano) le intuizioni di Alfaro (in tema di teologia del progresso), di Lebret (economia a servizio dell'uomo) e di Teilhard de Chardin, suppone una diversa percezione dei rapporti uomo-natura, uomo-uomo, uomo e società.
La relazione uomo-natura non viene più pensata entro l'ottica tipica delle società arcaico-pastorali, ove una natura, staticamente considerata, con le sue immutabili leggi domina l'uomo e ne regola l'attività. Al contrario, nel contesto della società industrializzata e tecnologica, l'uomo domina la natura, umanizzandola e razionalizzandola. Attraverso il lavoro si esegue così l'ordine di Dio che, senza alcuna gelosia nei confronti dell'uomo, ha affidato a questi l'impegno grave ed esaltante di portare a compimento il cosmo. Proprio per il tramite di quest'opera demiurgica l'uomo si autoperfeziona e si autorealizza: a prescindere da particolari necessità economiche, il lavoro s'impone così quale via obbligata per portare all'atto le proprie capacità ed essere «pienamente se stesso».
Ma questo autocompimento dell'uomo attraverso il lavoro instaura anche un nuovo rapporto tra uomo e uomo. Attraverso l'esercizio della professione, infatti, sia che esplicitamente l'uomo se lo proponga o meno, si realizza una dinamica di socializzazione che rivela all'umanità la sua profonda unità e solidarietà. Tale nuovo rapporto apre la via ad una «esaltante epifania» della giustizia e dell'amore politico. All'azione demiurgica sulla natura il lavoro umano e l'esercizio della professione congiungono pertanto un essenziale risvolto antropologico: l'autopromozione del soggetto che opera e il perfezionamento della comunità.
Come facilmente traspare da questi rapidi cenni, le nuove prospettive teologiche hanno avuto, soprattutto nelle loro prime formulazioni, le tonalità di una vera «mistica del lavoro». Si è infatti giunti ad asserire che, indipendentemente dalle intenzioni soggettive di chi lo compie, ogni atto rivolto all'umanizzazione della natura e alla promozione sociale, risulta per se stesso «soteriologico» e quindi rientra nella diretta costruzione del «Regno di Dio». Oggi, pur condividendo la sostanza delle prospettive accennate, i teologi si dimostrano più cauti nell'esaltazione della linearità del progresso umano e della sua assimilazione alla dinamica del «Regno di Dio». Le nuove teologie «socializzate», sia quelle dell'ambiente europeo (teologia «politica», teologia della rivoluzione, del progresso, della comunicazione, ecc.), sia quelle emergenti, come riflessione critica, dalla «prassi di liberazione» (tipiche del contesto latino-americano), mentre collocano in luce sempre più positiva l'attività professionale, si dimostrano altresì molto sensibili ad una critica radicale nei confronti dei sistemi sociali che determinano da un lato asservimenti e alienazioni disumane nel mondo del lavoro e nei rapporti sociali; dall'altro compromettono in modo gravissimo gli equilibri ecologici a tutti i livelli.
Etica professionale e promozione umana
In sintonia con le accennate linee teologiche, all'etica tradizionale del lavoro - che aveva i suoi punti forza negli imperativi concernenti il dovere di lavorare e di pagare la giusta mercede all'operaio - si viene oggi sostituendo una prospettiva più ampia che meglio comprenda il rapporto lavoro-promozione umana, lavoro-società, lavoro e politica del lavoro.
La nuova etica del lavoro e le deontologie professionali, che ad essa si ispirano, senza pretesa di essere definitive, riescono a formulare alcuni grandi orientamenti che, mentre rappresentano nell'attuale momento storico i punti essenziali di riferimento di un'etica cristiana del lavoro, stimolano il professionista e il giovane, prossimo ad entrare nel mondo del lavoro, a rendersi idonei ad una loro storicizzazione adeguata. Ecco in sintesi tali orientamenti.
• Umanizzazione del lavoro
Esigenza cioè di fare del lavoro una realtà personale e personalizzante, superando le angustie di un lavoro «banalizzato» e «spersonalizzato» che finisce col banalizzare anche il lavoratore. Perché l'esercizio della professione risulti fattore di autorealizzazione, liberazione e promozione del singolo e della comunità la buona intenzione del singolo non si rivela sufficiente: s'impongono, infatti, profondi mutamenti a livello di strutture produttive e di società globale. Il rapporto tra etica sociale del lavoro e impegno politico risulta pertanto imprescindibile; ecco, pertanto, il secondo orientamento:
• Diritto-dovere di orientare a livello umano le strutture dell'apparato produttivo
Giustamente oggi la coscienza operaia manifesta crescente intolleranza nei confronti di situazioni oggettive e strutturali che riducono il lavoratore e il professionista dipendente al rango - come già si esprimeva la Mater et Magistra - di «semplice, silenzioso esecutore» senza alcuna possibilità di far valere la propria esperienza, interamente passivo nei riguardi di decisioni che regolano la sua attività.
La «buona volontà» di scoprire nella propria professione una sorgente di autorealizzazione e di servizio per i fratelli deve trovare la sua «epifania» in una serie di concreti impegni sindacali e politici rivolti alla modifica delle strutture produttive in senso umano e comunitario (problema della «partecipazione» operaia, impiegatizia e tecnica), nonché del «sistema» economico e sociale per quello che di spersonalizzante e disumano contiene nella sua logica e nelle sue istituzioni; solo così si riuscirà ad avvicinarsi alla realizzazione del terzo grande orientamento, e cioè
• Diritto-dovere di lavorare e di consentire a ciascuno la realizzazione del lavoro come «vocazione»
Il diritto-dovere del lavoro - inteso come impegno di autorealizzazione, illustrato - costituisce un fondamentale paradigma di vita per il cristiano e un banco di prova dell'autenticità della sua fede. Particolarmente il cristiano, quindi, dovrebbe avvertire l'esigenza etica di dare in concreto il suo contributo per creare una comunità sociale in cui tutti possano lavorare (libertà dalla disoccupazione, sottoccupazione, lavoro «nero») e realizzare tale attività, non solo in forza della dura necessità di vivere, ma nell'ambito di una libera scelta professionale consenta alle proprie aspirazioni e cioè alla propria «vocazione».
Nell'ambito di questi grandi orientamenti, l'etica professionale si presenta, più che come un'etica dell'intenzione, quale etica dell'impegno che spinge, non ad uscire dalla propria professione per cercare altrove la propria realizzazione umana e cristiana, ma a viverla fino in fondo, sviluppandone tutte le potenzialità.[6]
ALCUNE INDICAZIONI ORIENTATIVE PER SUPERARE LA DISTANZA TRA LE METE IDEALI E LA «REALTÀ EFFETTUALE»
Il quadro che abbiamo delineato nei primi paragrafi ci dà la misura della verità di questa amara constatazione: «aldilà di ogni buona intenzione e di ogni pretesa funzione sociale oggettiva, i compiti professionali sono sempre più difficilmente un servizio ai fratelli e un contributo alla promozione umana e sempre più una corvé funzionale alle centrali del potere che della professione costituiscono l'utenza reale e che i compiti professionali utilizzano per la conservazione dei loro privilegi».[7]
Dopo aver visto come i lavoratori tentano di uscire dall'impasse, è logico interrogarsi quali vie ottimali si possano indicare ai giovani cristianamente ispirati, desiderosi di incarnare in tale dura concretezza storica gli ideali dell'etica cristiana del lavoro e le deontologie professionali che ad essa si ispirano. Come in concreto si può riuscire, nell'attuale contesto, ispirato in larga misura al modello neocapitalistico, a sviluppare sino in fondo le «potenzialità» umanizzanti della professione che si esercita? In primo luogo - supponendo che si tratti di professioni oggettivamente non incompatibili con l'essere cristiano - c'è da dire che l'attività professionale va giudicata con un metro critico, che per il credente si concretizza nella parola di Dio, attualizzata nella comunità ecclesiale, e prende risalto altresì nei problemi degli «altri».
Ancorché da tale Parola non risulti immediatamente un modello preciso di come realizzare sino in fondo la propria professione nelle sue dimensioni sociali e politiche, è innegabile che ne deriva per il credente uno stimolo profondo a superare l'ottica ristretta e corporativa del guadagno e ad inserirsi invece entro l'ottica della croce, che spinge a vivere-con-gli-altri e per-gli-altri, superando tentazioni esclusivamente «familistiche» o comunque evasive.
Vivere con gli altri e per gli altri nell'ambito della professione significa, in concreto, inserirsi attivamente, responsabilmente, con vigile discernimento cristiano, nell'attività sindacale e politica: su tali basi si potranno individuare le vie più idonee al superamento degli ostacoli che oggi si frappongono all'umanizzazione del lavoro, sia a livello di struttura produttiva che di società. Abbiamo già accennato che la composizione di fede e prassi è tutt'altro che facile. Tuttavia per chi voglia uscire dall'utopismo velleitario è imprescindibile. Con tutte le difficoltà e i rischi di errore che un tale travaglio comporta, un cristiano deve affrontarlo con animo forte e sereno, fedele alla «legge dell'incarnazione» che domina l'orizzonte della nostra fede.
NOTE
[1] È singolare che su questo punto concordino inchieste relativamente antiche e quelle più recenti: cf ad es.: G Baglioni, I giovani nella società industriale, Milano, 1962, pp. 255 ss; A. Touraine, La coscienza operaia, Milano, 1969 (però il libro è il risultato di una ricerca condotta negli anni '55-'56 su un campione di 2029 operai francesi); Giovani tra classi e generazioni, a cura di G. Bianchi e A. Ellena, Milano, 1973, pp. 130 e ss.
[2] Cf A. Touraine, op. cit., pp. 137 e ss.
[3] Cf G. Mattai, Aspetti condizioni problemi del lavoro oggi, in AA.VV., Messaggio cristiano ed economia, EDB, 1974, pp. 137 ss.
[4] Cf G. Bianchi-R. Salvi, La famiglia dalla disaggregazione manipolata a un nuovo contesto sociale, in «Animazione Sociale», 1973, pp. 8 ss.; S. ROCCHIMORO VISCONTI, Verso una nuova identità familiare, ibid., 1975. 16, pp. 108 ss.
[5] A. Touraine, op. cit., p. 32.
[6] Cf G. Campanini Lavoro, in Dizionario enciclopedico di Teologia morale, EP, 1974 e G. Mattai, Lavoro, in Dizionario teologico interdisciplinare, Marietti (di prossima edizione).
[7] G. Gatti, La morale protessionale nella maturazione della sensibilità ecclesiale, in «Note di pastorale giovanile», 1975, 1, p. 15.








































