Luciano Cian
(NPG 1980-7-56)
LO SVILUPPO Dl UNA PERSONALITÀ ARMONICA
Il processo evolutivo è un itinerario di maturazione attraverso il quale la personalità di ciascuno si costruisce per ritrovare se stessa con la propria identità, con la propria vocazione nel contesto in cui vive. Ciò che contraddistingue l'età evolutiva nell'area dell'educazione, sono le scelte o opzioni che la persona fa per assestare le pulsioni, i talenti, le aspirazioni ideali e le esperienze attorno ad un «progetto di sé» liberamente e responsabilmente elaborato, secondo un processo dinamico che prevede vari stadi di sviluppo «originali» per ogni individuo.
Ci vuole del tempo perché ogni personalità (= insieme di qualità fisico-psichiche-affettive-spirituali che caratterizzano ciascuna persona fin dall'inizio della sua vita e che tendono ad emergere se l'ambiente ne facilita lo sviluppo e l'educazione rende ciascuno protagonista della propria esistenza mediante scelte responsabili) attinga i livelli massimi della maturità «oggettiva». Con questo termine intendiamo la condizione di una persona che ha superato la rassicurante dipendenza infantile dalle figure parentali ed il sentimento gradevole di appartenenza al gruppo familiare, scolastico..., che è capace di investire le proprie energie nella realtà, accettando la solitudine dell'essere se stessa ed instaurando i rapporti sociali su un piano di parità affettiva. La maturità oggettiva richiede una conveniente maturazione degli organi e del sistema nervoso, un'armonica integrazione della «libido» con l'aggressività nel controllo dell'ansia esistenziale, un «io autonomo» e insieme dipendente da valori che fondano le libere scelte, la creatività e il dono di sé.
Ai fini pratici ci interessa la maturità «soggettiva» che corrisponde alla consapevolezza della propria incompiutezza, delle tappe già raggiunte, all'impegno di una continua crescita per superare le possibilità di «fissazioni» o «regressioni» a stadi di sviluppo più immaturi.
Come definire la personalità?
Attorno alla personalità vi è una mole enorme di ipotesi e teorie: costituzionaliste, fattoriali, oggettivistiche, umanistiche, psicanalitiche.
Nessuna comprenderà mai pienamente la personalità; infatti essa non è un oggetto. Tutte ammettono che essa si sviluppa per gradi o stadi per raggiungere il suo pieno sviluppo nel corso di parecchi anni (età evolutiva).
Lo sviluppo porta la persona
- dalla totale dipendenza biologica e psico-affettiva delle prime fasi dell'esistenza alla totale autonomia psichica, quando viene raggiunta;
- dal totale egocentrismo narcisistico del periodo neonatale ad una progressiva scoperta ed apertura verso il reale e gli altri, per vivere da «persona» capace di donarsi ad altre perché degne di amore (non principalmente per i vantaggi che ne derivano); - dalla sicurezza di se stessi alla capacità di accettare e sopportare l'insicurezza come condizione normale della vita (= capacità di mettersi in discussione nelle continue «crisi» che la vita reale porta con sé);
- dall'assenso acritico ai valori assimilati attraverso il meccanismo di identificazione/introiezione con le figure genitoriali e sostituti successivi, alla crisi nei confronti di essi espressa col dubbio, la critica, il rigetto, la revisione;
- dall'entusiasmo emotivo e giovanilistico verso «valori-valorizzazioni» affascinanti perché proposti e rispondono a domande/bisogni personali e collettivi, fino alla scelta e decisione per valori oggettivo/soggettivi che definiscono il «mio» progetto di vita come sintesi autonoma tra valori proposti e riconosciuti importanti e valorizzazioni decodificate, reinterpretate e ricreate.
Gli assi fondamentali dello sviluppo della personalità
Gli assi di maturazione della personalità sono i seguenti: psichico, affettivo, spirituale. Tutti e tre devono poter evolvere fino alla misura della personale massima solidità, il cui significato potrebbe corrispondere alle seguenti definizioni:
- solidità psicologica: è la presa di coscienza delle proprie ricchezze d'essere e dei propri limiti all'interno di una immagine di sé «normale» (né negativa, né aureolata). La percezione delle qualità dell'essere, permette di fondare la propria vita sulla roccia di certezze, idee-forza, doni personali, convinzioni e qualità: sul meglio di sé;
- solidità affettiva: è la realizzazione di rapporti interpersonali maturi, in una dimensione di intimità e di solidarietà, in cui l'altro è sempre una persona in dialogo che merita stima, considerazione, fiducia fino ad atteggiamenti di gratuito dono di sé, anche sacrificato, perché possa crescere veramente;
- solidità etico-spirituale: è l'esperienza dell'Assoluto profondo vissuto in modo relazionale e familiare. Il rapporto con lui non è principalmente condotto dalle esigenze della legge ma dalla libertà che lascia emergere l'amore-tenerezza e il senso di responsabilità come impegno e fedeltà.
I tre assi sono distinti e maturano secondo itinerari diversi, ma interferiscono continuamente. La crescita simultanea di essi dà come risultato una personalità armonica, cioè: libera, creativa, felice, efficace, amante, affascinante, capace di irradiare serenità ed armonia. Il progetto di sé viene vissuto con l'apporto delle energie psico-affettive e spirituali; il quadro di riferimento poggia su scelte di valori prioritari e forma l'impianto etico della sua vita, delle scelte, della testimonianza, delle sensibilità, tendenze, atteggiamenti, aree di appartenenza e aggregazione per sostenere anche dall'esterno la propria identità.
Il quadro della maturazione della personalità secondo E. Erikson
Per capirci, offriamo a titolo d'esempio, un quadro sintetico elaborato da Erikson, per descrivere ed interpretare il susseguirsi di tappe nell'evoluzione della persona, all'interno del mezzo globale ed universale che libera l'energia vitale: «la fiducia originale», la fiducia incondizionata e positiva verso la persona, «questa» persona, come è. È un'interpretazione psicodinamica che non basta per educare: c'è tutta una serie di problemi che si riferiscono alla persona dell'educatore come maestro, testimone e animatore, al «come», al «che cosa», al «perché» del processo educativo. Ciò non è possibile senza che si realizzi un movimento interdisciplinare di approfondimento circolare e a spirale tra passato, condizione giovanile, futuro, tra valori normativi, lettura della situazione, novità delle proposte.
Si può dire che verso la fine del sesto anno di età il bambino ha ormai acquisito le altitudini fondamentali e i tratti di personalità che la natura dinamica e le interazioni reciproche della vita renderà suscettibili di crescita o di modificazione, ma che costituiranno le caratteristiche della sua futura personalità psichica.
Tuttavia è possibile far evolvere tali attitudini, anche se con crescente difficoltà si possono rimuovere gli ostacoli che frenano lo sviluppo.
Non è nostra intenzione enucleare gli elementi del quadro riassuntivo proposto; è utile però avere qui di seguito qualche cenno esplicativo del quinto e sesto stadio in riferimento al tema di cui si sta occupando.
ADOLESCENZA E GIOVINEZZA: PUNTO Dl PARTENZA NELL'ELABORAZIONE DEL PROGETTO DI VITA
L'adolescenza (12-17 anni): fase in cui si definisce o si confonde l'identità personale
Questa fase corrisponde alla maturazione progressiva dell'identità e dell'indipendenza. Inizia verso gli 11-12 anni e si protrae fino al termine dell'adolescenza verso i 16-17 anni.
In essa si accentua l'acquisizione della indipendenza volitiva (decidere da sé, accettare i valori per la loro consistenza intrinseca, sentire maggiore responsabilità morale) e anche esecutiva (fare da sé).
È l'età della pubertà con i suoi cambiamenti somatici che forniscono le sembianze del corpo adulto, la possibilità della procreazione, il patrimonio emozionale dell'adulto... Anche la società e l'ambiente manifestano attese sempre maggiori per cui il processo di desatellizzazione già iniziato viene sempre più compulsivamente accentuato e quasi concluso.
È il periodo delle più grosse domande vitali che il preadolescente prima e l'adolescente poi si fanno: chi sono io? che cosa potrò fare? che cosa si aspettano da me gli altri, la società che mi accoglierà?
È il grosso problema dell'identificazione personale e sociale, del bisogno di entrare nella società degli adulti come un possibile suo membro. Non è un momento molto quieto; ci sono urti intensi, malintesi, momenti critici, contestazioni e proteste perché il periodo è dominato da ansie, ambivalenze, incertezze, malessere, bisogno di prestigio e stima che gli adulti possono assicurare, bisogno di esplorazione personale e desatellizzata, bisogno di valere frenato da timidezze, evasioni fantastiche e solitudine. C'è in atto una frattura tra ciò che l'adolescente era ieri e ciò che è oggi; è presente inoltre la percezione di una certa discontinuità fra il suo «io» di bambino e quello attuale, sottolineata dalla dinamica ormonale sessuale che si presenta come un fatto nuovo ed imprevisto.
I principali problemi di questa fase evolutiva
Un primo problema difficile da vivere, è quello che impone agli adolescenti di modificare il concetto inconscio che essi hanno di entrambe le figure dei genitori, riducendo le sicurezze della loro onnipotenza ed onniscienza, della loro autorità per andare verso l'indipendenza e l'autonomia, alla ricerca di altri punti di riferimento che colmano il vuoto e l'incertezza in cui si vengono a trovare.
Un secondo problema consiste nell'esigenza di acquisire modelli di moralità socializzati e accettabili, cioè «valori-per-me» e adatti per la società nella quale l'adolescente si sta inserendo per superare stati di ansia e di insicurezza derivanti dal rifiuto dei valori trasmessi per via educativo-familiare-tradizionale e dalla difficoltà di attenersi immediatamente ai nuovi perché non bene assimilati e interiorizzati criticamente.
Un terzo problema riguarda l'identificazione definitiva con il ruolo del sesso per il quale è stato biologicamente determinato. È nato maschio o femmina l'adolescente, ma lo diventa veramente dal punto di vista psicologico in questo momento. Gli si chiede di non essere più bambino e di controllare gli impulsi, di rimandare nel tempo l'esercizio della sessualità. Certamente l'adolescente non è aiutato ad affrontare bene questo periodo, viene anzi ostacolato e disorientato da silenzi, messaggi ambigui e contraddittori mentre avrebbe bisogno di chiarezza e di proposte concrete.
Un quarto problema riguarda le decisioni e le scelte, anche permanenti, che l'adolescente deve fare circa il suo futuro scolastico, professionale e il suo progetto di vita. I conflitti sono accentuati anche per le pressioni e le valutazioni esterne che circoscrivono la vita e la creatività, restringono l'area della libertà e dell'espressione personale. È il problema dell'orientamento come autoprogettazione.
Il nodo centrale, sintesi di tutti questi problemi, è la maturazione della propria identità vocazionale, sociale e professionale, operata attraverso il vaglio critico, la riflessione ed il confronto, l'esplorazione e i primi «sì» e «no» autonomamente detti.
Dalla mancata assunzione della propria identità e del proprio ruolo sociale, dalla trascuratezza del dialogo, vengono dei risultati drammatici che si sommano in un atteggiamento di fondo chiamato «confusione dell'identità» o disorientamento, mancanza di sintesi e di unità interiore. Si rivela problematica per il futuro l'acquisizione dell'armonia delle proprie tendenze perché di fatto il soggetto rimane incapace di scegliere la sua strada, di inserirsi in un ruolo superando la pluripotenzialità generica del bambino.
Ricostruire l'identità in un adulto è un'impresa assai ardua. D'altra parte anche allora sarà necessario l'aiuto e il dialogo in un contesto non più educativo in senso stretto, ma terapeutico.
La giovinezza (18-25 anni): fase dell'intimità solidale o dell'isolamento
Questa fase porta il giovane alla piena maturità. Se nella precedente ha acquisito felicemente la propria identità e la consapevolezza del proprio posto nella vita, egli sarà capace di amare, di produrre, di pregare con gioia, di comunicare profondamente con gli altri, donandosi e ricevendo il loro dono.
In campo psicosessuale ed affettivo raggiunge la maturità, cioè la capacità del peculiare dono spirituale e fisico che si realizza nel matrimonio o in un'altra vocazione (nel celibato o nella verginità consacrata) in cui è prevista la rinuncia volontaria della mediazione genitale, il cui uso, nella specie umana, e facoltativo. Il giovane normalmente evoluto non considera il matrimonio o la vita religiosa come fonte di soddisfazioni personali o di piaceri o di sicurezze, ma come un luogo per un reciproco arricchimento in vista del dono della vita fisica o/e spirituale a dei «figli» da portare all'«umanità», cioè alla maturità.
In tal modo egli acquista e consolida l'atteggiamento basico della intimità e della solidarietà con gli altri, cioè della profondità del rapporto che però si allarga e si universalizza abbracciando un numero di persone sempre più vasto, pur privilegiandone alcune, anche una soltanto con cui stabilire una relazione del tutto particolare e unica. Viceversa il giovane che non si sia maturato negli stadi precedenti, si chiuderà nell'isolamento, nella ricerca di compensi e nella rivendicazione: per esempio nella ricerca di piaceri sessuali come compenso all'incapacità di entrare in comunione con gli altri e perciò di trovare la compagna o il compagno della vita, oppure nella ricerca di una donna che prenda il posto della propria mamma (di un uomo che faccia le veci del proprio padre, per la ragazza), non essendo stata risolta la dipendenza affettiva dai genitori; oppure nel desiderio di conquistare un partner per distruggerlo e vendicarsi cosi della propria mamma o babbo, vissuti come «cattivi» (per abbandono, reale o solo soggettivo, o per un vissuto inconscio di «tradimento» da parte di essi...). In questa fase occorre adoperarsi molto per recuperare quanto non è precedentemente maturato lavorando attorno al progetto di vita personale, ma con apertura sociale sempre più intensa, rispettosa e profonda; è necessario darsi delle risposte chiare sugli interrogativi che emergono sul senso della vita, del mondo, della storia rinunciando alle suggestioni della fretta e superficialità; bisogna fare delle scelte di valori da portare nel quotidiano e a cui attenersi con coerenza e tenacia nel campo affettivo, professionale, sociale, politico, morale e religioso; fuggire la solitudine fisica e psichica nei momenti in cui essa diviene movimento di fuga e di attorcigliamento dell'io su se stesso per dare spazio al funzionamento contrario di apertura e di scambio, di incontro e di aiuto solidale a chi sta attorno ed è nel bisogno.
È questa la migliore preparazione all'età della generatività che è l'età adulta in cui la persona è capace di creare nuove vite da portare allo sviluppo pieno, di produrre nuove opere di impegno e di cuore, anche esse da condurre alla maturità, cioè a saper andare avanti anche senza di lei. L'uomo diviene così veramente «padre» e la donna veramente «madre» in senso fisico e spirituale. Altrimenti le energie non fluiscono e la persona vive uno stagnamento generativo nell'egocentrismo e nell'inattività, anche nell'asse religioso e spirituale della sua esistenza.
LA STRUTTURA METODOLOGICA PER UN ITINERARIO DI EDUCAZIONE AI VALORI
Per predisporre interventi educativi coerenti con ciò che fin qui si è tentato di esplicitare, è indispensabile un clima educativo idoneo. Per capirci, diamo uno sguardo ai tipi di pedagogie estreme che sono oggi facilmente osservabili nel contesto pedagogico. Tra i due estremi oscillano infiniti altri modi di educare che vanno superati con i criteri o principi di metodo enunciati dalla «pedagogia della liberazione».
Le pedagogie dell'addestramento
Possono essere considerate pedagogie dell'addestramento la pedagogia del nazismo, del fascismo, del totalitarismo, del marxismo, del consumismo, di una certa impostazione cattolica. L'obiettivo è l'interiorizzazione di certi valori perché divengano il quadro di riferimento stabile e normativo in cui ogni individuo si deve riconoscere. Il valore «persona» è subordinato al valore «società comunità», ogni esigenza individuale e personale del soggetto umano deve sacrificarsi di fronte al «collettivo» e al «politico».
Per attingere questi obiettivi bisogna far uso della suggestione, della manipolazione, della pressione di conformità, dell'autorità dogmatica, dell'indottrinamento, dell'unanimismo per imprigionare il dissenso. I valori da vivere e a cui credere non sono ne ricercati né scelti, ma semplicemente trasmessi e ricevuti; non ha importanza se corrispondono o no alle domande/bisogni delle persone. Si possono certamente sapere tali bisogni e tentare di conoscerli, ma in linea strumentale per organizzare meglio quanto esse devono sapere ed accettare.
Le pedagogie della creatività assoluta e della libertà
Sono le pedagogie che valorizzano l'individuo, la sua spontaneità come criterio unico di comportamento.
Privilegiano l'assoluta autonomia personale, non tengono conto sufficientemente della società a cui la persona è destinata, difendono la non direttività nel rapporto educativo, lasciano ampi spazi alla anarchia e alla trasgressione, progettano interventi in prospettiva prevalentemente secondaria, ignorano qualsiasi discorso o interrogativo sui fini dell'educazione. Tali pedagogie sono finalizzate non tanto ad aiutare a vivere secondo le regole della vita e della convivenza umana, ma a liberare le esigenze della spontaneità, del «cosi piace a me», dei «miei» bisogni emergenti, della «mia» creatività.
Le due concezioni sono ideologicamente vicine e simili. La prima esige una condotta eteronoma, livellata e guidata dall'esterno; la seconda cerca di promuovere un comportamento autonomo e libero ma nel senso individualistico, sottomesso soltanto alla legge delle induzioni soggettive ed istintuali. Entrambi si fondano su atteggiamenti oppressivi: dall'alto al basso o dal basso all'alto. Ignorano del tutto il presupposto che la persona si può esprimere con verità solo all'interno di una reale liberazione personale e sociale. In secondo luogo esse slittano verso il soggettivismo (= è bene ciò che quadra con la «mia» ideologia, nel «qui-ora» storico), perciò verso l'agnosticismo pratico sui valori. Di qui la radicale incapacità di confronto con i fatti, la vita e la realtà prima di decidere perché è già tutto deciso; di qui il ricorso acritico a categorie ideologiche nel valutare i significati emergenti dal vissuto personale o sociale (destra-sinistra, reazione-progressismo, conservazione-cambiamento...), categorie ingiuste e riduttive perché non lasciano spazio per l'uomo, la ricerca, l'alternativa e per una normativa che compete non alla scienza, non all'impulso, non all'ideologia ma all'etica, quindi alla fede, alla natura stessa delle cose.
Due visioni dell'uomo, della verità, della ragione
Il nucleo disturbato di queste due impostazioni pedagogiche è dato dalla concezione dell'uomo, della verità, della ragione e della cultura che difendono.
Per esse la verità è soltanto l'esito dello sforzo teorico e pratico dell'uomo che conosce le cose e le domina. La cultura è l'esito della sua ricerca che cattura le cose e gli uomini nella rete dei ragionamenti, escludendo tutto ciò che non rientra nello schema ideologico elaborato. La ragione, la scienza sono la misura di tutte le cose e non sono misurate da nulla. La concezione mondana della ragione si sposa allo scetticismo perché non può riconoscere una verità che precede l'interpretazione ideologica e le interpretazioni, naturalmente, sono molteplici, perciò nessuna può pretendere per sé la verità assoluta. Di qui il relativismo scettico che facilmente degenera in violenza; l'incertezza sulla verità genera l'angoscia e questa a sua volta si rivela alla lunga insopportabile ed impone un impegno che faccia prevalere la propria concezione del mondo, concezione alla quale si tiene non perché sia vera ma solo perché è propria. D'altra parte se non c'è una verità assoluta da rispettare, le affermazioni e le azioni non vanno più misurate sul metro del giusto e dell'ingiusto, del vero e del falso, ma piuttosto su quello dell'utile o del dannoso, dell'amico o del nemico, del progressista o del reazionario.
Una concezione contemplativa delle cose e dell'uomo
Molti educatori, visti i risultati di pedagogie che prosperano con simili premesse e che quindi devastano la Vita e l'Essere delle persone in crescita, ricercano una dimensione più umana dell'educare.
Inoltre ricercano una risposta reale e pertinente ai bisogni più centrali della persona, per superare alla radice l'assolutizzazione del finito e dell'immanente nella quale si incontrano le due pedagogie, per aiutare i giovani a vivere nella totalità la dimensione storica e temporale con il necessario riferimento al possibile, all'infinito, all'aldilà-di-sé, al religioso, al profondo. Queste condizioni infatti, non altre, portano la vita a livelli di libertà e di creatività, facendo entrare nelle vie dell'innovazione, di una diversa qualità di vita e di senso dove l'uomo si ritrova amato, capito, rispettato, sostenuto, educato a fare ugualmente verso le persone che gli sono prossime, in particolare le più bisognose.
C'è in questo movimento di ricerca una concezione di cultura e di verità che spesso dimentichiamo. È la concezione contemplativa del mondo abitato già dalla verità che deve essere riconosciuta ed accolta per ciò che essa è, resistendo alla tentazione di imporre ad esso ed alle cose, immediatamente, il proprio schema ideologico. Questo atteggiamento è insieme scientifico e religioso. La lealtà davanti al dato, infatti, si svolge in tutta la sua estensione nella misura in cui si riconosce nelle cose un segno intelligibile messo da Colui che, creandole, ha posto in loro una proporzione con l'intelligenza umana. Considerato in questo modo l'atto della conoscenza implica ontologicamente la partecipazione dell'essere di Dio nelle cose e dell'intelligenza di Dio nella intelligenza dell'uomo.
Questa concezione dell'uomo, della ragione, della realtà si sposa con la certezza umile ma serena della verità: certezza della verità che si manifesta nell'esperienza quando le cose sono ascoltate senza pregiudizio; umile perché il reale non rivela per intero il suo segreto mentre l'uomo è proclive naturalmente a sovraimporre alla verità il proprio interesse ideologico.
La «pedagogia della liberazione» e il «sistema preventivo di Don Bosco»
Su questo impianto trovano solidità le istanze della «pedagogia della liberazione» che costituiscono il supporto educativo di una pedagogia nuova, agganciata alle radici della migliore tradizione umana e cristiana.
Nel suo solco si colloca lo stile educativo di Don Bosco che ha vissuto come «artista dell'educazione», il fatto pedagogico dal di dentro, formando personalità veramente libere e creative, solide ed armoniche, oneste e sante per una società ispirata ai criteri della comunione e della fraternità. Egli ha incarnato nella propria vita e introdotto nelle istituzioni il «sistema preventivo», così lontano dallo stile repressivo che tutto il contesto educativo applicava nel secolo scorso; così vicino e aderente all'impegno di promozione umana, di liberazione e di evangelizzazione antico quanto il cristianesimo.
«Il mio sistema poggia tutto sulla ragione, la religione e l'amorevolezza» (Don Bosco).
Lo stile «preventivo» concentra tutte le sue energie nella fase della prevenzione perché più semplice ed efficace; è infatti più difficile l'intervento nella fase del recupero e della cura. Per attuarlo bisogna accogliere le valorizzazioni culturali e i valori che vivono i giovani («fate le cose che piacciono ai giovani» Don Bosco) non per una furbizia strategica e sottilmente manipolativa, ma perché lo esige il sentirsi dalla loro parte, è implicito nella natura stessa dell'incontro che si costruisce sulla simpatia e sul desiderio di camminare insieme; lo richiede la passione per ciò che i giovani esprimono in entusiasmo, in capacità, in novità, in disponibilità a fare, sperimentare, riflettere, approfondire, creare (perché i giovani facciano quanto richiede quel punto positivo che è in loro, anche nei più disgraziati, e che è sempre connaturale con ciò ( che è vero, buono, bello, giusto Don Bosco).
Il metodo preventivo fa senza costrizione e senza superficialità quanto richiede il metodo ermeneutico: lavora sui giovani e con i giovani, sugli educatori e con essi per mettere a confronto le domande che entrambi vivono con le proposte della tradizione, i bisogni naturali ed emotivi con quelli esistenziali e progettuali per non dover partire da zero nel costruire una nuova società. È impegno per accogliere il dato, per impedirne la fissazione in involucri culturali, per afferrarne il valore, per vagliare la novità che portano in sé perché non si trasformi in pericolosa avventura e indicare profeticamente la via da seguire per fare la volontà di Dio.
Metodo preventivo come metodo ermeneutico
L'uso della ragione appunto avvia i due poli della relazione educativa verso un onesto e serio gusto per la lettura della realtà che ha bisogno di essere capita e reinterpretata perché possa cadere quanto è transitorio e possa essere ritenuto il nucleo del messaggio transculturale ricco di ulteriorità, e di impegno responsabile.
«Prevenire» è l'opposto di reprimere: il «lasciar andare» non ha niente da spartire con tale stile boschiano. «Prevenire» significa porre delle condizioni perché la persona, a modo suo, si possa esprimere, possa creare, fare, maturare e sviluppare le sue energie, secondo le esigenze del vero, della bontà e della giustizia.
«Prevenire» non significa eliminare il rischio ma calcolarne il peso in rapporto all'età e ai pericoli affinché l'autonomia decisionale, la fiducia in sé, il senso del dovere, l'apertura sociale, l'autocontrollo, la libertà interiore possano realmente progredire ed evolvere.
«Prevenire» significa rimanere accanto al bambino, all'adolescente con modalità diverse secondo i ritmi di sviluppo, con una forte disponibilità al dialogo e alla ricerca umile e continua, perché tutti e due i poli della relazione hanno bisogno di crescere in umanità.
«Prevenire» non significa pilotare i destinatari dell'impegno educativo ma fare di essi dei protagonisti, dei collaboratori, dei futuri animatori responsabili, delle persone che agiscono per convinzione, dei «cittadini onesti e dei cristiani impegnati» nella costruzione della città dell'uomo e del Regno di Dio (Don Bosco) a loro volta esperti in educazione, un giorno, come padri... Ciò è possibile sulla base dei criteri sperimentati da Don Bosco: ragione, religione, amorevolezza.
Ragione
Ragione significa buon senso, concretezza, aderenza alla situazione, flessibilità nel programma, uso della razionalità in funzione motivante, recupero delle categorie di giudizio, di criticità, di consapevolezza dei condizionamenti di ogni genere che nella nostra società acquistano i caratteri di una macchina costrittiva e repressiva con la conseguenza di limitare la capacità di scelta personale. La ragione è la via al dialogo, al recupero di interiorità, di «vita profonda», di valori che permettono di vivere in modo umano la propria vocazione, utilizzando le ricchezze d'essere personali in vista del bene comune.
Religione
Don Bosco aveva una coscienza educativa finalizzata alla salvezza integrale del giovane. «Scopo della educazione e la morale, civile, scientifica, promozione della persona, perché sia un onesto cittadino ed un buon cristiano». La promozione umana e la evangelizzazione sono due aspetti di un unico compito: educare evangelizzando ed evangelizzare educando.
Amorevolezza
Amorevolezza significa umanità, cordialità, accoglienza, dolcezza, tenerezza, aperta e limpida familiarità. Amorevolezza vuol dire buon rapporto, stare insieme per collaborare, difendere da eventuali pericoli quando superano le forze del giovane, amare incondizionatamente nonostante le mancanze, accettare la persona come è, esprimere «amore» senza egoismi sensuali, superare il paternalismo e l'autoritarismo, per dare spazio alla partecipazione, all'ascolto, all'amicizia.
Presenza dell'educatore
Non è concepibile la traduzione concreta di questi criteri senza il ruolo rilevante dell'autorità, cioè dell'educatore (dell'«assistente», cosi lo chiama Don Bosco) che vive accanto ai giovani come un fratello maggiore che offre il suo servizio ad altri fratelli più piccoli. Non esiste «proposta educativa» senza un'autorità che propone, che aiuta a viverla correttamente. Ma nel «sistema preventivo di Don Bosco» l'autorità è vicina al giovane se si impegna per prima a testimoniare ciò che propone e a vivere il proprio ruolo come gesto d'amore e non come gesto di potere, realizzando un rapporto di vera fratellanza e fiducia.
Un servizio dell'autorità poco propositivo è vuoto e inutile. Vissuto come mediazione di un Amore più grande diventa efficace impegno a ricercare qualcosa di permanente anche nel mutare delle circostanze esterne e dell'ambiente culturale, elemento di sicurezza importante per acquisire la capacita di vivere con coerenza nel cambiamento, aiuto a comprendere in profondità il mondo giovanile vivendo al suo interno con i criteri dell'animazione. Il sistema preventivo di Don Bosco vede l'autorità appunto come presenza che favorisce l'animazione e la corresponsabilità.
CONCLUSIONE
L'uomo è chiamato a realizzare volontariamente se stesso mediante la sua attività libera e creativa nel mondo, realtà non solo da conoscere e contemplare, ma anche da trasformare e umanizzare. Come può riuscirvi? In concreto promuovendo valori nel mondo, cioè dando spazio a quelle esigenze profonde che percepiamo come centrali per la vita: libertà, pace, giustizia, amore... Senza di queste la vita non è umanamente soddisfacente.
Il valore è qualcosa che trascende la persona, è un'unità di misura con cui essa giudica se qualcosa è degna dell'uomo o non lo è. È un appello ed un compito che ognuno trova già in sé come implacabile esigenza, anche se vive in condizioni in cui tale appello non si fa sentire.
I grandi valori hanno un aspetto utopico perché sfuggono a precise determinazioni e giudicano qualsiasi realizzazione. E ciò è dovuto al fatto che pur essendo essi presenti «dentro» la persona come esigenza, sono in realtà «al di la» dell'uomo perché ad essi egli si deve sottomettere. Sono dati alla sua esistenza e sono al di sopra di essa. Questo non significa che essi siano offerti in un ordine statico e fisso, ma che l'uomo ha nel mondo un compito: elaborare un ordine di valori che permette inventare ogni giorno che cosa lo promuove nelle sue dimensioni costitutive.
Alla luce di queste suggestioni e convinzioni tutto il sistema educativo può evolvere e rinnovarsi perché al servizio dell'uomo che cresce e si sviluppa. Ad essi si dovrà rimanere fedeli per non cadere in altri sistemi pedagogici, i quali anziché promuovere la dialettica della vita e della comunione portano le persone a lottare tra loro con una dinamica di potere e di morte.








































