Franco Floris
(NPG 1980-9-47)
L'uomo d'oggi trova difficile accostarsi al sacramento della penitenza. Le motivazioni sono molte. C'è certamente una crisi del senso del peccato: non che l'uomo d'oggi abbia smarrito il senso del peccato; in certi casi può essere vero, ma non sempre. La crisi è piuttosto di linguaggio: è difficile trovare un linguaggio in cui esprimere le nuove intuizioni sul peccato e prima ancora sul rapporto tra uomo e Dio. Una identica difficoltà tocca da vicino il sacramento della penitenza. Che ruolo ha nella vita dell'uomo? Dove viene a collocarsi nell'ampio ventaglio delle attività umane?
Stiamo assistendo ad una veloce morte di una concezione di penitenza come «confessione», senza che si sia in grado di proporne, entro un limite ragionevole di tempo, una nuova.
LA CRISI DELLA STRUTTURA ANTROPOLOGICA DELLA LITURGIA
In realtà la crisi della penitenza è il sintomo di una crisi ancora più vasta che coinvolge anche gli altri riti, dalla messa al battesimo, per i quali tuttavia la crisi è più lenta per una serie di resistenze di natura socioculturale - è il caso del battesimo -, oppure è in via di superamento, perché - è il caso della messa - si sono trovati alcuni simboli-chiave attorno a cui ripensare la celebrazione.
Ma, come si diceva, anche la messa ed il battesimo non si sottraggono a quella che può essere chiamata la crisi della struttura antropologica della liturgia.
Nella liturgia di tipo sacrale il rapporto Dio-uomo può essere descritto grosso modo cosi: da una parte l'uomo debole, incapace di autonomia e di autorealizzazione, povero di tutto; dall'altra la divinità forte e onnipotente; al centro i riti concepiti come modo di ottenere i doni di Dio. I sacramenti, in questa prospettiva, vengono descritti come i canali della grazia, i canali efficaci della santificazione dell'uomo. La grazia è tutta concentrata nei sacramenti. Per raggiungerla occorre servirsi dei mezzi stabiliti. Cosi visto il sacramento della penitenza viene ad essere il luogo in cui si raggiunge, in modo esclusivo il perdono di Dio. È il momento della liberazione dal peccato, della ricostruzione.
Si è di fronte ad una ipertrofia del ruolo del sacramento tra Dio e l'uomo. E dato che il sacramento viene celebrato in modo poco gratificante per il penitente, la confessione spesso vista come una specie di «forca caudina», a cui sottomettere e umiliarsi, pur di provare la gioia del perdono.
La centralità del quotidiano nel dialogo Dio-uomo
Le cose sono cambiate con la secolarizzazione e la nuova antropologia che esaltano il rapporto con Dio nel «vissuto» di ogni giorno, fino a parlare di «sacramentalità diffusa», di rapporto sacramentale con Dio nelle «situazioni». L'uomo è sempre davanti a Dio: continuamente riceve la proposta gratuita di alleanza, continuamente è chiamato a rispondere «dentro» il quotidiano all'appello, e di fatto, positivamente o negativamente, risponde.
In questa concezione si afferma che il momento autentico dell'incontro tra Dio e l'uomo non è l'arco della liturgia ma quello della vita. Nessun gesto liturgico può monopolizzare la libera iniziativa di Dio.
Non è che tutte queste affermazioni fossero sconosciute nel passato. Solo che oggi hanno un significato diverso. In che senso? Siamo di fronte a due termini, la vita e il rito.
In ogni teologia e antropologia si viene ad affermare che ci vuole sia la vita che il rito. Questo però non basta a qualificare una visione antropologica e teologica.
Nel passato si tendeva a concentrare l'attività di Dio nella liturgia e si parlava della presenza di Dio nella vita, come di una specie di alone di grazia, che emanava dalla liturgia. In fondo si definiva la presenza di Dio nel quotidiano a partire dalla sua presenza nel sacramento.
Nell'attuale teologia della salvezza il processo è inverso: si parte dalla presenza di Dio nella vita di ogni giorno per arrivare a parlare di presenza specifica nel sacramento. Il dialogo uomo-Dio, si dice, si tesse nella vita, momento per momento. Dio offre la sua salvezza ad ogni uomo, in proporzione della volontà di riconoscere che la vita è anzitutto «dono», qualcosa di assolutamente gratuito in cui il bello, il buono, il vero, il santo sono realtà che l'uomo non conquista con le sue mani ma gli «sopravvengono». Che senso ha a questo punto, il rito, il sacramento? Che senso ha ad esempio, andare dal sacerdote a ricevere il perdono, se Dio concede il suo perdono all'uomo che dal di dentro della sue contraddizioni riconosce il perdono come dono gratuito di Dio?
Il sacramento, nella attuale visione, riceve il suo significato, dallo spazio che esso viene ad occupare nella vita. La liturgia non viene vista come momento privativo di azione di Dio, la quale invece è coestensiva a tutta la vita, ma come momento espressivo, linguisticamente significativo, della universale azione di Dio nel cuore della storia. Il sacramento in questa prospettiva non è più «mezzo», ma parola che rivela e proclama il senso profondo delle cose, della vicenda dell'uomo e Dio.
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA COME CELEBRAZIONE DELLA SALVEZZA
La cultura moderna avendo spostato l'equilibrio tra vita e liturgia, ha contribuito in modo massiccio alla crisi del mondo sacramentale. La stessa cultura tuttavia sembra in grado di offrire una possibile soluzione alla crisi.
Una grossa possibilità di ritrovare il ruolo dei sacramenti è data, in questa prospettiva, dal ruolo che l'uomo moderno attribuisce ai cosiddetti momenti, tempi e gesti di tipo simbolico-espressivo.
Ogni gesto simbolico non fa che esprimere in modo originale, la vita, il suo spessore, rivelandone il senso. Il gesto simbolico ha sempre un rapporto stretto con il vissuto che ne costituisce l'entroterra e lo garantisce nei contenuti. Un gesto simbolico, come ad esempio, una carezza o un mazzo di fiori scambiato tra due innamorati, a quale condizione non è un gesto patologico ma anzi arricchisce chi lo compie aiutandolo a vivere nuovi livelli di esperienza, se non a condizione che il gesto sia espressivo, come nel caso citato, di un rapporto affettivo corretto che i due sviluppano nel quotidiano?
Visti con quest'ottica i sacramenti sono dei gesti simbolici che «esprimono» ed «arricchiscono» chi li compie a partire dal fatto che tutta la vita è sotto il segno della offerta di salvezza da parte di Dio.
Gli elementi di una celebrazione
Il termine più usuale per parlare di tutto questo è quello di celebrazione. Si parla di celebrazione di una messa, della penitenza, del matrimonio... Cosa si intende in fondo con questo termine?
Per capire ci si può rifare ad un esempio molto semplice, come la festa di una compleanno, che è appunto un momento celebrativo. Cosa caratterizza questo momento?
In primo luogo lo caratterizza il riferimento, lungo il suo svolgersi, ad un fatto (o ad un insieme di fatti) «fuori» dalla celebrazione. Nella celebrazione si ricorda, si fa memoria di questo fatto. Senza un riferimento da un evento esistenziale la celebrazione in sé non ha senso.
Un secondo elemento è la presenza degli amici, di un certo numero di persone che si stringe attorno al festeggiato e ricorda gli episodi più tipici della sua vita. La celebrazione è un avvenimento comunitario.
In terzo luogo abbiamo un insieme di gesti: dalle classiche candeline al battimani e agli abbracci, dai regali al brindisi.
In quarto luogo la festa è caratterizzata da una parola-chiave che permette di stabilirne il senso, la «direzione», altrimenti poco evidente o ambigua. In una festa di compleanno la parola che interpreta è quella della positività, nonostante tutto, della vita e della accoglienza gioiosa del festeggiato.
Un quinto elemento è proprio la festa, anzi il clima di festa in cui tutto si svolge e che è la risultante e insieme la condizione degli elementi precedenti. La festa nasce a questo punto da una decisione, da una scommessa che trova nella parola un modo per esprimersi e dirsi in modo autentico: si fa festa perché la vita, nonostante tutto, ha un senso.
La liturgia come celebrazione della salvezza
Come comprendere, seguendo questi cinque elementi, le celebrazioni della fede cristiana?
La liturgia cristiana è la ripresa della storia nel senso più vasto e profondo del termine: ripresa della nostra storia personale, di gruppo, sociale... fino a trovarne il fulcro, il centro nella storia di Gesù il Salvatore e nell'amore di Dio che in Lui si è manifestato. La liturgia, così vista, è un continuo proiettarsi fuori per narrare, ricordare, fare memoria della nostra storia e di quella di Dio in Cristo. La prima senza la seconda è priva di senso; la seconda senza la prima non manifesta il suo carattere di salvezza.
La liturgia è in secondo luogo un momento di intensa esperienza comunitaria: non solo perché si parla della comunità, ma anche perché il trovarsi insieme, dimenticando almeno per un istante le differenze, è un evento profetico che aiuta ad appropriarsi del senso dei fatti di cui si fa memoria.
In terzo luogo abbiamo una «parola»: la parola di Dio, rivelazione ultima sul senso della storia, rivelazione che la vita è salva in Cristo, rivelazione della lotta tra il peccato e la grazia.
La parola rivela gli attori della storia: rivela che Dio è Dio e ricorda all'uomo la sua grandezza, ed insieme il suo limite, la sua povertà.
In quarto luogo la liturgia presenta dei riti: gesti elaborati lungo i secoli, adottati per essere segni carichi di una storia: la storia della salvezza nel suo gratuito manifestarsi. Il denominatore comune dei riti è la loro povertà ed insieme la loro pretesa di voler «realizzare» la salvezza. La distanza tra povertà e pretesa del rito alimenta la consapevolezza che la salvezza è del tutto gratuita, libera iniziativa dall'alto, un evento che sopravviene.
In quinto luogo la liturgia è un momento di festa. La festa è il clima e nasce da una decisione sofferta che l'uomo ha preso sul senso della vita: è un'esistenza povera, ma in via di liberazione ed in cui la liberazione è certo conquista del proprio agire, ma soprattutto è dono.
Eucaristia e penitenza: due modi diversi di celebrare l'unica salvezza
Tutti i sacramenti non fanno che rivivere da punti di vista diversi lo stesso evento di salvezza. È interessante fare un breve confronto tra l'eucaristia e la penitenza.
Al centro, in entrambi i casi, sta la celebrazione della salvezza. Ma mentre l'eucaristia celebra la salvezza nel suo «già», nel suo «esserci» e nel suo farsi tra di noi, fino al punto che riusciamo a toccarne con mano i frutti maturi, nella penitenza al centro sta il faticoso compiersi, nelle contraddizioni della vita personale e collettiva, della salvezza. È il momento in cui con un gesto coraggioso lasciamo emergere le scorie della nostra ed altrui storia, per affermare il «limite» dell'esistenza umana, per cogliere il «nuovo» mentre si sta facendo, e per proclamare chi è colui che permette alla nostra storia di farsi luogo di liberazione.
Il sacramento della penitenza nasce in effetti da una duplice presa di coscienza. Presa di coscienza, anzitutto, della conversione che si sta attuando e che si realizza come superamento del passato e dei suoi schemi. Presa di coscienza, in secondo luogo, che nella conversione è in atto la salvezza gratuita di Dio in Cristo: nasce il desiderio di celebrare, «confessare» non tanto la propria vita (e le sue contraddizioni) quanto il Dio che aiuta l'uomo nel suo cammino di liberazione. Prima che un momento in cui liberarsi dei peccati chiedendo perdono a Dio, la penitenza è un momento di confessione di fede: proclamazione dell'amore liberante di Dio, consapevolezza di essere accettati da Dio «nonostante tutto».
Da quanto detto emerge come non si possa lasciare cadere la pratica penitenziale. La vita del cristiano si svolge tra i due poli del «già» e del «non ancora» della salvezza. Il grosso rischio è quello di accentuare uno dei due poli, a scapito dell'altro. Oggi spesso si tende a sottolineare unilateralmente il «già» della salvezza, passando oltre la realtà del peccato.
VERSO UN MODO NUOVO Dl CELEBRARE LA PENITENZA
Da quanto detto emergono alcune indicazioni sul «come» celebrare il sacramento. Fondamentale è anzitutto l'attenzione a inserire il sacramento nel tempo, attraverso il circolo prassi (vista come luogo di peccato e di grazia), riflessione, celebrazione. La storia del peccato e della grazia va continuamente proiettata non sul fatto preso come «cosa in sé», solidificato fuori del tempo, un macigno che rimane li finché non viene sciolto dal gesto sacramentale, ma sul tempo del singolo e della comunità in cui le cose avvengono e si modificano lentamente. L'idea di maturazione e di superamento che il tempo porta con sé, permette di evitare ogni forma di oggettivismo nel parlare di peccato e di sacramentalismo nel parlare di remissione del peccato.
Una seconda attenzione va posta al decentramento del sacramento dall'uomo a Dio. Il sacramento dovrà essere sempre meno un gesto giuridico, un gesto ricurvo sulle tristi vicende dell'uomo (magari in un atteggiamento di rigetto del proprio essere uomo) e sempre più un gesto che innalza a Dio, sotto forma di preghiera in cui si prende atto, si riconosce il suo intervento salvifico anzitutto nella liberazione del singolo e della comunità dalle loro manchevolezze piccole e grandi. La penitenza dovrà essere, da questo punto di vista, un grosso momento di preghiera di lode e di ringraziamento.
Tutto questo non può essere senza conseguenze sullo stile della celebrazione. Se prevale il decentramento dall'uomo a Dio, la celebrazione viene ad assumere una tonalità più pasquale e festiva rispetto all'attuale modo di celebrare. Se l'attenzione è alla vita nel suo liberarsi per dono di Dio, è facile comprenderla con le categorie dell'amore e dell'alleanza di Dio con il suo popolo. La vita diventa una Pasqua, un Esodo sempre in atto. Il sacramento è la presa di coscienza di questa Pasqua. La festa, ne è una applicazione concreta. Se la vita viene riconosciuta come Pasqua si può davvero fare festa: una festa che nasce dall'accettazione di se stessi in quanto accettati da Dio e dalla accettazione della storia come luogo in cui matura un senso salvifico.
Un ultimo appunto per la dimensione comunitaria. Il sacramento va vissuto come un grosso momento di preghiera comunitaria rivolta al riconoscimento dell'azione gratuita di Dio nella storia. In quel contesto si deve dare spazio al singolo perché possa riconoscere che di quell'azione egli è beneficiario immediato, come ben riconosce rileggendo la sua vita e cercando di coglierne il senso in mezzo alle contraddizioni.
Dal sacramento-confessione al sacramento-riconciliazione
A ben guardare l'evoluzione del sacramento della penitenza in questi ultimi decenni, si deve riconoscere che è in atto una lenta ma intensa rivoluzione che tocca la teologia e l'antropologia del sacramento e la sua espressione rituale, e che ha riscontro nella storia solo nel passaggio, verso il secolo VI, dalla penitenza celebrata in modo comunitario a quella celebrata tra il penitente ed il sacerdote.
È in atto un cambio di prospettiva che può essere globalmente descritto come passaggio da una concezione di sacramento come confessione ad una concezione di sacramento come riconciliazione. Vediamo, attraverso degli accenni veloci in una specie di tavola di confronto, alcuni aspetti del cambio.
Confessione dice...
1. La confessione dice attenzione a se stessi e alle proprie infedeltà: una celebrazione centrata sull'uomo, sulla confessione dei peccati.
2. La confessione, cosi come è di fatto vissuta, richiama un'immagine povera di Dio: un Dio controllore, giudice; un Dio bonaccione ingenuo, rassicurante.
3. La confessione ricorda una concezione magico-puntualista di perdono, un certo moralismo, automatismo e giuridismo nell'ottenere la remissione dei peccati.
4. La confessione offre un'immagine di sacramento rivolta soprattutto al passato, per cancellare ciò che c'è di negativo: serve a mettere una pietra sul passato, a liberarsi dai peccati.
5. La confessione richiama gli elenchi di peccati, i cataloghi estranei alla vita con cui confrontarsi in modo oggettivista, dimenticando la propria storia.
6. La confessione chiede una accusa meticolosa delle colpe e concentra il sacramento nella assoluzione di tipo giuridico-amministrativo.
7. La confessione si è ridotta ad un rito povero, che raramente permette di vivere un'esperienza che vada al di là del «dire i peccati-ricevere l'assoluzione-fare la penitenza».
8. La confessione concede troppo spazio all'aspetto psicologico: contrizione come fatto sentimentale, fuga nell'intimismo, scarica di tensioni interiori, dolorismo (la confessione come momento di umiliazione), espiazionismo (la vita serve ad espiare i peccati).
9. La confessione enfatizza il rapporto con il sacerdote, mentre lascia in ombra quello con la comunità: il sacerdote rischia di essere visto come uomo che controlla, dà norme, si sostituisce alla coscienza dei penitenti.
10. La confessione accentua il peccato come offesa a Dio, lasciando in ombra il rapporto con gli altri sia nel momento del peccato che della conversione e riconciliazione.
11. La confessione ha un valore espressivo-simbolico abbastanza scarso, lontano dalla sensibilità odierna: prevale un clima giuridico, freddo, anonimo, un poco meccanico, triste.
12. La confessione dice rito di preparazione alla messa: nella presentazione comune ha valore di permesso per accedere alla comunione.
Riconciliazione dice...
1. La riconciliazione dice attenzione al grande progetto di salvezza di Dio e alla sua fedeltà: una celebrazione centrata sul racconto della iniziativa di Dio e sulla confessione di fede e di lode.
2. La riconciliazione evoca una immagine di Dio arricchita dall'esperienza biblica: il Dio dell'Esodo e dell'Alleanza, il Dio di Osea e Geremia, il Dio che in Gesù siede a mensa con i peccatori.
3. La riconciliazione dice inserimento della celebrazione in un cammino più vasto, distribuito nel tempo: maggiori possibilità di equilibrio tra conversione-atteggiamento e sacramento che lo esprime.
4. La riconciliazione pone l'attenzione sul passato per capirlo come luogo di peccato e di grazia, ma punta soprattutto sul futuro: un futuro diverso da realizzare con impegno e attendere come «dono».
5. La riconciliazione si propone di aiutare a risalire dai peccati all'unico peccato che è il rifiuto del Regno di Dio.
6. La riconciliazione pone l'accento sulla proclamazione gioiosa della «parola di salvezza»: proclamazione che l'amore di Dio aiuta a vivere la vita come liberazione.
7. La riconciliazione presenta una maggior ricchezza rituale con grosse possibilità di ripensare la celebrazione per le varie comunità; i singoli possono vivere con calma le tappe del cammino penitenziale.
8. La riconciliazione dà minor peso alla dimensione psicologica e più a quella teologica, con particolare attenzione alle componenti strutturali ed interpersonali della conversione: rifiuto della confessione droga psicologica, decisione di fare i conti con la realtà senza fughe.
9. La riconciliazione pone al centro il rapporto dei singoli con la comunità che con lui si converte: è lo spazio in cui il singolo, reso cosciente del suo peccato, fa esperienza di accoglienza comunitaria come segno dell'accoglienza di Dio; il sacerdote è un uomo di preghiera che aiuta a riconoscere la misericordia di Dio e la rende manifesta nel gesto di perdono.
10. La riconciliazione sottolinea che il peccato e la conversione a Dio sono sempre un rapporto «mediato» dal rapporto con gli altri e con le situazioni della vita quotidiana.
11. La riconciliazione accoglie la sensibilità simbolica dell'uomo moderno: umanità del gesto, spirito di dialogo, rispetto della responsabilità personale, dimensione comunitaria dei gesti.
12. La riconciliazione non è una porta di ingresso alla messa, ma un modo originale e decisivo per la vita del cristiano, di fare esperienza di Dio.
CONCLUSIONE
Abbiamo cercato di esaminare le vicende del sacramento della penitenza dentro l'ottica del cambio culturale. Proprio questa particolare lettura suggerisce una conclusione. I tempi di ogni trasformazione culturale sono generalmente lunghi. È facile da pensare che saranno lunghi anche per quel che riguarda il ripensamento del ruolo del sacramento della riconciliazione nella vita del cristiano. Come si è già detto: il vecchio modello di sacramento è ormai scomparso ed il nuovo appare appena all'orizzonte. Non è la prima volta che questo succede nella storia della chiesa. Ciò invita a non drammatizzare, senza per altro sottovalutare la crisi, ma a lavorare in profondità, su tempi lunghi, attenti a cogliere gli stimoli presenti nella cultura e nella chiesa oggi.








































