(NPG 1988-07-49)
Nel numero di gennaio-febbraio 1988 avevamo pubblicato alcune piste di lavoro per riflettere sul rapporto giovani-società e giovani-spiritualità. Ne offriamo ora un'altra che mette al centro il tema: cosa vuol dire essere giovani oggi.
Lo riteniamo materiale utile per la ricerca dei gruppi, anche se originalmente è stato pensato come test-guida per la preparazione al Confronto internazionale don Bosco '88 (Torino, agosto 1988).
Per questo abbondano le citazioni e i riferimenti «salesiani». Ma le intuizioni di fondo, il «carisma» sono certamente validi a più ampio raggio.
Alcune premesse inquadrano il materiale di lavoro: le riprendiamo dalla «memoria» salesiana.
- Il punto di partenza è la riscoperta della scelta dei giovani come punto di partenza obbligato, sia da parte degli educatori che dei giovani stessi.
Come diceva don Bosco: «Basta che siate giovani perché io vi ami assai».
- Amare i giovani è, anzitutto, osservarli secondo una particolare ottica, con uno sguardo originale. Esso può essere enunciato con la scommessa di don Bosco: «in ogni giovane, anche il più disgraziato, havvi un principio di bene» da cui cominciare il lavoro educativo.
- Questo punto di vista spinge a non essere ingenui nel parlare dei giovani, perché spesso essi soffrono oggettivamente e soggettivamente di numerosi problemi, ma neppure abbandonarsi al cinismo e allo scetticismo di chi vede in questi giovani una «generazione perduta».
- Tutto questo sfida a chiamare per nome i problemi dei giovani e a ricercare con competenza le cause, alla ricerca delle attese-domande-intuizioni generatrici sulle quali e a partire dalle quali cominciare il lavoro educativo.
Questa traccia vuole aiutare educatori e giovani a osservare e parlare della società e dei giovani secondo un particolare punto di vista, quello critico ma attento «forze di bene».
OBIETTIVI
Più da vicino, ecco alcuni obiettivi.
1. Abilitare ad appassionarsi alla comprensione della situazione giovanile e a farlo con «competenze».
Al di là delle singole affermazioni, è decisiva l'empatia profonda con cui si osservano i giovani. Comporta amicizia e solidarietà, ma insieme «tensione al cambiamento»: si cerca di valorizzare quanto può favorire un'evoluzione positiva della situazione.
2. Abilitare a parlare dei giovani senza pretendere di avere la verità dalla propria parte. Non è solo la complessità della situazione a richiederlo. Lo richiede anche il non accorgersi che ognuno legge la realtà con sue «precomprensioni». Solo nella ricerca comune e nel confronto tra educatori e giovani e nel ricorso a studi interpretativi competenti, si può arrivare a una interpretazione credibile.
Di qui l'abilitazione al dialogo, al rispetto dei punti di vista, alla ricerca paziente di precomprensioni «critiche».
3. Abilitare i giovani a ritrovare la parola sulla propria esperienza, vincendo il rischio del silenzio e della banalizzazione di ogni tentativo di comprendere quel che succede. La parola la si ritrova non da soli ma con l'aiuto educativo. Ecco allora l'obiettivo di «dar la parola» ai giovani, sapendo che parleranno da giovani.
Solo in questo modo essi apprenderanno a conoscere i loro problemi ma soprattutto a riconoscere in modo consapevole i loro bisogni, domande, attese, intuizioni.
TRACCIA Dl RIFLESSIONE SU COME PARLARE DELLA SOCIETÀ OGGI
Nel parlare dei giovani e della società non si può fare a meno di leggere e interpretare la realtà a partire da un particolare punto di vista (precomprensione).
- I giovani come variabile «dipendente» della società: il loro comportamento è determinato dal mondo in cui vivono. Le loro scelte non sono mai libere.
Al contrario: i giovani vengono considerati al di là dell'influsso della società. In questo caso si cade nel «moralismo» di facili condanne della violenza-droga.
- I giovani per se stessi vengono visti come «speranza del futuro». Saranno loro i salvatori dell'umanità: costruiranno un mondo migliore di quello attuale!
Al contrario: i giovani sono i «traditori» di ogni tradizione, sono dei «barbari» che distruggono quanto altri hanno costruito.
Non si può parlare dei giovani separandoli dal contesto sociale, culturale, economico in cui vivono.
Le differenze locali sono molte. Alcune categorie, forse, sono utili per tutti.
Per lo meno ci si può confrontare con esse per arrivare a parlare del proprio ambiente sociale.
In altre parole: se queste categorie sono scorrette, con quali altre parlare della propria società?
Ne vengono privilegiate tre: la società complessa, la società postindustriale, la crisi delle istituzioni.
Siamo in una società complessa
I caratteri principali di una società complessa:
- non è solo una società pluralista a livello ideologico, ma è anche una società che legittima ed estremizza il pluralismo fino a cadere in un relativismo di principio che tutto e tutti sembra avvolgere;
- società complessa dice «pluricentricità»: non esiste una qualche egemonia strutturale e culturale che sia informata di un fondamento etico-valoriale;
- è una società non governabile, che offre ai soggetti numerosi percorsi per individuare se stessi, senza privilegiarne alcuno; anzi abbondano nella ricerca.
Le conseguenze facilmente individuabili nei giovani:
- relativizzazione dei sistemi di significato tradizionali, sia di matrice culturale che religiosa;
- crisi dell'unità/identità della persona: scissione, incoerenza, contraddizione...
- atteggiamento «debole» verso la realtà: pragmatismo, scetticismo, adattamento...
Le conseguenze non sono tuttavia uniformi rispetto ai giovani. Si può distinguere tra giovani in:
- situazione di iposocializzazione (carenza nei soggetti di valori culturali e orientamenti etici, distacco dalle norme e costumi sociali tradizionali) con difficoltà a identificare i bisogni, privatizzazione delle soluzioni, pragmatismo operativo;
- situazione di ipersocializzazione (adozione di risposte ideologiche rigide, che mentre danno un senso di sicurezza minano alla base la libertà e creatività personale) con conseguente mancanza di flessibilità, riconoscimento del positivo oggi, rischio di integrismo culturale, conformismo sociale e mancanza di criticità.
In cammino o dentro una società postindustriale
Come ben si comprende, rispetto ad una società postindustriale le situazioni locali sono ancora più diversificate: alcune regioni sono in cammino «verso», altre vi sono già immerse.
I caratteri principali della società postindustriale:
- innovazione tecnologica nell'ambito del lavoro, automazione progressiva della produzione, nuova decisione internazionale del lavoro, progressiva terziarizzazione di ampie regioni e città... In pochi anni il processo produttivo si è fortemente riorganizzato.
- rottura della tradizionale stratificazione sociale: ampliamento dei quadri intermedi, dequalificazione della classe operaia, emergere di nuove marginalità (anzianità da espulsione dal lavoro, emigrati e stranieri per certi lavori, adulti dequalificati e superati dai giovani nella carriera....);
- modificazione dello stile delle relazioni sociali: nascono nuove autorità e forme di potere, frammentazione della classe operaia e del ceto impiegatizio, esasperazione dell'individualismo contro tutti...
Alcune conseguenze sul piano culturale che interessano da vicino i giovani:
- si passa progressivamente dalla soddisfazione dei bisogni primari di sopravvivenza (lavoro, casa, cibo, diritti civili) alla moltiplicazione di bisogni postmaterialistici, legati ad una concezione «ricca» della vita: attenzione alla pace, partecipazione alla cultura, cura della salute, preoccupazione ecologica...;
- più in generale: si genera, soprattutto nei giovani, una diffusa insoddisfazione rispetto ai bisogni che «essi» valutano come fondamentali e essenziali. In altre parole: l'insoddisfazione non si placa con il raggiungimento dei bisogni primari, anzi sembra crescere in modo angosciante nella soddisfazione dei beni postmaterialistici.
Il distacco dal mondo delle istituzioni e dei «valori»
Sullo sfondo delle trasformazioni che accentuano la complessità della società e il suo incamminarsi verso una forma postindustriale, si materializza la «crisi» delle istituzioni sociali e dei valori da cui sono «animate»... L'istituzione, infatti, ha la funzione di orientare secondo valori e norme, nella soddisfazione dei bisogni soggettivi, incarnando un «modello di vita».
Oggi, l'istituzione sembra inadeguata (a livello di valori, norme e modelli di vita che propone) rispetto ai nuovi problemi sociali e ai loro riflessi nei giovani.
Al punto che non riesce più ad «orientare» il modo di soddisfare il bisogno, così che esso avvenga alla luce di «valori».
Sembrano in crisi, da questo punto di vista, istituzioni come la coppia e il matrimonio, i rapporti fra generazioni, le leggi civili e le tradizioni e costumi popolari... Ma, più da vicino, sembrano in crisi proprio le istituzioni, come la famiglia e la scuola, la chiesa e i vari movimenti e associazioni, che dovrebbero educare i giovani a soddisfare i loro bisogni secondo valori.
Le conseguenze nel mondo giovanile sono descrivibili come «oscillamento tra diversi ed inconciliabili atteggiamenti»:
- tolleranza verso le istituzioni e richiesta di tolleranza, relativizzazione della loro importanza, attenzione strumentale e selettiva a quanto le istituzioni possono dare senza preoccuparsi delle loro richieste più dure;
- ritorno passivo e in chiave puramente adattativa alle istituzioni, senza preoccuparsi della loro sclerotizzazione e del loro cambiamento, ricerca di sicurezza e norme che guidino da vicino i comportamenti.
È questa la situazione delle istituzioni? Sono questi gli atteggiamenti dei giovani?
È importante verificare prima la convergenza sulla funzione delle istituzioni, per poi riflettere sul rapporto giovani-istituzioni.
PISTA Dl RICERCA SU COME PARLARE DEI GIOVANI
L'avvento di una società complessa e postindustriale e la correlativa crisi istituzionale comporta di ripensare le «categorie» con cui parlare dei giovani.
Quello che è in gioco sono le «risposte soggettive» dei giovani alle sfide che quotidianamente essi vivono in questa società. Ne vengono proposte alcune, sotto forma di coppie alternative, per una verifica tra educatori e giovani:
- fuga nella marginalità o accettazione di centralità?
- abbandono alla frammentazione o ricerca di ricomposizione?
- crisi di identità o lotta per l'identità?
- presentismo o recupero di progettualità?
Come si vede, sono alternative poste come interrogativo, per sottolineare l'ambivalenza di ogni risposta troppo esclusiva.
Fuga nella marginalità o accettazione di centralità
Si è soliti dire che i giovani sono ai margini della società perché in tale situazione la società li pone e perché in tale situazione scelgono di vivere.
È vero tutto questo?
Fino a che punto in una società complessa (e dunque per natura sua policentrica) ha senso parlare di «marginalità giovanile»? Non è forse improduttivo ed errato esprimersi in tali termini?
In ogni caso la marginalità non può essere assunta più per parlare di tutti i giovani. Essa va considerata un «rischio» distribuito in modo ineguale tra i giovani. Del resto se alcuni sono emarginati, le cause vanno ricercate solo nelle condizioni sociali? Certo non mancano «zone a rischio» create dalla società.
Il rischio di marginalità sembra avere due esiti, in cui i giovani giocano la loro (relativa) libertà:
- in alcuni giovani, poco stimolati dall'ambiente sociale, si osserva una accettazione passiva della marginalità: essi si adeguano e interiorizzano il rischio di marginalità;
- in altri giovani, la maggioranza, la situazione di rischio sembra invece risvegliare un bisogno variegato di partecipazione e dunque la scelta di considerarsi un «centro» attivo dentro la società complessa, pur evitando il rischio di messianismo giovanile.
Ci si può interrogare sulla distribuzione dei giovani fra marginalità e centralità e sulle loro espressioni, come anche sulle condizioni (quali?) che possono permettere ai giovani di farsi «centro» in questa società, portatori, cioè, di bisogni da soddisfare in modo consapevole e responsabile.
Abbandono alla frammentazione o ricerca di ricomposizione?
Si parla di frammentazione, nel linguaggio comune, da due punti di vista:
- per accennare alla smobilitazione in atto di forme unitarie di «movimento giovanile». Si fa riferimento all'ipotesi che i giovani siano una classe sociale a sé, e la si dichiara inadeguata;
- rottura dell'unità interiore del soggetto e dei significati e valori di riferimento. Ne sono sintomi la contraddizione, l'incoerenza, la dispersione.
Come, anzitutto, interpretare la frammentazione?
Due ipotesi interpretative si confrontano:
- la frammentazione è solo l'ultimo stadio di un fenomeno di rottura e sconquasso. Sono i cocci che rimangono;
- la frammentazione come «critica» radicale ai valori e significati del passato e ricerca di nuove (povere) sintesi nel «brodo» culturale. Vedi la riscoperta del «vivere quotidiano» rispetto alle grandi lotte politiche.
Rispetto alla frammentazione siamo di fronte a tre possibili esiti o strade giovanili:
- la strada dell'accettazione passiva della frammentazione fino alla «dissociazione interiore»;
- la strada dell'integrismo, come reazione alla frammentazione, che porta ad adesione rigida a valori del passato;
- la strada di una paziente ricerca di ricomposizione: integrazione del vissuto personale in «questa» società: bisogno di personalizzazione.
Ci si può confrontare sulla presenza o meno della frammentazione tra i giovani e sulle condizioni che possono aiutare a superare sia la dispersione che l'integrismo.
Crisi di identità o lotta per l'identità
Per i giovani in una società complessa, maturare identità personale è problematico. Ecco un interrogativo: più opportunità, meno identità?
Oggi i giovani hanno più possibilità per dare vita alla propria identità.
Tuttavia le opportunità non sono illimitate. L'articolazione dei percorsi è maggiore, ma non indefinita.
L'eccedenza di opportunità sembra inibire la capacità riflessiva, indispensabile per arrivare ad una identità «personalizzata». È difficile decodificare i messaggi e ricomporli per la «costruzione» personale. Mancano le mediazioni istituzionali tra «bisogni» e «valori». Gli esiti di un «percorso di guerra» sembrano diversi.
Il primo esito sembra l'omologazione delle identità personali, asservita al «consumismo».
Il secondo sembra il rinvio indefinito delle scelte di base (con un esasperato soggettivismo e presentismo).
Il terzo è la lotta per l'identità e la ricerca di «condizioni» per riuscire nella lotta (rapporto costruttivo con istituzioni, comunicazione autentica con adulti e coetanei, spazi personali di interiorizzazione, nuovi luoghi di identificazione).
Caduta nel presentismo o ricerca di progettualità?
In molti giovani si riscontra una incapacità di «memoria» soggettiva, che colleghi passato-presente-futuro, radicata in una «cultura». Ne risulta una frammentazione del tempo psichico soggettiva e assenza di «storicità».
Alla base della crisi di memoria storica sembrano da accentuare alcuni fattori:
- l'incapacità degli adulti nel «narrare» la propria esperienza, anche perché a volte non hanno niente da dire;
- la crisi delle istituzioni che hanno il compito di trasmettere il senso della storia;
- il silenzio nelle grandi narrazioni dell'umanità, a livello culturale e religioso.
Gli esiti «progettuali» della crisi, sul versante negativo, possono essere:
- il presentismo: il futuro è «corto» e diventa impossibile pianificarlo; il passato è assente e non offre significati; l'oggi viene vissuto in modo piatto: progettualità di basso profilo;
- l'utopismo idealista (diverso dall'utopia e dalla speranza): progettualità sradicata dal reale;
- il tradizionalismo che esalta il buon tempo antico: progettualità puramente esecutiva, senza coscienza storica soggettiva.
Ci si può confrontare alla ricerca di condizioni per superare la «sindrome di destrutturazione temporale». Eccone alcune a titolo esemplificativo:
- la salvaguardia dell'autonomia spazio-temporale e dei propri ritmi di elaborazione di significati: cura dell'equilibrio tra tempo sociale e tempo interiore;
- il radicamento nelle «grandi narrazioni» e il riconoscimento del senso;
- l'elaborazione di «progetti» illuminati da utopia ma realistici, e dunque «relativi» all'attuale situazione sociale e culturale.
I GIOVANI VERSO IL FUTURO: TRE ESITI POSSIBILI
Quali possono essere gli esiti della situazione descritta?
I percorsi o esiti possono essere versi. Scegliere l'uno o l'altro dipende dai giovani e dalla loro libertà, ma anche dalle condizioni politiche ed educative. Dove dunque si orienteranno i giovani?
Primo esito: l'esplosione dell'irrazionalità
Siamo di fronte ad un disagio diffuso e a una sofferenza giovanile di cui gli adulti non sembrano rendersi conto. Le espressioni del disagio sono molteplici. Possono essere facilmente individuate.
Ora un possibile esito al disagio sembra essere la sua «esplosione» in forme di vita segnate dalla irrazionalità.
È un esito a cui si abbandona una fascia giovanile oggi e si manifesta nella droga e nelle varie forme di tossicodipendenza, nella violenza organizzata in bande giovanili...
Questa fascia giovanile è destinata nel futuro ad ingrossarsi?
Secondo esito: il rischio della mediocrità
Il disagio non provoca necessariamente modelli di vita irrazionale. Più facilmente esso «spinge» i giovani verso un ripiegamento adattivo alla situazione, fino a orientarsi nel complesso ad un modello di vita contraddistinto dalla mediocrità.
Pur senza colpevolizzare i giovani, non si può dimenticare la loro accettazione passiva della crisi, l'accontentarsi (non è forse questa la generazione dell'abbastanza?) rinunciando consapevolmente alla progettualità, una certa allergia nei riguardi di ciò che è impegnativo e arduo, la ricerca dell'effimero, la squalificazione di ogni forma di autentica comunicazione, la fuga dalla politica e dalla religione e dalla sua morale.
La mediocrità sembra radicarsi in una profonda crisi morale: si preferisce l'autogiustificazione, il ricorso alla coscienza personale senza alcuna verifica, l'abbandono al «ciò che piace».
È questo un esito percorso dai giovani oggi? Rappresentano quel che saranno, in maggioranza, i giovani del futuro?
Terzo esito: la scelta del protagonismo
Il disagio sociale, come non condanna i giovani all'irrazionalità, così non li condanna alla mediocrità.
C'è una terza alternativa: la scelta del protagonismo. È una strada praticata? È una strada che molti giovani in futuro percorreranno? Percorrendo questa strada i giovani possono diventare una positiva risorsa sociale, in quanto anticipano valori e modelli di vita futura, capaci di essere insieme realistici ed utopici e in quanto offrono energie per un cambiamento sociale. Essi sembrano produttori di «nuovi valori».
Una visione troppo ottimistica?
Intanto questo esito sembra preannunciato da alcune attese e domande che attendono una risposta da parte della società e degli stessi giovani. Possono essere espresse come quattro «scommesse» in cui si gioca il carisma salesiano.
- Dalla marginalità alla partecipazione. Dalla marginalità, o meglio dalla presa di coscienza della propria possibile o reale condizione di marginalità, può nascere una domanda di partecipazione-responsabilità verso un protagonismo costante e rigoroso.
Ci sono i sintomi di questo «passaggio»? Come rinforzarli?
- Dalla frammentazione alla personalizzazione. Dalla partecipazione, se colta consapevolmente nella sua valenza positiva, può nascere una forte domanda di riflessività, intensità, personalizzazione che può condurre ad una intensa ricerca e produzione soggettiva di senso. C'è un forte bisogno di ricomposizione e totalità.
Dove sono i sintomi della personalizzazione e come svilupparli?
- Dalla difficile identità ai nuovi bisogni. Dall'impoverimento progressivo di valori e dall'incertezza dei percorsi verso l'identità, può nascere una domanda di soddisfazione di nuovi bisogni, legati alla ricerca di una identità, fortemente personalizzata, nutrita di valori tipici della società postindustriale: corporeità, relazione, etica, amicizia, dignità personale.
Dove sono i sintomi di questi nuovi bisogni e come soddisfarli?
- Dal presentismo alla cultura del tempo. Dall'estraniazione prodotta da un tempo sociale e personale «chiuso» sul presente, può nascere una forte domanda di una nuova cultura del tempo: al di là della noia di un tempo banalizzato e senza significato e dell'angoscia di «riempire» un tempo che in ogni caso si manifesta «vuoto». La domanda di cultura del tempo sembra chiedere nuove narrazioni, nuove appartenenze, nuovi progetti.
Dove sono i sintomi di questa ricerca e come farli crescere?








































